Viaggio nel Paese distrutto dalle invasioni turche
Armenia, cimitero dei cristiani

di Archimede Bontempi

Molti si sono meravigliati a Yerevan, capitale dell’Armenia, nell’agosto 1998, che volessi proprio andare sulle montagne del Nagorno Karabagh, quel “giardino nero” per i turchi, che è oggi il Paese al mondo più fittamente coperto dalle mine anti-uomo. Il Nagorno Karabagh, in armeno Artzhak, è un “nuovo” Stato, nato dalla resistenza e dalla guerra partigiana della popolazione armena contro l’invasione islamica dei turchi azeri, che si erano impadroniti del Paese al momento del crollo dell’Unione sovietica. Vi si entra in macchina, traversando una terra di nessuno ancora infestata da bande azere, dalla cittadina di Berdzor, passando tra due colonne dove un simbolo identico al nostro Sole delle Alpi brilla in mezzo a una spada crociata. Siamo nel distretto di Shushi, città arroccata su un’aspra montagna, dove ci riceve Sergey Tsaturian, comandante della Guardia nazionale: è uno dei 7 fratelli della prima famiglia che, guidata dal patriarca Grigory Shendyan, di 98 anni, ha preso le armi contro l’invasore. Orgogliosi ci mostrano la chiesa di cui stanno ultimando la costruzione: i turchi azeri l’hanno incendiata e poi fatta saltare con l’esplosivo tre anni fa; un giovane prete dalla folta barba sta facendo catechismo ai ragazzi all’aperto, anche se sta piovendo: «Purtroppo - mi dicono - non siamo ancora riusciti a ricostruire la scuola elementare e quella media, che sono state abbattute a cannonate, non trattandosi di “scuole coraniche”». Di un’altra piccola cappella a Shushi non restano neanche le fondamenta, ma lo stesso è a Berdadzor, Kanatckala, Zarisli, Kanintak: prima di ritirarsi i turchi azeri hanno sistematicamente distrutto le chiese, le scuole e i forni del pane. A Stephanakert, capitale della nuova Repubblica di Artzhak, sono molte le chiese danneggiate da bombe o missili, ma il Museo della tradizione, fatto segno a ripetuti attacchi missilistici, è ancora in piedi nel bel mezzo delle case diroccate. La direttrice, Melania Balayan, ci racconta che le famiglie e gli insegnanti portavano figli e alunni a visitare il museo della propria memoria anche sotto le bombe: pochi sono stati gli anni della libertà, tra la dominazione turca, il successivo arrivo dei bolscevichi con 70 anni di comunismo e la recente invasione dei turchi azeri, e ancor oggi l’Onu, succube alle pressioni di Turchia e Azerbajan, non ha riconosciuto il nuovo Stato, in cui da anni si svolgono elezioni democratiche che danno vita a governi socialdemocratici o liberali. Nel distretto di Askeran soltanto qualche monastero isolato sulle montagne s’è salvato dalla furia devastatrice: molti villaggi e paesini hanno chiese e scuole di fortuna ricavate in case d’abitazione o in resti di antiche fortezze costruite dai russi. La città-morta di Aghdam, nella terra di nessuno tra il confine incerto dell’Artzhak e lo Stato islamico di Azerbajan, è il monumento funebre alla “beata convivenza” tra cristiani e islamici: qui tutto è minato e le bombe a grappolo gialle, tanto simili a quelle utilizzate dalla Nato contro la Serbia, spiccano nel verde dei prati un tempo fertili. Corazze annerite di carri emergono dai crateri delle bombe. Qualcuno ha portato dei fiori sotto una piccola croce bianca disegnata sul fianco di un T-34. A un calcolo approssimativo sono circa 300 le chiese e le scuole cristiane degli armeni distrutte dagli islamici turco-azeri tra il 1989 e il 1997 nel Nagorno Karabagh e nel Nakhitcevan.
Epilogo: valle del fiume Araxe, confine turco-iraniano, 1999. Un colonnello farsi che sembra uno degli Immortali di Ciro il  Grande, mi porta a vedere l’antico monastero della Kelisa Darré Sham, la chiesa di San Bartolomeo, arrivato qui nel 62 a.C. Distrutto dalle incursioni dei turchi azeri a più riprese dal XVI secolo agli Anni Settanta, oggi il complesso ecclesiale è sotto la protezione dell’Unesco e il ministero dei monumenti iraniano lo sta restaurando. Ma è il panorama della valle, al di là del confine con l’Azerbajan e della ferrovia, a raggelarmi: migliaia e migliaia di katchkar armeni, di rustiche croci intagliate nella pietra, rivelano le tombe dei cristiani in perenne fuga dalle persecuzioni scatenate dal Sultano Rosso, dal genocidio scientificamente varato dal Governo dei Giovani Turchi, fino alle odierne incursioni degli azeri. Una sola cosa è cambiata, alle scimitarre e ai fucili sono subentrati i Panzer e i lanciarazzi dotati di mira al laser. Civiltà moderna...