Un regno ebraico medievale

I Khazari di Jehuda Ha-Levì

 

Khàzaro: Vedo che è necessario ch’io consulti gli Ebrei, perché essi sono il resto dei figli d’Israele; perché vedo che essi servono di dimostrazione e di prova a tutti coloro che hanno una religione, del fatto che vi è una legge del Creatore sulla terra.

Dopo di ciò chiamò uno dei saggi ebrei e lo interrogò sulle sue credenze.

Gli disse il Saggio: Noi crediamo nel Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, che fece uscire i Figli d’Israele dall’Egitto con segni e con miracoli e con prove, che li nutri nel deserto, che fece loro ereditare la terra di Canaan, dopo che li ebbe fatti passare il mare e il Giordano con grandi miracoli; Egli mandò Mosè con la Sua Legge, promettendo ricompensa a coloro che la osservano e una dura punizione a chi si ribella ad essa; noi crediamo, per farla breve, a tutto ciò che è scritto nel Pentateuco.

Khàzaro: Avevo deciso di non consultare nessun ebreo, perché sapevo che essi avevano perduto la memoria, e che mancava loro il giudizio; poiché la bassezza del loro stato e la loro povertà non avevano lasciato loro nessuna buona qualità. Non avresti dovuto dirmi, o ebreo, che tu credi nel Creatore del mondo, in Colui che lo ordina e lo governa; in Colui che ti creò e che ti sostenta; e cose simili a queste, che sono il ragionamento di chiunque ha una religione, di chiunque in base a ciò persegue la verità, e cerca di rendersi simile al Creatore nella Sua giustizia e nella Sua scienza?

Saggio: Questa che tu dici è la religione speculativa, e ad essa conduce il raziocinio, e vi sono in essa grandi dubbi, e se interroghi su di essa i filosofi non li trovi d’accordo su una sola azione, su una sola opinione; perché fra le loro proposizioni ve ne sono di quelle che possono basarsi su una prova, altre di cui qualcosa può essere accettabile alla mente, ed altre ancora che non possono assolutamente basarsi su di una prova.

Khàzaro: Vedo che il tuo discorso, o ebreo, è migliore di quel che era al principio, e ora desidero continuare a parlare con te.

Saggio: Il principio del discorso è la sua dimostrazione, ed è tale che non ha bisogno né di dimostrazione, né di prova.

Khàzaro: Com’è ciò?

Saggio: Se mi dai il permesso di farti alcune osservazioni preliminari, ti spiegherò, perché vedo che le mie parole ti sono gravi, e che tu le tieni in poco conto.

Khàzaro: Sentiamo le osservazioni preliminari.

Saggio: Se ti dicessi che il re dell’India è un uomo pio, degno di essere esaltato e che il suo nome sia onorato, e che le sue imprese debbono essere celebrate per ciò che ti è noto della giustizia degli uomini del suo paese, delle loro virtù, e del loro comportamento onesto, ti sentiresti per ciò in dovere di raccontarlo o di crederlo?

Khàzaro: Come sarei obbligato a ciò? Rimarrei sempre in dubbio che la giustizia degli Indiani derivasse da loro stessi, [e che essi sarebbero giusti] anche se non avessero un re; oppure che la loro giustizia derivasse dal loro re; oppure dalle due cause unite.

Saggio: E se venissero a te i suoi ambasciatori, con regali dall’India che senza dubbio non si trovano se non in India nei palazzi reali, con lettere credenziali che manifestamente sono sue, e, con esse, medicine che ti sanino delle tue infermità, e conservino la tua salute; e ~ veleni mortali per i tuoi nemici e per quelli che ti fanno guerra, andando incontro ai quali li uccidessi con essi senza armi offensive; saresti obbligato con ciò a obbedirlo e a venerarlo?

Khàzaro: Certamente; e cesserebbe il mio primo dubbio, e cioè se gl’Indiani abbiano o no un re. E subito crederei che il suo regno e le sue cose mi hanno raggiunto [si sono messi in comunicazione con me].

Saggio: E se ti domandassero di lui, che titoli e attributi gli daresti?

Khàzaro: I titoli e gli attributi che evidentemente mi fossero stati dichiarati, aggiungendo ad essi quelli dei quali prima dubitavo, e che si sono resi manifesti e certi per mezzo di questi ultimi.

Saggio: In questo stesso modo ti ho risposto quando mi hai domandato; e cosi’ cominciò Mosè a parlare con Faraone, quando gli disse: "Il Dio degli Ebrei mi inviò a te" (Es. 7: 16) e cioè, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; perché la loro storia era nota fra le nazioni, e cioè che la parola di Dio era stata loro comunicata, e li aveva governati, ed aveva fatto i miracoli; e non dice "il Dio del cielo e della terra mi inviò a te, né il mio Creatore o il tuo Creatore"; e così Dio stesso cominciò le sue parole al popolo d’Israele:

"Io, il Signore tuo Dio, che ti trassi dalla terra d’Egitto" (Es. 22: 2) e non disse "io sono il Creatore del mondo, e il vostro Creatore"; e nello stesso modo ho cominciato, quando mi hai interrogato sulla mia fede: ti ho risposto con ciò che sono obbligato a credere, ed è obbligata a credere tutta la congregazione d’Israele, davanti ai cui occhi si manifestò quello spettacolo; e poi [tutto ciò che fu confermato da] la costante e continua tradizione, che è come la vista degli occhi [è tanto certo come se avessimo visto tutto ciò coi nostri occhi].

Khàzaro: Se è così, sembra che la vostra Legge non sia stata data che a voi, e che nessun altro che voi sia obbligato [ad osservarla].

Saggio: Così è, e tutti coloro che si uniranno a noi fra le nazioni, godranno di quel bene che ci fece il Creatore, e tuttavia non saranno del tutto uguali a noi; e se l’obbligo di osservare la Legge fosse dovuto al fatto che Egli ci creò, sarebbero in essa uguali tutti gli uomini; il bianco e il negro sarebbero uguali a noi, perché tutti sono Sue creature; noi però siamo obbligati ad osservare la legge, perché [Dio] ci fece uscire dall’Egitto, e perché ci comunicò la Sua gloria, perché noi siamo la parte scelta degli uomini.