L'omosessualità (segue)

  

Corso di educazione sessuale - 25a lezione


Corso di Educazione sessuale
A cura di Leda Galli Fiorillo
(25° lezione)


L’omosessualità (segue)


Affrontiamo come sempre il discorso a partire dal piano biologico.
Si è già visto a suo tempo che la determinazione del sesso dipende dai cromosomi X e Y, nel senso che la presenza di due cromosomi X determina il sesso femminile, mentre la presenza di una X e una Y determina quello maschile. Da questo corredo cromosomico dipendono direttamente quelli che vengono detti caratteri sessuali primari, cioè gli apparati genitali maschili o femminili, interni – tra cui le gonadi: testicoli o ovaie – ed esterni. Indirettamente dipendono inoltre i cosiddetti caratteri sessuali secondari, perché indotti dagli ormoni sessuali che a loro volta sono secreti dalle gonadi, a partire dalla pubertà. Ora, come pure si è già visto, i cromosomi del sesso sono presenti in tutte le cellule del corpo; ma poiché la parte corporea e quella psicologica sono intrinsecamente unite, ne deriva che il sesso è iscritto anche nella psiche.
Normalmente questi tre livelli del sesso, due fisici – cromosomico e ormonale – e uno psichico, sono sintonici e quindi armonici. Se invece si presenta una distonia, è ovvio supporre che tre siano le possibili cause a monte: o un fattore cromosomico anomalo, o una disfunzione ormonale o una turba psichica.
Cominciamo dall’analisi dei possibili fattori fisici.
Esistono anomalie cromosomiche sessuali - le uniche congenite e pertanto incurabili - nel senso di corredi cromosomici del tipo XXX o X per la femmina, XXY o XYY per il maschio; tutte anomalie che danno luogo a sindromi, cioè a complessi di patologie varie, ma i cui portatori non presentano tendenze omosessuali. Viceversa, persone con chiare tendenze omosessuali possiedono il normale corredo cromosomico maschile o femminile. Gli studi effettuati in questo campo portano quindi ad escludere un’origine cromosomica e quindi genetica, cioè congenita, dell’omosessualità, contrariamente a quanto diffusamente si crede. Il massimo che alcuni studiosi arrivano a ipotizzare è che il fattore genetico potrebbe in qualche modo agire unicamente come elemento predisponente, ma di per sé del tutto insufficiente a produrre la tendenza omosessuale.
L’altro fattore fisico dovrebbe essere uno squilibrio ormonale sessuale; questo non sarebbe comunque un elemento congenito ma funzionale, pertanto curabile con adeguati trattamenti ormonali. Ma anche qui gli studi dimostrano che persone omosessuali hanno un normale equilibrio ormonale e viceversa, soggetti che presentano alterazioni dell’equilibrio ormonale sessuale non dimostrano affatto di avere tendenze omosessuali.
Pertanto risultano scientificamente da escludersi, come determinanti, entrambi i fattori fisici. Non rimangono in gioco, quindi, che i fattori psichici: fattori acquisiti e curabili con la psicoterapia. Mettiamoli a fuoco.
Si è visto, a suo tempo, come il genitore dello stesso sesso sia indispensabile per il processo dell’”identificazione sessuale” del figlio. Ora, tale processo si compie in modo assai più lineare nelle femmine che non nei maschi.
Al proposito gli psicologi insegnano che all’inizio della sua vita, nella fase di lattante, il bambino, sia esso maschio o femmina, non percepisce la madre come “altri da sé”: mamma e figlio vivono infatti una fase di simbiosi, in cui il piccolo non si rende conto di dove finisce lui e dove cominci la madre, essendo per lui, i due, una cosa sola. Ed in questa fase è giusto che sia così.
Ma se questa condizione dovesse perdurare oltre misura nel tempo, diventerebbe patologica per il figlio. Sarà allora la figura paterna che, interponendosi dolcemente fra mamma e bambino una volta cessato il periodo dell’allattamento, aiuterà il piccolo, staccato dalla simbiosi materna, a prendere coscienza di sé come persona diversa e distinta dalla madre; ad acquisire cioè quella che viene definita l’“autocoscienza” – emerge così anche un nuovo ruolo insostituibile della figura paterna, dopo quello già svolto all’inizio -.
Ma non basta: occorre innescare ora il processo di identificazione sessuale. Durante tutto l’allattamento entrambi, sia il maschietto che la femminuccia, erano stati naturalmente rivolti verso la madre, fonte di vita per loro. Ora, se il bimbo è femmina, il suo modello per l’acquisizione della sua identità sessuale continuerà ad essere comunque la madre; ma se è maschio, per prendere a modello il padre, il bimbo dovrà effettuare progressivamente una vera “rotazione” a 180° verso di lui. Ecco perché il cammino per l’acquisizione dell’identità sessuale, una volta completato quello dell’autocoscienza, è decisamente più lungo e complesso per il maschio che non per la femmina. Un qualunque grave elemento di disturbo – mancanza non compensata del modello paterno, errori educativi pesanti, traumi psichici…- che subentrasse durante lo svolgimento di questa prima fase delicata nel maschietto potrebbe causare un arresto del processo, con conseguente compromissione dell’identità sessuale del soggetto.
Questo spiega anche perché l’omosessualità maschile sia sempre stata relativamente più frequente di quella femminile (attualmente,circa il 5% della popolazione). Tuttavia va detto che oggi anche quella femminile registra un certo incremento, per il progressivo venir meno della figura materna, a causa del maggior impegno della donna in carriera. (Continua).