Haramlik: parola araba che indica la parte della casa riservata alle donne.
Questo è un haramlik disordinato.


 
Mercoledí 2 Giugno 2004   ore 22:08:54     Vai al Forum del Circolo

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1 Giugno, 2004

L'elettricista scalzo

elettricista.jpg

Sto contemplando un elettricista strepitoso che, a sua volta, mi sta montando il benedetto ventilatore in camera.
E un po' più giovane e maestoso di quello della foto ma comunque gli somiglia molto.

E' di quelli che, semplificando, una chiama "Brother", eliminando il "Muslim" per fare prima: kippa bianca in testa, barbona bianca fino al petto e oltre, aria che ti intimidisce un po' e tendenza a non incrociare lo sguardo con me femminuccia.
Poi gli è passata, la tendenza: mi sono talmente incaponita nel timore che il ventilatore mi cascasse in testa, se non lo fissava bene, che deve aver pensato che ero oca al di là di qualsiasi tentazione disonesta e che, quindi, tanto valeva guardarmi e mettersi pure a ridere, ché: "La, bung la!!", ovvero: "Le assicuro, signora, che il ventilatore non le finirà in testa mentre dorme. Mi creda."

Si è tolto le scarpe prima di entrare, come fanno tutti, e si è inginocchiato per aprire lo scatolone con la dimestichezza di chi si inginocchia molte volte al giorno e, dallo stile, per un attimo ho avuto il dubbio che intendesse pregare.
No, invece. Voleva solo aprire lo scatolone, giustamente.

A me sembra una cosa molto bella e civile, questa di non passeggiare con le scarpe in casa: vederlo trafficare con prese e interruttori protetto dai soli calzini bianchi, tuttavia, mi ha causato un'inquietudine che ho dovuto soffocare cambiando stanza. L'alternativa era porgergli le scarpe, e ci avrei messo un mese a spiegargli il perchè.

Ok: l'elettricista è sopravvissuto e se ne è anche andato. Questi "brother" hanno un sacco di virtù, tra cui una certa tendenza ad essere onesti con i prezzi. Una volta, un taxista brother mi ha addirittura dato il resto senza che io glielo chiedessi. Ancora un po' e gli svengo davanti per la meraviglia e lo sconcerto. Una cosa pazzesca. Mi è successo solo quella volta, infatti, ma, tra i taxisti, i brother sono rari.

Non so esprimere tutta la soddisfazione che provo nel contemplare il meraviglioso ventilatore salvavita sotto cui dormirò da adesso in poi.
Per festeggiare, mi sono sdraiata sul letto con la webcam in mano ed ho fotografato puntando in alto.
Poi sono tornata al computer per vedere se c'era davvero, l'oggetto meraviglioso, ché magari era un miraggio dovuto al caldo.

C'è. Mi viene voglia di baciarlo.

ventilatore.jpg

Inviato da lia alle 07:21 PM | Commenti (3) | TrackBack (0)

Statistiche, contatori, feed e dubbi

logo3.gif

Vivevo felice con il servizio di referrer e statistiche messo a disposizione dal mio server: non era consultabile dal blog perchè calcola anche i dati di altre pagine del dominio che, con Haramlik, non c'entrano nulla, comunque c'era. E c'è tuttora.
Poi, una ventina di giorni fa, il mio webmaster deve aver pensato che 'sto blog sembrava il brutto anatroccolo dei blog, senza un suo ShinyStat, e me l'ha messo.
Io, poi, ho scoperto che sui blog spagnoli c'era uno ShinyStat chiamato
NedStat, più 'amichevole' e con tutti i paesi di provenienza in primo piano, e mi sono messa pure quello.
Il risultato è che io adesso ho tre affari delle statistiche e, oltre ad avere scoperto un mondo che ignoravo, ho scoperto pure un mondo che continuo ad ignorare e sul quale chiedo lumi.

1. Ci fosse un coso che segna lo stesso numero di accessi di un altro: a me sembrano tutti e tre sbronzi, devo dire.
Il coso spagnolo, per esempio, calcola più visite dell'italico ShinyStat: i blogger spagnoli, quindi, si sentiranno un bel po' più frequentati di noi, immagino. Potrei spingermi ad ipotizzare che, di conseguenza, il blogger spagnolo è mediamente più felice di quello italiano; credo però che in questo contino anche altri fattori, oltre alle statistiche di accesso, e non me la sento di analizzarli con questo caldo.
Immagino che molti altri abbiano notato il fenomeno dell'anarchia dei sistemi di statistiche parecchio prima di me: se qualche anima buona mi volesse dire come è stato spiegato, io ne sarei contenta.

2. Ecco, questa è la cosa che proprio mi fa morire: ma perchè l'Italia ignora l'Egitto??
Mi spiego: ho scoperto che, su ShinyStat Free, i miei accessi dall'Egitto vengono bellamente ignorati e archiviati, credo, alla voce "sconosciuto".
Su ShinyStat Pro, invece, scopro grazie a Brodo che vengono conteggiati: ammonto a un misero 0,39% dei suoi accessi (e sì che lo visito con devota regolarità giornaliera) ma, comunque, ammonto.
Da Pfaal, niente da fare. Non ci sono. Ha persino dei giapponesi, ma io passo di lì come un fantasma. Apolide, gli devo risultare.
Vogliaditerra ha, tra i suoi paesi, persino un Militare che gli fa lo 0,6% degli accessi. Forse spaventate dal Militare, le mie visite stanno nascoste chissà dove.
Tra l'altro, questa mania di non mostrare gli accessi egiziani come tali ha causato dei mal di testa in giro: c'è addirittura chi ha chiesto a ShinyStat di cercarglieli a pagamento, gli icq provenienti dal Medio Oriente (si dice IP, a proposito. Il mio, per esempio, è 62.135.70.118).

La cosa mi sorprende un po' perchè, ad esempio, il mio NedStat è precisissimo, con i paesi di provenienza.
Prende il mio Egitto, ma prende pure la Giordania (l'ho vista apparire, mi sono chiesta chi fosse e due giorni dopo, mi è arrivata un'email di Giò che mi diceva che è in Giordania. Più precisi si muore.)
Non è razzista, insomma. Ché a me pare un po' seccante, che i cosi delle statistiche rilevino il Giappone e facciano sparire il Medio Oriente. (O meglio, adesso che ci penso: mi manca la Siria! Mi piacerebbe sapere se Groucho è passato di qui, negli ultimi dieci giorni. Se lo ha fatto, vuol dire che cicco la Siria. Peccato.)

3. I feed. All'inizio ero entusiasta ma, da un po' di tempo, mi ci attorciglio dentro e finisco col chiuderli e amen. A parte i post che si interrompono sul più bello (li ho avuti anch'io per un sacco di tempo ma ero giovane e ignorante) e che, ormai, ho imparato a odiare, detesto anche quelli che non si ordinano cronologicamente, e mi capita con diversi blog. O, forse, sono io che sbaglio qualcosa. E quelli che non vedi il titolo ma un link, sempre lo stesso, e tu non ti raccapezzi. E tutti i blog di Splinder che non li hanno e io non so dove metterli.
Perchè poi c'è pure il problema della colonnina dei link, che non vorrei riempire troppo perchè finirei per ignorarla ma che, comunque, non corrisponde a tutti i blog che leggo.
E che non sapranno mai di essere letti da me perchè l'Egitto, appunto, bla, bla...

E poi stavo pensando che Il Cairo, con 40 gradi di piombo sospeso nell'aria, è ormai letteralmente invivibile.
Da impazzire mentre ti prendi l'enfisema.
Indescrivibile.
Questo post che si aggira allucinato in mezzo ai grafici e ai numerini mi conferma che devo assolutamente spegnere tutto e andare al mare entro domani, massimo dopodomani.


Inviato da lia alle 04:45 PM | Commenti (6) | TrackBack (0)

31 Maggio, 2004

Uccidete quest'ornitologa!

Io avevo una sola certezza e l'ho manifestata più volte: "No, non è della famiglia dei colombi, ha un'altra forma!."
E infatti è una colomba. Una tortora, per meglio dire.

Trattasi di Streptopelia Senegalensis, detta anche Palm Dove o Laughing Dove, ovvero Tortora del Senegal o Ridente o delle Palme.
E' diffusa in Africa e in Medio Oriente ed è stata importata in Australia.

Eccola qui:

PalmDove1.jpg

(A mia discolpa posso solo dire che, per me, un colombo è quello che sta in Piazza Duomo a Milano.)

Sono dovuta andare fino alla libreria dell'American University, per scoprirlo.
Ho prima cercato di fotografarla, a dire il vero: ci ho provato due volte e lei se ne è puntualmente volata via per mettersi sul tetto di fronte a guardarmi con aria di rimprovero. E allora ho lasciato perdere, ché a me 'ste uova continuano a sembrare un po' pericolanti e non mi sembrava il caso di creare agitazione.
E quindi sono andata all'AUC, dicevo, dove hanno un'ottima libreria in inglese. E lei era lì, che faceva capolino dalle pagine di "Fauna egiziana da proteggere", tra un coccodrillo e una volpe del deserto.
E il libro diceva, più o meno: "In realtà è un uccello molto diffuso, specie nella zona del Delta, ma tende a fare nidi poco solidi e in equilibrio precario, le cui uova finiscono spesso col rompersi."
Giustappunto.
Lo dicevo, io.

La foto l'ho presa da questo sito che è in Kuwait, e ce ne sono anche altre.

Per chi fosse interessato, qui ci sono altre foto dove la codona si vede meglio.

Comparison1.jpg


E qui, invece, si spiega che la mia tortorella è monogama e rimarrà col suo tortoro ridente per tutta la vita, e che le uova sono sempre due e che le cova soprattutto lei. Lui collabora, ma non è che proprio-proprio si sprechi.
E che i tortorini ci mettono 14 giorni, a nascere, ed io non ho la più vaga idea di quando siano comparse, 'ste uova. Le ho viste l'altro giorno, ma quella finestra la ignoravo da settimane.

Qui, infine, c'è il commento che mi ha lasciato Giò - dalla Giordania - l'altro giorno, quando lei già sapeva che era una tortora e io no:

Dalla descrizione che hai fatto del pennuto potrebbe trattarsi di una tortora. Se e' cosi' sei fortunata, il loro pigolio e' adorabile e da' un senso di pace. Oltretutto sono considerati uccelli benedetti dai musulmani perche' pare che cantino dopo l'adhana dell'alba e il loro verso somiglia a un invito alla preghiera.

Che dire: questo blog si dichiara onoratissimo.


Inviato da lia alle 06:49 PM | Commenti (7) | TrackBack (0)

30 Maggio, 2004

Internet e la vita II

brocc.jpg

Apro la posta bel bella, ieri sera, e mi trovo la seguente email:

A me mi sa tanto che io la conosco… poi se non la conosco al limite mi
prende per scema, ma non succede niente di grave.

Insomma, dice che insegnava a milano ma anche a XXX, poi ai primi di
luglio 2003 racconta la storia di una maturità uguale a
quella di YYY…

Poi mentre parla di elezioni nomina XYZ (sto solo scorrendo ora per
rintracciare un po’ di informazioni, non è che non capisco quello che
scrive)… e la storia di parcheggiare il cammello!

Prof! Ma lei non si chiama lia!!

Un minuto dopo me ne arriva un'altra:

È lei! È lei!!!

Racconta anche la storia della tizia che non vuole la pena di morte ma
pensa che sia più umano torturare i delinquenti tutti i giorni!

È dalla prima volta che ho letto il suo blog (una volta isolata 3 mesi
fa) che questa lia mi ricordava tanto lei…

Vabbè, adesso continuo a leggere, ché mi interessa…

Una si sente un po' sgamata, a tratti.


Continua..."Internet e la vita II"
Inviato da lia alle 04:22 PM | Commenti (15) | TrackBack (0)

Internet e la vita 1

lunadicarta.jpg

Frequento internet da un po'.
Scoprii il piacere di scribacchiarci sul
forum della Lonely Planet, quando consisteva ancora in un fogliaccio in cui qualcuno cancellava a mano i post vecchi via via che la pagina diventava troppo pesante.

Poi, leggendo un giornale, scoprii che su Clarence potevo fare la stessa cosa ma in italiano, e la feci.
Perbacco, se la feci.
Il Neri mi ha sopportato per almeno un paio di anni e non sempre gioiosamente, ché ancora ricordo il periodo in cui mi ostinavo a postargli le immagini sul forum e lui si ostinava a inabilitare i tag, scocciatissimo, ed io ne cercavo altri e mi divertivo moltissimo, ché sui forum si regredisce un po' a livello di scolaresca - cosa che sui bog succede meno, ora che ci penso.
Ma le cose che ho scoperto lì e con cui ancora gioco sono parecchie. Questo blog, per esempio.

Come anche lui ricordò qualche tempo fa, i forum di Clarence hanno tirato su una 'generazione' di persone a cui il piacere di scrivere non è più passato. Lui ne citava alcune. A me vengono in mente Cubanite, Lizaveta e diverse altre.
Io, poi, mi feci un mio forum. Poi il mio forum implose e me ne venni qui, decisa a starmene finalmente tranquilla e a non esaurirmi più dietro gli imperscrutabili fenomeni che governano le menti di alcuni tra coloro che incrociamo su internet. Postare in solitario su un blog mi parve la dimensione ideale dello scrivere in rete.
Poi ho scoperto che anche i blog sono tutt'altro che solitari, ma questo è successo dopo.

Tutta questa premessa per dire che di comunità online ho una mia esperienza, ormai, e che credo che esista una sola cosa in grado di distruggerle, letteralmente: il puntuale arrivo di qualcuno che decide di usare ciò che apprende su di te dal web per colpirti nella tua vita privata.

Credo che questa sia la cosa peggiore che si possa fare, in rete.
E, se è sgradevolissima per chi la subisce, è anche fortemente distruttiva per le comunità stesse: il fatto che individui privi di qualsiasi freno inibitorio possano massacrarti le balle (e quelle del tuo datore di lavoro, della tua famiglia, del tuo compagno e di chiunque sia minimamente apparso nella tua vita internettiana, anche per puro caso) a costo zero, senza averne in cambio il minimo fastidio - perchè reagire vuol dire mettersi a delirare assieme a chi delira, o sbattersi e prendersi un avvocato e, magari, spendere pure soldi e dover raccontare il tutto fuori da internet dove, comunque, finisci col sembrare un po' esaurito pure tu per il solo fatto di esserci incappato e così via - tutto questo, insomma, la gioia di scrivere te la può anche fare passare.
L'ho visto succedere diverse volte, ormai.
Secondo me, bisogna sperimentarlo per capirlo fino in fondo.

Bene: questo blog ha avuto la mala sorte di inaugurare, se così si può dire, la sbalorditiva vicenda dei Bloggersperlapace che, come molti sanno, ormai è sfociata in un susseguirsi di fastidi per blogger e non-blogger i cui dati sono sparpagliati su miriadi di blog e che ricevono telefonate e minacce.
L'altro giorno ho scritto, in un commento su Macchianera: "Credo, tuttavia, che prima o poi lo troverà, qualcuno abbastanza tignoso da farle passare il vizietto".
L'ha già trovato, mi pare, e non poteva cascare peggio, con tutta la buona volontà.
Qualcuno pensa ancora che si stia dando troppa pubblicità a 'sta tizia. A me invece pare che, proprio perchè il Neri conosce le dinamiche della socialità su internet forse meglio di chiunque altro, abbia concluso che questa è una signora determinata a non smetterla mai più, se non la si convince una volta per tutte.
E, credo io, per come è fatta internet, di "vittime" ne può trovare fino alla fine dei tempi.
La storia infinita in versione blogopalla.

Quindi, nonostante io provi anche un certo dispiacere personale per questa signora che mi è sempre parsa un po' confusa, offro la mia più completa disponibilità per qualsiasi iniziativa di autodifesa collettiva, ché credo che siano le uniche che possano funzionare, in questi casi.
Se posso essere utile, fatemi un fischio.

Inviato da lia alle 03:05 PM | Commenti (16) | TrackBack (2)

29 Maggio, 2004

Famiglie numerose

67.jpg

In Egitto, com'è noto, ci sono i terroni, che sono quelli dal Cairo in giù.
Essi sono di vari tipi, proprio come da noi: un genere di terrone egiziano che cattura molto la mia attenzione è il terrone baladi, ovvero rurale.
In treno, lo riconosci dalla gallabiya e il turbante arrotolato con negligenza se è maschio, il velo messo alla bell'e meglio e l'umore chiacchierino se è femmina, l'infinito numero di scatole di cartone che si portano dietro e, soprattutto, perchè si liberano immediatamente delle scarpe e si accovacciano sul sedile come tanti pascià se maschi, allungano le gambe ovunque sia possibile se femmine.
Li capisco.

Io e il collega siamo seduti in seconda classe e abbiamo una famiglia baladi attorno a noi.
Due figli maschi e una femmina adulti e poi, attenzione, Mamma.
La Mamma è una persona importante, qui. Molto.
Di fatto, a me pare che le donne arabe salgano i vari gradini della locale scala gerarchica a base di scatti di anzianità: più invecchi più diventi importante; l'esatto contrario di noi.
E, insomma, c'è questa mamma che non sta molto bene, si sdraia sui sedili, un figlio le aggiusta il velo e la figlia le cosparge il volto di colonia e gliene mette anche un po' sotto il naso. Lei fa un po' di scena, secondo me.
Quando decide di andare in bagno le gira la testa e i due maschi se la portano praticamente in braccio. Io sospetto che sia una madre-padrona da paura e il sorriso da bimba autoritaria non mi inganna, no.

Io e il collega chiacchieriamo per conto nostro, il pascià scalzo di fronte a noi chiacchiera con i suoi, seduti nella fila di fianco e, in realtà, stiamo parlando gli uni degli altri contando sulle reciproche ignoranze linguistiche: "Questo qui ha due manone che starebbero bene a un omone di due metri, pazzesche." "Vero? Però mica male, sono." "No. Bellissimi uomini."
Sì, sono belli. Alteri, scuri, con un portamento da principi, per quanto baladi. Ma i baladi lo sono spesso, assai belli. Più dei cittadini.
"Hai visto cosa mangiano? In Italia, quello sarebbe il pasto di un'impiegata a dieta!"
Uovo sodo, cetriolo e carota crudi, pane integrale.
"Sì, solo che l'impiegata a dieta ne fa uno, di spuntini. Questi ne faranno dieci al giorno."
"Sì, ma mica l'impiegata a dieta va a zappare, dopo lo spuntino."
Ci scambiamo sguardi di nascosto e ci siamo simpatici.

Il collega va a fumare, il pascià non resiste più alla curiosità: "Franzisa? Belgica?"
"No, Italia." E un "ohhh..." di partecipazione si alza dalla famigliola e anche dai sedili circostanti, e si allungano colli e mi arrivano sorrisi.
Il pascià mi informa che è di Luxor. Io dico: "Ohhh..." e sorrido, e lui mi spiega che sta andando al Cairo dai suoi dieci figli.
Dieci? Dieci! Ed è contentissimo e ci tiene proprio, a spiegarmi che ha dieci figli, proprio dieci. "E la mamma?" "E' al Cairo! Vado dalla mamma e dai dieci figli". E il fratello, allora, mi dice che lui ne ha sette. Caspita, salute!
E allora indicano la Mamma che, per quanto stesa, sembra stare benissimo di colpo e pure lei vuole conversare e si lanciano frasi in arabo da riferirmi, e me le riferisce il pascià, ovviamente in arabo, ma è ormai assodato che lui riesce a farsi capire, in qualche modo. E mi spiega: "E' che la Mamma ha avuto nove figli. Noi tre e altri sei. E, contando i figli che abbiamo avuto a nostra volta, ora siamo in settanta."

Settanta. Viva loro. Cavoli, settanta. Questi non soffriranno mai la solitudine, poco ma sicuro.
Sono tutti contenti, mentre me lo spiegano, soprattutto la Mamma.
Che mi fa: "E tu quanti ne hai?" E io, modesta: "Una."
"Oh", ma hanno l'aria incoraggiante e, giusto in quel momento, torna il collega che ha finito la sigaretta.
Il pascià gli offre del pane, tutti gli spieghiamo la storia dei dieci figli e Mamma gli fa: "Tu, allora, uno?"
E il collega, che non sempre è un genio, esclama: "No, due!" E tutte le teste si girano verso di me, perplesse.
No, non siamo marito e moglie, spieghiamo. "Duktor, duktora, gama', siamo prof!" spiego io, come a dire che siamo persone perbene, giuro.
"E tua moglie?" chiedono a lui. "In Italia!", risponde festoso, con tanto di gesto del braccio come ad indicare lontano.
"E tuo marito?" chiedono a me. "In Italia.", rispondo come una pappagalla.
E si fa un silenzio imbarazzato ed è chiaro che siamo una coppia adultera con cui non è più il caso di parlare di settanta figli, e il pascià si osserva l'unghia dell'alluce, il fratello si liscia i baffi precipitandosi sul giornale, Mamma guarda la figlia e poi scorge qualcosa nel panorama di cui parlare, io mi sento in colpa perchè erano così contenti di conoscerci, un attimo prima, e il collega, ovviamente, non si accorge di niente.
E i rapporti tornano cortesi e formali ma, ora che sono un'adultera, il fratello mi sbircia in modo diverso, evvabbe'.

Io, poi, sono scesa a Giza e il collega ha proseguito verso Ramses, quindi suppongo che la mia reputazione sull'espresso da Luxor sia migliorata, a quel punto, ma non lo saprò mai con certezza.

(Attraversando il vagone per scendere, ho notato che le foto delle torture tengono ancora banco, sulla stampa egiziana.
Quando andai ad Alessandria c'era tutto il treno con in mano giornali pieni di pagine e pagine di foto. Le stanno pubblicando tutte, proprio tutte, sommate a quelle di Rafah, e sembrano non finire mai.
E a me pare sempre un miracolo che, un attimo dopo aver guardato quella roba, abbiano voglia di chiacchierare con me e spiegarmi dei loro figli e offrirmi pane e cetriolo.
Uno dei giornali che stanno andando per la maggiore sui treni, poi, è particolarmente enfatico - ma, sul rapporto degli arabi con l'enfasi, qualcuno dovrebbe scrivere un libro e pubblicarlo da noi, ché altrimenti non ci capiremo mai - e l'altro giorno aveva un fotomontaggio di Bush e Sharon con in mano due bicchieroni di sangue e, sotto, le nuove foto di Abu Ghraib e Rafah.
Ed io gliel'ho chiesto in prestito al mio vicino ed è stato tutto un: "Permette?" "Oh, prego, si figuri" "Grazie mille" "Non c'è di che", e il giornale che passava di mano tra l'arabo e l'italiana e tutto quel rosso che sembrava che il sangue grondasse giù dal giornale mentre eravamo così gentili a vicenda ed era stranissimo, per me, ma sembrava che fosse strano solo per me.)

Inviato da lia alle 10:40 PM | Commenti (3) | TrackBack (1)

27 Maggio, 2004

Sono madre

finestra.jpg

Questa è una finestra del mio soggiorno che apro pochissimo. In compenso, provvede ad aprirsi da sola ad ogni soffio di vento un po' forte.
Mentre leggevo
L'Indignato, poco fa, il soffio di vento è arrivato, la finestra si è spalancata, la sedia è caduta ed io mi sono alzata per rimettere a posto il tutto.
Appena ho toccato la finestra, è sbucato un uccellone enorme che è volato via sbattendo le ali contro il vetro e contro tutto.
Un po' scossa, ho guardato per capire da dove provenisse.

Proveniva da qui:

nido.jpg

E adesso che farà?
Tornerà?

Io ho già tre gechi di cui prendermi cura, non posso mettermi anche a covare uova.

Inviato da lia alle 02:56 PM | Commenti (42) | TrackBack (1)

26 Maggio, 2004

Esercizi spirituali su Israele

writing.jpg

Butto giù due pensieri.
Non per aprire
un dibattito: su internet non c'è nulla di peggio, credo, e preferisco di gran lunga che tu vada avanti con le tue riflessioni senza lasciarti distrarre dalle pulci che ti potrei fare qui e là.
Metto giù qualche riflessione mia come potrei prendere appunti ascoltando, diciamo.

Continua..."Esercizi spirituali su Israele"
Inviato da lia alle 09:02 PM | Commenti (6) | TrackBack (0)

25 Maggio, 2004

La "bonne", un ricordo d'infanzia e due considerazioni

maid.jpg

Le "bonnes" le ho trovate descritte sul blog dell'attento giannitos ma arrivano da Narcomafie, addirittura:

In Marocco esiste una forma di schiavitù, benché illegale, socialmente accettata. Coinvolge bambine di 8-10 anni, appena in grado di fregare per terra con un po' di energia e di accudire un altro bambino. Non si paga all'acquisto, ma a rate, mese per mese. Non esiste nessun contratto fra le due parti: il padre-padrone lascia la propria figlia a servizio di una famiglia, ma conserva la facoltà di andare a riprendersela. Anche dopo anni, anche se ormai la bambina si è abituata, e in qualche modo affezionata, ai suoi padroni. La chiamano la "bonne", la bonne femme.

Il ricordo, di infanzia ma anche oltre, è su mia nonna, che di "bonnes" ne aveva ben due.
Si chiamavano Concetta e Giuseppina (ho alterato un po' i nomi originali, ma neanche tanto) e venivano da un paesino sui monti dell'Irpinia.
Erano sorelle e arrivarono da mia nonna quando Concetta aveva 9 anni e Giuseppina 10: avevano perso la mamma e il padre, contadino, le portò giù "a servizio", come si diceva una volta, e proprio da mia nonna perchè, da sempre, in Irpinia c'era un rapporto abbastanza feudale tra "chi aveva le terre" (o le aveva avute) e chi le coltivava; rapporto che, comunque, implicava una fiducia reciproca basata sul conoscersi da generazioni.

Noi che, oggi, abbiamo un nome per tutto, distinguiamo perfettamente tra una colf e una serva.
Allora le cose erano meno precise, specie nella provincia campana a cui mi riferisco.

Concetta e Giuseppina dormivano nello stesso letto in una stanzetta in fondo alla casa, mangiavano in cucina e non avevano un orario di lavoro: avevano il pomeriggio della Domenica libero, semplicemente.
Non percepivano uno stipendio: avevano i soldi per il gelato della Domenica. Mia nonna, poi, mandava una cifra al loro papà e, contemporaneamente, metteva via i soldi e la biancheria per la dote di entrambe, secondo gli accordi.
(Curioso che il sito che parla delle "bonnes" marocchine non parli di dote: è anche vero, però, che nelle società islamiche la dote la porta il marito.)
Soprattutto, mia nonna "educava" le due ragazze. Bambine, diremmo oggi.
Il loro status sociale (no, non svenite, è tutto vero) implicava che l'educazione data a loro fosse diversa da quella che veniva data a noi nipoti: loro non potevano indossare i pantaloni, per esempio, e noi sì.
Erano controllatissime: quando uscivano la Domenica, potevano solo passeggiare lungo il Corso. Non potevano leggere i fotoromanzi nè, tantomeno, i romanzi rosa. "Gente" era consentito, invece.
Sulla loro moralità non si transigeva in alcun modo: quando il padre delle ragazze si ammalò gravemente, mia nonna salì al suo paese per dargli l'estremo saluto: narrano le cronache che lui, sul letto di morte, le abbia baciato le mani pregandola di consegnare le sue figlie, istruite ed illibate, a dei bravi mariti.
Era chiaro che sarebbero uscite da casa di mia nonna solo da sposate, e questo concetto non venne mai messo in discussione da nessuno.
Mia nonna era sempre molto fiera degli insegnamenti di economia domestica che ricevevano in casa sua e ripeteva spesso che sarebbero diventate ottime mogli. L'istruzione a cui tutti si riferivano era questa.
Sapevano stirare chilometri di "mensali" ricamati, sapevano fare cose che io non saprei nemmeno descrivere perchè mi manca la terminologia per farlo e la competenza per sapere che vanno fatte. Cucinavano bene.
Dovevano essere capaci di fare tutto e, quando facevano male qualcosa, le prendevano. Sì, non sto scherzando: mia nonna prendeva la cucchiarella di legno e le menava. Specie Concetta, che era più ribelle e ne prese una caterva, negli anni.
Eppure non era cattiva, mia nonna. Era sinceramente convinta che fosse per il loro bene. Era nata e cresciuta in un mondo che era fatto così, semplicemente.

Io avevo un anno meno di Concetta e, quando cominciai a rendermi conto che c'era dell'ingiustizia, in tutto questo, ne avevo ormai 14. Me ne resi conto perchè venivo da Napoli, dove le cose erano diverse, e lo manifestai chiaro e forte perchè mi ero appena iscritta al Collettivo Democratico Antifascista del mio liceo.
Le due ragazze mi guardarono come una marziana, mia nonna mi informò che queste cose non si fanno e i parenti tutti diagnosticarono che stavo avendo un'adolescenza difficile.
Nessuno mi si filò manco di striscio, insomma.

Finì che si sposarono con due "bravi giovani", a cui portarono dote e lenzuola ricamate. Concetta si portò via anche un mestolo d'argento, a dire il vero, e mia nonna non glielo perdonò mai: "Con tutto quello che ho fatto per lei!", continuò a dire per decenni.
L'era delle nostre "bonnes", intanto, era finita. Le successive colf di mia nonna ebbero un orario di lavoro, stipendio, con il tempo persino i contributi e, soprattutto, nessuno si preoccupò più del loro abbigliamento, dei loro gusti e della loro moralità.
E non so che fine fece la cucchiarella. Venne usata solo per girare il ragù, suppongo.

Io non 158 anni. Ne ho 42.
Eppure, quando leggo cose come quelle citate qui sopra, non penso a selvagge usanze islamiche, ma a cose che ricordo di avere visto e vissuto, persino in casa mia.
Riconosco l'usanza descritta e mi infastidisce la carica di giudizio etnocentrico di chi la descrive.

Il "padre-padrone". Certo, esiste in tutte le società contadine. Concetta, o la "bonne" marocchina, non sono figlie del cristianesimo e dell'Islam, ma del fatto di non provenire da una società industrializzata.
Il padre "conserva la facoltà di andare a riprendersela". Certo, e ci mancherebbe altro. Si chiama patria potestà. Il contrario sarebbe allucinante, a dir poco. Eppure, la giornalista lo dice come se fosse un arbitrio, una cosa scandalosa.
Come se il padre di Concetta e Giuseppina avesse smesso di essere il loro padre, una volta subentrata mia nonna. Ma scherziamo?
E giù immagini di ragazze "vestite di stracci" e casi esemplari, spesso frutto della semplice fantasia di chi li racconta.

Non lo capisco.
Si vuole rimproverare ai paesi non industrializzati di non possedere gli usi, i costumi e la mentalità di quelli industrializzati?
Mi sembra curioso: quando non ci sono le fabbriche, i lavori umili sono questi e cominciano fin dall'infanzia.
Mica ci sono solo le "bonnes": ci sono i pastori e le pastorelle, alti quanto le loro capre.
Ci sono i campi da coltivare con la zappa, quella vera: chiedetelo al Contadino, quanto costa fare a meno della zappa: impensabile, da queste parti.
Ci sono gli apprendisti, che cominciano alla stessa età delle "bonnes" e fanno una vita, spesso, ben più dura e ancora meno garantita, proprio perchè sono maschi.
E' il terzo mondo, ragazzi.
C'è poco da farci gli articoli su Narcomafie giusto per dare addosso al padre musulmano di turno e farci credere che i musulmani, come i comunisti di un tempo, mangiano i bambini.

Si potrebbero scrivere interi libri su come viene usato il linguaggio per attribuire caratteristiche mostruose a tutto ciò che è islamico.
Grazie al cielo, su mia nonna e la sua generazione di ultime meridionali dotate di "bonnes" non c'è mai stata nessuna denuncia di Narcomafie.
A nessuno è mai passato per la mente di considerarle mostri primitivi.
Non ci hanno bombardato per farci cambiare.
E' semplicemente successo che qualche coetaneo di quelle due ragazze è andato al nord per lavorare in fabbrica, magari, e poi da cosa nasce cosa e, insomma, è cambiato tutto.

La cosa veramente strana di tutta questa faccenda, secondo me, è la nostra abissale mancanza di memoria.
Le cose sono cambiate molto in fretta, da noi. C'è stata una mobilità sociale che ha capovolto la faccia dell'Italia.
Non mi sembra un buon motivo per diventare tanto smemorati, tuttavia.
Per non riuscire a capire che altri popoli si comportano esattamente come si comportavano i nostri nonni, in contesti economici assolutamente rapportabili a quelli loro di un tempo.
Mi sembra che almeno chi è cresciuto nell'Italia del sud le dovrebbe ricordare, queste cose. Le dovrebbe dire.

Concetta deve avere 43 anni, adesso, e Giuseppina 44.
Magari hanno un blog.

Inviato da lia alle 05:55 PM | Commenti (32) | TrackBack (0)

24 Maggio, 2004

Descrizione di Alessandria incomprensibile ai non partenopei

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E' successo che questo blog si è accomodato sulla sua sdraio sotto l'ombrellone con, in mano, un pensoso tomo di un economista egiziano - Galal Amin - sui cambiamenti avvenuti nel paese dal 1950 ad oggi.
Il benintenzionato blog si è inspiegabilmente addormentato pochi attimi dopo. Due ore più tardi, questo blog si è svegliato ed ha constatato di essersi ustionato le ginocchia, rimaste dimenticate fuori dalla protezione dell'ombrellone a causa della malevola forma della sdraio.

Come se avere entrambe le ginocchia viola non fosse già abbastanza umiliante, questo blog si è ritrovato pure tremante e febbricitante lungo tutto il viaggio di ritorno al Cairo (problema brillantemente risolto riaddormentandosi anche in treno) ed ora, dopo l'assunzione di un'aspirina grande quanto un biscotto, è definitivamente rintronato e non capisce cosa diamine stia scrivendo a fare, invece di andare a dormire per la terza volta nella giornata.

Questo blog è, in sintesi, sotto l'effetto di un colpo di sole.
La cosa si presta a malignità che, certo, non mi sfuggono e ne approfitto per scrivere un post da confrontare, un domani, con quelli scritti in condizioni di lucidità che, in questo momento, ricordo con nostalgia.

Alessandria d'Egitto è il posto più simile a Napoli che io abbia mai visto.
Per essere precisi, è come se Napoli fosse finita sotto una pressa di quelle dei cartoni animati, che non si fa male nessuno ma si diventa lunghi-lunghi e stretti-stretti.
Nel caso di Alessandria, questa nostra pressa ha prodotto una via Caracciolo infinita, lunga forse 20 volte la via Caracciolo originale e, subito dietro, ci ha schiacciato le vie che, a Napoli, corrispondono ai dintorni di piazza Garibaldi.

Essendo stata schiacciata da una pressa, Alessandria è abbastanza piatta e non ha il Vesuvio.
In compenso ha il suo Castel dell'Ovo proprio dove noi abbiamo il nostro e dove, un tempo, loro avevano il famoso Faro che poi venne giù per un terremoto di quelli che ogni tanto capitano anche da noi.
E poi possiede anche il suo Gambrinus, che ad Alessandria si chiama Trianon, era frequentato da Cavafy detto anche Kavafis e possiede dei lampadari belli quanto le tazzine da caffè di Gambrinus ma meno trafugabili.

Le sequenze in cui è disposto il panorama di Napoli sono Posillipo-Mergellina-via Caracciolo.
Alessandria si dispone, invece, lungo un asse che possiamo definire Mergellina-via Caracciolo x 20-Posillipo.
Nella
Posillipo di Alessandria, a pochi metri dalla residenza estiva del Presidente, è dove ho preso il colpo di sole alle ginocchia.
Il mare, comunque, era pulitissimo. Altro che Posillipo.
All'immergerci il primo piede, mi sono subito venute alla mente considerazioni autoanalitiche e complesse su come l'assidua frequentazione di quella bagnarola del mar Rosso mi stia rendendo poco preparata alle rigide temperature del Mediterraneo. Poi mi sono ricordata che era Maggio e mi sono sentita un po' sciocca.

Mi è piaciuta, Alessandria.
Sono stata fortunata perchè, in genere, chi la visita arriva lì pensando ad Alessandro Magno, a Cleopatra, agli ettari di libri scritti in suo nome e, inevitabilmente, ne rimane delusissimo.
Io, che ho passato mesi sentendomi raccontare questa delusione da tutti quelli che conosco, sono arrivata lì pensando di finire in un postaccio orrendo e, invece, ho scoperto una città di provincia luminosa, gradevolissima e che, davvero, mi è parsa familiare come forse nessun'altra prima.
Se proprio vogliamo cercare il pelo nell'uovo, la luce non è esattamente quella di Napoli: è più biancheggiante, meno colorata.
E' come quella di Malta, per chi la conosce.

E poi ho respirato, santo cielo.
Me l'ero quasi dimenticato, cosa vuol dire respirare a pieni polmoni senza la certezza di stare bevendo piombo con il naso.
Non è descrivibile, l'aria del Cairo in questo periodo.
Lì no, benedetto sia il mare.

Non so come dirlo, ma io avrei scattato anche 72 foto.
Per fortuna mia e di chi passa di qui, sono troppo rintronata per postarle.


Inviato da lia alle 10:55 PM | Commenti (14) | TrackBack (0)

23 Maggio, 2004

Occhetudici, Sette??

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Questo blog sarebbe in gita ad Alessandria, in realta'.
Poi, una il suo giretto serale su internet se lo fa lo stesso, se le capita di incrociare un NetCafe'.

Ed ero li' bel bella che mi leggevo Macchianera quando incappo in questo post corredato da questo link a un articolo di Sette.

E leggo:

"Musulmani, svegliatevi e abbracciate un ebreo." A lanciare quest'appello di pace non e' un intellettuale israeliano dalla prima pagina di un quotidiano, ma una semplice ragazza di Bagdad. Per dare forza e risonanza al suo messaggio di fratellanza ha aperto un blog su internet. E cosi', il suo invito in inglese e' stato letto oltre i confini dell'Iraq da navigatori di tutto il mondo fino ad approdare in Italia sulle pagine del Riformista. Potenza del blog, l'ultimo fenomeno del web..."

Ragazza irachena?
Riformista?
Sette di quest'anno?

Nel suo piccolo, l'occhiuto Haramlik ne aveva parlato a Maggio dell'anno scorso, della campagna "Abbraccia un ebreo!".
Che, se non vado errata, e' stata lanciata dal magazine musulmano americano MuslimWakeUp.com, ovvero "Musulmani svegliatevi".

E' divertente che il tutto venga sintetizzato in un "Musulmani, svegliatevi e abbracciate un ebreo", ma la ragazza di Bagdad chi e'?
Io ho cercato su Google e non l'ho vista.
Magari esiste, chi dice di no. E magari il suo appello aveva uno strano colore piu' intenso del resto dei caratteri e i bravi giornalisti non hanno capito che era un link che portava alla fonte...:)

Mah.

Inviato da lia alle 10:57 PM | Commenti (8) | TrackBack (0)

La certezza del diritto

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Nel link qui accanto c'è scritto che la situazione deve essere proprio grave, in Palestina, se gli USA permettono che passi una risoluzione dell'ONU che condanna i fatti di Rafah e richiama Israele al rispetto delle leggi internazionali in materia di diritti umani.

E poi si dice qualcosa che, essendo io cittadina dell'UE, mi chiama in causa in prima persona:

Se ci fosse un minimo di serietà dietro le votazioni dell'ONU, noi dovremmo vedere applicare come minimo alcune delle seguenti misure: l'Unione Europea dovrebbe sospendere l'Accordo di associazione con Israele. Quest'accordo è esplicitamente legato all'osservanza, da parte di Israele, di basiche norme sul rispetto dei diritti umani. Eppure, queste clausole non sono mai state invocate. L'UE dovrebbe anche annunciare un immediato embargo sugli armamenti. Se l'UE potesse applicare queste misure in modo unitario, sarebbe meglio. Ma, se non è possibile, i suoi membri dovrebbero assumersi la responsabilità individuale di prendere queste misure.

Parla anche di ciò che bisognerebbe aspettarsi dai paesi arabi, l'articolo che ho appena letto.
Mi riguarda meno, tuttavia: il mio passaporto è inequivocabilmente italiano, e il mio voto - la mia responsabilità, quindi - va in Italia e in Europa.

A me, innocua prof poco politicante e più abituata ai manuali di grammatica che a quelli di diritto, il discorso è parso assolutamente ragionevole: se io faccio un accordo con te basato sulla premessa che entrambi rispettiamo i diritti umani ma poi tu non li rispetti, io, l'accordo, non te lo rinnovo.
(Spieghiamolo: trattasi di accordo che, cito dal sito dei radicali, "prevede la creazione di una zona di libero scambio tra Israele e l'Ue, primo partner commerciale dello Stato ebraico, oltre alla liberalizzazione dei servizi e alla libera circolazione dei capitali.")
Ed è che io penso semplice, scusate. Faccio fatica persino a compilare il mio modulo di aggiornamento della graduatoria, figuriamoci come mi trovo a mio agio tra i meandri degli accordi commerciali tra Stati. Vedo solo l'ABC della questione: la storia del comune rispetto dei diritti umani, giusto questo.

Sono andata su Google ed ho cercato 'ue accordo associazione israele'.
Ho appreso che ci sono state manifestazioni, su quest'accordo, e che il suo rinnovo era previsto in questi giorni.
E' già stato rinnovato? Non ne ho idea. Fate conto che questo sia il post più inutile e disinformato della blogosfera. La mia attenzione è stata presa da altro. Io le apprendo dai blog italiani, le notizie nostrane. Il decreto Urbani, per esempio. Di trattati con Israele non so niente; ma io ho anche la vista selettiva, davanti alle brutte notizie.

Quello che non capisco è come mai, su Google, vedo impegnati in questa storia del Trattato solo link bizzarri: il Pane e le Rose, i Comunisti non-so-cosa, il Metaforum, quei santi di cora.org e, dulcis in fundo, i radicali che l'anno scorso sbeffeggiavano la Morgantini facendo finta di non vedere i termini della questione.
Ora: io non ho niente contro il Pane e le Rose (ma non lo pubblicarono loro, Porci con le Ali? Dio, ma ero proprio piccola...) e men che meno contro il Metaforum.
Ma non ne parla proprio nessun altro??
E' così sciocca, così marginale, questa cosa che a me era parsa più che ragionevole, proprio doverosa?

Ripeto: Non mi considero informata su questo tema. Non mi pare che abbia suscitato grandi dibattiti, comunque.
Vorrei, quindi, che qualcuno di sinistra, possibilmente della parte più rappresentativa e con più peso, tra le varie anime della sinistra, mi spiegasse cosa c'è che non ho capito.
Perchè è un'idea tanto marginale, questa che a me pare così evidente?
Potrei avere una spiegazione semplice? E' che sono tonta, che devo fare.

E comunque: proprio adesso che si sta ricominciando a pensare che l'ONU possa servire a qualcosa, dopo tutto, cosa si prevede di fare, per prendere sul serio le sue risoluzioni?


Inviato da lia alle 12:23 AM | Commenti (8) | TrackBack (0)

21 Maggio, 2004

Scusate se insisto

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C'è un blog che seguo da tempo.
Si chiama
Guerra eterna en Oriente Medio ed è tenuto da Iñigo Sáenz de Ugarte, giornalista di Telecinco, inviato in Iraq, Afganistan e Palestina ed ex corrispondente di Cadena Ser a Gerusalemme.
Non sempre siamo d'accordo ma, in questi giorni, c'è una curiosa identità di vedute tra la sottoscritta e questo blog spagnolo.
Ed è che si è incazzato, Iñigo, a dispetto dei suoi toni solitamente riflessivi e di un certo suo aplomb conservatore.

Israele dichiara la Jihad, è il titolo di un suo post di ieri, di cui consiglio caldamente la lettura.

Lì per lì credevo si riferisse alla notizia (pubblicata da Al Jazeera e da Haaretz e di cui parlano diversi blog tra cui questo) del Rabbino Dov Lior, presidente del Yesha Rabbis' Council, che ha dichiarato che "uccidere donne e bambini palestinesi non è peccato e che il dovere degli israeliani è quello di proteggere i propri soldati e civili senza farsi ispirare sensi di colpa dalla morale dei gentili."
Il suo discorso è più lungo ed allarmante e lo trovate in giro.
Per quanto mi riguarda, non lo identifico con Israele più di quanto non identifichi con il mondo arabo le dichiarazioni del tale imam integralista o del tal'altro. Siamo in un mondo pieno di fondamentalisti: ciò che davvero ci deve interessare è il posto che occupano all'interno delle rispettive società. Quello, è il problema. E mi piacerebbe sapere quale posto occupi Dov Lior nella società israeliana. Non lo so, anche se mi pare di capire che non è il primo arrivato.

In realtà, il titolo di Iñigo non si riferisce solo a questa storia.
Dice altre cose che condivido e che mi sembrano importanti, invece, e che si riallacciano a quanto dicevo ieri.

1. Non sono dei mostri assetati di sangue, gli israeliani. Non è una società perversa. E', semplicemente. una società sostanzialmente indifferente alla sorte dei palestinesi. Lui riporta l'esempio del concerto di Madonna appena annullato, per spiegarlo: un evento che toccherà la vita di molti israeliani decisamente più dei morti palestinesi dell'altro giorno, dice.

Io, guardate, non credo nelle società perverse, mostruose. Credo che non ne sia mai esistita una, in fin dei conti. E il fatto di appartenere a un mondo che ha Hannah Arendt nelle proprie coordinate culturali dovrebbe metterci al riparo da certe ingenuità.
Però in Israele è successo qualcosa di grave, e non facciamo un favore a nessuno se lo ignoriamo.

"...su sociedad, más allá de los problemas políticos que tiene cualquier democracia, ha entrado en un proceso de degradación moral del que es muy difícil escapar. Los problemas políticos se pueden solucionar, los económicos también (aunque tarden más tiempo), pero cuando un pueblo, como el israelí, muestra tal falta de humanidad hacia los civiles palestinos, es porque ha perdido el compás moral que nos sitúa dentro de lo que es permisible o no, incluso en la guerra.
Es probable que la sociedad palestina perdiera también esa regla moral cuando aprobó, según la mayoría de las encuestas, los atentados suicidas. Al parecer, Israel ha llegado a la conclusión de que es correcto matar a mujeres y niños si tus mujeres y niños son víctimas de la violencia del enemigo."

Dagli all'antisemita?
No: credo, piuttosto, che in Spagna le parole siano meno temute che da noi. Esiste un'intera tradizione letteraria a sostegno di questa mia impressione. E poi la Spagna non porta il fardello della II guerra mondiale: non l'ha fatta. Guardate che questo vuol dire, in termini di libertà di critica.

Molti denunciano un senso di stanchezza infinita, di fronte alla questione palestinese.
Anch'io.
Buona parte della fatica ispirata dal tema è dovuta, credo, alla necessità di rimanere costantemente in un perimetro di ultra-correttezza linguistica che finisce col prevalere su tutto il discorso.
Siamo tutti sotto l'ombra dell'indice degli inquisitori dell'antisemitismo, pronti a metterti al rogo se solo ti scappa una virgola strumentalizzabile.
Sapete quale, tra le categorie del mio blog, è la più visitata con differenza? Ma Parlare di Israele?, che domande.
Non c'è neocone di passaggio che non se la visiti tutta, post dopo post.
Non passa giorno, quasi, senza che io veda le tracce di tutti i post della categoria riesumati e letti. Altro che i post sull' Egitto, che pure dovrebbero essere la specialità di questo blog.

E' una pressione terribile e anche molto efficace: si può parlare di palestinesi solo a condizione di vedere, come responsabile del loro stato, una piccola parte dell'esercito israeliano che, quel giorno, passava di lì. O una non meglio identificata "politica" di uno Sharon caduto dalla luna, più che leader eletto. O dei coloni dipinti come bizzarri e testardi extraterrestri, più che come gente che riceve incentivi statali per stare dove non dovrebbe stare.
Siamo portati ad operare una costante scissione tra società israeliana e politica israeliana, e non facciamo un favore né al concetto di politica né alla società stessa: sono decenni, che la parte più nobile di Israele denuncia un problema morale, etico, all'interno della sua società.
Ed è talmente innaturale, la serie di paletti entro cui ci muoviamo tutti, che l'afasia diventa l'unica reazione sana, dopo un po'.

2. Parla anche di genocidio, Iñigo. Genocidio simbolico, secondo Lev Grinberg, dell'università Ben Gurion:

Cos'è un genocidio simbolico? Ogni popolo possiede simboli, istituzioni, patria, generazioni passate e future, speranze. Tutto ciò rappresenta simbolicamente un popolo. Israele sta danneggiando, distruggendo e sradicando in modo sistematico tutto ciò, e utilizzando un linguaggio incredibilmente burocratico.

C'è maretta, all'università Ben Gurion, perchè il suo collega Michael Dahan risponde: "Da alcuni anni e, nello specifico, da alcune settimane, la situazione non può più essere descritta come 'simbolica'".

Se ne dibatte, insomma. La parola "genocidio" comincia ad essere sdoganata e mi pare una notizia importante, in un mondo tanto attento ai termini.

Che poi il genocidio rimanga simbolico se tutto va bene (ovvero riferito ai simboli che permettono l'esistenza di un popolo) o si faccia concreto, non lo so e non mi pare così importante.
Possono anche rimanere molti palestinesi, sotto forma di corpi vivi e respiranti. Sono molti, i popoli di cui rimane solo questo: la buccia.
Però a me non sembra che basti la buccia, per fare un uomo.

Io credo che la Palestina sia il mondo in piccolo, e il palcoscenico su cui va in scena il destino di tutti noi.
Sull'Iraq pare che cominciamo a svegliarci.
Sulla Palestina, dormiamo ancora sonni profondi. Deleghiamo il nostro destino, così facendo.
Perchè, alla fine, la Palestina ci marcherà molto più dell'Iraq.


Inviato da lia alle 09:54 PM | Commenti (16) | TrackBack (1)

20 Maggio, 2004

Se (e dico se) questo è un uomo

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Vorrei richiamare l'attenzione su questa foto.
Non sul sangue: facciamo come se non ci fosse, quello. Mi interessa la normalità che si può indovinare dall'immagine.

C'è un ragazzo attonito, quello alto. Evidentemente sotto choc.
L'altro, quello con gli occhi azzurri (già) è pieno di rabbia, invece. Urla.
Sono reazioni normali, quando hai un morto in braccio. Con quello che sta succedendo lì in questi giorni, poi.

Il morto ha dei pantaloni dignitosi e probabilmente a poco prezzo, come è d'uso tra i giovani arabi. La piccola vanità del cinturone con le borchie. La maglietta di un colore intonato ai pantaloni, da quello che si intravede sotto il sangue.
Hanno tutti i capelli corti (niente codini, niente creste strane) e l'aria di gente che, se può, lavora o studia.
Sono scuretti, due di loro: non più di me, comunque. Se mi abbronzo, anzi, è probabile che io li batta. Quello con gli occhi azzurri, poi, lo straccio, quanto a melanina.
Due di loro hanno un naso forse un po' insolito, per l'Italia, ma assolutamente comune in quell'area, da un lato e dall'altro della "frontiera" tra la striscia di Gaza e Israele.
Il terzo potrebbe essere benissimo italiano.

Ecco: quello che io non capisco, è perchè debbano morire tra la nostra indifferenza o, persino, con nostra soddisfazione.
Cosa hanno che non va?
Che hanno fatto, oltre a venire al mondo?
Ma perchè, e lo vorrei sapere davvero, gli stiamo facendo questo?

Perchè non è Israele, badate.
Israele si sta facendo i propri affari: ha di fronte un'occasione irripetibile per risolvere il problema palestinese mediante lo sterminio dei palestinesi e, molto semplicemente, la sta cogliendo.
Siamo noi, i criminali, perchè l'occasione irripetibile consiste proprio nella nostra indifferenza.

Io vorrei che si trovasse la forza, finchè siamo ancora in tempo (siamo in tempo?) di 'trarre le conclusioni da ciò che sappiamo'.

1. La società palestinese che vediamo impegnata nella II Intifada non è la stessa della prima: è meno articolata, meno strutturata, meno ricca culturalmente e molto, molto meno capace di comunicare all'esterno. E' una società che, negli anni che separano le due intifade, si è impoverita a tutti i livelli. Semmai ci fosse bisogno di prove sul disastro che è stato per i palestinesi ciò che a noi sembrava la meravigliosa stagione di Oslo, queste sono rappresentate dai palestinesi in carne ed ossa.
C'è un'economista ebrea americana, Sara Roy, che ha dato il nome di
'de-sviluppo' alla politica seguita da Israele nei Territori palestinesi, negli anni.
(Sara Roy è una lettura che mi permetto di consigliare, in generale.)
Israele sa lavorare sulla distanza: gli straccioni che vediamo adesso, un tempo, erano l'élite culturale del mondo arabo. De-sviluppata, appunto, grazie a un'accorta politica di soffocamento quotidiano dell'economia che non va mai sui giornali ma che, sul territorio, si sente.

2. Le prime azioni militari israeliane, all'inizio della II intifada, hanno colpito e distrutto innanzitutto le infrastrutture: ricordate lo sbigottimento dell'UE quando venne raso al suolo, in modo apparentemente insensato a sproporzionato, l'aeroporto di Gaza costruito con i nostri fondi?
Poi sono andate distrutte scuole e ospedali, municipi e archivi, coltivazioni, tutto ciò che serve ad avere aggregazioni umane organizzate. Le case sono venute solo dopo. Se mai rimarrà qualcosa che i palestinesi possano difendere, non saranno città e paesi, ma campi profughi e accampamenti.
Come ad incrementare, se ancora fosse possibile, l'immagine di precarietà territoriale che offrono alla nostra opinione pubblica, tanto in contrasto con la solida stanzalità degi israeliani.

3. Sharon è stato bravissimo nel puntare tutta la sua propaganda sulle presunte motivazioni religiose dei palestinesi: non a caso l'ha scatenato proprio alla moschea di Al Aqsa, l'avvio dell'escalation che ha portato a ciò che vediamo oggi.
Il diritto di un popolo a vivere in casa propria è stato venduto come manifestazione di fanatismo religioso e la formula ha attecchito perfettamente.
Noi siamo qui, adesso, che inseguiamo fantasmi barbuti dall'Iraq all'Afganistan e, intanto, Israele va svuotando i Territori.

Mi dispiace dissentire in parte da Angelo, ma io credo che si possa parlare di tutto fuorchè di errori di Israele.
Credo che siamo di fronte a un paese dalla straordinaria vitalità e dal mostruoso acume politico che, come gli europei di qualche secolo fa, occupa terra a base di genocidi.
Una parte della sua società non lo vuole, lo so. Ma in tutte le società c'è sempre stato chi "non voleva". Non la fanno loro, la storia.

Siamo noi che dobbiamo decidere se lo vogliamo o no.
Perchè se noi non volessimo, noi avremmo gli strumenti mediatici per aprire gli occhi all'opinione pubblica americana che è quella che, in fin dei conti, finanzia da sempre quest'avventura.
Se l'Europa si assumesse le sue responsabilità di società che può capire e può parlare, e si opponesse con fermezza e con tutti i mezzi legittimi a sua disposizione a questo scempio, lo scempio avrebbe - forse - qualche possibilità di fermarsi.
Ci lasciamo infinocchiare perchè è più semplice, invece, e perchè ogni tanto sbuca qualcuno a gridare "Antisemita!" e noi filiamo a cuccia con la coda tra le gambe.

C'è una cosa che mi fa un'enorme tenerezza, nell'immagine qui sopra: il fatto che questi ragazzi stiano mostrando il cadavere alla stampa. Lo hanno fatto anche altri.
Questo loro insistere a dire, questo denunciare. Ancora.
Convinti - sì, ancora - che la gente debba sapere. Che, se la gente sapesse, farebbe qualcosa. C'è dell'innocenza, in questo infinito sgolarsi. No?
Questa fiducia, tutto sommato. Perchè devi ancora avere fiducia nel mondo, per mostrare i tuoi morti alle telecamere.
Per mostrarli a noi, per l'esattezza.

Il "noi" si riferisce alla nostra società, al di là degli schieramenti politici.
Come ho detto altre volte, mi è capitato di vederli, i Territori occupati, e da allora mi è diventato semplicemente impossibile comprendere come sia possibile sostenere le ragioni di Israele. Non c'è nulla di ideologico, in questo. La mia è una posizione assolutamente umana, se posso usare il termine, e di difesa della mia normalissima intelligenza e del mio senso della realtà.
Io posso capire la buona fede di tante persone e, certo, non si può pretendere che l'intera Europa vada a spasso per Ramallah, per rendersi conto.
Però, al di là delle ideologie, noi siamo tutti uomini e donne. E allora, per favore, fatevi venire un dubbio.
Ponetevi il problema.
Chiedetevelo, se questo è un genocidio in atto. Provate a chiedervelo sinceramente, a informarvi senza pregiudiziali ideologiche, a prendere per una volta sul serio ciò che gli altri vi dicono.
Provate ad essere migliori di tutte quelle società che, a scempio compiuto, si sono giustificate dicendo: "Noi non lo sapevamo."
Perchè poi, in fin dei conti, è da voi che dipende.
Voi che non la pensate come me, dico, e che siete la maggioranza.


Inviato da lia alle 05:42 PM | Commenti (34) | TrackBack (6)

Sono lenta, tarda e forse non merito di insegnare

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Alle 2.00 di notte della vigilia dell'ultimo giorno utile per consegnare la domanda di aggiornamento della graduatoria, ho trotterellato fino al mio newsgroup di riferimento [it.istruzione.scuola] per farmi illuminare dai colleghi più sapienti di me.
Ho visto che lo stesso dubbio mio ce l'hanno in 348.

Sono lento, tardo e forse non merito di insegnare.
Ma ho impiegato tutto il 1 maggio a cercare di decifare questo "dichiara di
non aver precedentemente richiesto la valutazione su più graduatorie di
servizi prestati contemporaneamente in più insegnamenti o in più classi di
concorso." e non ho capito una m&$$a.
Scusate ma tra il 730 e questa nuova porcata cartacea sto impazzendo....

E ancora:

Sto compilando la domanda di aggiornamento delle graduatorie permanenti.
Sono in terza fascia, devo veramente nella sezione G indicare tutte le
scuole in cui ho insegnato? dal 1992 sono una infinità di spezzoni...

Risposta:

Se gli anni scorsi ti è stato valutato il punteggio contemporaneo su due
graduatorie, credo proprio che lo dovrai fare
.

A me quindi pare di capire che chi, come me, ha insegnato per anni due materie diverse proprio per essere presente in due graduatorie diverse, è appena stato grandemente inchiappettato.
Ne devi scegliere solo una, non si capisce perchè.

Io l'ho fatto per sette anni della mia vita: avanti e indietro da Milano a Magenta, poi da Milano sud a Milano nord.
Lo facevo perchè era consentito e sembrava la cosa più opportuna da fare, per chi aveva i titoli per insegnare due materie.
Tanto, con nessuna delle due arrivavo a 18 ore...

Forse sono davvero lenta e tarda e la rimuovo da giorni, questa cosa, e mi ritrovo ad affrontarla alla vigilia della scadenza e sono attonita: ma davvero ci hanno cambiato la legge in questo modo? Non è che ho capito male? Non è che stanno scherzando?
Pare che abbia buttato sette anni di fatica, e faccio davvero un po' di fatica a farmene una ragione.

Poi chissenefrega, tanto a scuola non ci voglio nemmeno tornare.
Eppure me la sento nella bocca dello stomaco, tutta quella fatica buttata.
E che devo fare adesso? Costituirmi? Elencare tutte le scuole di anni e anni in modo da farmi cancellare tutti i punti che mi devono togliere? E l'abilitazione? Che me ne faccio, dell'abilitazione presa apposta?

No, dai, sono io che sono lenta e tarda e domani me lo faccio spiegare in ambasciata.

Però vorrei dire una cosa: il modo in cui trattano i prof, che ci piaccia o no, deriva direttamente dal fatto che siamo in maggioranza donne, nella scuola. E, con buona pace di mille anni di femminismo, siamo delle assolute inette nel difendere i nostri diritti. Campionesse nell'incassare pedate nei denti, siamo.

Perchè, i metalmeccanici o i ferrotranvieri, col cazzo che li trattano così.

Inviato da lia alle 01:42 AM | Commenti (5) | TrackBack (0)

19 Maggio, 2004

Giftun 2

giftun_opt.jpg

Un paio di settimane fa ho parlato dell'isola di Giftun, riserva naturale nel mar Rosso, che rischia di essere venduta al gruppo Domina Vacanze Spa di Ernesto Preatoni, che è una sorta di impero delle vacanze e degli albergoni.

Qui c'è una mobilitazione importante in difesa dell'isola e, considerando che l'Egitto non è un paese in cui ci si mobiliti facilmente, anche parecchio degna di nota.

Apprendo che anche il Manifesto di oggi ne parla, quindi ne approfitto per rilanciare la questione: la Domina, dell'opinione pubblica egiziana, se ne può anche fregare.
Se però a molti italiani desse fastidio, l'idea di cementificare riserve naturali in nome delle loro vacanze, forse gli aspiranti compratori dell'isola avrebbero qualche spunto di riflessione in più.

C'è sempre la raccolta di firme online, poi.
Il Manifesto riporta l'indirizzo del sito che le raccoglie.

Molto antipatica, tra l'altro, la dichiarazione che apprendo dal Manifesto e che copio e incollo qui sotto.

«Il fatto che la Giftun sia parco nazionale è un problema del governo egiziano», affermano alla Domina spa.

(Grazie a Michela, arrivata qui via Comida.)

PS: Gianluca segnala anche Romagnoli, sul sito di Repubblica.
Con link alla petizione, anche lui.

Inviato da lia alle 07:24 PM | Commenti (6) | TrackBack (0)

La scuola ai tempi della guerra

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Mi capitò tra le mani un libro di storia usato nelle scuole medie spagnole ai tempi di Franco. Un libro su cui hanno studiato i 40enni spagnoli di oggi, dico.
Si descriveva la scoperta dell'America più o meno in questi termini: "Le tre caravelle partirono mentre il loro equipaggio intonava, in coro, un'Ave Maria per chiedere la protezione della Vergine. E il cielo, fino a quel momento coperto di nubi, parve aprirsi per grazia di Dio, illuminando con i raggi del sole i marinai dal cuore colmo di Fede; era la benedizione divina alla cattolica spedizione spagnola che andava a portare la Parola di Dio in terre lontane."

La scuola spagnola in cui io ho finito il liceo era quella della transizione: le tracce del franchismo le sentivi ancora, qui e là, e mi colpiva che dedicassimo un sacco di ore a Storia dell'arte, per esempio, e praticamente niente a Filosofia.
Venendo dall'Italia, mi era chiarissimo che la formazione del pensiero critico non era - non ancora - un obiettivo di quel sistema scolastico.

Le cose sono cambiate molto, in seguito - direi che si sono rovesciate - e spesso penso a quanto il diverso modo di rapportarsi alla propria lingua, a scuola, formi in modo diverso il pensiero dei cittadini dei vari paesi.
Noi cresciamo, scolasticamente, in mezzo a quella fiera della velleità e del luogo comune che è il tema. Dillo a me, che sul tema ci ho campato di rendita per tutta la mia storia di studentessa: potevo non studiare per un anno di fila, poi scribacchiavo i miei pensierini sui massimi sistemi e la prof di italiano mi amava e mi promuoveva.
Mi ci sono voluti gli spagnoli - ai quali, dei miei pensierini, non gliene poteva fregare di meno - per farmi studiare.
In Italia avrei potuto sgusciare indefinitamente tra le maglie di un sistema che premia e promuove parecchio le tue capacità di suggestionare il pubblico dei prof. Il bel tema, appunto, o l'interrogazione orale in cui l'aria sicura o l'idea originale al momento giusto fanno pendere la bilancia della valutazione a tuo favore anche se non studi dai tempi di Cavour.
Ho fatto il commissario d'esame a troppe maturità, per non sapere come si fanno fare fessi volentieri, i commissari esterni, dai più spudorati e lavativi - e bravi ad improvvisare - tra i nostri studenti.

In Spagna, io andai a sbattere il muso contro interrogazioni scritte in cui, le cose, dovevi saperle per forza e c'era pochissimo da infiocchettare.
Ma, soprattutto, in Spagna c'è il meraviglioso e rigorosissimo
Comentario de texto, al posto del tema, che è una scuola di intelligenza applicata - non solo esibita - e un allenamento alla realtà delle cose - del testo, di ciò che è scritto - di valore inestimabile, specie se cominci a farlo da piccolo.
Imparare a leggere. Non a farsi venire il gusto della lettura ché, in quello, io credo che la scuola possa fare pochissimo.
Proprio imparare a leggere, nel vero senso della parola. A distinguere tra ciò che è scritto e ciò che a te pare che sia scritto. A scindere le tue proiezioni e suggestioni dal testo effettivo. A decodificarle, le suggestioni, a vederne la tecnica.
A diventare, infine, un lettore - un lettore della realtà - non troppo boccalone, non troppo infinocchiabile. Non troppo.

Credo di avere fatto la prof in Italia con una certa passione.
Mi piaceva, molto.
I due anni in cui ci hanno spedito a fare concorsi ed abilitazioni ho creduto di essere un soldato arruolato nella Nuova Scuola e che il paese contasse su di me per una rivoluzione che mi vedeva in prima linea: quanto ci hanno strizzato, madonna.
Non mi pagavano mai - cominciavi a lavorare a settembre e vedevi il primo stipendio a gennaio/febbraio, tutti gli anni - ma stavamo cambiando la Scuola e le nostre sorti erano magnifiche e progressive.
Potere dei prof: credo di avere fatto il corso abilitante più bello di Milano e, con tutte le cose che detestavo di Berlinguer e poi di De Mauro, la riforma della maturità era clamorosa, invece. E si aprivano prospettive enormi che era nostro dovere sfruttare bene. Potevamo fare un mare di cose, toccava a noi.
Per noi di lingue, soprattutto, è stato un momento di entusiasmo totale: ci autoconvocavamo in riunioni extrascolastiche a Luglio e di Domenica e ci scambiavamo i programmi per studiarceli a vicenda in nome del Modulo. Volevamo essere bravissime.
Chissà cosa credevamo di fare.

In realtà, hanno continuato a non pagarmi.
Mi sono tenuta stretta la mia scuola privata che, la sua mancia di fine mese, almeno me la dava con puntualità. Poi è arrivata l'università a dare sollievo alle mie tasche e, poco dopo, lo Stato si è ricordato di me: "Di ruolo a Treviso, ti va?" Ma andate al diavolo, dai.
La mia ultima scuola statale, a Milano, aveva il tetto che ti cadeva a pezzi durante la lezione.
Una studentessa col cancro al cervello: la madre me lo disse in corridoio, scusandosi - umilissima - per essere venuta al di fuori dell'orario di ricevimento. Aveva paura che la cacciassi.
La certificazione di qualità chiesta come stratagemma per avere soldi dal collegio docenti tutto.
Con il culo che ci avevano fatto fare, sulla Qualità.

Facevo lezione nel laboratorio di Scienze perchè mancavano le aule.
Avevamo uno scheletro, però, appartenuto a un soldato della I Guerra mondiale. Cioè: avevamo un soldato della I Guerra, voglio dire. In scheletro.
E cadeva a pezzi pure lui e gli cascava l'osso e tu, sovrappensiero, lo raccoglievi.
E mi è capitato di fare lezione assorta nella mia spiegazione mentre impugnavo una tibia, agitandola come a sottolineare i momenti più rilevanti della mia spiegazione.

Sai che c'è? C'è che, a un certo punto, i ragazzi hanno cominciato a farmi pena. Semplicemente.
Era un dispiacere, insegnare.
E comunque non mi pagavano.

Leggo oggi su Repubblica che la Moratti sta falcidiando noi di Lingue. Ah, ecco.
C'è un appello della LEND. E' gente seria, quella della LEND. Mi fa impressione, vederli lì. Li associo ad altri contesti.

Mi fa incazzare anche il commento di Repubblica, a dire il vero:

La didattica dell'inglese in un mondo ideale dovrebbe passare da insegnanti madrelingua, laboratori, soggiorni, gruppi di studio ristretti. Lussi favolosi e inimmaginabili per la scuola...

Non è vero.
In un mondo ideale, ci sono insegnanti pagati dignitosamente e con puntualità.
Ci sono riforme scolastiche non smentite e/o manipolate ad ogni cambio di ministro.
C'è un Ministero collaborativo e non nemico. C'è una scuola intesa come luogo di lavoro, non come mostro da aggirare o lager in cui sopravvivere.
In un mondo ideale, i prof di lingue non sono considerati un triste ripiego persino dai quotidiani che, apparentemente, li difendono.

Io, nelle graduatorie italiane, sono presente sia come madrelingua che come normale prof di Lingua e letteratura. Credo di poterlo dire: è un semplice supporto, la madrelingua, nella scuola. Se ne può benissimo fare a meno, con un po' di organizzazione decente. Non è quello, il problema o il costo spettacolare. E' rispettare la scuola e chi ci lavora, il problema.
Credo che confonda l'apprendimento con il perfezionamento, Repubblica. Nel momento e nel contesto sbagliato.
Contribuisce a dare l'ennesima immagine fumosa, sfocata, confusa della realtà. Perchè, dove ti giri, vedi fumo. Nelle piccole cose, nelle grandi, non cambia niente.
Come in quel film di Woody Allen, quello dove il protagonista non riesce a mettere a fuoco più nulla.

Vado a finire di compilare la mia domanda di aggiornamento della graduatoria.
Se mi chiamano, mi impicco.

(Ovviamente, avere un'Italia dove non si impara l'inglese vuol dire, tra le altre cose, avere un'Italia in cui l'informazione si attinge solo dalla stampa nostrana. Per vedere la realtà sfocata al punto giusto devi essere anche un pelino ignorante, dico io. E l'inglese fa una bella differenza, in questo senso.)


Inviato da lia alle 05:06 PM | Commenti (6) | TrackBack (0)

Si fa presto a dire Oriente

manila.jpg

Immagina di essere in un vicolo buio, di notte, e di imbatterti in uno straniero: lo preferiresti arabo o filippino?
Immagina di essere una donna sola che vive all'estero: Damasco o Manila?
Voglio dire: i cattolici filippini vi fanno paura?
E i miei baffuti arabi musulmani?

Succede che non quest'anno (i miei anni sono sempre scolastici) ma quello dopo, io potrei avere qualche possibilità di vedermi offrire uno stipendio vero senza dovere tornare in Italia a farmi rimettere il guinzaglio milanese - con quello che mi è costato togliermelo.

C'è un posticino di lavoro, ben pagato, a cui potrei aspirare con buone possibilità di successo.
A Manila, Filippine.
Per tre anni, minimo.

E sono andata su Google a digitare "living in Manila" ed ho trovato un forum in cui una tizia con prole chiede consiglio su come cercare casa.
E Barry le risponde:

Prima di tutto, assicurati che la casa, il quartiere e la scuola dei tuoi figli siano SICURE!
Nelle Filippine, l'attività criminale è troppo, troppo, folle. Quasi tutti possono permettersi un'arma da fuoco.
Rapine e rapimenti sono assai popolari. Sta' attenta in ogni momento!!
E' il mio miglior consiglio.

E Patty ribadisce:

La sicurezza è la priorità numero 1. Quindi, per favore, scegli con attenzione la casa, soprattutto se hai bambini.
C'è un mondo di pazzi, lì fuori.

Oh, ok.
Ed è che il mondo (il mondo?) ci prende per il culo.
Perchè poi sarebbero i miei poveri arabi - che pregano quando è l'ora e si sentono in colpa se bevono una birra - i mostri pericolosi.
Non so se mi spiego. Sarebbero loro, i cattivi.

Mi conviene approfittarne ora che sono in un paese arabo: vivere tranquillamente da sola, andare a fare la spesa in piena notte, rincasare a piedi alle 3 sono tutte libertà che, come donna, non potrei nemmeno sognare altrove.
Mi conviene godermela finchè sono qui, la libertà di non avere paura; e scusate se è poco.

Io, se qualcuno mi chiedesse consiglio su come prendere casa al Cairo, direi:

Lascia perdere Zamalek, che è carissima, inquinata e rumorosa.
Meglio Dokki. O Giza. Se puoi permettertelo, un bel piano alto vista-Nilo. Se hai bambini, c'è il quartiere verde di Ma'adi dove - dicono - l'aria è buona.
Che abbia un portiere simpatico e non impiccione, la tua casa. Occhio ai vicini, che possono essere pettegolissimi. Meglio un condominio abituato agli stranieri, altrimenti i condomini brontolano.
L'aria condizionata è fondamentale.

Io direi queste cose qui.
Non mi verrebbe nemmeno in mente, la sicurezza.

(Io ci vado solo se il mio compagno viene con me, l'anno prossimo, a Manila. Altrimenti me ne sto qui. Povera in canna e felice.)


Inviato da lia alle 12:52 AM | Commenti (15) | TrackBack (0)

18 Maggio, 2004

Mangiando biscotti

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Questa nella foto è la frontiera israelo-egiziana di Taba.
Il posto di blocco che la precede, per la precisione.
L'ho scattata dal pullman che mi riportava al Cairo un mesetto fa. Ero così presa a fotografare, con la mia webcam, che non mi sono accorta che era salito a bordo un poliziotto e che lo avevo dietro di me.
Mi ha tolto la macchina fotografica di mano, ovviamente, e l'ha girata di corsa per vedere nel display cosa diamine stessi fotogrando.
Solo che la mia è una webcam, appunto, e non ha display.
E' rimasto un po' lì a fissare la plasticaccia azzurra, con l'aria delusissima e parecchio incerta sul da farsi.
Poi mi ha restituito la macchinetta e se ne è andato incavolatissimo.
Mi piacerebbe che leggesse il mio blog per rendersi conto che io, una foto buona e/o interessante, non riuscirò mai a farla nemmeno per sbaglio. Può stare tranquillo, sulla macchinetta restituita.

Taba confina con Eilat, dove ci sono spiagge, ombrelloni, pedalò e bagnanti, ristoranti e discoteche.
Un po' più in là c'è un'altra frontiera con Israele, ed è quella di
Rafah.
Lì c'è un campo profughi che esiste dal '49, invece, e, al momento, ci sono 12.600 persone le cui case sono state demolite dall'esercito israeliano.
Spero di non sembrare troppo antisemita, se lo ricordo.
Ah: Rafah è famosa anche perchè ci è morta un'altra antisemita, Rachel Corrie.
Si opponeva alla demolizione della casa di un medico, se non ricordo male.

Leonardo dice cose sensate sull'attuale alluvione di immagini di sangue e sulla capacità che gli adulti dovrebbero avere di associare le emozioni alle parole. Eppure, non so.
Anche perchè bisogna vedere come sono scritte, queste benedette parole: io non mi fiderei molto di uno che dice "abuso" per descrivere ciò che, in immagine, mi appare come un uomo incappucciato e legato a fili elettrici.
Più che altro, io credo che le opinioni pubbliche dovrebbero ristabilire delle gerarchie, per le loro emozioni. E sapere decifrare ciò che le provoca.
Molto banalmente, io credo che il problema dell'Iraq (il nostro problema in Iraq) consista nel ruolo che vi stanno svolgendo gli USA, non nel fatto che gli iracheni vadano in giro a tagliare teste.
In quanti luoghi le democrazie occidentali violano i diritti umani? E quanti arabi, in cambio, vanno in giro a decapitare la gente?
Se tornassimo ad imparare a interrogarci sui fenomeni che davvero si ripercuotono sul futuro di tutti noi, faremmo una cosa santa e, soprattutto, eserciteremmo del rispetto verso le nostre intelligenze.
(Se, poi, uno preferisce delirare sui califfati, che gli vuoi dire?)

Tornando alla frontiera di Taba: c'è un mare bellissimo, lì, e la guerra sembra lontanissima.
E tuttavia la incroci, nei racconti degli occidentali che escono da lì per venire a fare vacanza in Egitto.
In quell'autobus conobbi una coppia di americani che lavorava nel Negev per i Physician for Human Rights .
Sarà un mese, che mi riprometto di parlarne, e non ci riesco mai: dovrei consapevolmente decidere di stare male per tutto il tempo che ci impiego a scrivere un post.
Rimando sempre, quindi.
Tanto, che cambia? Dicevano quello che c'è scritto nel link qui accanto, che è scritto in un migliaio di posti.
Cosa cambia, se io lo racconto in forma di conversazione su un pullman con un paio di testimoni oculari? Cambia il mio malessere, nient'altro.

Da quando sono in vacanza, vado a letto sempre più tardi e mi sveglio con sempre maggiore calma.
Forse devo dare una riordinata ai miei orari, prima che diventino irreversibilmente anarchici.

Mi serve un pensiero da portare a dormire per scacciare quelli qui sopra.
Per esempio: ma a che diamine serve l'olio di semi di cotone che vendono in tutti i supermercati, qui?
Esisterà qualche ricetta che viene bene solo se la prepari con l'olio di cotone?
E la bottiglia è di plastica, classica bottiglia da olio di semi, e c'è la foto dei fiocchi di cotone, sull'etichetta. Ne comprerò una giusto per il piacere di fotografarla.

Poi volevo parlare anche del ghee di bufala, ma è tardi.
L'olio di cotone è stato sufficiente a farmi venire voglia di andare a dormire.


Inviato da lia alle 03:27 AM | Commenti (13) | TrackBack (0)

17 Maggio, 2004

L'italico rito

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In nome del "nella vita non si può mai sapere", oggi è stato il mio primo giorno di compilazione della Domanda di Aggiornamento della Graduatoria Permanente.

In pratica, devo dire al Ministero che l'anno scorso ho lavorato per loro e che devono darmi i relativi punti che mi spettano.
Nient'altro, giuro.

Quest'anno, la domanda può essere compilata online.
Tra istruzioni, circolari e chiarimenti, il materiale che ho dovuto scaricare per capire cosa dovevo fare ammonta a circa 150 pagine.
Il motivo per cui sono solo al primo giorno di compilazione (ne calcolo almeno altri due) è che, buona parte di questo materiale esplicativo, io non l'ho capito.

Ora, vorrei dire: io credo di avere un QI dignitoso. Ritengo, inoltre, di parlare e comprendere discretamente l'italiano.
Il mestiere che faccio, infine, prevede che una abbia alle spalle almeno gli studi necessari a prendersi uno straccio di laurea.
Ciò nonostante, un solo giorno non mi è sufficiente per capire cosa mi stia dicendo il Ministero.
Non lo capisco. Davvero, eh.

Curiosamente, le istruzioni per partecipare al concorso indetto dal Cervantes, invece, le capisco benissimo.
Anche se sono scritte in una lingua non mia.

Montanelli parlava di Mandarini, a proposito del nostro linguaggio burocratico.
Chi lo capisce, ha un potere notevole.

Da quello che non riesco a capire, intuisco vagamente che i cambiamenti nella normativa sono a mio svantaggio. Ci sono dei nuovi calcoli astrusi da fare, delle tabelle di conversione da applicare, delle robe misteriose che un impiegato, o un programma, potrebbe calcolare infinitamente meglio di me.
Pazienza.
Non posso fare a meno di notare, però, che il Ministero ci mette a disposizione dei moduli online che certamente Splinder saprebbe progettare meglio.
Ti chiedono, per esempio, di dire da che giorno a che giorno hai insegnato. Subito dopo, ti chiedono a quanto ammonta, in giorni, il periodo che hai indicato.
E tu prendi un calendario, prendi il dito e inizi a contare. Alla fine, metti il totale nella casella.
Curioso concetto dell'informatica, hanno al Ministero delle 3 I.

Sì, ok, io lo faccio.
Gli devo solo dire che ho lavorato da loro dal 2002 al 2003, ma va bene: perdo tre giorni della mia vita e glielo spiego come vogliono loro.

Però, poi, siamo europei, noi.
Siamo occidentali, noi.
Ridiamo degli arabi e della loro pachidermica burocrazia, noi.

E meno male che un certo Bassanini, sempre sia lodato, introdusse a suo tempo le norme sulla semplificazione degli atti amministrativi.
Altrimenti non ci metterei mica tre giorni: almeno un mese, ci metterei, e mi costerebbe una fortuna.

Inviato da lia alle 01:45 AM | Commenti (11) | TrackBack (0)

15 Maggio, 2004

I maschi

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Varie vite fa c'era il vecchio Zimba, locale afro a Gratosoglio, con la sua brevissima stagione di gloria prima del crollo.
A Milano ce ne sono parecchi, di splendidi figli del batticuore che si diffuse fra tante milanesi a quei tempi: andranno sui 12/13 anni, ormai.
Chissà cosa ne è stato degli amori, invece.
Qualcuno ha funzionato, lo so per certo. Ma c'è poca storia, in un amore che funziona.

Mi piace pensare agli altri, invece.
A quei serial killer che, dal Senegal, invasero di colpo una Milano ancora provincialissima e ingenua sbarcando, tutti insieme, su una pista da ballo di periferia, a seminare scompiglio fra una generazione di signore trentenni che cominciava a fare i conti con la noia del post femminismo.
Non se li aspettava nessuno: parlo di tanti anni fa, che la Fallaci era in sonno, il Senegal lo associavamo solo alla Parigi-Dakar e tutto era nuovo.
Loro, dico, erano nuovi.

Erano gli unici che ballavano perchè erano gli unici che sapevano farlo, con quella musica.
E, tutto attorno, donne stupefatte che li guardavano: gattoni neri in pista, signore pallide a godersi uno spettacolo dall'indimenticabile rilevanza estetica. Maschi visi pallidi, pochissimi. Quei pochi, indispettiti: "Qui, se non sei nero, non ce n'è." "No."

Scafatissimi professionisti della seduzione, tolsero un po' di polvere di dosso a parecchie di noi.
Noia da post femminismo? Le signore sono servite: i seducenti gattoni ti facevano filare.
Ancora ricordo il "Fammi il caffè!" rivolto a una mia temperamentale e nordica amica, che si morse la lingua e filò a prepararlo.
Riscoprimmo un repertorio che avevamo visto solo al cinema, credo: un mare di bugie, santo cielo. Dimostravano 20 anni ma avevano mogli e figli a casa. Seduttori compulsivi, mantenevano la fedeltà per non più di 15 minuti e, se ti potevano tradire con la tua migliore amica, tanto meglio. Vanitosi come pavoni e altrettanto spettacolari, riproponevano in piena Padania il fenomeno naturale che vuole il maschio più bello della femmina.
Non c'era competizione.
Non era solo lo sbalordimento di fronte a corpi mai veramente visti prima, anche se c'era pure quello, ovviamente, nè il luogo comune - e non per questo meno vero - legato al sapersi muovere.
Era - soprattutto - il loro andare gioiosamente dritti al grano con pochissime parole, anche perchè non ne conoscevano molte.
Noi avevamo coetanei attenti, garbati, forse spaventati.
Questi qui, lo spavento davanti a una donna non sapevano manco cosa fosse.
Ci spaventammo noi, quindi.

I Navigli dovettero andare in piena, in quei mesi, per le lacrime milanesi che ci finirono dentro.
Chissà se, in rete, c'è qualcuna che ricorda quel Don Giovanni in salsa afro che si faceva chiamare Ivan anche se, ovviamente, si chiamava Ibrahim.
Ne amò le fatidiche mille e tre, poi si schiantò su una statale brianzola. Era un cane, a guidare.
Il modo che aveva di guardarti, però, credo che se lo ricordino in mille e tre, appunto.

Fu Bocca di Rosa a Milano, e Bocca di Rosa era maschio.
Durò pochissimo: nacquero delle coppie vere e il resto si disperse. Chiusero lo Zimba, che si trasferì altrove e diventò un postaccio.
Le signore tornarono dai compagni post femministi, i senegalesi presero posto tra gli immigrati più o meno clandestini.
Però fu bello, finchè durò. E, se tante di noi sanno fare il
mafe, il merito è di quello Zimba lì.

Ieri sera devo essere incappata in un serial killer in salsa egiziana.
Uno scafatissimo giovanotto consapevole del valore della propria mercanzia estetica e con una decina di anni meno di me.
Mi fa: "Ma tu che sai le lingue, ti interesserebbe il tale lavoro?"
Ed io, che sono un'onesta prof felicissimamente accasata e pure parecchio tonta, gli ho dato, lesta, il mio numero di cellulare.
Ed ora sono qui che contemplo gli SMS, con un certo malinconico divertimento.
Perchè, sì, c'è una punta di distante malinconia, nel sapere tutto e non volere giocare. La stessa punta di malinconia che c'è nel diventare grandi, anche se diventare grandi è bello e non vorresti tornare indietro.

Com'era? "Tu si' guaglione!...Che t'hê miso 'ncapa? Va' a ghiucá 'o pallone..."


Inviato da lia alle 08:57 PM | Commenti (53) | TrackBack (1)

Solito nauseato post settimanale sulla Resaca

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Non è normale, la Resaca in Egitto.
Stai troppo male.
Stai di un male sproporzionato, rispetto al cosa e al come hai bevuto.
C'è qualcosa che non va e non riesco a capire di che si tratta.

Ho pensato che fosse colpa mia: mi sarò incatorcita con l'età?
Non credo: conosco ispanici virgulti sotto i 30 anni che si svegliano nelle mie condizioni, il venerdì e il sabato mattina. O pomeriggio. Identiche.

Ho pensato che fosse colpa dell'alcool egiziano: sarà che la Stella è velenosa, dopotutto? (Che l'Obelisk sia abbastanza velenoso lo temo da tempo.)
Eppure, cavoli, io ieri ho bevuto solo vino italiano, e non so spiegare fino a che punto mi senta uno schifo oggi.
E lo dicono tutti, che "las resacas, en Egipto, son terribles".

Deve essere il clima: questo caldo sabbioso è incompatibile con i risvegli post-alcoolici.

Io ci credo, nelle spiegazioni razionali.
Mi rifiuto di credere che lo stato pietoso in cui ci risvegliamo noi occidentali beoni sia la giusta punizione per chi sbevazza laddove è peccato.

Eppure, una parte di me non riesce a metterlo da parte del tutto, questo sospetto...

Resaca:

1. f. Movimiento en retroceso de las olas después que han llegado a la orilla.
2. f. Limo o residuos que el mar o los ríos dejan en la orilla después de la crecida.
3. f. Malestar que padece al despertar quien ha bebido alcohol en exceso.

Diccionario de la Lengua Española - Real Academia Española

Inviato da lia alle 04:42 PM | Commenti (9) | TrackBack (0)

14 Maggio, 2004

Mettiamola così

Prendere immagini, messaggi e/o video da - o di - questo blog e portarli sul proprio senza specificarne la fonte, non è corretto e si presta ad inconvenienti.

Update: ho dovuto togliere un filmato dal mio server.
I blog che lo avevano linkato in modo corretto possono chiedermelo e glielo invierò.
Gli altri, che se lo cerchino in rete senza consumare la mia banda.

Inviato da lia alle 05:08 PM | Commenti (4) | TrackBack (0)

Enduring Bufala

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C'è, come dicevo ieri, la figuraccia del Boston Globe così sintetizzata dal Boston Herald: "Globe caught with pants down".
Pare che quelli del Globe stiano meditando il suicidio per l'imbarazzo.

Ma le foto del film porno di ambientazione irachena sono state pubblicate anche su un settimanale egiziano, ahimè, e l'Ambasciata USA del Cairo ha dovuto rilasciare la seguente nota:

"We have done a thorough investigation of the origin of these photos and have conclusive evidence that they originated on a pornographic website," the embassy said in a statement. "They are clearly staged photos, done by actors, as the site itself states. Their publication needlessly inflames an already heated atmosphere."

L'articolo è sul Los Angeles Times, consultabile dietro registrazione gratuita.

L'intera storia del pornazzo, in circolazione da prima della guerra, è su LA.Indymedia, con tanto di link al sito porno (funzionante e che specifica che le immagini sono state girate da attori consenzienti) e link alle foto che sono circolate in rete, confrontabili.

Come dicevo sotto, forse i giornali dovrebbero prendere esempio da Al Jazeera e leggere più spesso i blog. :)

Inviato da lia alle 02:27 PM | Commenti (1) | TrackBack (1)

Al Jazeera e i dubbi dei blogger

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Non so se è la prima volta che un mezzo di informazione del peso di Al Jazeera dedica tanta attenzione alle voci che circolano sui blog.
Loro, comunque, lo stanno facendo sul caso Berg, con l'articolo: "
I blogger sollevano dubbi sul video dell'esecuzione".

Le perplessità esposte sono, tra le altre:

The body is completely motionless even as the knife is brought to bear – not so much as an instinctive wriggle.

Some claim that cutting the throat's artery would cause a significant amount of blood to gush out. But little emerges and when the head was raised – not a drop of blood is seen to fall.

Although the site has now been shut down, Aljazeera.net looked at the site within 90 minutes of the story breaking – and could find no such video footage.
But Fox News, CNN and the BBC were all able to download the footage from the Arabic-only website and report the story within the hour.
(Questa è di Al Jazeera, non dei blogger)

Why would a private Jewish American citizen choose to wander around Iraq by himself?

Additionally, some have pointed out that his last email on 6 April to his family stated he wished to return home as soon as possible – yet the FBI claims he refused an offer of help to get home. (Qui, scusatemi: non è che una voglia fare dietrologia a tutti i costi, ma chiunque abbia visto Missing di Costa Gravas - basato su una storia vera - non può reprimere un brividino.)

Many deny the accent is either Iraqi or Jordanian - while claims the voice is Egyptian or Iranian have been made.
The Jordanian accused of the beheading Berg is himself believed to have been killed in March, according to two Islamist groups.
An eight-page leaflet circulated this week in Falluja said Abu Musab al-Zarqawi was killed in the Sulaimaniya mountains of northern Iraq during a US bombing.
But even if it were the Jordanian, one discussion room member observes his face is so well-known that "why would he bother to cover it?"

Al Jazeera non cita i blog che avrebbero sollevato questi dubbi e fa malissimo: se vuoi dare la notizia, dalla tutta.

Cercando un po' in rete, comunque, ho trovato questo (leggere anche il post successivo), questo (considero Kurt bravo ed è tra i miei link da una vita), questo, questo, questo, questo...
Insomma, è inutile metterli tutti. Esistono, questo è ciò che volevo sapere.

Altra cosa. Mentre ero lì che cercavo, sono incappata anche in questo:

Globe caught with pants down: Paper duped into running porn photos.

Si tratta del Boston Herald che sbertuccia il Boston Globe, il quale è incappato nella ormai famosa bufala delle foto porno sul tema della violenza alle donne irachene e le ha prese per vere.

Se solo leggessero i blog, quelli del Boston Globe...

(Via Politics in the Zeros)

Infine.
Qualcuno si lamenta di una vecchia vignetta postata tempo fa su questo blog, peraltro accompagnata da considerazioni che dispiace siano passate inosservate.
Si tratta di Carlos Latuff, disegnatore brasiliano molto conosciuto, e la vignetta era parte di una serie che credevo famosissima. Evidentemente non lo è abbastanza.
In Italia, la stessa serie - con la stessa vignetta come introduzione - è stata pubblicata anche da GranBaol.

Contrito aggiornamento:

Come diamine ho fatto a farmi sfuggire Network Games??


Inviato da lia alle 01:44 AM | Commenti (13) | TrackBack (2)

13 Maggio, 2004

Sognando arabi

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Non voglio essere bacchettona, il cielo me ne scampi!
Le fantasie sono una buona cosa e un divertimento ecologico. Alzi la mano chi non ne ha.

Anche la consapevolezza è una buona cosa, però.
E quindi: noi lo sappiamo, vero, che le torture sugli iracheni stanno agitando le notti di parecchia gente, e non precisamente a causa dell'indignazione?

(Da questo punto di vista, un freudiano potrebbe dire cose interessanti sullo scossone rappresentato dal video nuovo, quello della decapitazione.)

Un po' di referrer dal mio ShinyStat nuovo di zecca:

Sex crazed iraqi bitches (lo sapevo, io.) - bdsm iraq - foto prigioniere irachene - immagini tortura - iraq bdsm - americani torturano iracheni con cani foto - amina naked - bdsm in iraq - cerca foto torture prigionieri iraqeni - donne arabe che scopano - donne torturano - filmati delle torture irachene - foto maltrattamenti irachene - foto di torture ai danni di donne - foto donne iraq seviziate
- foto porno irak - foto post maltrattamenti iracheni - foto torture prigionieri iraq senza censura - guarda i filmati dei abusi sui prigionieri in iraq - immagini + tortura + donne + iraq - immagini donne infibulate - infibulazione foto - iraq sado - stupri a prigioniere irachene - stupri and donne and irachene and foto - video iracheni torturati.

Emergendo da questa roba con un certo senso di soffocamento, vorrei offrire un virtuale tè e tutta la mia riconoscenza a chi è arrivato/a da me cercando, semplicemente: "Passare la notte con un egiziano a Hurghada".

Ti auguro che sia bellissimo.


Inviato da lia alle 06:20 PM | Commenti (5) | TrackBack (0)

Di Medio Oriente, eserciti e torture

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C'è quest'articolo secondo cui è possibile che le tecniche di tortura (torture "specifiche per arabi", si può dire?) usate in Iraq dagli USA siano state apprese in Israele.
E' un articolo che sta girando parecchio: l'ho visto su diversi giornali online, mi è arrivato per posta e, tra le tante varianti, lo propongo pubblicato da EI, che ha un'ottima grafica.

Che dire: che Israele applichi la tortura è cosa nota.
Ultimamente se ne parla meno, ma non credo che ciò sia dovuto a un miglioramento della situazione introdotto da Sharon.
Se ne parla meno e basta.
In realtà linko l'articolo perchè mi stupisce il suo successo, non per altro.

E poi perchè, rimanendo in tema, pensavo ai miei ex studenti.
Quando insegnavo spagnolo alle superiori, in Italia, avevo l'abitudine di proporre ai ragazzi di IV un lavoro sui desaparecidos. Di tecniche di tortura ne ripassavamo parecchie.
Ricordo che gli facevo notare che la gente si giustifica sempre nello stesso modo: "Non lo sapevamo". "Chi poteva immaginarlo".
L'Italia faceva finta di non sapere nulla, in quegli anni. In seguito si riscattò ma, negli anni caldi della represione in Argentina, tenne un comportamento di cui non c'è da essere orgogliosi.
Mi addolora non avere qui i miei libri da citare, ma del resto non sto certo raccontando novità.

Pensavo che, mentre facevamo questi lavori (e non era nemmeno tanto tempo fa) non ci sfiorava nemmeno, l'idea di vedere tornare d'attualità le stesse cose.
E il "non sapevamo" e l'Italia. Eppure era l'altro giorno, quasi, e mi chiedevo se a quegli studenti è tornato in mente, il lavoro fatto insieme.
Del resto, stavo ascoltando un vecchio cd dei Manà regalatomi proprio da uno di loro, con una canzone dedicata al tema, e mi chiedevo come saranno le canzoni arabe che parleranno di questa storia. Le cose si ripetono sempre.

Oggi pomeriggio ero in negozio di elettrodomestici, di quelli che hanno la fila di TV esposte accese su un canale.
Mentre io guardavo i frullatori, il negozio era pieno di immagini di palestinesi che correvano, e fuoco e fumo, e le facce dei palestinesi erano giovanissime. Era gente, non so come dire. Visibilmente un popolo, non un'astratta entità composta da terroristi o fanatici.
Semplice gente.
Mi sono chiesta se era Nile TV che li mostrava così - con quest'aria da semplici "persone" - o se era una ripresa particolarmente fortunata diffusa anche altrove.
Guardavo, poi ho guardato il negoziante e lui aveva lo sguardo altrove. E mi è venuta voglia di prenderlo a schiaffi ("Guarda i tuoi fratelli, idiota!") e poi mi è venuta voglia di prendermi a schiaffi da sola ("E che dovrebbe fare? Che devono fare?").
Sempre la solita storia, insomma.

E poi volevo segnalare - e questa sì che è una segnalazione di cui sono convinta - il bellissimo post di Riverbend.
E' lì da qualche giorno ma può sempre darsi che qualcuno se lo sia perso.

A volte ricevo email in cui mi si chiedo cosa propongo, quali suggerimenti ho da dare.
Bene.
Lezione di oggi: non violentate, non torturate, non uccidete e andatevene finchè siete in tempo - mentre sembri ancora una vostra scelta... Caos? Guerra civile? Carneficina? Noi ci assumeremo i nostri rischi - voi, semplicemente, prendetevi le vostre Marionette, i vostri carroarmati, le vostre belle armi, i vostri ottusi politici, le vostre bugie, le vostre promesse vuote, i vostri stupratori, i vostri torturatori sadici e andatevene.

Inviato da lia alle 01:23 AM | Commenti (7) | TrackBack (0)





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