GUERRE COLONIALI ITALIANE IN AFRICA ORIENTALE (1882-1896)
BATTAGLIA DI ADUA (ABBA GARIMA)

1° marzo 1896
di Piero Pastoretto

Illustrazione popolare di un episodio della battaglia

"L'altissima percentuale dei morti in quella giornata è per sé sola testimonianza tangibile del valore dei nostri, testimonianza che trova tuttora conferma nel riconoscimento e nel ricordo del nemico di allora"
(dalla Dedica di A. Pollera nel volume La battaglia di Adua, Firenze, Carpigiani e Zipoli, 1928)

 

L'IMPERO DEI TRE MILLENNI

La dinastia imperiale etiopica, rovesciata nel 1977 dal colpo di stato militare di Hailé Menghistù, affonda le sue radici in un passato talmente remoto da poter essere definito addirittura "biblico". Secondo la tradizione, il suo fondatore Menelik I sarebbe nato dagli amori di Salomone e della regina di Saba, in un periodo che gli storici collocano intorno al 1.000 - 950 a.C. La leggenda narra che Menelik si sarebbe rifugiato nella città di Axum, posta nell'Acrocoro etiopico, e vi avrebbe fondato nel 986 il cosiddetto "Regno di Axum" o axumita.
Cinque secoli più tardi Erodoto accenna alla presenza di un già solido impero africano in Etiopia, quando riporta la notizia di un'ambasceria persiana che era rimasta impressionata dalla fiera bellicosità dei popoli che lo abitavano.
La regione fu evangelizzata nel IV secolo d.C., ma in seguito la Chiesa etiopica seguì l'eresia monofisita di Eutiche, rompendo così i contatti con Roma e Costantinopoli per darsi una propria gerarchia ecclesiastica che faceva capo ad una sorta di pontefice locale detto Labuma. L'adesione alla religione copta rimase tanto salda e connaturata tra gli etiopi che, pur essendo praticamente circondati da genti di fede musulmana, si è sempre mantenuta intatta. È interessante a questo proposito sapere che lo stesso nome di Abissinia, con il quale si usa definire il paese, è di origine araba (mentre Etiopia è di derivazione greca), e deriva dalla tribù yemenita degli Habashàt che fusero la propria stirpe semitica con le popolazioni negroidi originarie.
Il regime politico della regione si conservò stabile nei secoli assumendo un'organizzazione di tipo feudale con al vertice il Negus, o Imperatore, ed i suoi Ras, ovvero l'aristocrazia terriera e militare che governava, godendo di molta libertà, le varie province. Come tutti i regimi feudali, quello del Leone di Giuda era perciò caratterizzato da un assai debole potere centrale e da un equilibrio alquanto precario, perché scosso da ribellioni e conflitti tra l'imperatore e la nobiltà; equilibrio capace però di rinsaldarsi istantaneamente quando una minaccia esterna faceva prevalere il fortissimo sentimento nazionale che accomunava popolo e aristocrazia.
L'immobilismo delle istituzioni etiopiche subì una notevole scossa agli inizi del XVIII secolo, quando i ras assunsero una potenza e un'indipendenza sempre più spiccate finché, nel 1851, deposero l'imperatore della dinastia salomonica Giovanni V detto l'Idiota, e lo Stato passò nelle mani di una serie di usurpatori ciascuno dei quali, in ossequio alla tradizione, reclamava la sua lontana discendenza da Menelik.
La crisi convulsiva in cui era caduto lo Stato risultava tanto più grave in quanto, alle endemiche lotte civili interne, si aggiungevano negli anni Ottanta del secolo i pericoli esterni che insidiavano la stessa indipendenza etiopica: la calata dei dervisci musulmani dal Sudan e la penetrazione coloniale italiana dall'Eritrea.
Il 26 gennaio 1887 una colonna di 500 uomini tra nazionali, indigeni (i celebri ascari) ed irregolari, comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, che portava gli approvvigionamenti per la guarnigione del forte di Saati, cadde in un'imboscata presso il colle di Dogali. I guerrieri del ras Alula, circa 100.000 uomini, lasciarono in vita soltanto quei soldati che, feriti, furono creduti morti. Si trattava della prima significativa battuta d'arresto del colonialismo italiano dal 1882, allorquando era stata occupata Assab. Le perdite italiane assommarono a 423 soldati e 22 ufficiali. Gli abissini ebbero un migliaio di morti. Agli eroici caduti di Dogali, forse non tutti i romani lo sanno, fu dedicato un obelisco ed una piazza antistante la stazione Termini, che infatti si chiama Piazza dei Cinquecento.
Due anni dopo il negus Giovanni VI moriva nella battaglia di Metemma contro i dervisci, aprendo così il consueto travagliato periodo della successione al trono, che dipendeva dalla scelta dell'assemblea dei ras; un'assemblea che, di solito, fondava le proprie decisioni sul potere militare e sulla capacità di corruzione dei candidati.

 

L'ITALIA GUARDA AL MAR ROSSO

Come è stato già detto, l'interesse italiano per l'Africa, allora contesa e conquistata palmo a palmo dagli Stati europei, era iniziato nel 1882. In quell'anno infatti il Ministero Depretis acquistò dall'armatore Rubattino di Genova la baia di Assab, che la compagnia di navigazione usava come scalo carbonifero per le sue navi . L'entusiasmo per il nuovo indirizzo della politica del Regno, che nel medesimo 1882 si collegava con Germania ed Austria nella Triplice Alleanza assurgendo a pieno titolo al rango di grande potenza, fu notevole negli ambienti della Sinistra al potere, e vi fu chi disse, come il ministro degli Esteri Mancini, con un'espressione indovinata, che "Le chiavi del Mediterraneo stanno nel Mar Rosso". Contemporaneamente l'Inghilterra del premier Gladstone - preoccupata dall'espansionismo verso meridione del movimento islamico che oggi si direbbe fondamentalista dei dervisci, guidati da un uomo carismatico che si faceva chiamare Mahdi, "Profeta", il quale stava assediando a Khartoum il generale Gordon - invitò l'Italia ad occupare Massaua, allora protetta soltanto da una piccola guarnigione egiziana, per costituire un antemurale all'avanzata incontrollabile delle bande musulmane.
Avvenne così che, il 25 febbraio 1883, il colonnello Tancredi Saletta sbarcò sulla costa prospiciente la città con un battaglione di 1.000 bersaglieri, e dette inizio alla costruzione di quella colonia che, dopo un certo tergiversare del governo sui vari nomi possibili, fu chiamata Eritrea .
Le autorità italiane si trovarono subito di fronte a due problemi militari: opporsi ai seguaci del Mahdi a nord-ovest, e penetrare in direzione dell'Abissinia ad ovest. Il primo sarebbe stato risolto brillantemente nelle quattro successive vittorie di Agordàt (27 giugno 1890), Serobèti (26 giugno 1892), della seconda Agordàt (21 dicembre 1893) e di Cassala (17 luglio 1894). L'espansione verso l'entroterra che precedette la campagna contro i dervisci portò invece allo scontro fra il più giovane regno d'Europa (35 anni) ed il più antico impero d'Africa (2700 anni). Scontro durante il quale, come abbiamo visto, a Dogali i leoncelli italiani ebbero da imparare dal vecchio Leone di Giuda.

 

IL GOVERNO CRISPI

Un mese dopo l'episodio di Dogali, a febbraio del 1887, il presidente del Consiglio Depretis rassegnò le dimissioni, ma Umberto I le respinse e il Gabinetto subì solo un rimpasto. Lo stanco ed ammalato statista sarebbe però sopravvissuto ancora solo poco tempo, poiché la morte lo colse in luglio, e l'incarico del nuovo Gabinetto fu offerto all'ex ministro degli interni Francesco Crispi.
La reazione dell'opinione pubblica all'eccidio di truppe italiane in Africa fu scomposta: accanto alle manifestazioni di orgoglio nazionale offeso si levarono proteste popolari contro la politica del Ministero ed anche i cinici commenti da parte di personalità politiche che tendevano a minimizzare l'entità della sconfitta. Destò ad esempio scalpore il commento del ministro degli esteri Di Robilant, il cui parere era di non dare "troppa importanza ai quattro predoni che possiamo avere tra i piedi in Africa". Ma il Governo non ebbe neppure l'appoggio degli uomini di cultura: Carducci si rifiutò di partecipare ad una commemorazione dei morti di Dogali e D'Annunzio li definì "i quattrocento bruti morti brutalmente".
Certo è comunque che Crispi era la personalità meno adatta ad abbandonare una partita rischiosa, anche quando questa era stata cominciata da altri. Uomo tutto d'un pezzo, ex rivoluzionario mazziniano, ex garibaldino, Crispi aveva subìto nell'età matura il fascino della granitica figura di Bismarck e cercava di applicare, nel clima politico ancor immaturo dell'Italia di allora, i metodi e gli intenti del "Cancelliere di ferro". L'obiettivo di fondo dei suoi due ministeri, tra il 1887 e il 1896, era quello di consolidare l'Italia nel rango di grande potenza europea; e per un tale nobile scopo qualunque cosa contribuisse al prestigio della nazione, fosse una capitale profondamente trasformata da un piano regolatore, un colonialismo coronato da successi militari o una rapida espansione dell'industria e dell'economia, veniva perseguita con ostinata volontà e rigida determinazione.
Già nell'ottobre del 1887 partivano dall'Italia due grossi contingenti agli ordini del generale Di San Marzano, il Corpo Speciale d'Africa ed il Corpo di Rinforzo (13.000 uomini e 1.300 quadrupedi). Pochi mesi dopo, in aprile, il San Marzano ritornò in patria con buona parte delle truppe e venne sostituito dal generale Antonio Baldissera (l'unico alto ufficiale dell'Esercito che da giovane avesse militato nelle file austriache) il quale, con le pur magre forze a disposizione, ristabiliva energicamente la situazione militare e, approfittando della morte di Giovanni VI, riprendeva persino una moderata penetrazione verso il Tigré abissino (occupazione di Cheren e dell'Asmara), destinata ad essere proseguita più tardi dal generale Oreste Baratieri, un ufficiale dal passato garibaldino al quale, in qualità di Governatore dell'Eritrea, va anche il merito di aver sconfitto i dervisci .

 

"L'AFFARE UCCIALLI"

La sorte sembrò venire in aiuto a Crispi nella partita ancora sospesa con l'Abissinia. Alla morte del negus Giovanni vi era un pretendente, il ras dello Scioa Menelik che, pur non essendo uno dei nobili più potenti, poteva tuttavia vantare una presunta discendenza diretta (il suo stesso nome ne faceva fede) dalla dinastia salomonica. Menelik d'altra parte coltivava da anni rapporti di amicizia con le autorità italiane in Eritrea e sembrava il candidato perfetto per i nostri progetti coloniali.
Artefice di un accordo diplomatico con Menelik - il quale, in cambio dell'appoggio politico contro i suoi nemici e della fornitura di armi e denaro, una volta diventato Negus prometteva di accettare il protettorato italiano sull'Etiopia - fu il conte Antonelli. Egli intendeva usare, in realtà, uno strumento vecchio quanto l'imperialismo: il sistema di assoggettare uno Stato attraverso la formale amicizia ed alleanza anziché attraverso la guerra esplicita. Lo aveva adoperato, ad esempio, Scipione quando favorì Massinissa nei confronti del suo rivale Siface in Numidia; lo avevano adottato, in moltissime occasioni, le autorità coloniali di tutto il mondo quando si trattava di inserirsi in qualche bega tribale, e per lo più aveva dato buoni frutti. Quasi sempre. Ma non in quella occasione. Menelik infatti sottoscrisse il trattato di Uccialli quando era ancora ras nel 1889, ma nel testo in amarico mancava l'articolo che più interessava Crispi, ovvero il riconoscimento del protettorato italiano sull'Etiopia. Quanto poi alla linea di confine tra l'Eritrea e l'Impero abissino, si rimandava ad ulteriori accordi diplomatici che non vi furono. Infine, allorché Menelik si fu impadronito del pieno potere, nel 1893 denunciò il trattato stesso. Nell'eterna favola della volpe e del corvo era stata l'Italia, che credeva di impersonare la volpe astuta, a recitare la parte del corvo sempliciotto. Se si voleva l'Etiopia, bisognava conquistarla con le armi.

 

GLI ANNI NOVANTA

La partita con il "fedifrago" Menelik non poteva certamente dirsi chiusa con l'inganno di Uccialli. Sotto il governo Crispi, poi con quello Di Rudinì, con il primo governo Giolitti e infine con il secondo governo Crispi, le truppe del governatore Oreste Baratieri occuparono diverse località di confine approfittando della rivalità fra i ras ed i capi locali dello Scioa e del Tigré; vennero combattute e vinte anche modeste battaglie a Cohatit e Senafé, ed occupate le zone di Adigrat e Adua: Menelik non voleva o non poteva reagire alle provocazioni, ma le truppe che l'Italia riusciva a mandare in Africa Orientale, dopo il grande sforzo fatto con i Corpi del Baldissera, erano estremamente scarse. D'altra parte l'attenzione e l'apprensione dei governi erano concentrate su ben altre questioni: la controversia doganale con la Francia, gli scandali politici, il deficit del bilancio, i fasci siciliani, i disordini in Lunigiana, i tempestosi rapporti con la Chiesa. In questo marasma di incombenze gravi e pericolose per la sicurezza del giovane Regno d'Italia, i governi metropolitani trascuravano di impartire alle autorità in Eritrea delle direttive strategiche di largo respiro; sicché esse facevano quel che potevano, approfittando degli endemici conflitti locali per erodere qualche fetta di territorio abissino e piantarvi il tricolore. Ma non è così, con l'improvvisazione e l'empirismo politico, che si conquista una colonia.

 

L'ESERCITO ABISSINO

Sembra opportuno a questo punto, prima di esaminare il fatto d'arme di Adua, gettare uno sguardo al sistema organizzativo, arretrato ma sufficientemente efficace, dell'esercito etiopico con il quale ci scontrammo in quella dolorosa giornata. Innanzitutto, all'epoca di Menelik non esisteva un unico esercito nazionale, ma tanti eserciti quante erano le regioni amministrative dello Stato governate dai singoli ras locali. Tutti gli eserciti però avevano la medesima disposizione tattica e l'identico meccanismo di leva, che erano rimasti praticamente immutati nei secoli.
Premesso che, secondo una stima di origine italiana risalente al 1887 (Relazione del capitano Cecchi), l'impero etiopico poteva mettere in campo circa 145.000 guerrieri estremamente bellicosi, la chiamata alle armi avveniva in tutto il paese al suono del ketit. A questo punto ogni gruppo familiare era obbligato a fornire almeno uno dei propri componenti, il quale veniva retribuito durante la campagna con derrate alimentari e comunque un pasto al giorno. I più valorosi potevano poi ricevere donazioni in terre e gradi di maggiore o minore prestigio nella gerarchia militare.
Durante la marcia l'esercito nel complesso, ed ogni suo singolo reparto, anche il più piccolo, si muoveva nella medesima formazione che sarebbe stata assunta in battaglia, con il vantaggio che ogni uomo occupava negli spostamenti lo stesso posto destinato ad assumere nel combattimento, e che le truppe erano già praticamente schierate e pronte allo scontro in qualsiasi istante dell'itinerario percorso. Le tappe, dato il clima particolarmente caldo, duravano soltanto cinque ore, dalle sette del mattino a mezzogiorno; poi uomini ed animali riposavano e si rifocillavano per il resto della giornata.
L'organizzazione militare degli abissini, come abbiamo detto, era piuttosto rudimentale, in quanto non prevedeva né colonne di salmerie né una parvenza di apparato logistico, poiché i guerrieri stessi, con i loro muletti, si occupavano di trasportare tutto ciò che occorreva per sé (bagagli, viveri, armi e tende) e per la rapida costruzione dell'accampamento imperiale. A tal fine erano divisi in otto particolari categorie di portatori. Per fornire solo qualche esempio, i kodda erano adibiti al trasporto degli otri per l'acqua, i guebbar a quello dei forni da campo, delle lenticchie e della farina, i saten-ciagn portavano il pane già confezionato, mentre agli urari, che marciavano e combattevano tra le prime file, era affidata la tenda dell'imperatore (adderach) e quella dell'imperatrice (elfign).
Lo schieramento tipico degli etiopici in battaglia era a croce greca, cioè con i quattro bracci uguali . Il braccio che procedeva in testa, o avanguardia, era guidato da un alto ufficiale chiamato fitaurari; quello che costituiva l'ala destra era invece comandato dal cagnazmàcc; quello di sinistra dal grazmàcc, ed infine quello posteriore, la nostra retroguardia, dal mobò. Il degiàcc, "comandante della porta" era un grado equivalente al nostro generale, ma in tempo di pace significava governatore di una provincia. Ufficiali di grado inferiore erano gli ieshambél, "comandanti dei mille", i shambél, "comandanti dei duecentocinquanta" ed i balambaràs, "capi dei cavalieri armati di corazza", talvolta un semplice titolo onorifico.
L'esercito abissino amava attaccare battaglia all'alba, giudicata l'ora più propizia, e nel giorno di martedì. In caso di combattimento, il centro della croce e la retroguardia rimanevano a protezione dell'imperatore, dei dignitari e di quello che per noi sarebbe lo stato maggiore; l'avanguardia si precipitava istantaneamente all'attacco del nemico, e contemporaneamente le due ali si allargavano per avvolgerlo.

 

AMBA ALAGI E MACALLÉ

Tra gli anni '90 e '95 il Negus non si mosse, delegando di fatto ai suoi dignitari e nobili di periferia il compito di vedersela con gli Italiani. In verità egli non poteva rinunciare a difendere l'Impero, ma stava consolidando il proprio potere e acquistando armi moderne da compiacenti fornitori francesi e britannici, che non si lasciavano sfuggire nessuna occasione per mettere il bastone tra le ruote alla malferma "bicicletta" coloniale italiana.
Nel 1895 Menelik si sentì finalmente pronto a scendere in campo con il suo esercito imperiale e cominciò a muoversi verso la regione dello Scioa, la sua terra di origine. Ai segnali d'allarme che Baratieri lanciava a Roma, il Governo rispose con l'invio di appena tre battaglioni: tre battaglioni di rinforzo per operare contro un'armata superiore ai 100.000 uomini.
Con tali misere forze il maggiore Toselli, che si trovava nella zona di Amba Alagi, ed il tenente colonnello Galliano, che comandava il vicino forte di Macallé, non potevano ottenere nessun risultato diverso da quello che effettivamente ottennero: farsi annientare salvando almeno, con il loro epico sacrificio, l'onore militare d'Italia.
Il 7 dicembre 1895 un reparto comandato da Toselli e composto dal IV battaglione, una compagine del III e da poche truppe indigene, venne attaccato ad Amba Alagi da tre colonne di guerrieri galla e tigrini. Gli etiopici prima misero in crisi l'ala sinistra italiana che dovette ricorrere alle riserve, poi investirono il centro ed a fine mattinata completarono l'accerchiamento. Costretti alla ritirata, con le alture alle spalle, Toselli ed i suoi seppero morire gloriosamente.
Contro il forte di Macallé, difeso da un pugno di valorosi, si spuntarono invece gli assalti del nemico. Galliano resistette pervicacemente e si rifiutò di cedere fino a che non gli giunse dal Comando l'ordine della resa, e dal negus in persona, ammirato da tanto coraggio, l'onore delle armi.
Il sacrificio di così tante vite non era stato però inutile: il generale Baratieri ebbe il tempo di organizzare apprestamenti difensivi nelle zone di confine, mentre lo stesso Menelik preferì non saggiare la capacità di resistenza italiana e scelse di marciare verso Adua. Questa manovra, erroneamente interpretata come un segno di debolezza, accompagnata dalle notizie che l'esercito imperiale era in difficoltà di approvvigionamenti e dalla considerazione che i suoi guerrieri non erano riusciti a conquistare neppure il minuscolo forte di Macallé, generò purtroppo un facile ottimismo nel Comando italiano: così, mentre gli abissini ci stimavano giustamente dei forti avversari ed applicavano la classica tattica dilazionatoria di attirarci in profondità nei loro territori per allontanarci dai rifornimenti e dalla posizioni fortificate, governo e militari crederono invece che fosse giunto il momento di far conoscere al negus la superiorità delle armi e dei soldati italiani.
Non dobbiamo però in questo caso lasciarci attrarre nelle troppo folte schiere dei detrattori dello spirito bellico nazionale, tra quegli uomini di cultura che cioè sembrano godere di una gioia malvagia nell'accusare la nostra storia militare di ogni genere di debolezze, insipienze ed errori. Non si trattava infatti di ingenuità e di dilettantismo da parte nostra: gli eserciti ed i politici di tutte le potenze coloniali, ancora sino alla prima metà del XX secolo, erano assolutamente persuasi della supremazia tecnologica e bellica degli europei, nonché della miglior qualità morale dei propri uomini, infinitamente meglio addestrati e disciplinati del nemico che dovevano combattere. Dobbiamo onestamente riconoscere, anche se ciò può dare adito a molte critiche fra le anime belle, che non si trattava di un'illusione, dal momento che gli europei vinsero praticamente tutti i conflitti coloniali in cui furono coinvolti anche se persero molte battaglie. Ogni regola ha però delle eccezioni, e l'eccezione in questo caso è costituita dalla guerra Italo-abissina. Questa fu persa, ma non per incapacità militare, bensì perché la nazione non aveva le necessarie risorse economiche e neppure l'orgogliosa ed ostinata fermezza di volere la rivincita dopo la prima seria sconfitta.

 

L'ANABASI DI BARATIERI

Nel gennaio 1896 Baratieri, nonostante la lamentata scarsità di truppe a sua disposizione, cominciò dunque ad avanzare con un Corpo d'Operazione alla ricerca del Negus e dei suoi "camisun", come erano definiti dai nostri soldati i guerrieri abissini per via dei bianchi mantelli che indossavano. A fine febbraio, dopo una marcia di 450 chilometri da Massaua, gli italiani si accamparono nella conca di Enticciò, a 30 chilometri da quella di Adua, dove stazionava l'esercito di Menelik.
Il Corpo italiano era composto da 4 brigate:
Brigata Indigeni (gen. Albertone ): 4.076 uomini e 14 cannoni;
1ª Brigata Fanteria (gen. Arimondi): 2.493 uomini e 12 cannoni
2ª Brigata Fanteria (gen. Dabormida): 3.800 e 18 cannoni;
3ª Brigata Fanteria (gen. Ellena): 4.150 uomini e 12 cannoni
(per un totale di 14.527 uomini e 56 cannoni) .
L'esercito imperiale vero e proprio contava fra i 34.000 e i 38.000 guerrieri; le forze che i vari ras avevano portato con sé ad Adua facevano salire la cifra degli abissini a 110.000-123.000 combattenti.
La situazione che era venuta a crearsi era di stallo: né gli Italiani né il nemico potevano mantenersi a lungo in quelle posizioni così lontane dai rifornimenti e con la prospettiva dell'avvento della brutta stagione. Al Comando italiano si aprivano perciò tre alternative:

- rimanere ad Enticciò fino a quando il Negus fosse stato costretto a sciogliere il proprio esercito perché incapace di nutrirlo. Sarebbe stata una vittoria morale;
- rientrare in Eritrea. Sarebbe stato disonorevole ed avrebbe galvanizzato gli abissini;
- tentare un'ultima avanzata, anche a rischio di provocare uno scontro con il negus, prima del ripiegamento.

Quest'ultima soluzione fu quella che appariva migliore a Baratieri sia per questioni militari che per ragioni politiche: le sue incessanti richieste di nuove truppe ricevevano in risposta solamente i violenti telegrammi di Crispi che lo accusavano di troppa prudenza di fronte al nemico e definivano la sua campagna "una tisi militare". L'ultimo messaggio aveva poi fatto traboccare il vaso: Roma annunciava che erano partiti i rinforzi tanto attesi, insieme però al generale Baldissera, destinato a sostituirlo. Ovviamente Baratieri, punto sul vivo, desiderava ardentemente congedarsi dall'Africa con almeno un parziale successo. Il 28 febbraio convocò pertanto i suoi generali di brigata e ribadì loro che era necessario prendere una risoluzione: ritirarsi in Eritrea o attaccare. Arimondi si dichiarò per l'attacco e si dimostrò anche sicurissimo della vittoria esclamando in piemontese: "Ai butôma quatr' granate e l'è faita". Anche Albertone ed Arimondi insistevano per non ritirarsi, adducendo a motivo della loro convinzione l'eccellente morale delle truppe; il maggior generale Ellena, giunto da soli 12 giorni, e non essendosi fatto un quadro completo della situazione, decise di uniformarsi al parere dei colleghi più esperti.
Alla fine, Baratieri decise ragionevolmente di effettuare un limitato balzo in avanti, una dimostrazione di forza che implicasse il minor rischio possibile. Il Corpo d'Operazione avrebbe occupato la linea delle alture dominanti la conca di Adua, dove si sapeva accampato l'esercito del negus, per provocarlo a battaglia. Se il nemico avesse abboccato, il suo attacco era destinato a fallire contro il fuoco concentrato dei nostri cannoni e dei nostri fucili. Se invece non si fosse mosso, era sempre possibile ripiegare sulle posizioni di partenza.

 

MARCIA NOTTURNA

Alle 5 del pomeriggio del 29 febbraio veniva emanato da Baratieri l'ordine n. 87, che prevedeva per le ore 21 la partenza verso Adua avendo come "primo obiettivo" i colli Chidane Meret e Rebbi Arienni.
Il Corpo d'Operazione veniva diviso in tre colonne che dovevano marciare separatamente lungo tre diverse strade per ricongiungersi alla fine del percorso.

- Colonna di destra: 2ª Brigata Dabormida
- Colonna di centro: 1ª Brigata Arimondi, seguita, ad un'ora di marcia, dalla 3ª Brigata Ellena di riserva
- Colonna di sinistra: Brigata indigena Albertone.

Le batterie furono divise tra le varie colonne, ma per scarsità di animali da soma vennero assegnati soltanto 90 colpi a pezzo in luogo dei 130 previsti. Non si poteva fare diversamente, ma così gli italiani, con una sorta di autolesionismo, limitavano l'efficienza dell'unica arma in grado di contrapporsi all'enorme superiorità numerica del nemico.
Come commentare le decisioni di Baratieri? Certamente una marcia notturna è per definizione una 'marcia occulta' e suscettibile di sorprendere l'avversario, mettendolo di fronte allo sconcerto di trovare alla mattina il nemico attestato su nuove posizioni. Tuttavia uno spostamento notturno che separa le già scarse forze e procede per vie sconosciute, che non dispone di carte militari, ma soltanto di carte topografiche appena abbozzate, e si affida a delle guide locali che possono anche essere infide, espone a gravi rischi tutta l'impresa. Se poi si aggiunge che gli itinerari indicati dal Comando almeno in un'occasione risultarono sbagliati, e che la Brigata indigena della colonna di sinistra ad un certo punto si spostò (chi dice per errore, chi dice volutamente) al centro, e si trovò così alla testa della Brigata Arimondi provocandone il fatale ritardo sui tempi di marcia, bisogna concludere che gli italiani si stavano cacciando inavvertitamente in una situazione disperata.

 

ADUA COME TEUTOBURGO

L'arrivo del Corpo d'Operazione italiano avrebbe dovuto costituire una sorpresa per l'esercito abissino, ed invece si risolse in una sorpresa per le nostre truppe. Si credeva di cogliere il nemico placidamente attendato nel suo accampamento ed invece fu lui ad attaccare le colonne quando ancora erano in marcia. Segno certo di una pessima intelligence da parte degli nostra e di un ottimo servizio di esplorazione da parte degli etiopici. D'altra parte, bisogna ricordare la colpevole leggerezza con cui le autorità militari italiane si fidavano di guide e di spie locali - lautamente pagate - che in realtà facevano il doppio gioco per il negus.
La battaglia che si svolse in quella terribile giornata del 1° marzo 1896 era praticamente già perduta in partenza: il Corpo d'Operazione era già atteso, e per giunta affluiva sul terreno dello scontro in disordine, alla spicciolata e lungo itinerari che seguivano valloncelli separati da alture; da qui la grave difficoltà a comunicare tra le colonne, la mancanza da parte del comando centrale di una visione chiara degli avvenimenti, e la pratica impossibilità di far pervenire tempestivamente gli ordini necessari.
Adua fu insomma uno scontro caotico e frazionato, al quale risulta arduo imporre un certo ordine di narrazione. Pensiamo perciò che il sistema migliore consista nel dividere l'episodio in fasi che tengano il più possibile conto della cronologia degli avvenimenti.

 

I Fase. La prima unità a prendere contatto con il nemico fu la Brigata indigena del generale Albertone che, fortuitamente o colpevolmente, aveva lasciato scoperta la sinistra della formazione in marcia ed aveva preceduto al centro tutte le altre. Era appena giunta sul Chidane Meret alle 6 di mattina, quando fu violentemente attaccata sul fianco sinistro dalle truppe al seguito della regina Taitù, moglie di Menelik. Probabilmente esploratori nemici, invisibili di notte quanto pensavano di esserlo gli italiani, avevano seguito gli spostamenti del Corpo d'Operazione e dato l'allarme.
La prima ondata abissina fu contenuta e ributtata, e ciò indusse il generale Albertone ad inviare un biglietto a Dabormida perché portasse sulla sua destra la 2ª Brigata per battere definitivamente il nemico. Il biglietto non arrivò mai a Dabormida, ma in compenso arrivavano sempre nuove truppe al nemico. Il I battaglione Ascari fu travolto; il II, VII e VIII, schierati in linea, vennero attaccati sulla fronte e aggirati sulla sinistra da una colonna scioana guidata dall'imperatore in persona; gli artiglieri, esaurite le munizioni, cadevano ad uno ad uno accanto ai loro pezzi; Albertone fu catturato dopo che gli era stata uccisa la cavalcatura; le superstiti e decimate compagnie poterono a stento ripiegare, inseguite dagli abissini, in direzione delle brigate che stavano ancora marciando. Alla 10 di mattina gli italiani avevano già perso un quarto delle loro forze.

II Fase. L'assoluta mancanza di collegamento tra le colonne cominciava a causare i suoi negativi effetti. Il generale Baratieri poté udire gli spari della Brigata indigena, ma non osservare lo scontro poiché il luogo della battaglia era celato da una collina. Diede quindi ordine di schierare le sue brigate, che con ritardi e fraintendimenti alla fine si disposero con la fronte verso sud, mentre la fiumana degli abissini, preceduta dai pochi ascari in rotta, si avvicinava da ovest, da una direzione cioè obliqua allo schieramento. La riconversione di fronte, sotto l'assillo del nemico che avanzava, fu di necessità frettolosa e imperfetta. Per giunta la Brigata Dabormida che doveva occupare l'ala destra italiana sulle pendici del monte Zeban Derò, per un errato riconoscimento dei luoghi aveva proceduto troppo oltre lasciando scoperto il fianco della Brigata Arimondi. In questa larga falla si poterono così incuneare le bande abissine impedendo ogni contatto fra l'ala destra e il centro.

III Fase. Forse non tutto sarebbe stato perduto se la 3ª Brigata Ellena della riserva fosse riuscita a ricongiungersi con la Brigata Arimondi in modo da costituire un robusto nucleo di fuoco di fucileria e artiglieria. L'ordine di accorrere era partito tempestivamente, ma il generale Ellena aveva già dovuto distaccare diversi reparti per bloccare il dilagare delle colonne abissine che avevano superato Arimondi e lo minacciavano ai lati; così, a rinforzare il centro giunsero soltanto il 16° battaglione e due batterie a tiro rapido il cui fuoco, conclusosi con il massacro di tutti gli uomini ai pezzi, non poteva più mutare le sorti della battaglia.

IV Fase. La 1ª e la 3ª Brigata, ormai completamente mescolate, non poterono resistere a lungo e dovettero iniziare la ritirata lungo l'unica via possibile non ancora bloccata dagli abissini: lungo il colle Tzadà verso la valle di Iehà in direzione della gola di Al Zebò. Si trattava però di una ritirata precipitosa, sotto il continuo incalzare del nemico e, una volta in pianura, molestata sui fianchi da rapide incursioni di feroci cavalieri galla; né era possibile fermarsi per organizzare una resistenza, poiché insieme agli abissini trionfanti continuavano ad arrivare italiani isolati in fuga e c'era il pericolo di sparare sui propri connazionali. Era tale lo stillicidio dei morti che, solo tra il colle di Tzadà e la valle dello Iehà, i militari incaricati di dare sepoltura ai caduti di Adua trovarono i resti di 732 soldati. Superata combattendo la gola di Al Zebò e sopraggiunta la notte, gli sparuti superstiti delle due brigate italiane poterono mettersi in salvo. Menelik era pago del risultato.

 

LA FINE DELLA BRIGATA DABORMIDA

Abbiamo visto come la 2ª Brigata del generale Dabormida si allontanasse per errore dalla Brigata Arimondi lasciandone scoperto il fianco: anziché disporsi sul monte Bellah, come le era stato ordinato, era scesa nella valletta di Mariam Scioaitù. Superata la valle, si trovò di fronte le truppe tigrine del ras Mangascià. Alle 10.30 il Battaglione Milizia Mobile che marciava in testa alla colonna fu improvvisamente assalito e, perduti gli ufficiali, si ritirò mescolandosi con i battaglioni che lo seguivano. Il nemico tuttavia, mentre aggirava la brigata e la isolava dal resto del Corpo di spedizione, non accettava il combattimento ma, ritirandosi, la faceva sempre più avanzare nella valle in attesa che i rinforzi inviati da Menelik occupassero tutte le creste sovrastanti. Quando questi finalmente giunsero, Dabormida rimase completamente accerchiato: le due uscite della valle erano sbarrate e risultava impossibile sfuggire attraverso le alture. Il generale perì con tutto il suo Stato Maggiore e pochissimi furono i superstiti della sua brigata.
In quel tragico 1° marzo 1896 i caduti italiani furono 6.600, circa il 42% dell'intero Corpo d'Operazione, oltre ai due generali Arimondi e Dabormida . Una cifra irrisoria se paragonata alle perdite che avremmo subìto nelle battaglie del primo conflitto mondiale, ma spaventoso rispetto alle guerre risorgimentali che fino ad allora la nazione aveva conosciuto. Le medaglie d'oro alla memoria concesse ai caduti di quella battaglia furono 14, un numero elevatissimo se confrontato a quello dei combattenti.
Gli abissini, sembra, contarono 7.000 morti e 10.000 feriti.
Adua, o Abba Garima, dal nome del convento sul monte omonimo dei pressi del quale fu combattuta, rimane la più sanguinosa battaglia delle guerre coloniali del XIX secolo. Il 18 maggio avvenne lo scambio dei prigionieri e due compagnie del Genio poterono iniziare il riconoscimento e la sepoltura dei resti dei caduti. La pace fu firmata a Addis Abeba il 15 ottobre 1896 e ripristinò il confine sulla linea Mareb-Belesa-Muna. Il negus per l'occasione fece pervenire ad Umberto I questo telegramma: "Sono lieto di far conoscere a Vostra Maestà che il Trattato di pace è stato oggi sottoscritto. Iddio ci mantenga sempre amici".

 

LE TRISTI REAZIONI

Quella di Adua fu per Menelik una vittoria sterile di risultati. Poco dopo la battaglia, il 20 marzo, egli dovette ritirarsi dalla regione, sciogliere l'esercito e lasciare l'iniziativa agli italiani. Baldissera sbarcò il 4 marzo (soltanto tre giorni dopo l'eccidio) con gli aiuti tanto invocati da Baratieri, e come abbiamo visto furono gli italiani e non gli abissini a dare pietosa sepoltura alle ossa dei caduti; e se la situazione interna del Regno lo avesse consentito, sarebbero stati in grado di riprendere un'offensiva in grande stile già nell'estate del 1896. Invece, la sconfitta in un episodio d'armi segnò soprattutto la sconfitta di una linea politica e di un uomo, che non era Baratieri, ma Francesco Crispi. Così, il 18 maggio 1896, sembrò che l'Italia volesse sbarazzarsi persino del ricordo di tale disastro ed il tricolore fu ammainato nel forte di Adigrat che il generale Baldissera aveva riconquistato, benché non ci fosse alcun nemico a minacciarlo; e per soprammercato, Cassala, luogo di una nostra splendida vittoria contro i dervisci, fu ceduta agli inglesi. Commentò sulla Nuova Antologia il generale Domenico Primerano, capo di Stato Maggiore: "Adua fu un doloroso episodio militare, ma non dell'importanza che gli si volle attribuire, e sarebbe stato riparabile all'indomani, se avessimo avuto la calma, la serenità e la fermezza di propositi che erano richieste in quel momento". Identica era l'opinione del Times, che osservava: "Adua è un disastro militarmente inferiore all'apparenza, politicamente gravissimo".
In patria, come è costume italico di tutti i tempi, si discusse e ci si azzuffò sulle ragioni della sconfitta, che furono di volta in volta attribuite a fattori diversi e contrastanti: ai poco chiari ordini d'operazione emanati da Baratieri; alla pessima esecuzione da parte dei comandanti di brigata dei chiari ordini di Baratieri; al telegramma di Crispi che esasperò il generale e lo indusse ad un colpo di testa avventato mentre i rinforzi stavano sopraggiungendo; alla composizione delle truppe, formate da elementi raccogliticci e da scarti di altri reparti; alla deficienza di informazioni sul nemico; all'avventatezza di Albertone che era passato in testa alle altre colonne; alla mancanza di carte militari; alla scarsezza di munizioni e vettovaglie.
Le reazioni dei partiti, dei giornali e degli uomini politici furono, come è tipico da noi, scomposte ed esagitate. I socialisti esultarono, perché era venuta in terra d'Africa la "batosta risolutiva" auspicata da Turati. Sui muri della caserma Sant'Ambrogio di Milano una mano scrisse: "Soldati, non andate al macello! Viva la bandiera rossa, viva Menelik!" Esultarono anche i cattolici dalle pagine dell'Osservatore Romano e della Civiltà Cattolica. Nella piazza la folla gridava "L'esercito è vigliacco!", mentre il radicale Imbriani e Felice Cavallotti premevano sul governo perché Baratieri non fosse giudicato da un Tribunale Militare, ma da un'Alta Corte di Giustizia formata da nove deputati. Lo stesso Imbriani il 30 novembre propose alla Camera che l'Italia si ritirasse definitivamente dall'Eritrea, ed Andrea Costa di rimando gridava in piena Aula: "Neanche più un soldo per l'Eritrea! Neanche più un soldo per l'Africa!" Ad un anno di distanza, il 16 ottobre 1897, Alfredo Panzini, dalla Nuova Antologia, ricorreva invece al sarcasmo parafrasando l'esclamazione di Francesco I dopo la battaglia di Pavia: "Tutto è salvato fuorché l'onore!"
Diciassette anni dopo, nel 1913, l'uomo politico Georges Sorel denunciò in una lettera privata che gran parte della diluviante campagna anticolonialista che si era riversata sul Governo e sulle Forze Armate nei mesi successivi ad Adua fu pilotata da agenti della Francia per indebolire la compagine interna dell'Italia e quindi, indirettamente, la Triplice Alleanza. Può certamente esser vero, e senza dubbio l'operazione fu ben orchestrata ed ottenne i suoi frutti. Di Rudinì, il Re e l'Esercito furono spaventati. Umberto I inviò a Menelik venti milioni di lire oro come rimborso spese di guerra, offerta che il negus commentò come un atto di sudditanza; lo Stato Maggiore, a sua volta, congedò le classi di riserva che stavano per partire per l'Africa; il Governo, poi, di Africa non voleva più neppure sentirne parlare. È però anche vero che l'onore non fu affatto perduto, come insinuava Panzini, o almeno fu perduto dai politici ma non dai militari, poiché dalle inchieste successive ad Adua emerse il comportamento assolutamente coraggioso e impavido (per altro riconosciuto dallo stesso nemico) dei nostri soldati e dei nostri ufficiali. E l'onore, tutto sommato, non fu perduto neppure dall'Italia nel suo complesso. La proposta Imbriani di abbandonare l'Eritrea fu respinta dalla Camera con centoventisei voti contrari e solo ventisei favorevoli. Ed un prestito nazionale aperto dal Governo per le spese sostenute nella guerra in Africa fu coperto ventidue volte più del richiesto!
Alla fine, si voleva qualcuno da linciare e si fece un gran baccano sui generali superstiti delle Brigate che combatterono ad Adua. L'inchiesta, lunga, noiosa, e come naturale caratterizzata dal solito penoso rimpallo delle responsabilità e dai soliti articoli velenosi sui giornali, li riconobbe tutti incolpevoli. Il generale Oreste Baratieri fu processato davanti al Tribunale Speciale Militare, che lo assolse dall'accusa di aver attaccato il nemico con certezza di insuccesso e di avere abbandonato il posto durante la ritirata. Pertanto non accolse la richiesta del Sostituto Avvocato Generale Bacci di una pena di dieci anni di reclusione militare. Tuttavia nella sentenza si legge: "Il Tribunale non può astenersi dal deplorare che la somma del comando, in una lotta così disuguale e in circostanze tanto difficili, fosse affidata ad un generale che si dimostrò tanto al di sotto delle esigenze della situazione". Nonostante i meriti di guerra che Baratieri aveva colto nelle campagne contro i dervisci, e la grande popolarità che per le sue vittorie lo aveva circondato negli anni recenti, venne allontanato dall'Esercito.
Adua, in ultima analisi, fu una strage inutile perché portò al precipitoso abbandono dell'intera impresa d'Etiopia. Addossare la colpa a qualcuno, dal momento che si trattò in realtà di un complesso di colpe che investivano politici avari di risorse finanziarie per le colonie ma desiderosi di azioni belliche di grande prestigio, diplomatici come l'Antonelli leggeri e per lo più ignoranti della situazione etiopica, autorità coloniali impreparate, e militari o troppo riflessivi o troppo audaci, ma comunque imprudenti nell'affrontare l'affrettata marcia finale, sarebbe tutto sommato ingiusto. Potremmo pensare invece che, all'origine del grave cumulo di errori commessi in quel frangente, vi fosse una ragione comune: l'Italia come Nazione, Regno e Stato Unitario, da poco formata, da poco uscita da un lungo Risorgimento, ancora fragile per i numerosi problemi interni, con una classe politica ancora in formazione, era troppo giovane ed immatura per tentare un'impresa coloniale di grande respiro come quella d'Etiopia. Altri Paesi avevano intrapreso la via dell'espansione coloniale dopo secoli di unità, ed erano in grado di sopportare le inevitabili battute d'arresto ed i rovesci che queste guerre a scadenza quasi regolare richiedevano: dai massacri in Algeria alla sollevazione dei cypois, dalle campagne contro gli zulu a quelle contro i boeri. Noi, arditamente, o poco assennatamente, volemmo affrontarla dopo pochi decenni. E l'inesperienza di tutti ci fu fatale.
Ma Adua non fu soltanto un disastro più morale che materiale per la politica italiana. Le brevi note di costume e di cronaca che abbiamo voluto introdurre non devono farci dimenticare il suo aspetto umano, e che essa fu un eccidio tale da lasciare inorridito lo stesso Negus. Quando i suoi uomini gli chiesero di poter festeggiare la vittoria, egli vietò loro ogni manifestazione di esultanza poiché, tra le pietraie e le colline di quei luoghi dall'aspetto lunare, erano morti cristiani da una parte e dall'altra. E l'umano apprezzamento che un popolo valoroso e guerriero mostra sempre verso il nemico sconfitto portò l'arte e la poesia abissine a celebrare il coraggio e l'onore sfortunato degli italiani. Adua è rimasta ancor oggi, nella memoria degli abissini, "la Battaglia dei Leoni contro i Leoni".
Adua sarà pur stata una sconfitta, un cumulo di errori strategici, un esempio di leggerezza militare. Non fu certo, come i detrattori affermano, un disonore per chi la combatté.

 

 

 

 

Appendice

Elenco completo delle forze italiane e abissine in campo

Secondo la "Relazione Lamberti" l'organico e la disposizione del Corpo d' Operazione italiano il 1° marzo 1896 era il seguente.

Colonna di destra:
2ª Brigata Fanteria
Gen. Dabormida.

Unità Comandante fucili cannoni
3° Rgt. Fanteria col. Ragni:
V Btg. Fanteria magg. Giordano 430
VI Btg. Fanteria magg. Prato 430
X Btg. Fanteria magg. De Fonseca 450

6°Rgt. Fanteria Col. Airaghi:
III Btg. Fanteria magg. Branchi 430
XIII Btg. Fanteria magg. Rayneri 450
XIV Btg. Fanteria magg. Solaro 450

Btg. Indigeni M. M. magg. De Vito 950
Comp. Ketit cap. Sermasi 210

2ª Brg. Artiglieria magg. Zola:
5ª Btr. Da montagna cap. Mottino 6
6ª Btr. Da montagna cap. Ragazzi 6
7ª Btr. Da montagna cap. Gisla 6
-------------------------
3800 18

 

Colonna di centro:
1ª Brigata Fanteria
Gen. Arimondi.

1° Rgt. Bersaglieri col. Stevani:
I Btg. Bersaglieri magg. De Stefano 423
II Btg. Bersaglieri ten. Col. Compiano 350

2° Rgt. Fanteria col. Brusati:
II Btg. Fanteria magg. Viancini 450
IV Btg. Fanteria magg. De Amicis 500
IX Btg. Fanteria magg. Baudoin 550

1ª Comp. V Btg. Indig. Cap. Pavesi 220

8ª Btr. Da montagna cap. Loffredo 6
11ª Btr. Da montagna cap. Branzini 6
------------------------
2493 12

 

 

Colonna di sinistra:
Brigata Indigeni
Gen. Albertone.

Unità Comandante fucili cannoni

I Btg. Indigeni magg. Turitto 950
IV Btg. Indigeni magg. Cossu 850
VII Btg. Indigeni magg. Valli 950
VIII Btg. Indigeni magg. Gamerra 950

Bande Okulé-Kusai ten. Sapelli 376

1ª Brg. Artiglieria magg. De Rosa:
1ª Btr. Indigeni cap. Henry 4
2ª sez. 2ª Btr. Indigeni ten. Vibi 2

Btr. Nazionali magg. De Rosa:
3ª Btr. da montagna cap. Bianchini 4
4ª Btr. da montagna cap. Casotto 4
-----------------------
4076 14

Colonna di riserva:
3ª Brigata Fanteria
Gen. Ellena.

4° Rgt. Fanteria col. Romero:
VII Btg. Fanteria magg. Montecchi 450
VIII Btg. Fanteria ten. Col. Violante 450
XI Btg. Fanteria magg. Manfredi 480

5ª Rgt Fanteria col. Nava:
Btg. Alpini ten. Col. Menini 550
XV Btg. Fanteria magg. Ferraro 500
XVI Btg. Fanteria magg. Vandiol 500

III Btg. Indigeni ten. Col. Galliano 1150

1ª Btr. a tiro rapido cap. Aragno 6
2ª Btr. a tiro rapido cap. Mangia 6

½ Comp. Genio 70
------------------------
4150 12

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo i calcoli eseguiti dal gen. Albertone e da altri ufficiali durante la prigionia, l'esercito abissino disponeva ad Adua delle seguenti forze:

 

 

Comandanti regioni di provenienza fucili

Negus Menelik (Scioa) da 34.000 a 38.000
Iteghiè Taitù (imperatrice) (Semièn) da 5.000 a 6.000
Ras Makonnèn (Harràr) da 15.000 a 16.000
Ras Michael (Wollo-Galla) da 14.000 a 15.000
Uagscium Guangùl (Lasta) da 10.000 a 11.000
Fitaurari Gabejehù da 13.000 a 14.000
Fitaurari Mangascià Atikim da 5.000 a 6.000
Ras Taklà Haimanòt (Goggiàm) da 5.000 a 6.000
Ras Oliè (Ieggiù) da 6.000 a 7.000
Ras Mangascià e (Tigré)
Ras Alula (Hamasèn) da 3.000 a 4.000
-------------------------
da 110.000 a 123.000