9 Febbraio 2005

Il nome della cosa

UPDATE: dati i disservizi del server dei giorni scorsi, questo rodeo è prolungato fino a lunedì pomeriggio :)

“Pochi tra noi sono in grado di riconoscere ciò che non ha un nome”, scrive Jeanette Winterson in Powerbook. Anni fa il grande Douglas Adams aveva cercato di ovviare al problema con The meaning of liff, un dizionario di parole che ancora non ci sono indispensabili per descrivere qualcosa che c’è eccome.
Avete già capito dove vogliamo andare a parare, vero? Per la prima manche delle eliminatorie per il BlogRodeo 2.0 di Torino, avete tempo fino a lunedì alle 15:00 per trovare un “qualcosa” senza nome e battezzarlo.

PS: può partecipare anche chi non potrà fisicamente venire a Torino, ovviamente

Messo in rete da mafe alle 09:39 | TrackBack
50 contributi

frasi ri-fatte

“squarciare un pelo”* - attività tendente a lacerare longitudinalmente una unità pilifera allo scopo di renderne evidente la potenziale suddivisione in parti (detto: effetto moltiplicatorio) - la sua attuazione richiede pazienza, vista eccellente e lama di dimensioni particolarmente esigue - l’azione può rivelarsi dolorosa ed efferata ove mai il pelo in questione dovesse trovarsi radicato all’interno del naso
* da non confondersi con espressioni quali: “spiccare il capello” (disgiungerlo dalla sua matrice) e “spaccare il cappello” (gesto bizzoso, scarsamente signorile e autolesionista)

Spedito da gabryella, 14 Febbraio alle 17:33 - permalink

Curioso il nome di quel tal barbiere, circa il quale si diceva che radesse solo quelli che non radevansi da soli e interrogato se lui si radesse da solo rispose di non poter decidere perchè se sì allora no e viceversa. Infatti………..
e quindi curioso ma logicamente vero.

Spedito da frediano, 14 Febbraio alle 17:10 - permalink

di sicuro non ha nome il colore dei capelli di mia moglie quando torna dal parrucchiere; adesso va da coppola a lecco (che a milano lei non lo dice ma si intimorisce ancora un po): 150 euri per farsi i capelli tipo spaventapasseri tutti sfilacciati di un colore tra il maron, il giallo e il rosso….. lagunare direi!

Spedito da ilbrianza, 14 Febbraio alle 15:31 - permalink

Blogging: attività consistente nel passare continuamente da un blog all’altro senza finire mai la lettura di nessun post. Da cui il tipico scambio di battute: Cosa fai stasera? Ma, niente di particolare. Pensavo di restare a casa a fare un po’ di blogging.

Labicentrismo: malattia tipica dell’età moderna caratterizzata da un forte senso di vertigini dovuto all’assorbimento, volontario o involontario, di flussi eccessivi di informazioni completamente discordanti. A seguito di questi continui bombardamenti mediatici il soggetto tende a condividere esclusivamente la media aritmetica delle informazioni ricevute posizionandosi così esattamente nel centro dei due flussi subendo però dei continui sballottamenti che possono provocare nausea, vomito o esclamazioni piuttosto crude.

Restabilità: nuova terminologia etimologicamente più corretta per indicare la situazione del traffico su strade e autostrade.

Famegerato: colui che, non avendo alcuna possibilità di sfamarsi attraverso un lavoro presentabile, si guadagna il pane partecipando a trasmissioni domenicali o reality show.

Centovetrista: tipologia di appassionato di ogni tipo di soap opera che, essendo pressoché tutte contemporanee, soddisfa le proprie tossicità attraverso velocissime ripetute di cambi di canale continuati della durata di 10 secondi circa.

Persitica: evoluzione della oramai obsoleta politica consistente nel governo delle cose proprie attraverso l’utilizzo esclusivamente a proprio vantaggio di cariche pubbliche elettive.

Spedito da burmashave, 14 Febbraio alle 14:44 - permalink

“Sfigantropia”. Da “sfiga” (che ci vede benissimo) ed “entropia” (nella comunicazione: “quanto è d’impedimento alla chiarezza e univocità del messaggio”, Devoto-Oli, ed. 2000-2001). Che vuol dire? Semplice, è quello stato della mente che non ti fa capire per quale cacchio di motivo, una volta di più, la sorte arcigna ha deciso di prenderti a schiaffi in faccia. Mandando a segno ogni colpo con perfida precisione. Non c’è modo di spiegarlo. E’ così e basta.

Spedito da Gommaweb, 14 Febbraio alle 14:34 - permalink

SPLEENDER
Il vero nome del blog hoster più lento del west.

Spedito da copiascolla, 14 Febbraio alle 12:17 - permalink

Salvatore Satta definì la Sardegna come “un’isola dalla tristezza demoniaca”.Non posso non associarmi alla sua tesi.In uno spettro più ampio di vedute conio(ma la nostra è una terra di falsari.cerchiamo di non scordarcelo mai)il termine nesofobia:paura delle isole

Spedito da diamonds, 14 Febbraio alle 10:13 - permalink

autocritica(s.f.): la critica che il rivenditore di automobili usate fa alla tua per pagartela meno.

Spedito da Toni, 14 Febbraio alle 06:56 - permalink

NEOPATOLOGIE (del blogger)

sconnessionefobia:
e’ la paura dei luoghi senza accesso alla rete.

rodesione:
si manfesta in chi “sbrocca” dalla voglia di rodeare ma, per un motivo normalmente connesso all’ambito lavorativo (ma anche no), e’ impossibilitato a farlo.

postite:
si manifesta in chi non riesce a trattenersi dal postare quotidianamente (per non deludere il proprio pubblico).

commentopatia:
si manifesta in chi non riesce a trattenersi dal commentare qualsiasi post (basta farlo).

counterite:
si manifesta in chi non riesce a provare una qualsivoglia soddisfazione con l’indice shinistat in stallo.

DUE SOSTANTIVI

splinsulto:
espressione colorita e spontanea pronunciata davanti allo schermo azzurro della piattaforma che ospita molti bloggers.

countonanismo:
soddisfazione indotta dall’autoincremento del counter.

Spedito da wosiris, 13 Febbraio alle 21:13 - permalink

Librìa (s.f.):
sentimento di malinconia nostalgica (accompagnato da senso di perdita irreversibile) per un libro che si è letto e non si può più leggere per la prima volta.

Spedito da isntitapity, 13 Febbraio alle 19:32 - permalink

Il vecchio era d’aspetto simile ad un orso grigio, i suoi occhi grigi lampeggiavano ancora sotto le sopracciclia folte e ancora nere, era un po’ curvo ma le sue mani erano ancora ben forti e poco macchiate, teneva un boccale di birra avani a sé, e poichè nella locanda non c’eravamo che noi due, mi sedetti al suo tavolo e dopo un po’ di ruvidi convenevoli evidentemente gli ispirai simpatia e mi raccontò del suo passato, ed io il mio.

“Io di mestiere facevo il boia. Detto così sembra truce, ma non si può ingentilire o attenuare ciò che facevo per vivere. Io ero pagato per uccidere persone, ero un pubblico ufficiale, chi assisteva alle esecuzioni non poteva vedere il mio volto, e a dire il vero solo un ufficio al Palazzo Centrale conosceva il mio indirizzo, i miei connotati, il mio nome.
Quando c’era la necessità, ricevevo una lettera per via di un messo a cavallo, una lettera coi sigilli della Reale Corte di Giustizia, e mi presentavo di solito dopo uno o due giorni al Podestà della località dove doveva avvenire l’esecuzione, arrivavo anonimamente e facevo in modo che dal momento in cui entravo in paese fossi irriconoscibile, il cappuccio nero che è diventato simbolo della mia attività sulla testa e l’uniforme e il lasciapassare bene in vista.
A quel tempo nessuno di noi esercitava nel luogo nel quale viveva, e il perfetto anonimato ci era garantito.
La mattina dell’esecuzione arrivavo alla piazza, dove il patibolo era stato costruitu o a seconda dei casi addobbato se si trattava di una installazione permanente, collaudavo le funi e le botole, mi assicuravo che i materiali fossero in buono stato, e aspettavo. Per collaudare si usava il manichino jocko, un pupazzo di forma umana del peso di circa sessanta chili che veniva legato al capestro e fatto cadere dalla botola come persona vera, e poi controllavo che i nodi scorressero, che le botole si aprissero di scatto. Che tutto funzionasse.
Io ero incaricato, di solito con un collaboratore locale, di ripulire dalle loro deiezioni i cadaveri e di ricomporli, era la parte del lavoro peggiore, le persone appena conosciute e appena uccise che per mia mano dovevano ritrovare forma e dignità umane prima di essere seppellite.

Ma un giorno uno dei condannati fu una taccheggiatrice recidiva, una donna che si era resa colpevole di innumerevoli furti di oggetti di pregio nei negozi della Capitale, una donna che si era prostituita che aveva reagito con violenza alle percosse di un cliente molto potente, sfigurandolo.
La donna era molto giovane, una criniera di capelli castani e ricci, imbionditi dal sole, e sotto lo sporco della prigione si capiva che era molto bella.
Ascoltate le motivazioni della sentenza da parte del Podestà le passai il nodo sulla testa, mentre lei singhiozzava piano, dopo averle incappucciato la testa. “Tu che mi uccidi ora conoscerai i miei figli, saprai che è per loro che ho fatto ciò che ho fatto” mi disse, prima che tirassi la leva che la fece cadere nel vuoto uccidendola in pochi istanti appesa alla fune.

E a prenderla vennero due fanciulli spauriti, due scriccioli intimiditi, che la portarono con la compagnia del gendarme che li avrebbe accompagnati all’orfanotrofio al cimitero.

E io provai ciò che no so chiamare ancora per nome, la sensazione di pena e l’obbligo interiore di non uccidere mai più una persona, e diedi le dimissioni per andare a fare il maniscalco e il fabbro, mestiere che mi portò fino alla vecchiaia.”

“Io nel mio paese ero soldato. Quando accadde che la mia guarnigione venisse mandata a sedare una sommossa per fame e ci ordinarano di sparare coi moschetti a chi chiedeva pane, io disertai. Scappai e viaggiai, e ora con un altro nome e con un altra vita sono qui nel tuo Paese che compro e vendo finimenti. E poichè provai ciò che hai provbato tu, credo che una cosa come questa, che si trova almeno in due esemplari, debba avere un nome.”

“E sia. Ma ora dobbiamo decidere quale.”

“Ti propongo Omedinuìa.”

“Suona bene. Cosa significa?”

“L’essenza dell’Obbligo Morale di Non Uccidere. “O” “M” “D” “N” “U”, seguito da “ìa” per nobilitarlo, come gli antichi Greci o qualcosa del genere”

“Per nobilitarlo. Per essere nobile, già lo è”

“Già.”

“Già.”

Spedito da yaub, 13 Febbraio alle 18:57 - permalink

cloacocrazia: stato de facto (forse realizzazione perversa vedi cavenomen e caveanomen dell’utopica vagheggiata meritocrazia)
plumbea mediocritas: figura di spicco nello stato de facto

Spedito da scarlett, 13 Febbraio alle 16:13 - permalink

Broccolo: antidoto al radicale libero

Spedito da scarlett, 13 Febbraio alle 15:57 - permalink

coreless: 1, persona di risaputa anaffettività
2, muscolo cardiaco stracotto
(in chi predisposto, spesso
reazione ad accezione 1)

Spedito da scarlett, 13 Febbraio alle 15:54 - permalink

perla: pirla con testa a pera
demograzia: elezioni non vinte da f.i.
demosgrazia: au contraire

cave-name (1) cavea-name (2)
1:attenti al cognome, sappiatevi comportare di conseguenza
2: attenti al cognome c’è sempre una cuccia tutta per (lui-lei)

Spedito da scarlett, 13 Febbraio alle 15:28 - permalink

SACRIFITION tipologia di film per la televisione molto in voga in questo periodo e che rappresenta in svariati modi la vita di santi/beati/preti in genere.

Spedito da Lorenzo, 13 Febbraio alle 12:41 - permalink

santommasochista: colui che non crede se non ci mette il naso. Es. Lei: “Il piccolo ha rifatto la cacca” Lui: “Non credo, aspetta che sento il pannolino”.

menarchia: forma di governo matriarcale, può essere illuminata o assoluta. Quest’ultima si caratterizza per sindromi di irritabilità a cadenza mensile.

siniscalco: artigiano dell’alto medio evo, nel mentre uno ferrava i cavalli lui stava lì a fargli i conti in tasca.

bonoteista: ascoltatore ossessivo di un’unica band irlandese.

tricotanza: atto di sfida, consiste nel passarsi la mano nei folti capelli di fronte a uno stempiato.

coglione: sconsiderato che passa il suo tempo nei campi assemblando mazzetti di margherite.

primitivo di Manciuria: antico vino rosso e corposo, veniva prodotto dai sinantropi pestando l’uva coi loro piedoni gialli.

sorcetto al limone: liquame digestivo, si serve per rinfrescarsi la bocca dopo il salame di Felino.

ritratto di s’ignora: la Gioconda, Monna Lisa, o chi caspita era quella lì.

Spedito da vic, 12 Febbraio alle 22:06 - permalink

lumìno (s.m. volg.): emissione di gas intestinali non necessariamente rumorosa, ma particolarmente puzzolente ed in grado di appestare un ambiente per ore; si contrappone allo stràcciamutànde che è un’emissione di gas intestinali non necessariamente puzzolente, ma particolarmente rumorosa (il cui rumore a sua volta può essere di tipo solido o di tipo liquido, ed in quest’ultimo caso può lasciare la sgommata sulla mutanda).

stràcciatonsìlle (s.m. volg.): emissione particolarmente lunga e cavernosa, attraverso la bocca, di gas formatisi nello stomaco: tale emissione ha la peculiarità di rendere edotti tutti i presenti nel giro di cento metriquadrati di ciò che si è mangiato durante l’ultimo pasto.

Spedito da Maxime, 12 Febbraio alle 14:44 - permalink

Una volta, discutendo con Aristotiles e Thais, provai a confutare la sua dottrina della dicotomia, e il principio di non-contraddizione ch’egli pensava fosse il fondamento della sua logica.

Cercai di spiegare che il bianco, per quanto lo sembri, non è un colore, e neppure il nero lo è; feci l’esempio di un disegno fatto col carboncino, come rappresentazione della realtà, tante sfumature di grigio, rapportabili ai colori solo tramite l’esperienza. Soprattutto mi affascinava e m’inorridiva insieme l’idea che lui propugnava, che le parole siano in corrispondenza con le cose, e che una cosa semplicemente non esiste finchè un filosofo non le ha dato un nome.

Eppure mi ricordavo bene di un tempo lontano, nella terra tra i due fiumi, quando uomini comuni imparavano a lavorare la terra e scoprivano semi strani, e davano il nome alle cose che non ne avevano, che erano tante, perché il mondo era giovane.

Provai allora a chiedergli di dare un nome alla sensazione che tutti e tre provammo in quel momento, quando il sole, tramontando all’improvviso oltre le dune, colorò per un momento tutto quanto d’un colore indefinibile e abbagliante e il silenzio si fece assordante.

Rimase in silenzio, assorto; io sorrisi. Solo Thais alla fine pronunciò con quella sua voce dolce e profonda, che Alexandros tanto amava, una sola parola, che non s’è più sentita nelle cinquanta generazioni trascorse da allora.

Non potrei riprodurne il suono, e i fonemi che unì non hanno corrispondenti in questa lingua. Potrei forse renderla forse con SILESPLENDENZA o QUIELUCCICANZA ma nessuno di questi termini riporta il significato di silenzio, pace e consapevolezza insieme a quello di luce che tutto pervade. La parola era ΦΩΣΙΩΠΗ

Spedito da Gilgamesh, 12 Febbraio alle 10:29 - permalink

“paccalorarsi” (v. rifl.) - azione autostimolante tesa a provocare immediate reazioni neuro/termiche mediante ritmica percussione del palmo della mano aperta su parte del corpo preferibilmente tondeggiante - es: “nell’animata discussione, mi paccalorai testardamente sul punto saliente”

“caccadere”* (v. intr.) - azione conseguente all’imprevisto slittamento di un corpo dall’alto verso il basso, dovuto ad impatto fortuito di uno o più piedi su grumo di escrementi
* vedi anche: “caccadimento” (s.m.) - evento (solitamente accidentale) ove si manifesti l’anomalo e rarissimo fenomeno della fuoruscita di escrementi dalla base del volto

Spedito da gabryella, 12 Febbraio alle 09:21 - permalink

Capezzonarsi:
situazione di stallo dovuta al fatto di desiderare radicalmente entrambi gli opposti. Es: Mi sono capezzonato perché volevo andare sia a destra che a sinistra.

Sanremare:
fingere deliberatamente, con abilità o con l’aiuto dei santi, di essere qualcuno o qualcosa. Chi si accorge dell’inganno è solito dire “mi sanremò contro”. Esempi: Non cambio mai: sanremo e sempre sanremo.

Viagrato:
parola composta da “via” e da “grato”. Chi è felice ed emozionato per aver ottenuto una seconda possibilità. Es.: Sono tutto viagrato e pronto a ripartire.

Spedito da MassimoSdC, 11 Febbraio alle 23:01 - permalink

[OT]
Toni: sì, doveva essere sufficiente, dato che l’etimologia poggia su di un semplice gap storico, nulla più, ma il termine si adatta a qualsiasi Annina di Ragusa o di Thione.
Non era mia intenzione offendere nessuno (a parte un po’ i veri Calabrolesi).
In base all’episodio, chiedo agli Organizzatori di decidere sul da farsi: dovessero questi ritenere offensivo il mio contributo, richiedo io per primo repentina cancellazione di questo e dell’altro post.

Spedito da Kekule, 11 Febbraio alle 18:31 - permalink

Parmalatto:
dicesi di persona che concede erroneamente fiducia negli altri, salvo poi arrabbiarsi furiosamente non appena si accorge di aver preso una bufala. Es: Pensavo di aver fatto un affare, ma sono stato proprio un parmalatto!”

Spedito da MassimoSdC, 11 Febbraio alle 17:54 - permalink

Soledì scorso sono stato a Trick per festeggiare il terzo sguand di Prunie. Lei era raggiante col suo climb di pregnole tra i capelli e con addosso quel pangloss color sfinder che ne metteva in risalto le forme sinuose. Al party c’erano Snaps e Chibro, e naturalmente non poteva mancare Dramond, come a tutti gli sguand. Per il resto tutta gente molto swendy, e anche qualche Cinco che suonava il drummololo al ritmo di un freener. Poi hanno servito una plitude di grommoli, ben maturi, annaffiati con dell’ottimo Kalom tiepido che era una delizia. Infine, hanno portato un megapastreaux di dessert che ha lasciato tutti col fiato sospeso. A quel punto, con solennità, il Gran Focusgn ha dato il via alla cerimonia e Prunie è salita sul palco sorretta da Dramond. Il suo pangloss sfinder sotto le luci degli anabglander sfrizzolava all’impazzata e lei ballava sinuosamente mentre il freener scandiva il tempo sempre più freneticamente e i Cinco sfarfallavano il drummololo a più non posso. Snaps e Chibro applaudivano e si ingozzavano di grommoli croccanti e maturi sorseggiando il dolce Kalom e accendendo megapastreaux. Insomma sembrava proprio una serata swendy!
Quando però gli anabglander si sono spenti e il Gran Focusgn ha proclamato il tanto atteso terzo sguand, ho notato che Dramond era un po’ strano: non aveva fatto come nei precedenti due sguand, non sembrava per niente swendy! Ne ho subito fatto menzione a Snaps e Chibro che in effetti apparivano altrettanto preoccupati. Poi quando la luce cominciò a sfrizzolare e gli anabglander si sono riaccesi, tutti e tre notammo che il climb di pregnole nei capelli di Prunie era diventato slander! Prova inequivocabile che qualcuno, sul palco, doveva aver di sicuro ranaggiato il suo pangloss! Del resto sul palco non c’erano che Dramond, il Gran Focusgn e Prunie, che di certo non poteva essersi ranaggiata da sola (e poi ancora non si era accorta di nulla). Non poteva essere stato di certo nemmeno il Gran Focusgn, perché il pangloss era di color sfinder, il che gli forniva un alibi perfetto. Dunque, per esclusione, non restava che Dramond che evidentemente, facendo finta di sorreggere Prunie, ne aveva invece approfittato ranaggiandola! Perciò, alla luce di queste considerazioni abbiamo subito chiamato la polizia che si è precipitata e ha immediatamente arrestato Dramond.
Per fortuna tutto alla fine è andato per il meglio: Prunie non si è accorta di nulla, ha saputo tutto a cose avvenute il che le ha evitato un grosso spavento. Ha anche giurato che non metterà mai più un pangloss senza che il climb di pregnole abbia una sicura anti-slander! E il commissario ci ha fatto i complimenti perché in effetti, da quella distanza non era facile, con gli anabglander accesi e la luce che sfrizzolava, accorgersi che un climb di pregnole era diventato slander! Infatti, adesso che ci ripenso, sono molto orgoglioso che a Trick, tra tutti gli invitati dello sguand, solo Snaps, Chibro ed io abbiamo notato quel che stava avvenendo. Mi rammarico solo che sia capitato di Soledì!

Spedito da zop, 11 Febbraio alle 17:49 - permalink

BRODEO

26 letteruzze miste in un grande pentolone, lessate a fuoco vivace.
Servito in piatti fondi o coppette, richiede l’uso cucchiaino.

Spedito da ethico, 11 Febbraio alle 17:23 - permalink

sardolocato:
persona di alta estrazione sociale, il cui livello economico è adeguato all’acquisto di una villa in gallura.

ikeade:
detto di chi vive in un appartamento ammobiliato in modo economico.

smiciata:
detto di donna che ha perso l’interesse nell’apparire attraente.

zenzatetto:
disciplina filosofica orientale praticata all’aperto.

barbarzotto:
disfunzione sessuale dovuta alla peluria troppo abbondante della partner.

Spedito da amanita, 11 Febbraio alle 17:23 - permalink

quando Aruba provider funziona male, molto male, come in questi giorni di disservizio mail…si può dire “arubbiarsi???

Spedito da blulu, 11 Febbraio alle 17:08 - permalink

per Kekule; non voglio rovinare la gioiosa e goliardica atmosfera di questo Blogrodeo, ma mi domando: è sufficiente dire che la parola “Calabroleso” non ha in sè alcun legame geografico per mettersi al riparo da accuse di razzismo strisciante? No, a mio avviso. A me pare un termine di cattivo gusto e basta.

Spedito da Toni, 11 Febbraio alle 16:59 - permalink

essudessence (franc., sost. femm.): profumo celestiale, dotato di potenti effetti afrodisiaci, percepito all’apparire della persona amata, salvo poi scoprire, a mente più fredda, che esso è dovuto all’ interagire di un deodorante dozzinale con l’abbondante sudorazione della persona stessa. Non è però detto che la scoperta plachi gli effetti afrodisiaci.

Spedito da miic, 11 Febbraio alle 16:08 - permalink

Chococòndom (ingl, sost.) - Preservativo all’essenza di cacao [meno frequente l’it. “cioccocondom”].
Cosmolòvico (agg.) - Sull’amore e l’universo [es. “scrivere un trattato cosmolovico”].

Spedito da Massimiliano, 11 Febbraio alle 15:58 - permalink

Calabroleso, calabrolesa: esemplare tipico di studente fuorisede.
No, la parola in sé non ha alcun legame geografico. Si riferisce ad una regione in particolare solo per motivi storici: quando è stata coniata, la Calabria era semplicemente la Regione con minor numero di università; questo costringeva i suoi giovani abitanti ad un esodo di notevole portata, ma si tratta di storia passata.

I Calabrolesi si evidenziano per:
- materiali (agenda comune degli scatti telefonici con diminutivi imbecilli; poster di Klimt o con bimbi inizio ‘900, oppure Einstein; boccali e posacenere rubati nei pub; oggettistica FFSS; tabacco da rollare,…)
- usi e costumi (viaggio ad Amsterdam o in Spagna/Portogallo; mora delle bollette; piedi nudi in casa; birra fatta in casa; cene esotiche; esposizione cafona di bottiglie in cucina,…)
- frasario (“Io devo stare bene”, “Studio meglio la notte, è più silenziosa, ha qualcosa di magico”, …)
- letture (Lolita, Siddharta, tutto Benni, tutta Yoshimoto, Il maestro e Margherita, tutto Bukowski, tutto Pennac, Il Piccolo Principe, …)
- video (Frankenstein Jr., Simpson’s, Rocky Horror Picture Show, softcore anni ‘70, …
…e, bah, questo è un minimo indispensabile di un fenomeno molto ridondante, seguirebbe altro…

Spedito da Kekule, 11 Febbraio alle 15:54 - permalink

Non mi riesce… già mi domando il più delle volte, il significato di una singola parola; ripetendola all’infinito non la riconosco più e ne perdo il significato, il senso addirittura… Si potrebbe però, fare l’esatto contrario, quante parole stanno in una cosa sola? In un “non so” ad esempio, che, mentre lo si pronunzia, lo si pensa come “ops!”.
Il “non so” ha insito una serie di emozioni e quindi di significati, talmente tanti che bisognerebbe metterli in un qualcosa, anzi, nella cosa ansi, incertezze, indecisioni, paure delle conseguenze e vattelappesca varie..
[sì, vabbè, ho capito che sono ‘fuori concorso’ ]

Spedito da panda4x4, 11 Febbraio alle 15:48 - permalink

“infernet” (s.m.) - termine d’origine anglofona indicante, in astratto, luogo di dannazione caratterizzato da promiscuo e tormentoso assembrarsi di creature provvisoriamente non-esistenti e sovente dissenterienti (vedi alla voce: “dissenterire”) sottoposte a tortura mediante assunzione forzata, a scopi digestivi, d’ignobile liquido amaro e notevolmente alcolico

“dissenterire”* (v. intr.) - manifestare opinioni avverse in modalità violentemente iterata, irrefrenabile, sofferta, logodiarroica e francamente inaccettabile
*(vedi anche: “dissenterirsi” (v. rifl.) – verbo usato nell’accezione di “flagellante, mefitica, alluvionale e incondivisibile dialettica, in alterità con sé medesimi”

Spedito da gabryella, 11 Febbraio alle 15:17 - permalink

Soledì scorso sono stato a Trick per festeggiare il terzo sguand di Prunie. Lei era raggiante col suo climb di pregnole tra i capelli e con addosso quel pangloss color sfinder che ne metteva in risalto le forme sinuose. Al party c’erano Snaps e Chibro, e naturalmente non poteva mancare Dramond, come a tutti gli sguand. Per il resto tutta gente molto swendy, e anche qualche Cinco che suonava il drummololo al ritmo di un freener. Poi hanno servito una plitude di grommoli, ben maturi, annaffiati con dell’ottimo Kalom tiepido che era una delizia. Infine, hanno portato un megapastreaux di dessert che ha lasciato tutti col fiato sospeso. A quel punto, con solennità, il Gran Focusgn ha dato il via alla cerimonia e Prunie è salita sul palco sorretta da Dramond. Il suo pangloss sfinder sotto le luci degli anabglander sfrizzolava all’impazzata e lei ballava sinuosamente mentre il freener scandiva il tempo sempre più freneticamente e i Cinco sfarfallavano il drummololo a più non posso. Snaps e Chibro applaudivano e si ingozzavano di grommoli croccanti e maturi sorseggiando il dolce Kalom e accendendo megapastreaux. Insomma sembrava proprio una serata swendy!
Quando però gli anabglander si sono spenti e il Gran Focusgn ha proclamato il tanto atteso terzo sguand, ho notato che Dramond era un po’ strano: non aveva fatto come nei precedenti due sguand, non sembrava per niente swendy! Ne ho subito fatto menzione a Snaps e Chibro che in effetti apparivano altrettanto preoccupati. Poi quando la luce cominciò a sfrizzolare e gli anabglander si sono riaccesi, tutti e tre notammo che il climb di pregnole nei capelli di Prunie era diventato slander! Prova inequivocabile che qualcuno, sul palco, doveva aver di sicuro ranaggiato il suo pangloss! Del resto sul palco non c’erano che Dramond, il Gran Focusgn e Prunie, che di certo non poteva essersi ranaggiata da sola (e poi ancora non si era accorta di nulla). Non poteva essere stato di certo nemmeno il Gran Focusgn, perché il pangloss era di color sfinder, il che gli forniva un alibi perfetto. Dunque, per esclusione, non restava che Dramond che evidentemente, facendo finta di sorreggere Prunie, ne aveva invece approfittato ranaggiandola! Perciò, alla luce di queste considerazioni abbiamo subito chiamato la polizia che si è precipitata e ha immediatamente arrestato Dramond.
Per fortuna tutto alla fine è andato per il meglio: Prunie non si è accorta di nulla, ha saputo tutto a cose avvenute il che le ha evitato un grosso spavento. Ha anche giurato che non metterà mai più un pangloss senza che il climb di pregnole abbia una sicura anti-slander! E il commissario ci ha fatto i complimenti perché in effetti, da quella distanza non era facile, con gli anabglander accesi e la luce che sfrizzolava, accorgersi che un climb di pregnole era diventato slander! Infatti, adesso che ci ripenso, sono molto orgoglioso che a Trick, tra tutti gli invitati dello sguand, solo Snaps, Chibro ed io abbiamo notato quel che stava avvenendo. Mi rammarico solo che sia capitato di Soledì!

Spedito da zop, 11 Febbraio alle 14:27 - permalink

Lei indossava uno “Zampax”, un assorbente a forma di zampa d’elefante. Originariamente creato da Elephant Man che lo usava come passamontagna sopra i 600 metri di altitudine o come “inoltracollina” sulle alture più basse.
Era una brava “trentiloqua”, nel senso che sdoppiava la sua voce e contemporaneamente la si poteva udire sia qui sia a Trento.
Ma la sua vera specialità era il “burpiloquio”, non é da tutti proferire parolacce ruttando…

Spedito da Pipoldensing, 11 Febbraio alle 13:32 - permalink

All’inizio era semplice. Sotto la calotta del bunker grigio c’eravamo io e Jones, il gatto rosso, più - ironicamente - tutto il necessario per mantenere a tempo indefinito una colonia di umani, e anche di gatti se è per quello. Fuori, oltre l’alta recinzione elettrificata, qualche forma di vita ogni tanto compariva. Topi, per lo più, e piccole sagome non meglio definite che gironzolavano attorno - tutto sotto controllo e piuttosto noioso.
Poi cominciarono le mutazioni. C’era fermento fra i topi, me ne ero accorto, ma mi resi veramente conto che la situazione mi era sfuggita di mano una sera al ritorno dal solito giro di ricognizione, quando trovai seduto al pc un ratto della stazza di Tyson in contemplazione della mia riserva di foto porno. Lì realizzai che nulla sarebbe stato come prima. Riuscì a mostrarmi i denti prima che lo abbattessi, poi mi misi a cercare Jones, senza troppe speranze. Era raggomitolato in un angolo, una palla miagolante di nervi, occhi sbarrati e orecchie appiattite. Il giorno dopo era sparito. Nel paradiso dei gatti, pensai, ma mi sa che sbagliavo.
Passarono anni. Controllavo e curavo il mio bunker che invecchiava: ruggine, muri scrostati, circuiti fulminati, tubi sgocciolanti. Reggeva abbastanza bene, nel complesso, mostrando però un generale rallentamento dell’attività, come un progressivo intorpidimento. Ogni tanto cercavo di rinnovare qualche ambiente, aggiungere un particolare o un po’ di colore. Leggevo, scrivevo, mi facevo una cultura da cinefilo incallito e se ero un po’ malinconico visitavo la stanza dei ricordi.
Ma il vero film me lo godevo sui monitor collegati a quelle diaboliche attrezzature per la visione notturna o a qualche sonda che lanciavo in giro. Be’, là fuori era come un immenso laboratorio a cielo aperto in cui le cavie liberate stessero lavorando ad un autonomo programma di ricerca. Per primi comparvero i totti, enormi e sputazzanti ibridi di topo e gatto, seguiti dai serponi, un’indescrivibile via di mezzo tra boa e pelli di leone che strisciò in parecchi dei miei incubi. Per un po’ sembrò molto trendy essere un cane a sei zampe dalla lingua rosso fuoco, prevedibilmente battezzato Agip.
Poi venne la selvaggia esplosione combinatoria, fase detta anche “Eutanasia di Linneo”. Le tassonomie esplosero e io mi misi d’impegno a creare nuovi nomi e abbozzare classificazioni. Là fuori passava di tutto: gracidanti stranocchi fucsia dal salto carpiato, dormichieri che uccidono le prede nel sonno, telefanti dalla testa quadra, lamentosi oddiomedari a tre gobbe, sorcimboldi con teste appuntite che parevano puzzle di cento animali, baconi dal muso informe, dentuti guernicavalli dal profilo disassato e stravolto, tutto spigoli.
Per alcune specie era una nemesi: gli onnivori panda dai denti a sciabola, i turbobradipi rapidissimi e scattanti e l’infida anatrappola (essere tra i più sanguinari), per dire, sembravano ansiosi di riscattare millenni trascorsi da sfigati. C’era chi si imbelliva, come la caprarezza gonfia di ricci, e chi pensava a spassarsela, specie il richiestissimo wowelefante dalle due proboscidi (solo una attaccata alla testa, non so se mi spiego). Alcuni provavano l’ebbrezza di frequentare un nuovo ambiente, con risultati dubbi: una bovazza di grucca in volo è più pericolosa di una bomba intelligente, e il carpacavallo si ritrovava continuamente la criniera nelle branchie. C’era poi chi se ne approfittava di tutto e di tutti, soprattutto il berlupo dal pelo rado. Negli ampi spazi attorno al bunker si diffondevano suoni mai uditi, dal profondo barritono ai rumori stridenti dei raschiodunghiulati, che gelano il sangue nelle vene.
All’inizio mi divertivo a inventare nomi e classificazioni per questi toons viventi. Li immaginavo dentro le tane, rapiti in fantasie (e pratiche) combinatorie, per il loro e il mio piacere. In gran parte, fossero i difetti strutturali o l’eccesso d’immaginazione, erano composti instabili e collassavano per manifesta violazione dei più elementari caveat dell’evoluzionismo. Emblematico - e malinconico - il caso del gigantesco grizzlepre dalle lunghe orecchie: pavido e inoffensivo, avrebbe in teoria dovuto confidare nello scatto delle lunghe zampe posteriori, ma dopo due balzi era sfiancato e ansimava come un mantice.
Un po’ alla volta tutto quel meticciarsi lisergico smise di interessarmi. Mi limitavo a osservare i prodotti indecifrabili del frullato di ossa, carne, peli, unghie, zoccoli, squame, denti, senza più azzardare classificazioni o appiccicare cartellini con i nomi. La scorta di parole sembrava esurita.
In un momento di disperazione pensai perfino di unirmi alla festa: uscire dal bunker, gettarmi nella mischia e rimettere in circolo il dna. Ma quel mondo alla lunga noioso non era più in alcun modo il mio: “That’s All Folks !”. Continuai a spendere il tempo nella calotta grigia che un giorno avrebbe semplicemente cessato di funzionare, insieme a me.
E una mattina lei era lì, sdraiata davanti al bunker, il corpo di donna flessuoso e indolente ricoperto di pelo fulvo sulla schiena e delicato champagne sulla pancia, una coda appena accennata. Una catwoman, un’oasi in mezzo al groviglio di orrori e scherzi di natura, e a suo modo anche un ritorno a casa del vecchio Jones. Bastò che miagolasse fissandomi con quegli occhi verdi e mi scoprii budino. ‘Fanculo Matheson, pensai, e la lasciai entrare.
Col tempo mi decisi a chiamarla Lucrezia, il nome di uno dei sex symbol della mia gioventù e della gatta di un vecchio film della Disney. Ma a volte, osservandola distesa sul letto o in contemplazione del vuoto, anche io - come Eliot - so che è lontana e accarezza col pensiero il nome che non indovinerò mai, quel suo
“..ineffable effable
Effanineffable
Deep and inscrutable singular Name” (*)
Mi scopro a chiedermi in che proporzioni il suo orologio biologico sia ripartito tra tempo dei gatti e tempo degli umani. Non so per quanto saremo insieme. Ma chi è che lo sa?
(*) T.S. Eliot - The Naming Of Cats
[ E.. sì, Deckard, ti devo una frase ]

Spedito da Dust, 11 Febbraio alle 11:22 - permalink

Sirchiare (v. intr. .): uscire da un luogo chiuso per fumare una rapida sigaretta. Uso trans., gergale: approfittare di una sirchiata a scopi seduttivi. Es.: “Io quella prima o poi me la sirchio”.

Esmusso (sost.): caratteristica o episodio assolutamente marginale nella vita di una persona, che però finisce per identificare quella persona anche a decenni di distanza. Es.: “Giorgio, quello che studiava con i guanti per non mangiarsi le unghie”; “Rosaria, quella che alla festa di Ugo venne con i capelli tutti cotonati”, ecc.

Camoglista (sost.): nell’organigramma di Autogrill S.p.A., capo dell’unità marketing addetta al branding dei panini.

Alleghina (sost.): la patina di polvere che si deposita sul cellophan di rivestimento di cd, dvd o libri accumulati sugli scaffali solo perché allegati gratuitamente a un giornale.

Tutalgìa (sost.): spirale depressiva (sconforto, senso di inadeguatezza personale, riflessioni sulla mancanza di scopo della vita umana, adesione a una metafisica che dimostra l’inutilità della Creazione) vissuta da un individuo non sportivo allorché viene costretto – da se stesso o da altri – a mettere piede in una palestra, piscina, campo da tennis ecc.

Inboxite (sost.):: disturbo psichiatrico di tipo ossessivo/compulsivo, consistente nel controllare la propria mailbox a intervalli ravvicinati. Viene definita terminale se tali intervalli non superano i dieci secondi

Abrafilìa (sost.): attrazione feticistica, non priva di risvolti sentimentali, verso le donne che non indossano il reggiseno.

Edilescenza (sost.): periodo della vita di un essere umano in cui l’acquisto, la vendita, l’affitto, la ristrutturazione o l’arredamento di proprietà immobiliari diventano i principali, se non esclusivi, argomenti di interesse e di conversazione. Si manifesta solitamente intorno ai quarant’anni.

Presto (avv.), in settimana (loc. avv.): nel contesto di frasi come: “Dobbiamo assolutamente vederci! Ti chiamo presto/in settimana” , sinonimi di mai.

Spedito da miic, 11 Febbraio alle 11:22 - permalink

Aspagliare: Accendersi una sigaretta per far arrivare l’autobus, il taxi o qualsiasi cosa non si voglia più aspettare.

Spedito da mucio, 11 Febbraio alle 00:06 - permalink

“Scusi, antani la superscazzola prematurata con doppio scappellamento a destra?” da “Amici miei”, Ugo Tognazzi.
Amici miei, vi confesso che questo sostantivo - tralasciando solo per questioni di tempo la leggerezza del predicato verbale “antani” - corredato dell’aggettivo “prematurata” ha fatto breccia nel mio immaginario. Una superscazzola. Non una scazzola qualsiasi. La scazzola super, la scazzola eletta. Qualcosa di unico, perdipiù esaltato dal fatto che non si tratta di uno scappellamento semplice , ma doppio, con il tutto sbilanciato su di un lato.
Credo che per capire l’etimologia e per dare un senso a questo termine, si debba però fare un passo indietro e ragionare sull’intera frase.
1)Viene formulata una domanda; qualcuno sa, almeno si suppone che sappia, ma probabilmente non ne vuol parlare.
2)Antani; un congiuntivo presente in seconda persona singolare del verbo antanare? Ricorda un po’ rintanare. Forse c’è qualcuno che sa di una tana in cui la superscazzola si nasconde.
3)Mettiamo che in questa tana fosse andata in letargo; ma è prematurata. Forse a causa di una primavera che sboccia in anticipo e che fa rifiorire la natura tutta, figuriamoci la superscazzola. Ed esce in tutta la sua fierezza allo scoperto con un uno scappellamento.
4)Il doppio scappellamento mi fa pensare ad un animale bicefalo con membrane che possano chiudere a mo’ di cappuccio - problemi di omeostasi termica, probabilmente - tutta la testa, lasciando scoperti i meati per la respirazione e la vista. Forse la destra è il lato prevalente di rotazione dello sguardo per questo essere vivente. Io ce l’ho a sinistra, però.
Insomma, un complicato animale che difficilmente si fa vedere, che viene occultato dagli umani che entrano in contatto con lui, dalle prestazioni sessuali eccelse e che ha un capobranco universalmente riconosciuto da tutte le scazzole: la superscazzola. Forse il carisma di questo capo deriva proprio dall’atto dello scappellamento, una specie di disvelamento rituale che le altre scazzole non riescono ad attuare con la stessa eleganza.
E forse questa chimera, più simbolicamente parlando, diventa una suggestiva metafora della vita, un emblema di questo incasinato universo in cui l’entropia regna sovrana.

Spedito da Toni, 10 Febbraio alle 20:54 - permalink

[baro, sapendo di barare: è cosa “vecchia”, ma in tema.]

DEMAGOGICRAZIA.

Fateci caso, nelle cosiddette società “moderne” è praticamente impossibile prendere posizione in una discussione se non si è in grado di agganciare il proprio pensiero alla percentuale di un qualche sondaggio di opinione. Di più. E’ addirittura impensabile poter esporre una propria idea senza l’accortezza di esordire dicendo: “la gente pensa che”, “i cittadini non sono stupidi e capiscono che”, “i giovani sono d’accordo che”, e così via…

In breve, si svela in questo modo l’essenza della “demagogicrazia”. Questo neologismo, malgrado l’apparenza, non è abbastanza brutto. Lo dovrebbe essere ancora di più se dovesse esprimere appieno quello che io credo essere la manifestazione più concreta e palpabile di una profonda incrinatura nei sistemi democratici. Cerco di essere più chiaro.

1. Per contare nella società nella quale viviamo, occorre tener conto degli esigenze degli altri. Sembra corretto.
2. Se si riesce ad esprimere quelle che sono le principali necessità della comunità, si svolge un servizio utile. Sembra ragionevole.
3. Quindi: analizzando la società, se ne traggono le principali pulsioni e le si rappresentano nel miglior modo possibile. Le idee sono così il frutto della sintesi di quello che al momento la società reclama come giusto e necessario.

Questo apparentemente innocuo modo di ragionare ha però un nome ed un cognome: demagogia e ricerca del consenso. Oggi invece ha un suo rispettabile e preminente posto nella “demagogicrazia” imperante nella quale viviamo. Ma esiste differenza tra democrazia e demagogia? Sì, ed è tanto semplice capirlo quanto colpevolmente trascurato.

In una società democratica le idee NON dovrebbero plasmarsi sul consenso che hanno già in seno alla società civile, ma dovrebbe accadere l’esatto contrario: l’idea si dovrebbe formare sull’ipotesi autonoma ed indipendente di una prospettiva futura migliore, che appunto ancora non c’è e per questo la si ricerca. Il consenso dovrebbe eventualmente formarsi solo dopo, a seconda di come tale idea viene recepita: utile o superflua, opportuna o fuori luogo, giusta o discriminatoria, e così via. Il dibattito attorno a questo tipo di idee è la vera ed unica sostanza della libera democrazia.

Credo che la “demagogicrazia” stia purtroppo prevalendo sulla democrazia. Siamo e rimaniamo il paese che privilegia chi semplicemente meglio interpreta l’immediato e prevalente “comune sentire della gente”; siamo il paese che preferisce continuare a credere che la terra sia piatta piuttosto che destabilizzare certezze ataviche; siamo un gregge che continua a brucare erba anche quando è chiaro che non è più verde. Che importa! L’importante è continuare a crederci e che ci sia sempre qualcuno che mantenga in vita questa beata e rassicurante illusione.

Da parte mia, mi auguro che prima o poi si verifichi una consapevolezza del problema e che ognuno di noi sappia imprimere quella sterzata al proprio modo di pensare capace di far prevalere nuovamente le idee sulla semplice e facile ricerca del consenso. Questa necessità, a mio avviso, vale ancor di più per quella parte del paese che, per sua intrinseca natura, privilegia un atteggiamento critico e consapevole ad un atteggiamento meramente passivo e ricettivo.

Spedito da MassimoSdC, 10 Febbraio alle 20:05 - permalink

ANIMONIA, s.f. - Complesso rituale privato in cui si celebra l’unione spirituale di due o più esseri senzienti.
EPIDEROS, s.n. - Affinità immediata, sensualità a livello cutaneo, attrazione a pelle.
GRASTIDIE, s.f. - Prurito sgradevole, talvolta di origine psicosomatica, che determina l’impellenza di un’energica azione volta a provocare attrito o frizione in corrispondenza della zona interessata.
LEMBZA, s.f. - Strisciolina di tessuto, generalmente di cotone stropicciato, ricavata dal corredo di un giaciglio dopo una notte agitata. Riciclabile come accessorio per la pesca sportiva.
METUIRIDARSI, v.r. - Tuffarsi vicendevolmente nello sguardo altrui fino al rimbalzo delle identità.
SGUARDINGO, s.m. - Lo si lancia quando pur essendo completamente affascinati dall’oggetto che si trova nel campo visivo, se ne teme la reazione.
SMORFIANTO, s.m. Abbondante lacrimazione tendente a sfigurare momentaneamente la persona addolorata.
UAU, s.n. - Complimento rivolto con lieto stupore all’amante: “sei il mio/la mia UAU” (il sostantivo deriva da un’antica esclamazione).

Spedito da Zu, 10 Febbraio alle 18:26 - permalink

quando frequentavo la messa rimanevo puntualmente spiazzato di fronte a quella gestualità minimalista di cui mai ho compreso i particolari,da esplicitarsi molto probabilmente alla fine del rito eucaristico configurabile,forse,in tre piccole croci pronta cassa da farsi,in ordine sparso,con modalità pressochè otorinolaringoiatriche.Figuriamoci se ne conosco il nome di battesimo.ci sarà un prete che..(un dottore?)

Spedito da diamonds, 9 Febbraio alle 13:29 - permalink

mentre aspettavo che si asciugava il colore sulla tela, facevo passi di tango;mentre dipingevo ascoltavo Piazzola, e poi di nuovo nell’ attesa due passi di danza,un godimento mai sperimentato,due piaceri diversi avvicinati; quindi «tangopingevo»

Spedito da blulu, 9 Febbraio alle 13:26 - permalink

GNEGNETUDINE: tipico stato d’animo femminile nella fase del ciclo mestruale in cui l’umore è dominato dall’ormone “gne-gne”. In quei giorni la donna è soggetta a:
- lacrimazione spontanea senza cause apparenti;
- intrattabilità generale;
- forte sucettibilità anche alla più banale critica (es: “Scusa, hai una scarpa slacciata”. “Scarpa?! Quale scarpa?! Io non ho scarpe e tu guardati le tue, ecco…”. Segue lacrimazione come sopra);
- manie di persecuzione/bassa autostima;
- allucinazioni visive e/o percettive (“Vedi lei com’è bella?!”, dice la Bellucci indicando la Litizzetto al marito).
Unico rimedio consigliato: la comprensione, con aggiunta di grandi dosi di sopportazione. Fortunatamente, un ormone non è per sempre!

Spedito da Alkanette, 9 Febbraio alle 13:26 - permalink

brava mafe, complimentoni per la sfida!
(se solo ne avessi il tempo, andrei avanti per ore..)

Spedito da gabryella, 9 Febbraio alle 13:20 - permalink

Esattamente: siete andati a vedere il testo linkato? Volevo provare ad alzare un po’ la difficoltà, siete troppo bravi :)

Spedito da mafe, 9 Febbraio alle 13:01 - permalink

inteni qualcosa tipo:

“bustardo!” (agg./s.m.) - termine spregiativo (usato sovente in forma esclamativa), riferito a mezzo di locomozione pubblico atteso in prossimità della fermata per oltre 45 minuti

“bidfive” (s.m.) - termine anglofono indicante pentacontenitore cilindrico poco affidabile (bidone, nella versione monocontenitrice)

“pollozione” (s.m) - emissione generalmente notturna e involontaria di liquido seminale, osservabile nei gallinacei, specie se in età puberale

Spedito da gabryella, 9 Febbraio alle 12:59 - permalink

E no: devi darglielo, il nome :)
Lo scopo del rodeo è dare un nome a qualcosa che non ce l’ha, per esempio, la piacevole sensazione del sudore che scorre sulla pelle mentre corri potrebbe chiamarsi “rodorismo”.

Spedito da mafe, 9 Febbraio alle 12:53 - permalink

Ero lì, a guardare le stelle, quando qualcosa mi cadde sulla testa. Era enorme e pesante, di colore e forma indefinibile. Mai vista una cosa del genere, prima!

Provai un forte dolore, questo sì.
Avrebbe potuto uccidermi, questo è certo.

Ma, per mia fortuna, non ho saputo dare un nome a quella strana “cosa” caduta dal cielo. Ed è solo per questo, in verità, che sono ancora vivo.

Spedito da MassimoSdC, 9 Febbraio alle 12:45 - permalink

Per chi sa/ha voglia/è curioso di chiacchierare in tempo reale, abbiamo aperto la ciat su IRC.
Il server è irc.freenode.net, la stanza #blogrodeo.

Spedito da Vanz, 9 Febbraio alle 09:50 - permalink
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