una nuova scienza per risolvere antichi misteri


I Serpenti giganti

Silvio Bruno

La storiografia ofidica abbonda di segnalazioni su serpenti "mostruosi" perché molto più lunghi di quanto riportato comunemente nei libri sui rettili e nell'esposizioni dei musei di storia naturale. Quella che segue e la sintetica cronistoria di alcuni casi eclatanti, all’attenzione della criptozoologia, che hanno per soggetto soprattutto l'anaconda, un serpente neotropicale della famiglia dei Boidae, entrato dell'immaginario collettivo grazie anche all’omonimo film (1997), molto rozzo e assai discutibile, di Luis Llosa, ai moltissimi episodi divulgati dalla letteratura (a cominciare da quella cosiddetta per ragazzi: si pensi per esempio a certe avventure nei fumetti di Pecos Bill, di Tex Willer o di Mister No) e ai recenti servizi di Focus e del National Geographic.

Il nome proprio e comune o volgare, anaconda, deriva dal tamil (lingua dravidica un tempo diffusa in tutto la penisola Indiana ma oggi limitata al Baluchistan e alla zona meridionale) anai-kondra o più comunemente anaik-konda (=uccisore d'un elefante), e cioè da anai (=elefante) e kondra o konda (=uccisore). Simili incredibili quanto impossibili prodezze ofidiche sono enunciate per la prima volta dallo storico e geografo greco Megastene (350-290 circa a.C.), ambasciatore del regno di Siria presso la corte del re indiano Ciandragupta, in Indica, l’opera più classica sull'India e su Ceylon: e, a rigore, hanno i pitoni molurus e reticulatus per protagonisti. La denominazione venne ufficialmente utilizzata dagli inglesi nel 1768 per designare popolarmente "i grossi serpenti parzialmente acquatici della Guayana", la regione geografica dell'America meridionale compresa tra il corso dell'Orinoco e quello del Rio Negro-Rio delle Amazzoni e oggi divisa politicamente tra Venezuela, Brasile e le tre unità che ne prendevano o ne prendono il nome: Guyana (ex Guyana o Guiana Britannica), Suriname (ex Guayana Olandese) e Guyane o Guayana o Guiana Francese. A livello ufficiale, anaconda entrò a far parte dell'anglosassone letterario nel 1827 (e subito dopo di altre lingue germaniche, neolatine e slave) grazie allo scrittore britannico Walter Scott (1771-1832), sebbene fosse stato proposto, anche come anacondo, già nel 1817 dal barone Jean-Léopold-Nicolas-Frédéric-Dagobert Cuvier (1769-1832), il celebre anatomista e paleontologo francese passato alla storia con il nome di Georges (per l'anagrafe quello del suo carissimo fratello maggiore, prematuramente scomparso, e da Jean preso in prestito "a perenne ricordo").


L'episodio dell'anaconda di 19 m, ucciso dall'esploratore P.H. Fawcett nel 1907
secondo la ricostruzione dell'avvenimento fatta da Brian Fawcett in base ai ricordi
del padre (originale Fawcett/Heuevelmans, Archivio iconografico dell'autore).

Anaconda, pertanto, è oggi il nome ordinario o abituale del serpente Boa murina descritto nel 1758 dal naturalista svedese Carl Linné (1707-1778) e poi assegnato, dopo studi revisionistici, al genere Eunectes nel 1830 dal naturalista tedesco Johann Georg Wagler (1800-1832) e alla specie ribattezzata murinus già nel 1877 dal naturalista A. Ernst.

I nomi dialettali e locali più utilizzati dai nativi per indicare l'anaconda sono quelli di aboma, boma de abuma o de aboma, camudi, camoudi, chetameniop, cucuriu, cucuriubu, el trago venado, icuru, liboija, matatoro, minhocao, sucury, sucurijha e di sucuriju.

Attualmente, la maggior parte degli studiosi di rettili riconoscono di norma come appartenenti al genere Eunectes le due sole specie Eunectes murinus (Linné, 1758) o anaconda gigante - con le sottospecie Eunectes murinus gigas (Latreille, 1802) della Colombia, Venezuela, Trinidad, Guyana (inglese), Surinam, Guiana (francese) ed Eunectes murinus murinus (Linné, 1758) del Brasile in particolare e del bacino del Rio delle Amazzoni in generale- ed Eunectes notaeus Cope, 1862 o anaconda minore o anaconda giallo del Brasile occidentale, Bolivia, Paraguay, Uruguay e Argentina nordorientale.
Tuttavia, a livello soprattutto etologico e qualitativo, per alcuni erpetologi sono da considerarsi specie distinte anche le anaconda dell'Isola Marajo (Brasile, alla foce del Rio delle Amazzoni): Eunectes barbouri Dunn & Conant, 1936 ed Eunectes deschauenseei Dunn & Conant, 1936.

Secondo la letteratura zoologica canonica la lunghezza dell'anaconda non supera normalmente i 7 m e 30 cm. In casi eccezionali potrebbe arrivare a 9 m o poco più. Lo Stedman, grande viaggiatore, esploratore, cacciatore e naturalista del XVIII secolo, nel suo avvincente Voyage a Surinam et en Guiane, oltre a descrivere le abitudini dell'anaconda, secondo esperienze dirette e indirette, racconta con molto fervore la caccia fatta, da lui e dai suoi servitori, a un anaconda di "vingt-deux pieds et quelques pouces" [poco più di 6 m e 70 cm], la cui pelle "je l'envoyai a un de mes amis a Paramaribo, qui ensuite la fit passer en Hollande comme un objet tres-curieux". E, a proposito delle dimensioni del rettile, afferma che "sa longueur, lorsque ce serpent a pris toute sa croissance, est quelquefois, dit-on, de quarante pieds [poco più di 12 m], et sa circonférence plus de quatre [1 m]". L'anaconda, affermava pure nel 1789 Bernard-Germain-Étienne de la Ville-sur-Illon conte de Lacepede (1756-1825) nel volume dedicato ai serpenti del suo classico e universale trattato sull'Histoiere Naturelle, "est donc parmi les serpens comme l'éléphant ou le lion parmi les quadrupedes; il surpasse les animaux de son ordre par sa grandeur comme le premier, et par sa force comme le second. Il parvient communément a la longueur de plus de vingt pieds; et, en réunissant les témoignages des voyageurs, il paroit que c'est a cette espece qu'il faut rapporter les individus de quarante ou cinquante pieds de long,...". Ma su queste stime i pareri degli erpetologi sono oggi molto controversi.

Le dimensioni dell'anaconda gigante, scriveva nel 1966 l'ofidiologo lettone Janis Arnold Roze, che dal 1948 è uno dei più attivi e documentati studiosi di serpenti neotropicali, "sono state oggetto di molte speculazioni, esagerazioni e considerazioni, al punto tale che non è possibile distinguere i dati attendibili dalla fantasia". Di regola la sua lunghezza non supererebbe (ufficialmente) o i 5 m e 80 cm o i 7 m e 30 cm. Un esemplare di 5 m e 79 cm ucciso in Guyana pesava 163 kg e un altro lungo 7 m e 62 cm raggiungeva i 226 kg. In Colombia, secondo il già citato E. R. Dunn (1944), raggiungerebbe tuttavia i 9 m. Una pelle lunga 10 m e conservata all'Istituto Butantan (S. Paolo, Brasile) ; un'altra di 8 m e 75 cm (però senza testa), esaminata da J. A. Roze a San Fernando de Apure (Venezuela), apparteneva a un soggetto che da vivo doveva misurare in toto 8 m e 50 cm. Dalle indagini dell'ofidiologo C. F. Kauffeld, il più lungo esemplare vivente di anaconda ospite negli zoo statunitensi non superava gli 8 m di lunghezza. L'erpetologo Abdem R. Lancini (1986), in un testo che riassume venti anni di ricerche sui serpenti venezuelani, scrive che l'anaconda "alcanza a medir hasta unos doce metros de longitud". John J. Quelch, che alla fine del secolo scorso studio a lungo i serpenti giganti della British Guyana, scrive (1898) che il più grande anaconda "sinora osservato" raggiungeva gli 11 m e i 28 cm di lunghezza.

Nell'ambito dei non pochi resoconti, che hanno per oggetto l'uccisione o l'avvistamento di serpenti "mostruosi", un conto, naturalmente, sono le dimensioni ricavate dall'esemplare ucciso e altre quelle estrapolate dall'individuo vivo e più o meno distante dagli osservatori. Il seguente esempio valga per tutti. "Una volta, mentre ero all'interno della Guyana e seguivo in canoa il corso di un fiume" scrive il faunista esploratore A. Hyatt Verrill (1941) "scorsi un grande anaconda acciambellato sopra una roccia molto vicina al punto in cui eravamo approdati e ci preparavamo a mettere il campo. Oltre i miei 8 indigeni che manovravano i remi dell'imbarcazione, il mio servitore negro e il capo carovana, erano con me anche un operatore cinematografico e un missionario gesuita di nazionalità inglese. Proprio per avere un'idea precisa di come le persone sanno giudicare le dimensioni dei serpenti, chiesi a ciascuno degli uomini che mi accompagnavano di dirmi quale lunghezza avesse l'anaconda. L'operatore cinematografico, che non era mai stato prima d'allora nella giungla, disse: 18 metri. Il missionario, che aveva trascorso sette anni nell'interno del paese e aveva più volte visto serpenti anche assai grandi e osservato le loro tracce, disse: 12 metri [6 metri nel testo, tradotto in italiano, edito a Milano nel 1949 da A. Corticelli]. Le stime emesse dagli indigeni variavano dai 6 ai 12 metri; il [mio] servo, che pochi anni prima aveva accompagnato una spedizione scientifica di cacciatori di serpenti, fu dell'opinione che [l'ofidio] misurasse presso a poco 9 metri [6 metri nel testo in italiano], e infine il capo carovana", dopo aver preso in considerazione le varie opinioni, affermò "che non era in grado di esprimere alcuna valutazione" all'infuori del fatto, incontestabile, che l'anaconda "era troppo lungo". Una pallottola nella testa mise fine alla carriera dell'anaconda, e quando lo distendemmo a terra e lo misurammo risultò essere lungo esattamente 5 m e 95 cm [90 cm nel testo in italiano). Un vero mostro! La sua circonferenza, al centro del corpo, era di circa 85 cm [di quasi 1 m nel testo in italiano] e [il rettile] pesava più di 165 kg [oltre 120 kg nel testo in italiano]".

La considerazione più onesta alla critica di H. Verrill è certamente quella relativa all'acuto spirito di osservazione degli indigeni: "leur estimation inférieure" rileva giustamente lo zoologo Bernard Heuvelmans (1955) "est d'ailleurs rigoureusement exacte. Et l'on doit admettre que s'ils avaient vu la bete déroulée, leur estimation supérieure eut beaucoup plus précise".

Inoltre, come faceva osservare nel 1953 pure l'esploratore, zoogeografo, ecologo, fisiologo, anatomista, erpetologo, storico e saggista fiorentino Giuseppe Scortecci (1898-1973), anche trovando pelli di anaconda lunghe 9 m, "non significa che l'animale avesse da vivo tale dimensione. É ben noto infatti che, stirando fortemente la pelle fresca di un serpente (...), la si possa allungare in modo considerevolissimo".

Infine, tra i record ofidici maggiormente documentati dagli studiosi ricordo, per esempio e a titolo di complemento, anche i successivi relativi ai pitoni:

a) il pitone reticolato [Python reticulatus (Schneider, 1801)] di 10 m ucciso nelle giungle di Celebes (Indonesia) nel 1912. Una specie asiatica che in genere non supera i 4-6 m di lunghezza e i 45-50 kg;

b) il pitone del Seba [Python sebae (Gmelin, 1788)] di 9 m e 81 cm ucciso nei dintorni di Bingerville (Costa d'Avorio) nel 1932. Si tenga conto che la specie, la più grande tra i serpenti africani, non supera di solito i 4 m, e che trovare soggetti di 5 m, di 5 m e 60 cm o di 7 m e 50 cm e un avvenimento eccezionale;

c) la femmina di pitone reticolato morta di tubercolosi il 15 aprile 1963 nell’Highland Park di Pittsburgh (Pennsylvania, USA): al suo arrivo da Singapore (10 agosto 1949) misurava 6 m e 7 cm di lunghezza; 8 m e 7 cm il 15 novembre 1956 in un periodo in cui cresceva in media di circa 25 cm all'anno; il 2 marzo 1955, prima del pasto, misurava 91, 4 cm di circonferenza e il 12 giugno 1957 pesava 145 kg;

d) il pitone reticolato di 9 m e 60 cm portato vivo in Europa dal viaggiatore francese Charles Mayer, come attesta l'erpetologo Fernand Angel (1881-1950) nel suo saggio Vie et moeurs des serpents (1950);

e) e ancora dal testo di detto studioso si apprende, sempre senza alcun riferimento al periodo, che un altro pitone (probabilmente reticolato) "de 30 pieds", poco più di 9 m, venne ucciso dal naturalista William Hornaday;

f) il pitone reticolato lungo 8 m, di nome Cassius, che nel XIX secolo visse a lungo nello zoo di Knaresborough nello Yorkshire, in Inghilterra;

g) l'8 dicembre del 1908 un cacciatore, che nelle celebri paludi dell'Everglades (Florida) cercava di uccidere un grande alligatore di cui credeva di aver scoperto la pista, s'imbatte, con sua grandissima sorpresa, in un grosso serpente. Gli spara contro ripetutamente, ma il rettile scompare nell'acqua e tra le basse piante acquatiche. "Dopo quattro giorni" racconta il protagonista al Chicago Tribune (il periodico che per primo documento l'avvenimento) "ritornato sul luogo dell'incontro, vidi numerosi uccelli intorno a una carogna: era il corpo del serpente. Lo misurai e non vi dico la mia sorpresa, oltre che la mia grandissima incredulità, quando, dopo varie prove e riprove, le dimensioni dell'animale erano sempre le stesse: quasi 9 metri!". Dal momento che negli Stati Uniti d'America "non esistono serpenti di tal fatta, si può supporre" a detta dei cronisti e degli esperti contattati "che si trattasse di un serpente, probabilmente un pitone fuggito anni prima dalla cattività, quando aveva dimensioni molto più ridotte, e poi vissuto abbastanza a lungo nelle "accoglienti" paludi della Florida".


Particolare dell'anaconda di 8 metri e di l00 chili ucciso nel territorio
di Pernambuco in Brasile
(foto Rainbird Picture Library, Archivio iconografico dell’autore).

Per la criptozoologia, però, il caso più avvincente, sempre a proposito di pitoni enormi, è certamente quello che ebbe luogo nell'agosto del 1959 tra e sopra le savane dello Zaire. Protagonisti, oltre al rettile, quattro militari belgi e il loro elicottero. Il veicolo volava a circa 125 m d'altezza e a una velocità di 120 km l'ora, quando il colonnello Remy Gheysen Van Lierde: "sbircio giù verso l'erbosa savana, disseminata di radi alberi, che sfila sotto l'apparecchio, e ha la sorpresa di vedere una sorta di tronco che comincia a muoversi tra gli arbusti e i termitai. Attraverso il microfono del casco segnala il fatto al pilota che inverte la rotta... Di li a poco, l'elicottero è sulla verticale della "cosa", a circa 40 m d'altezza. Si tratta di un serpente gigantesco! Di almeno 40-50 piedi e con un capo di 3 piedi o poco più! Kindt, l'aiutante meccanico, ha la presenza di spirito di scattare una fotografia". Foto che, esaminata da numerosi studiosi specialisti, e oggi "una delle più celebri della criptozoologia moderna". Per valutare la lunghezza del pitone, "perché di un suo rappresentante si tratta", bisognerebbe conoscere l'altezza esatta a cui si trovava l'elicottero quando fu presa la foto: se volava a 35 m, il serpente era lungo 9 m e 70 cm; se era a 45 m d'altezza, 12 m e 50 cm; e infine arrivava a 13 m e 90 cm se l'apparecchio era a 50 m dal suolo. "Insomma" concludono gli esperti "si può ammettere che il rettile misurava tra i 12 e i 14 metri, e che il diametro del suo corpo era di circa 45 cm. Se così fosse, batterebbe tutti i record staturali ufficialmente riconosciuti per i pitoni".

Meno documentati e alquanto ignorati "dai bramini in camice bianco dell'ortodossia", ma non per questo trascurati dai criptozoologi sono, infine, il caso del serpente "di circa 20 metri" che "sarebbe stato ucciso" a colpi di mitraglia nella zona di Benoud, vicino ad Ain-Sefra, non lontano dalla frontiera con il Marocco, nel 1959 durante la guerra d'Algeria; e quello dell'ofidio lungo 9 m e 20 cm bloccato e poi ucciso dai denti della scavatrice guidata da Hamza Rahmani nei pressi di Colomb-Bechar, nel 1967, durante i lavori per la costruzione della diga a Djorf-Torba: il rettile, "comparso quasi dal nulla, come se fosse "uscito" dal terreno, si acciambello vicino a un mucchio di pietre e così decisi di fermarlo con il "mio" bulldozer. Non era il primo serpente di grande dimensione che vedevo. Nei giorni passati, tanto io che i miei colleghi ne avevamo visti diversi, tutti di taglia ragguardevole e forse qui giunti perché attirati dal grasso destinato a un frantoio... Si dibatte per una ventina di minuti, prima di morire... Era marrone scuro con delle macchie nere quadrate sul dorso... ". Secondo alcuni testimoni "aveva sulla testa una "criniera" nera, alta 10 cm" le squame o le scaglie della porzione dorsale del collo, per altri testimoni, che si erano parzialmente sollevate dopo l'impatto con il dente della pala meccanica. I denti dell'ofidio, lunghi fino a 6 cm, furono estratti in quanto amuleti (per antiche credenze popolari) e venduti in Francia.

Simili e altri giganti, sebbene non velenosi, sono o possono essere pericolosi per l'uomo? Certamente, se molestati o se messi nell'impossibilità di fuggire o se trattasi di maschi adulti in fregola che hanno a lungo serpeggiato senza imbattersi in una femmina o di adulti con un forte stimolo trofico perché digiuni da molti giorni. Ofidi enormi che stritolano le loro prede e poi ne inghiottono il corpo, magari quando la vittima è ancora semiviva, sono una tra le sensazioni più agghiaccianti nel pantheon dei nostri terrori. Le famose descrizioni di serpenti che ingollano altri animali o uomini nei romanzi o nei racconti Quo Vadis, I Robinson italiani, I pescatori di trepang, L'uomo di fuoco, I solitari dell'oceano, Il boa delle caverne e le celebri scene dell'enorme serpente che si avventa sul cavallo bianco e sul pescatore cinese – magistralmente illustrate (1896-1949) da Carlo Linzaghi, Alberto Della Valle, Gennaro Amato e Rino Albertarelli - hanno gelato il sangue di molti ragazzi al momento di andare a dormire. E tuttavia, sia in queste che in altre storie analoghe, la fantasia non sembra superare largamente la realtà perché i casi autentici sono senz'altro molto terrificanti. Tra i tanti documentati, i seguenti meritano di essere ricordati:

a) il principe olandese Johan Maurits di Nassau - Siegen (1604-1679), che fu governatore del Brasile dal 1621 al 1643, com'è riportato in numerosi trattati del tardo Seicento, del Settecento e dell'Ottocento sia di storia naturale sia sulla vita degli animali, assicura che una signora olandese "corse serio pericolo di vita, in quanto fu sotto i suoi stessi occhi afferrata, avvinghiata e quasi inghiottita" da un anaconda;

Un'immagine storica: il magnifico esemplare di anaconda di quasi 10 metri ospite del Giardino Zoologico di S. Paolo, in Brasile, a cavallo tra il XIX e il XX secolo. I resti del rettile sono oggi conservati all'Istituto Butantan di S. Paolo (foto dello zoo brasiliano utilizzata per una serie di cartoline postali sulle sue principali attrattive faunistiche, archivio iconografico dell'autore).

b) l'esploratore e naturalista Robert H. Schomhurgk (1804-1865), che fu il primo europeo a esplorare (1835-1840) la Guiana (o Guyana) inglese su incarico della Royal Geographical Society e il vero scopritore della celeberrima ninfea Victoria regia, nella sua Description of British Guiana riporta diversi casi di attacchi all’uomo da parte di anaconda.
Per esempio, ricorda "l'indigeno afferrato, quasi insieme con la sua donna accorsa a recargli aiuto, nel momento in cui voleva raccogliere sulle rive di un fiume un'anatra che aveva abbattuta con un colpo", e come il malcapitato riuscì "fortunatamente a ferire il serpente con il suo machete, in modo tale ch'esso lo lasciò andare e così si mise in salvo con la sposa",

c) anche l'esploratore e naturalista H. W. Bates (1825-1892), che viaggiò in lungo e in largo nell'America meridionale, nel suo celebre The naturalist on the River Amazonas narra "come ad Ega un grosso anaconda stesse una volta quasi per divorare un fanciullo di dieci anni, figliolo di un suo vicino.
Padre e figlio erano approdati a una riva sabbiosa per raccogliere frutti selvatici e, mentre il primo si era addentrato nella boscaglia, il bambino che, rimasto indietro a guardia della canoa, se ne stava giocherellando nell'acqua all'ombra degli alberi, veniva circondato ed avvinghiato da un grosso anaconda che, inavvertito, gli si era avvicinato tanto da rendergli impossibile oramai la fuga. Fortunatamente le grida del fanciullo poterono richiamare il padre in tempo per colpire al capo il mostro, spezzargli le mascelle e liberare il bimbo",

d) le prede dall'anaconda, secondo la letteratura specifica, sono costituite da grossi teju (gli equivalenti americani dei varani afro-asiatici-australiani), caimani, pecari, capibara, paca, aguti, maiali e altri animali domestici di villaggi situati sulle rive dei fiumi, uccelli acquatici, pesci (compresi i giovani del mitico piracucu o Arapaima gigas, i cui adulti possono raggiungere quasi i 5 m di lunghezza e il peso di oltre 200 kg), e talvolta persino... bambini. L'erpetologo J. J. Quelch, nel suo classico The boa constrictors of British Guiana (1898) e in altri scritti minori, ricorda, tra le sue dirette esperienze in merito, quella "di un anaconda di media grossezza che, balzando fuori dall'acqua, ghermiva alle mani un ragazzino, mentre questi, sopra una canoa, stava risciacquando del riso". In questo caso lo sventurato "fanciullo ebbe fortuna" perché "il padre accorse in tempo a liberarlo, prima che il serpente fosse riuscito ad avvinghiarlo". Ma purtroppo sembra che altri suoi consimili "non ebbero uguale sorte",

e) l'erpetologo A. Watts, nel suo saggio sui Pythons in the Belgian Congo del 1925, narra come riuscì "a salvarsi per miracolo" dall'attacco diretto di un grande pitone delle rocce o del Seba;

f) nel 1927, in Birmania – come risulta dai casi, di uomini attaccati da serpenti, pubblicati (1910-1913) dall'erpetologo, zoologo ed esploratore viennese Franz Werner (1867-1939) - il gioielliere Maung Chit Chine e alcuni amici, mentre si trovavano a caccia nel distretto di Thaton, furono sorpresi da un violento uragano. Il gioiellere, dopo essersi tolto le scarpe per salire meglio sul tronco, andò a rifugiarsi sopra un albero, lontano dai suoi compagni, "da dove non scese più. I suoi amici ne ritrovarono alla fine solamente il cappello e le scarpe vicino a un pitone [reticolato] lungo 6 metri che aveva inghiottito qualcosa. Uccisero il serpente e lo squartarono. All'interno ritrovarono il corpo di Chine, ormai...";

g) da un articolo - edito sul Tropische Natuur (1927) dal naturalista, biologo e medico austriaco Felix Kopstein (1893-1939), che visse e operò a lungo nelle isole delle Indie Orientali - risultano i due seguenti casi. Quello di un ragazzo di 14 anni che fu attaccato e ingollato da un pitone reticolato di quasi 5 metri. Il rettile fu abbattuto, e il suo gonfio ventre, dopo essere stato squarciato, "rivelo i resti del povero giovane". E quello di una donna adulta che venne assalita e ingoiata da un grande pitone reticolato;

h) il faunista, erpetologo e cacciatore R. W. Keays pubblicò nel Journal della Bombay Natural History Society del 1929 la seguente avventura. Un pescatore, mentre camminava nell'acqua bassa lungo le rive di un fiume, vide "un qualcosa di scuro a pelo d'acqua che sporgeva da una buca" e lo stimolo con il piede. Immediatamente fu addentato e "tre volte avvolto dalle spire di un pitone indiano [Python molurus (Linné, 1758)] di 9 piedi [quasi 3 m di lunghezza]". Fortunatamente, l'assalito ebbe "lo spirito e la prontezza di afferrare il pitone al collo" e, grazie all'aiuto di un amico armato di falcetto, riuscì a liberarsi;

i) Arthur Loveridge (1891-1980), uno dei più insigni studiosi di erpetofauna africana, riporta, nel suo saggio (1931) On Two Amphibious Snakes of the Central African Lake Region, il seguente caso avvenuto a Ukerewe, una piccola isola del Lago Vittoria.
Una donna lavava i panni vicino al guado di un fiume. Un suo conoscente andò a cercarla e non vedendola, ma scorgendo soltanto i suoi drappi, la chiama a gran voce e contemporaneamente la cerca intorno. E così vede il pitone, grande e gonfio, al sole. Chiede aiuto, arrivano in tanti, il rettile è ucciso e...;

l) dall'erpetologo L. Commans de Ruiter (in Lacerta, 1954) apprendiamo, indirettamente, il caso di due uomini che, mentre lavoravano nei campi, furono assaliti e uccisi da un pitone. Il fatto avvenne nelle Indie Orientali e qui lo riporto anche perché fu oggetto di una particolare inchiesta da parte della polizia locale. Molto probabilmente per le autorità e per gli esperti interpellati - certamente in base alla mia diretta esperienza sul comportamento dei serpenti - il rettile non era l'autore del misfatto, perché il cranio e altre ossa del corpo degli assaliti risultavano rotte;

m) l'erpetologo svedese Rolf Blomberg, nel suo classico Giant Snake Hunt (1956), riporta il tristissimo caso di un ragazzo di 13 anni scomparso tra le acque del fiume Yasuni, un tributario del Napo, al confine tra l'Ecuador e il Perù. Faceva il bagno, mentre alcuni amici lo guardavano e parlavano tra loro e con lui dalla riva. Ad un tratto sparì senza il minimo grido o rumore. Subito uno del gruppo si tuffo, raggiunse il punto del fiume dove il giovane era sparito (la superficie dell'acqua "gorgogliava per le tante bolle d'aria") e, guardando sott'acqua, "percepì" quello che a lui sembrò il corpo di un anaconda. Il padre del ragazzo, aiutato dagli amici, cercò per un giorno e una notte il figlio lungo le rive del fiume. E infine s'imbatterono in un anaconda, intento a scaldarsi al sole con meta del corpo fuori dall'acqua, vici no al quale giacevano i resti, rigettati, del fanciullo.
L'animale fu abbattuto con cinque colpi di fucile;

n) ancora dalla stessa fonte storica (il saggio di R.Blomberg) si viene a conoscenza della cattura e dell'uccisione, da parte di un anaconda, di un uomo che nuotava nel fiume Napo;

o) l'escursionista e faunista Kurt Severin (nel suo saggio Eighteen Feet of Death del 1958) riporta il caso di un uomo che, mentre era intento ad abbeverare il bestiame, fu attaccato alle gambe da un anaconda. Il rettile riuscì ad avvinghiare l'uomo, lo affogò e quindi lo ingollo;

p) l'erpetologo statunitense Clifford H. Pope (1899-1974), nel suo celebre The Giant Snakes (1961) ricorda l'anaconda che attacco un cacciatore della British Guiana. L'uomo aveva sparato a un'anatra selvatica che cadde sulle sponde di un fiume. Quando andò per raccogliere il volatile fu assalito dal rettile;

q) nel 1972, in Birmania, un bambino di 8 anni fu ingollato da un pitone reticolato di 6 metri. "Grandissimo fu lo sconforto" dei parenti e degli amici quando, ucciso e sventrato il rettile, riconobbero nella sua preda "lo sventurato fanciullo smarrito e invano cercato";

r) nel 1979, in una fattoria a nord di Johannesburg, il quattordicenne sudafricano Johannes Mokau "si trovava solo con le sue pecore, ma non tanto distante dalla fattoria. All'improvviso un pitone [del Seba] lo azzanno a una gamba, e poi strinse tra le sue spire l'intero corpo del ragazzo. (...) Questi era ormai morto e in parte inghiottito nel breve lasso di tempo durante il quale i braccianti della fattoria accorsero e assalirono il serpente con accette e forconi. Il pitone raggiungeva la lunghezza di quattro metri e mezzo, ...".

Ma pure i serpenti velenosi, malgrado il comune e diffuso detto popolare che vuole questi ofidi "pericolosi si, ma fortunatamente di piccole dimensioni", non scherzano in lunghezza, almeno in alcuni casi.

Pochi esempi:

a) il più grande avvelenatore strisciante è il cobra reale [Ophiophagus hannah (Cantor, 1836)], un superbo e fiero abitatore delle giungle dell'Asia orientale, forse l'unico serpente vivente dotato di apprendimento, che di solito arriva a misurare 3 m e 50 cm, ma in casi non rari supera i 4 m ed eccezionalmente oltrepassa anche i 5 m: uno dei più lunghi esemplari trovati misurava quasi 5 m e 60 cm;

b) il più imponente tra i crotali, il maggiore serpente velenoso neotropicale, e quello che, in gran parte dell'America centrale e meridionale, viene chiamato dialettalmente perlopiù mapanare o surucucu mentre nelle lingue ufficiali e denominato crotalo muto [Lachesis muta (Linné, 1766)] perché velenosissimo e privo di sonaglio all'apice della coda. Questo superbo abitante delle foreste può raggiungere la lunghezza di 3 m e 75 cm, anche se di solito non supera i 2 m o i 2 m e 50 cm, e sfoggiare zanne lunghe fino a 3 cm e mezzo;

c) la normale lunghezza del cobra nero dal ventre rosso [Pseudechis porphyriacus (Shaw, 1794)], un agile e pericoloso elapide dell'Australia orientale, oscilla tra 1 m e 20 cm e 1 m e 80 cm, ma ne sono stati trovati esemplari anche di 2 m e 40 cm;

d) il cobra tigre orientale [Notechis scutatus (Peters, 1861)] della Nuova Galles del Sud, uno dei più velenosi esseri viventi, non supera normalmente i 120-180 cm, eppure nel 1968, sulle Blue Mountains, ne venne trovato un esemplare lungo ben 450 cm! ;

e) i famosissimi mamba africani, e cioè gli elapidi del genere Dendroaspis e delle specie angusticeps (Smith, 1849), jamesoni (Traill, 1843), polylepis (Gunther, 1864) e viridis (Hallowell, 1844) toccano normalmente i 2 m e 50 cm, più di rado i 3 m e 50 cm, ma possono anche arrivare a 4 m;

f) tuttavia, senza scomodare tanti altri, comuni e meno comuni, casi di avvelenatori anguini tropicali e subtropicali, restiamo in casa nostra perché anche qui le sorprese non mancano. Per moltissimi anni e stato detto e scritto in ogni sede che le nostre vipere, o meglio le più frequenti specie di vipere dell'Europa occidentale, hanno lunghezze medie di 40-70 cm e massime (molto eccezionali e di norma per la sola vipera dal corno) di 80-90 cm. É vero, ma ecco a smentita o meglio a complemento alcuni indiscussi primati. Per la vipera dal corno [Vipera ammodytes (Linné, 1758)] : 110 cm (1974, Friesach in Carinzia, Austria) e 120 cm (1936, dintorni di Postojna in Slovenia). Per la vipera comune [Vipera aspis (Linné, 1758)] : 81 cm (1977, Fontequaranta, nel Grossetano), 83 cm (1961, in Vandea, Francia), 85 cm (1931, presso Olten, Svizzera), 87 cm (tra il 1910 e il 1915, dintorni di Trisulti, nel Lazio) e 94 cm (1966, presso Molassana, in Liguria). Per il marasso [Vipera berus (Linné, 1758)] : 80 cm (1944, in Danimarca), 86 cm (1962, in Polonia), 94 cm (1931, in Finlandia) e 104 cm (1919, sui monti Häriedalen, in Svezia).

Fermo restando che molti studiosi (in particolare i cosiddetti ortodossi fondamentalisti o formalisti o tradizionalisti) esternano una passione che spesso li acceca e sono quindi portati a trattare i testimoni come se fossero mentitori e a ritenere montature le referenze iconografiche, perché stupirsi sull'esistenza di serpenti sfoggianti dimensioni fuori dalla norma?
In terreni risalenti all'Eocene medio (circa 45 milioni di anni fa) presso Fayoum (Egitto) sono stati trovati i resti di un Boidae fossile, battezzato Gigantophis garstoni dal paleontologo C. W. Andrews (1901), che doveva misurare da 16 a 20 m di lunghezza. Pertanto, ferma restando l'enorme variabilità staturale e ponderale degli attuali Boidae, e lecito supporre che nel Terziario o Cenozoico (da circa 65 a 2 milioni di anni fa) anche, o soprattutto, i grandi fiumi di allora fossero frequentati da serpenti di immani proporzioni. Tanto è vero che al Cretaceo superiore sudamericano (80 milioni circa di anni fa) appartengono serpenti fossili caratterizzati dallo straordinario allungamento del corpo (che in alcune specie comprende più di 450 vertebre). "Unfortunately" scriveva l'erpetologo e paleontologo W. E. Swinton già nel 1954 "though the fossil record of the Ophidia dates from the Cretaceous, it is very incomplete and many interesting problems of their evolution and geographical distribution cannot yet be solved".

Serpenti di straordinaria grandezza erano stati segnalati in Libia già da Aristotele (384-322 a.C.), e dall'Etiopia del nord proveniva, come ci informa Diodoro di Agirio detto Siculo (circa 90-20 a.C.), l'ofidio lungo 13-15 m custodito nei giardini di Alessandria e mostrato nel 280 a.C. da Tolomeo II ai suoi ospiti. Famosissimo e l'episodio avvenuto nel 256 a.C. durante la prima guerra punica - come attesta Q. Elio Tuberone, analista della Repubblica romana, ripreso anche dal militare e celebre naturalista Plinio il Vecchio - del serpente lungo 35 m, ucciso presso il fiume Bagrada (l'odierna Medjerda nella Tunisia settentrionale), le cui spoglie (testa e pelle) furono conservate a Roma, in un tempio, fino al periodo della guerra di Numanzia (circa 133 a.C.). In entrambi i casi doveva trattarsi di pitoni, rettili oggi assenti in Africa a nord del Senegal-Sudan, e allora forse di magnifici campioni del pitone di Seba: ipotesi che potrebbe accettarsi probabilmente per gli ofidi ricordati da Aristotele e da Diodoro, ma non per quello ucciso dai legionari del console Attilio Regolo, anche con l'aiuto di balestre e catapulte, perché le sue dimensioni (35 m!) fanno pensare più facilmente a un sopravvissuto rappresentante dei paleoboidi sopra ricordati. E, per fare altri esempi più vicini al nostro secolo, il viaggiatore, esploratore e naturalista francese Michel Adanson (1727-1806), nell'Histoire naturelle du Sénégal e nel Voyage au Sénégal, oltre a descrivere serpenti lunghi 7 m suppone, sulla base di parziali reperti sicuri e di testimonianze, che "certains de ces animaux peuvent avoir 40 a 50 pieds [12-15 m] de longueur et 1 pied 18 pouces [30-45 cm] de diametre".

Nel 1982, Kim Toe, un boscaiolo di Banjarmasin (Borneo) trovò tre uova di
pitone
reticoloato nel letto nel letto di un fiume in secca. Le infilò sotto la sabbia
in un punto prestabilito, e dopo un paio di settimane recuperò nel sito tre pitoncini:
uno morì, un altro scappò ed il terzo decise di portarselo in paese, "Da allora il
pitone vive in una casetta su palafitte, assieme alla numerosa famiglia di Toe".


Oggi, anche se non sembra esserci niente di nuovo sotto il sole, nulla lascia dubitare che pure nel Neozoico o Quaternario (da circa 2 milioni di anni fa al presente) vivano - ma sarebbe più corretto dire vissero? - ofidi, anaconda in particolare, lunghi diciamo 15 m.

Attualmente trovare nelle boscaglie d'Europa un cervone (Elaphe quatuorlineata), una biscia dal collare (Natrix natrix) o un colubro lacertino (Malpolon monspessulanus) di 2 m di lunghezza sembra quasi un miraggio, perché l'antropizzazione ha esercitato e continua a svolgere un ruolo negativo verso l'ofidiofauna, e soprattutto contro i serpenti di maggiori dimensioni. Ma in un passato, neppure tanto remoto, anche alcune regioni a clima mediterraneo del Vecchio Mondo sono state teatro di notevoli record staturali ofidici.

Pitone Si Belang con bambino Il rettile, battezzato Si Belang, passa quasi tutto il tempo con Karim, l'ultimo dei Toe (tre anni e mezzo al momento della foto), che lo nutre con tre polli alla settimana, fa il bagno insieme a lui, e il suo principale compagno di giochi e lo usa di solito come cuscino/materasso.

 


Alcuni esempi significativi:

a) un cervone imbalsamato lungo 340 cm, catturato presso Gallipoli ed esposto nel "Gabinetto di Storia Naturale" di Lecce, e ricordato dai faunisti Giuseppe Costa (1871) e Giuseppe Scarzia (1893). Sebbene la tassidermia tradizionale tendeva a ingrandire i serpenti, le dimensioni reali di questo esemplare dovevano essere cospicue;

b) un cervone di 260 cm venne trovato in Dobrogea (Romania) dall'erpetologo C. Kiritescu (1930) ;

c) chi scrive ricorda (1966) due cervoni di 240 cm catturati tra le rovine di Veio (Roma), la fotografia di uno dei quali fu successivamente pubblicata su riviste e periodici;

d) nella foresta di Saint-Bonnet (Grand Oisans, Hautes-Alpes) l'erpetologo David Martin (1902) ebbe modo di osservare per almeno 15 minuti una "monstrueuse" femmina senile di biscia dal collare la cui lunghezza stimo "un peu plus de trois metres",

e) ancora bisce dal collare dovevano essere sia la "couleuvre qui atteignait pres de 10 pieds (3 m) de longueur" uccisa in Svizzera nel 1819 "aux environs de Villeneuve", il cui corpo "avait la grosseur du bras d'un enfant", sia quelle altre "de tres grande taille" catturate "en été 1877 a Montreux et a Gaillard, pres de Geneve".

f) un serpente, che secondo i testimoni (autista e passeggeri) era "poco più corto della larghezza della strada" (circa 4 m) numero 46 del Pasubio (Vallarsa), fu ucciso nell'estate del 1969 dalla corriera di linea all'altezza della seconda curva dopo il cippo del km 47 e poi collocato in bella mostra dal guidatore sopra il basso ramo di un faggio al lato della via. Molti giorni dopo, quando i brandelli secchi del corpo, ormai largamente incompleto della biscia dal collare, furono recuperati, allineati, fotografati e misurati dallo scrivente (venuto a conoscenza del fatto con molto ritardo), "raggiungevano si e no i 170 cm",

g) per i non addetti ai lavori potrà sembrare strano o addirittura errato che la comune e "leggiadra" biscia o "biscetta" dal collare, frequentissima quasi ovunque in Italia (come nel resto d’Europa), perfino nei parchi o giardini pubblici urbani, possa arrivare alle dimensioni di un "biscione". Eppure, limitandomi allo spoglio di pochi testi scientifici e specifici editi tra il 1854 e il 1971, risultano documentate lunghezze di l57 cm (Isola di Wight, Gran Bretagna), 158 cm e poco meno (da varie località della Sicilia), 170 cm (New Forest, Gran Bretagna), 172 cm (Sud-Wales, Gran Bretagna), 180 cm (Zofingen in Svizzera e Costa di Bagnatica in Lombardia) e 205 cm (Isola di Krk o di Veglia in Croazia);

img: Lo spettacolo raro e straordinario dell'Anaconda gigante che, nella giungla amazzonica, attacca un grosso Capibara, nella realistica ricostruzione della Tavola di Stefano Maugeri.

h) di regola gli adulti del colubro lacertino misurano 100-150 cm. Tuttavia, dalla letteratura erpetologica specialistica, sappiamo che sono stati catturati soggetti (di entrambi i sessi) lunghi 190-200 cm o addirittura 230-255 cm. Il 14 settembre 1928, ad esempio, alcuni cacciatori di Torino e d Imperia uccisero alla Briga Alta un maschio di colubro lacertino, privo di coda, lungo 235 cm (misurato con un metro da sarto, fotografato anche con gli uccisori e parzialmente conservato). Nondimeno le cronache, anche italiane, parlano di soggetti lunghi 3 m e anche più, ma non mi risulta che a tutt’oggi simili campioni siano stati scientificamente omologati.

La pubblicistica europea sui serpenti di grande taglia non è probabilmente seconda a nessun altra per quantità di dati. Ma almeno per questo continente - a differenza di quanto viene stampato in proposito nell’America meridionale, in Africa e in Asia - è molto più facile distinguere i dati veri da quelli falsi. Il "monstre extraordinaire" o "serpent monstrueux" lungo 6 m e 80 cm che "au XVII' siecle se tenait, disat-on, a l'entrée des gorges de l'Areuse, pres du lieu appelé le Champ-du-Moulin" e che "il fut aussi tué, non sans peine, par un habitant du voisinage", ricorda quello ucciso nel 1273 "par l'héroique Sulpy Raymond" che "s'était installé dans les roches pres de la tour de Saint-Sulpice en Suisse". Ed entrambi sanno tanto di leggenda, poi forse più o meno abilmente camuffata o con vertebre di cetacei di provenienza incerta (arrivati con le crociate dall'Asia Minore secondo alcuni) o con vertebre di locali rettili marini antidiluviani. Mentre l'ofidio di 7 m e di 80 kg che "a eté tué sur un chantier de terrassement de Petropigis un village situé en la région de Kavalla (164 km a l'ouest da Salonique)" nel giugno 1981, certamente non apparteneva alla fauna ellenica né tanto meno a quella del resto d'Europa.

Però nell'immenso regno verde dell'Amazzonia, ancora parzialmente incontaminato, vivevano certa mente (se non altro per alcuni antropologi e naturalisti), e forse ancora oggi sopravvivono, serpenti "mostruosi", ai quali, se presenti, ogni autentico faunista augura una morte priva di piombo. E "se né pelli né crani, per non parlare di esemplari vivi che superano largamente le dimensioni standard, hanno mai raggiunto i paesi civili, chi" afferma il cacciatore e saggista Serge Bonacase "potrebbe portare una pelle così grande attraverso la giungla quando è già abbastanza difficile trasportare con sé le provviste per la propria sopravvivenza?".

Per le tradizioni e la letteratura etnologica del Sud America in generale e del bacino del Rio delle Amazzoni in particolare, l'esistenza di serpenti giganti è un dato di fatto continuamente ribadito. Di questi "leviatani", di solito identificati con il nome di sucuriju gigante (= boa d'acqua gigante), esisterebbe anche una varietà nigra (= nera) meglio nota col nome di dormidera (= dormiente) perché quando dorme emette un rumore simile a quello di una persona che russa. Secondo le informazioni raccolte dall'esploratore P. H. Fawcett, la varietà dormidera sarebbe presente nei bacini dell'Araguay e del Tocantins. "Ma anche se gli indigeni assicurano che i serpenti giganti esistono" afferma lo scrittore e studioso inglese Arthur C. Clarke (1980) "chi si prende il disturbo di verificare questo fatto? Nessuno".

Alcuni zoologi sono ragionevolmente certi che, se esistono ofidi giganteschi, essi appartengono con ogni probabilità a una nuova specie perché "l'intervallo entro cui potrebbe variare la grandezza sarebbe così ampio da includere tutti gli individui esistenti".
Il sucuriju, si chiede in sintesi il criptozoologo Roy P. Mackal (1980), "e un fatto reale o un'invenzione? É una decisione che non possiamo prendere in laboratorio, ma solo nelle foreste del Sud America".

>>> segue (seconda parte) >>> (Cronistoria di alcune tra le tante testimonianze sull'anaconda, scelte tra le piĆ¹ diffuse e/o documentate)



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