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Il mondo di Tano Cimarosa di Franco La Magna


Nel rinato interesse per i personaggi “minori” del cinema italiano che da qualche tempo percorre la saggistica cinematografica, è stata appena pubblicata per i tipi della By Press, giovane casa editrice abruzzese, una bella monografia-intervista sull’ottantatreenne attore messinese Tano Cimarosa – grande “caratterista” del cinema italiano (ma presto “promosso” attore sul campo, “puparo”, teatrante, autore di testi teatrali, musiche e canzoni) – scritta dall’esperta e rodata soggettista e sceneggiatrice Luigia Miniucchi (L. Miniucchi, Il mondo di Tano Cimarosa.50 anni di cinema italiano, By Bess Edizioni, 2006, pp.160, € 12,00), presentata lo scorso 20 al cinema “Scipione-Azzurro” di Roma gestito dal regista Silvano Agosti – a cui la Miniucchi (laureata in “Storia e Critica del Cinema”, presso l’università “La Sapienza” di Roma) ha dedicato qualche anno fa la tesi di laurea – nel corso di una serata animata da critici, attori, registi, costumisti, doppiatori e dallo stesso “oggetto” della ricerca Tano Cimarosa, intervistato dall’attore catanese Gilberto Idonea.

Ci fu un tempo in cui il cinema italiano pullulava d’una particolare categoria attoriale: i caratteristi. Spesso ignorati o maltrattati dalla critica più engagé, questi personaggi minori, “scamiciati”, defilati – non raramente linguisticamente penalizzati con fugacissimi primi piani e più spesso ripresi in campo medio o in piano americano – riuscivano a dare al film quel senso di compiutezza, di raggiunta completezza, altrimenti mancante. E fu quello un cinema, in rapporto a quel che sarebbe venuto successivamente, davvero grande. Venne poi il tempo in cui apparentemente lo stesso cinema, in realtà profondamente modificato, compì un vero e proprio genocidio silenzioso, una sorta di strage degli innocenti: la strage dei caratteristi. E fu quello un cinema davvero piccolo. Certamente un rapporto cosi meccanicistico, semplicistico, di causa-effetto tra presenza di caratteristi uguale grande cinema ed assenza di caratteristi uguale piccolo cinema è del tutto improponibile. Le cause sono probabilmente da ricercarsi nel radicale mutamento dell’estetica della visione, nella sempre più deleteria influenza del piattume-pattume televisivo, nello sconvolgimento del gusto del pubblico, talché oggi a mala pena caratteristi baluginano negli sciapi epigoni della commedia all’italiana o incredibilmente emergono promossi (sopratutto dal piccolo schermo) al ruolo di “protagonisti”.

E come spesso (o forse sempre) accade l’antiquariato – divenuto nel frattempo appunto rarità, oggetto di cult – inevitabilmente tende a calamitare l’attenzione di studiosi, estimatori, critici, sicché proprio negli ultimi anni timidamente ha cominciato a farsi strada nella letteratura e nella saggistica cinematografica la consapevolezza del ruolo svolto dai caratteristi all’interno dell’opera filmica e del cinema nazionale. Disobbedendo alla regola ferrea d’allontanare dal cuore l’oggetto dell’analisi per trattarlo più con Stanislaviskj che con Diderot, Luigia Miniucchi (impegnata anche nell’insegnamento della scrittura creativa) accosta la ricerca attingendo direttamente alle fonti orali con interviste a Cimarosa, ai registi Damiano Damiani e Alfio Caltabiano, agli amici vecchi e nuovi dell’ottantatreenne siciliano e senza rinunciare alla scientificità dell’impianto di fondo (prova ne sia il dotto apparato delle note) dipinge con la monografia-intervista un’immagine a tutto tondo della vita e dell’arte dell’attore di Messina. E per far questo penetra nell’universo “puparo” del giovanissimo Cimarosa (novello “Cardello”, il personaggio della novella di Luigi Capuana, bimbo innamorato dei pupi, dalla quale nel 1956 Hugo Fregonese ha tratto l’obliato I girovaghi, con Peter Ustinov), diventa un’esperta di pupi siciliani, ricostruisce minuziosamente ogni passaggio della vita di Cimarosa, l’infanzia e la giovinezza trascorse nella città dello stretto, le esperienze teatrali, la vita poverissima e randagia della sua stessa famiglia di pupari, quella grande scuola d’arte e di vita, da cui sono passati i maggiori teatranti siciliani a partire dall’inarrivabile Giovanni Grasso sr. (definito “il più grande tragico del mondo”), fino a giungere ai primi timidi incominciamenti nel cinema, all’incontro con Damiano Damiani (suo regista fetisch, con il quale ha girato cinque film, tra cui Il giorno della civetta, 1968, da Sciascia, in cui interpreta il celeberrimo personaggio di “Zecchinetta”, killer straccione della mafia) e prima ancora, per citare solo i principali: Castellani (Mare matto, 1963 e Questi fantasmi, 1967), Comencini (Tre notti d’amore, 1964), Risi (I nostri mariti, 1966), quindi Loy (Detenuto in attesa di giudizio, 1971 e Cafè Express, 1980), Zampa ( Il medico della mutua, 1968 e Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, 1971) Scola (Il commissario Pepe, 1969), Brusati (Pane e cioccolata, 1974), Tornatore (Nuovo cinema Paradiso, 1988; Una pura formalità, 1994 e L’uomo delle stelle, 1995); e ancora l’amicizia con Sordi, Manfredi (con cui gira anche Per grazia ricevuta, 1971), Franchi e Ingrassia e con decine e decine d’attori di cui il libro da contezza attraverso il ricco apparato iconografico.

Fino ad arrivare al “Tano di oggi” ed alla splendida intervista finale in cui lo stesso protagonista – preziosissimo reperto di autostoria orale, ora fortunatamente oggettivata nell’agile e stringata scrittura della Miniucchi – racconta se stesso e dona al lettore non soltanto gli episodi di vita vissuta, le emozioni, gli aneddoti, i pezzi di storia sprofondata, ma perfino una sorta di specchio dell’anima, di autoconfessione, che rappresenta per i critici, gli studiosi e gli storici del cinema la fonte più preziosa d’ogni ricerca. La copiosa filmografia – dove vengono analiticamente elencati con scrupolo filologico circa settanta film, che costituisce la più completa ricostruzione della carriera filmica di Cimarosa oggi esistente in Italia (compresi i tre film scritti e diretti dallo stesso Cimarosa) sebbene l’autrice non abbia voluto aggiungere (per mancanza di dati completi) un’altra ventina di opere – chiude un testo imprescindibile (è l’unica monografia esistente) per chiunque voglia accostarsi al mondo di Tano Cimarosa.


Cimarosa è stato una delle ricchezze del cinema italiano, blasone del resto già ampiamente conferitogli da grandi registi, dalla pubblicistica, basta leggere l’intervista a Damiano Damiani in cui il regista del Giorno della civetta dichiara : “Tano non era bravo, era bravissimo, era un personaggio indimenticabile…E’ un personaggio che è stato creato, non da me, è stato creato da Dio…” . E se lo dice Damiani… Leggendo il libro della Miniucchi vien voglia di rivedere i film interpretati dal messinese, per verificare cum grano salis come Cimarosa si sia presto liberato dai ruoli canonici in cui spesso il cinema da caratterista lo ha “imprigionato” per passare a quelli d’attore, perfino quando il copione imponeva una soffocante caratterialità, dando ad ogni film da lui interpretato un’impronta indelebile.
26/9/2006
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