Tomba di Pietro: verità o mito?
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli (Matteo 16,18-19). Con queste solenni parole Gesù ha affidato all’apostolo Pietro un compito nella chiesa (la “funzione petrina”), che sarà poi portato avanti nei secoli dai vescovi della città di Roma: i Papi.
Il motivo per cui proprio i vescovi di questa città sono considerati successori di Pietro è legata al fatto che il capo degli apostoli concluse la sua vita nella città eterna, nel corso della persecuzione dell’imperatore Nerone, dopo essere stato guida della chiesa romana. Non solo: un’antica tradizione vuole, che l’umile tomba scavata nella terra, nella quale venne deposto l’apostolo dopo il martirio, sia conservata sotto la verticale del “cupolone”, la cupola michelangiolesca della Basilica di San Pietro, che orna l’altare dei Papi.
Verità o mito? In questa lezione racconteremo come la moderna archeologia abbia riscoperto la tomba di Pietro in Vaticano e, forse, anche le sue reliquie. E’ una storia appassionante, che intreccia testamenti di papi, scavi febbrili portati avanti in tempo di guerra e la passione di una giovane archeologa che, seguendo un’intuizione incappò, per sorte o per destino, nella possibile soluzione d’un giallo che sembrava destinato a restare insoluto. Un giallo sepolto per 17 secoli sotto l’altare dei papi.

 


1. Le antiche tradizioni letterarie
Nella Scrittura non vi sono cenni circa la sorte di Pietro, anche se la finale del vangelo di Giovanni sembra alludere alla morte cruenta dell’apostolo. Nulla, comunque, nel testo sacro lega il Principe degli apostoli alla città capitale dell’Impero Romano. Eppure una forte tradizione, ben sostenuta da testi antichi, afferma invece che l’ultimo approdo di Pietro sia stata la città di Roma, nella quale, insieme a San Paolo, venne crocifisso e sepolto.
Su questa tesi convergono infatti gli scritti dello storico romano Tacito e di alcuni autori cristiani antichi, ed in particolare Tertulliano, che nel III secolo dopo Cristo scrive:
“Pietro fu crocifisso, Paolo decapitato. Leggiamo le vite dei Cesari: Nerone per primo insanguinò a Roma la fede nascente. Fu allora che Pietro ebbe i fianchi cinti da altri e non da sé, quando fu messo in croce, fu allora che Paolo ottenne, con il martirio, una nuova nascita” (il testo ‘ammicca’ alla profezia sulla morte di Pietro contenuta in Gv. 21, 18-19).
Tacito poi, scrivendo la biografia di Nerone, ricorda il celeberrimo episodio dell’incendio della parte popolare di Roma, la “Suburra” (data probabile il 64 dopo Cristo). Secondo Tacito la colpa non fu dell’imperatore, ma la pessima fama di pazzo squilibrato che Nerone si portava appresso, e la sua fretta nel mettere in atto nuovi progetti urbanistici per ricostruire più bella che mai la zona andata distrutta, insinuarono questo dubbio nell’opinione pubblica. Al punto che, per distogliere da sé i sospetti, Nerone s’inventò dei finti colpevoli: i cristiani appunto. Queste le parole dello storico romano:
“Né gli sforzi umani, né le largizioni dell’imperatore, né i sacrifici espiatori agli dei poterono togliere la persuasione che l’incendio era stato comandato. Per questo motivo Nerone presentò dei responsabili e diede ai supplizi più raffinati, uomini odiosi per i loro crimini, che il volgo denominava cristiani. Colui dal quale prendevano il nome, un certo Cristo, era stato giustiziato sotto Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato. Dapprima soppressa, questa esecrabile superstizione di nuovo irrompeva non soltanto in Giudea, culla di questo flagello, ma anche a Roma, dove confluisce tutto quanto c’è altrove di più atroce e vergognoso. Furono arrestati dapprima quelli che confessano d’essere cristiani, poi, sulla loro deposizione, un’ingente moltitudine accusata non più per il crimine dell’incendio ma per il loro odio del genere umano” (Annales, XV,44).
Dal testo si evince senza difficoltà che, se il nobile Tacito aveva poca stima per l’imperatore, non ne aveva alcuna per i cristiani. Ed infatti non trova nulla da eccepire al loro sterminio, se non il fatto increscioso che, la vista del martirio di questi “capri espiatori”, anziché estirpare quella che per Tacito era una mala pianta, divenne occasione di nuove conversioni.
Comunque (ed è questo il punto) l’eccidio dei cristiani avvenne nel circo privato di Nerone in Vaticano: sentiamo ancora Tacito.
“Fu aggiunto lo scherno al supplizio. Come avvolgere gli uomini con pelli di animali perché fossero dilaniate dai cani, o inchiodarli alle croci, o destinarli al rogo come fiaccole, che illuminassero l’oscurità al termine del giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo, e vi aveva organizzato giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito d’auriga o guidando un carro da corsa. In tal modo si aveva pietà di quei condannati, benché colpevoli e meritevoli del supplizio, perché venivano sacrificati non per l’utilità pubblica ma per la crudeltà di uno solo” (Ivi).
E la chiosa è curiosa davvero: in un mondo dove il “divertimento” preferito era vedere gente che si ammazzava (i gladiatori), i supplizi inventati dalla mente perversa di Nerone avevano spinto a pietà persino i romani! La mano doveva essere stata davvero molto pesante: lo storico romano non dice nulla di preciso, ma sulla scorta di moltissimi materiali letterari ed archeologici possiamo pensare che i condannati fossero usati come inermi antagonisti dei gladiatori, oppure gettati in pasto alle fiere. Quanto alle crocifissioni queste erano, tristemente, all’ordine del giorno nel sistema romano come forma di condanna a morte terribile per quanti non erano cittadini romani. Ora, la tradizione vuole che Pietro, come il Signore Gesù, sia stato crocifisso, ma a testa in giù: sarebbe stato lo stesso martire a chiedere ai carnefici questa modalità di esecuzione, per rispetto nei confronti del Signore. La memoria di questo particolare è conservata negli Atti di Pietro, uno scritto cristiano anonimo della fine del II secolo, che ricorda queste parole dell’Apostolo:
“Io vi prego, o carnefici, crocifiggetemi così: con la testa in giù e non diversamente”.
E poi, in un lungo e complesso discorso, spiega le ragioni rifacendosi alla filosofia gnostica. Un testo che può apparire artificioso, ma che appena qualche decennio dopo, Origene (che gnostico non era) riprende senza problemi. La moderna archeologia, poi, ha dimostrato che i romani non avevano uno schema fisso di crocifissione, ed è dunque possibile che questa forma di esecuzione, per quanto strana, sia avvenuta davvero, come poi l’arte cristiana l’ha molte volte rappresentata (indimenticabile la crocifissione di Pietro di Caravaggio conservata a Santa Maria del popolo a Roma).

 


A morte avvenuta qualcuno chiese il corpo di Pietro per il pietoso rito della sepoltura, ed i romani erano soliti concederlo in ossequio all’antichissima legge delle “12 tavole”, che affermava che “i diritti dei morti sono sacri”. Per cui leggiamo nel “Liber pontificalis” del VI secolo questa notizia:
“Pietro fu coronato con il martirio insieme a Paolo, nell’anno trentottesimo dopo la passione del Signore. Venne sepolto sulla via Aurelia, presso il tempio di Apollo, accanto al circo di Nerone, in Vaticano, presso la località detta Trionfale, vicino al luogo dove era stato crocifisso, il 29 giugno”.
Questa notizia (su cui si fonda la data tradizionale della festa dei santi Pietro e Paolo) si accorda con quella del prete romano Gaio, che alla fine del II secolo scrive in una sua lettera:
“Io posso mostrarti i trofei degli apostoli. Se vorrai recarti sul Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa”. (EUSEBIO DI CESAREA; Storia ecclesiastica, II, 25, 6-7).
Con il termine “trofeo” Gaio intende una costruzione celebrativa, costruita, in questo caso, ad ornamento ed onore della tomba dei due apostoli. Per quanto riguarda Pietro quest’antichissima testimonianza, riconferma il colle Vaticano come luogo della sua sepoltura.
La storia certa del colle vaticano racconta, poi, che l’imperatore Costantino, concessa libertà di culto ai cristiani, volle solennizzare con la costruzione di basiliche i luoghi sacri di questa religione. Anche il colle Vaticano fu oggetto di attenzione, e sopra di esso venne costruita una basilica a 5 navate per la quale fu necessario spianare un buon tratto della collina, spostato circa 50 mila metri cubi di terra da monte a valle, giacché non si poteva certo costruire la chiesa in salita…
L’immagine mostra una plausibile ricostruzione, basata sui resti archeologici ritrovati in situ, della Basilica Vaticana costruita da Costantino.

 


Come si vede nell’immagine, a fianco della chiesa s’ergeva l’obelisco che era anticamente posto al centro del “Circo di Nerone”, per ornarne la “spina”: una specie d’antico sparti-traffico attorno a cui correvano le bighe.
Questa pur importante costruzione costantiniana venne poi abbattuta nel XVI secolo, quando Papa Giulio II la fece ricostruire dalle fondamenta, su disegno del Bramante, poi modificato da Michelangelo, dal Maderno e dal Bernini: è l'attuale Basilica Vaticana dominata dalla cupola di Michelangelo, che sovrasta l’altare, disegnato dal Bernini ed eretto da Papa Clemente VIII. Costruita l’imponente chiesa, si volle costruire il colonnato (opera ancora del Bernini) che come un abbraccio accoglieva i pellegrini che andavano alla chiesa-madre della cristianità. Come segno di completamento e continuità storica l’obelisco del Circo di Nerone su spostato dalla sua sede ed eretto nel centro di Piazza San Pietro, dove si trova tutt’ora.

 


2. Lo Scavo
Dopo la costruzione dell’attuale basilica di San Pietro, di fatto, nessuno più scavò sotto l’altare papale detto della “Confessione”. La storia, perciò, riprende nel 1939, all’indomani della morte del papa Pio XI, che nel suo testamento chiese di essere sepolto “quanto più vicino fosse stato possibile alla Confessione di San Pietro”. Ormai da diversi secoli la cripta sottostante l’altare papale (nota con il nome di “grotte vaticane”), era diventata un’aera dedicata ad accogliere le tombe dei papi scomparsi. Il nuovo papa, Pio XII, volle quindi dare risposta positiva all’ultimo desiderio terreno del suo predecessore, ed ordinò di risistemare l’area più vicina alla “tomba di Pietro”, perché potesse accogliere il sarcofago di Pio XI. I lavori iniziarono, ma subito divenne chiaro che lo scavo nell’area della Confessione era un ricco sito archeologico. Emergevano infatti sepolture diverse e resti di antichi manufatti murari. I lavori furono perciò sospesi e si tornò dal Papa per chiedere cosa intendesse fare: scavare appena il necessario per costruire la nuova tomba, scegliere decisamente un’altra zona, o approfondire lo scavo?
Pio XII era un uomo di grande cultura e, nonostante l’apparenza distaccata, tipica di chi proveniva dalla carriera diplomatica, era un appassionato della scienza e della verità. Per cui, dopo essersi consultato con i suoi consiglieri, e forse dopo aver compiuto un sopralluogo personale nelle Grotte, decise che si sarebbe scavato.
La sovrintendenza dei lavori fu affidata ad un fidato uomo di curia, monsignor Ludovico Kaas, mentre lo scavo vero e proprio fu condotto dagli archeologi Enrico Josi, Padre Antonio Ferrua e Padre Engelbert Kirschbaum (questi due gesuiti) e dall'architetto Bruno Maria Apollonj Ghetti. Si scavò in silenzio per 10 anni mentre fuori dalla Basilica infuriava la seconda guerra mondiale e fioriva il dopoguerra con le sue scelte cruciali. Lo scavo, infatti, risultò assai più ampio del previsto, essendo venuta alla luce non solo l’area nella quale fu sepolto l’apostolo Pietro dopo il suo martirio, ma una larga fetta di un’antica necropoli che sorgeva a nord del circo di Nerone. I mausolei, destinati sia all'inumazione che alla cremazione dei defunti, appartenevano a famiglie di ricchi liberti pagani, ed a una di cristiani. Le tombe avevano grandi stanze coperte a volta, spesso con recinto antistante e terrazzo munito di scale. L'interno era ornato con pregevoli pitture, decorazioni a stucco e talvolta mosaici. Gli scavi condotti su un'area di metri 69x18 circa, hanno riportato alla luce parte del sepolcreto un tempo "a cielo aperto", con edifici dagli eleganti prospetti in laterizio, ordinatamente disposti lungo una stretta strada che risaliva il colle vaticano e tutti rivolti verso il circo di Nerone. Nelle foto vediamo l’interno di due mausolei.

 


La scoperta è di un’importanza straordinaria, perché si tratta di una sorta di “piccola Pompei” dato che lo stato di conservazione dei manufatti è assolutamente splendido. Queste tombe, che sorgevano sul crinale del colle Vaticano prima della costruzione dell’antica basilica Costantiniana, di cui s’è detto, vennero recuperate dagli ingeneri imperiali come fondamenta per l’erigendo edificio. Infatti, sfondati i tetti, furono riempiti di terra e sotterrati insieme ad altri muri che furono costruiti per rafforzare la stabilità di quei 50 mila metri cubi di terra di riporto, che i muratori spostarono da monte a valle del colle per costruire la chiesa. Ancor oggi, visitando il sito archeologico, si percepisce chiaramente che la stradina tra le tombe è in salita e d’altra parte questo risalta anche alla lettura del rilievo architettonico in spaccato dello scavo, che vediamo nelle immagini, insieme alla pianta generale della necropoli vaticana.

 


Ma la zona interessante per la nostra ricerca fu quella sottostante l’altare della Confessione. La tomba fu trovata? La risposta venne data al mondo da Papa Pio XII in occasione dell’anno santo del 1950, quando vennero pubblicati gli atti ufficiali dello scavo (Le “Esplorazioni sotto la Confessione di San Pietro in Vaticano”) ed il sito stesso, con le Grotte, fu riaperto al pubblico dei pellegrini che giungevano presso Pietro per ottenere l’indulgenza giubilare.
Dunque: sotto l’altare della Confessione è stato ritrovato un piccolo campo funebre per tombe terrigne, delimitato da una parte da un muro dipinto di colore rosso, e, da altri due lati, dal muro di mauseolei della necropoli, come si vede chiaramente dalla piantina.

 


Il “muro rosso” presenta una rientranza semicircolare in forma di edicola, e, subito di fronte, la base di due colonnine. Secondo gli archeologi, questo è il “trofeo” di cui parla il presbitero Gaio nella sua lettera, di cui s’è detto prima. In quest’immagine si può vedere l’aspetto del manufatto ricostruito dagli archeologi.

 


La costruzione (muro compreso) è del secondo secolo ed è stata eretta per due scopi: innanzitutto difendere l’area ad inumazione da possibili frane di terra da monte, e poi dare solennità ad una piccola fossa scavata nel terreno, che era stata scavata sicuramente prima dell’edicola, nel primo secolo.
La fossa, alla quale in seguito era stata aggiunta una lapide di marmo, è un’umile inumazione nella quale non è stato rinvenuto alcun resto. Diversa invece la situazione nelle immediate vicinanze: tutto il campo è stato infatti trovato pieno di sepolture, tutte orientate in direzione di questa antica fossa, che è stata senza dubbio il centro gravitazionale dell’area. Più tardi, all’epoca della costruzione della basilica costantiniana, il “trofeo di Gaio” fu ritoccato con la costruzione di due muretti a nord e sud della tomba, eretti con lo scopo di creare una base rettangolare, che gli architetti di Costantino inglobarono poi nell’altare della basilica voluta dall’Imperatore.
Così si presenta (in pianta) l’area della “tomba di Pietro” dopo lo scavo.

 


Di chi era la tomba terrigna?
Logicamente viene da pensare all’apostolo Pietro. Tutta la costruzione, dal “trofeo” all’attuale basilica non parlano che di lui! Ma le tracce archeologiche sono inequivocabili. Sul muro costruito ai tempi di Costantino, infatti, l’epigrafista romana Margherita Guarducci ha trovato un vero reticolo di centinaia di graffiti, incisi nell’intonaco con punteruoli. Ora quasi tutti questi graffiti sono invocazioni a Cristo ed a Pietro. Questo tipo di testimonianze appaiono di frequente a Roma, sempre nei pressi di una sepoltura di un martire. Non solo, in questo stesso muro gli archeologi hanno ritrovato un graffito inciso all’interno di un piccolo ossario ricavato nel muro dei graffiti (per questo chiamato poi “muro G”). Prima di sigillare il loculo qualcuno aveva scritto in greco “PETROS ENI”, che gli epigrafisti hanno comunemente sciolto in “Petros en estin”, cioè: Pietro è qui dentro. Questa è la prova archeologica che quella scoperta è la tomba di Pietro. Nel disegno vediamo il calco della scritta di cui abbiamo parlato.

 


A questo punto tutti si pongono la domanda: che fine hanno fatto i resti dell’Apostolo? Perché la tomba è stata trovata vuota?
La risposta a questa domanda non è semplice e, ovviamente, già se l’erano posta gli archeologi che avevano scavato sotto San Pietro. In realtà, quando gli atti degli scavi furono pubblicati tutto si fermò allo stadio che abbiamo detto. Più in là non si poteva andare.
Un nuovo capitolo della vicenda, si è svolto nel 1953, quando la già citata Margherita Guarducci scese sotto l’altare papale a studiare i graffiti del muro G. Non era un ‘impresa facile, tant’è che andò avanti per mesi.
“Mentre mi scervellavo –scriverà poi la Guarducci- per trovare una via dentro quella selva selvaggia [dei graffiti], mi venne in mente che forse mi sarebbe stato utile sapere se qualche altra cosa fosse stata trovata nel sottostante Loculo, oltre i piccoli resti descritti dagli scavatori nella relazione ufficiale”.
Caso volle che da quelle parti c’era Giovanni Segoni, responsabile dei sanpietrini (gli addetti alla manutenzione della Basilica di San Pietro) che, al tempo degli scavi era assistente personale di Monsignor Kaas, il sovrintendente agli scavi a nome e per conto del Papa, nel frattempo scomparso.
Fu così che la Guarducci parlò del loculo e delle sue domande al sanpietrino, e questi le disse che in quel loculo c’erano dei resti umani. Una sera, scesi lui e monsignor Kaas nello scavo, com’erano soliti fare ogni sera, quest’ultimo notò nel loculo i resti e siccome c’era la consegna di asportare ed archiviare tutte le ossa umane trovate, Kaas ordinò a Segoni di prendere una cassa, e raccogliere i resti che, accompagnati da un biglietto che indicava il luogo e la data del ritrovamento, furono poi deposti in un magazzino della Reverenda Fabbrica della Basilica di San Pietro.
La Guarducci non credeva alle sue orecchie! Eppure, Segoni l’accompagnò nel magazzino, tirò fuori la cassa e tutto era secondo il racconto.
Erano quelle le ossa di Pietro? Possibile che nessuno si fosse accorto di nulla? La Guarducci si convinse proprio di aver trovato le reliquie dell’apostolo e fu confortata dall’esame antropologico dei resti, che confermarono trattarsi dello scheletro di un uomo anziano (60/70 anni) e avvezzo alla fatica fisica (un pescatore?). Non solo: l’esame microscopico rilevò che le ossa erano sporche della terra del colle (e quindi erano state sepolte lì) ed erano state avvolte, prima della deposizione, in un elegante panno di porpora intessuto con fili d’oro. Un panno da Imperatore! Per di più vi erano anche frammenti dell’intonaco del “muro rosso”, quindi le ossa provenivano davvero dal loculo del muro G.
Per l’archeologa questa era la prova decisiva: quelle ossa appartenevano all’apostolo Pietro ed erano state deposte dentro il muro, dopo essere state tolte dalla tomba terrigna, quando gli architetti di Costantino eressero il muro G.
Quanto al fatto che i resti erano stati dimenticati, secondo la Guarducci si trattò di una somma di strane coincidenze: Lo scavo avvenne in condizioni difficili, c’era la guerra e la consegna del silenzio era molto forte. Secondo la Guarducci gli archeologi non s’avvidero delle ossa nel loculo quando questo fu aperto. La sera stessa monsignor Kaas asportò i resti e non ne parlò agli archeologi e questi, quando tornarono a studiare il loculo, lo trovarono vuoto.
Dopo questi fatti il Papa, Paolo VI, ordinò di riporre quelle ossa nel loculo del muro G, raccolte in scatole di plexiglas, e sigillate a norma del diritto canonico. Un cartiglio chiuso con le ossa dice che quei resti “si pensa” siano di dell’Apostolo Pietro.

Conclusioni
Al termine di questo appassionante racconto, tra memoria ed archeologia possiamo concludere che la tradizione su cui si fonda l’autorità del Vescovo di Roma, il Papa, ha trovato una conferma archeologica nel secolo scorso. Come mostra l’ultima immagine, sotto l’altare di San Pietro, infatti, come radici che alimentano una pianta, si trovano le antiche memorie dell’Apostolo, ed in particolare la sua povera tomba scavata nella nuda e terra e sempre onorata dai cristiani di Roma. Forse, anche se questo non aggiunge né toglie nulla alla questione del “primato di Pietro”, sono state ritrovate pure le reliquie del Principe degli Apostoli.