Diocesi di Frascati - Piazza Paolo III, 10 - 00044 Frascati (RM) - Tel. 06.942.04.67



                                

<% Dim Connection, RS, Page, Counts 'Page=Request.ServerVariables("SCRIPT_NAME") Page="index.asp" Set Connection=Server.Createobject("ADODB.Connection") Connection.Open "DRIVER={Microsoft Access Driver (*.mdb)}; DBQ=" & Server.MapPath("fpdb/contatore.mdb") If Len(Session(Page)) = 0 Then Set RS = Connection.Execute("SELECT * FROM TabContatore WHERE pagina = '" & Page & "'") If RS.EOF = TRUE Then Connection.Execute("INSERT INTO TabContatore (pagina, visite) VALUES ('"&Page&"', 3301)") End If Set RS = Connection.Execute("SELECT * FROM TabContatore WHERE pagina = '" & Page & "'") Counts=RS("visite")+1 Set RS = Connection.Execute("UPDATE TabContatore SET visite = " & Counts & " WHERE pagina = '" & Page & "'") Session(Page) = "something" Connection.Close Else Set RS = Connection.Execute("SELECT * FROM TabContatore WHERE pagina = '" & Page & "'") Counts=RS("visite") Connection.Close End If Response.Write "Sei l'ospite
" Response.Write "" & Counts & "" %>

Sito ottimizzato
per MSIE
a 1024 x 768
carattere medio

Ultima modifica:
maggio 2008

--

 

 I Cardinali-Vescovi


Residenti a Frascati

Francesco G. di Clermont (1523-41)

Alderano Cybo (1680-83)

Marino Grimani (1541-43)

Pietro Vito Ottoboni (1683-87)

Filippo de la Chambre (1543-50)

Giacomo Franzoni (1687-93)

Giovanni Pietro Carafa (1550-53)

Nicolò Acciaioli (1693-1701)

Giovanni Belley (1553-55)

Pier Francesco Orsini (1701-15)

Rodolfo Pio di Carpi (1553-55)

Sebastiano A. Tanara (1715-21)

Giovanni Alvarey d'Alba (1555-57)

Francesco Del Giudice (1721-24)

Francesco Pisano (1557-62)

Francesco Pignatelli (1724-25)

Federico Cesi (1562-62 o 1562-64)

Lorenzo Corsini (1725-30)

Giovanni G. Morone (1562-65)

Pietro Ottoboni (1730-34)

Alessandro Farnese (1565-78)

Pietro M. Corradini (1734-43)

Giacomo Savelli (1578-83)

Giuseppe Accoramboni (1743-47)

Giovanni A. Serbelloni (1583-87)

Vincenzo Bichi (1747-50)

Alfonso G. di Conza (1587-89)

Giovanni A. Guadagni (1750-56)

Ignazio d'Avalos (1589-91)

Carlo Maria Sacripante (1756-58)

Tolomeo Galli (1591-1600)

Camillo Paolucci (1758-61)

Ludovico Madruzzo (1591-1600)

Enrico B. Stuart (1761-1803)

Girolamo Simoncelli (1600-03)

Giuseppe Doria Pamphili (1803-14)

Domenico Pinelli (1603-05)

Giulio M. della Somaglia (1814-18)

Antonio Maria Galli (1605-08)

Bartolomeo Pacca (1818-21)

Mariano Pierbenedetti (1608-11)

Francesco S. Castiglioni (1821-29)

Giovanni E. Pallotta (1611-20)

Emanuele de Gregorio (1829-37)

Francesco Sforza (1620-24)

Ludovico Micara (1837-44)

Odoardo Farnese (1624-26)

Mario Mattei (1844-54)

Giovanni Battista Deti (1626-26)

Antonio Maria Cagiano (1854-67)

Bonifacio Bevilacqua (1626-27)

Nicola Clarelli Parracciani (1867-72)

Andrea Baroni Peretti (1627-29)

Filippo Guidi (1872-79)

Giovanni Garzia Mellini (1629-29)

Giovanni Pitra (1879-84)

Marcello L. della Rovere (1629-39)

Edoardo H. de Norfolk (1884-92)

Giulio Savelli (1639-44)

Tommaso Maria Zigliara (1893-93)

Giulio Roma (1644-45)

Serafino Vannutelli (1893-1904)

Carlo Medici (1645-52)

Francesco Satolli (1904-10)

Giulio Sacchetti (1652-55)

Francesco Paolo Cassetta (1911-19)

Antonio Barberini (1655-61)

Giulio Boschi (1919-20)

Girolamo Colonna (1661-66)

Giovanni Cagliero (1920-26)

Giovanni B. Pallotta (1666-68)

Michele Lega (1926-35)

Francesco M. Brancati (1668-71)

Francesco M. Selvaggiani (1936-51)

Ulderico Carpegna (1671-75)

Federico Tedeschini (1951-59)

Virginio Orsini (1675-76)

Gaetano Cicognani (1959-62)

Carlo Rossetti (1676-80)

 

Francesco Guglielmo di Clermont (1523-41)

Qualcuno lo chiama anche Chiaromonte. Nacque nel 1478 da nobile famiglia francese. A soli 22 anni, nel 1501 ebbe il vescovato di S. Pons di Tomiers e l'anno seguente quello di Narbona. Giulio II (1503-13) lo creò cardinale presbitero di S. Adriano nel 1503. Passò poi al titolo di Santo Stefano a Monte Celio. Nel 1507 ebbe la protettoria del regno di Francia presso la Santa Sede. Ebbe la carica di cardinal legato in Avignone. Questi due incarichi gli dettero un po' alla testa, tanto da renderlo sprezzante ed altero perfino con il Papa. Non chiedeva mai il permesso quando si doveva allontanare da Roma. Il troppo stroppia sempre ed il Papa si stancò di questo atteggiamento irriguardoso nei suoi confronti e lo fece rinchiudere per un certo tempo a Castel S. Angelo. Nel 1523, dicono il Santovetti, l'Orioli e il duca di York, passò alla sede di Frascati. Il Moroni, il Grandi e il cronista incognito ritengono che l'anno di passaggio alla chiesa di Frascati fosse il 1524. Durante il «Sacco di Roma», nel 1527 il Clermont era vescovo di Frascati e fu quello l'anno in cui avvenne il miracolo della Madonna di Capocroce, che intimò alle soldataglie del Frundsberge di star lontani dalla terra di Frascati. Cosa che si avverò. Allora castellana di Frascati era la Lucrezia della Rovere, moglie di Marcantonio Colonna e nipote di papa Giulio II. Il Clermont fu il 1° vescovo tuscolano ad avere in sede la sua cattedrale, e anche la sua residenza. Lucrezia della Rovere cedette il castello di Frascati in cambio del ducato di Castro al nipote di Paolo III (1534-1549). Costui lo rivendette alla Santa Sede. Il Papa, che era stato vescovo di Frascati ed amava tanto questa terra, si trovò ad essere anche padrone civile di questo castello. Operò come meglio credette. Da ricordare che dal 1191 fino al 1538 Frascati non aveva cattedrale. I vescovi tuscolani, come loro residenza stabile, ne avevano una a Roma, S. Maria in Monasterio vicino S. Pietro in Vincoli, che fu pure per 300 anni anche la loro cattedrale. Probabilmente durante il periodo in cui Paolo III fu cardinale di Frascati comprese il grande disagio in cui veniva a trovarsi una diocesi che nel suo territorio non aveva una sua cattedrale. La cosa gli dovette sembrare inconcepibile e, quando ne ebbe la possibilità, decise di porvi riparo. Chiamò Frascati «Città» e non più «Castello»; le dette una cattedrale, S. Maria in Vivario, una residenza vescovile, il castello, e un nuovo piano urbanistico. Il Clermont morì nel 1541 ad Avignone, quando era decano del Sacro Collegio. Fu sepolto nella chiesa del Ponte Sorga. L'Oldoino ne parla nel volume dell'anno 1503.

Torna all'inizio

Marino Grimani (1541-43)

Nipote del card. Domenico Grimani, nacque a Venezia intorno al 1489 da nobile famiglia veneziana. Il Moroni scrive che nel 1508 da Giulio II (1503-13) fu fatto vescovo di Ceneda e da Leone X (1513-21) fu nominato patriarca di Aquileia con il titolo di patriarca di Costantinopoli. Clemente VII (1523-34) nel 1527 in pectore lo elesse cardinale e lo rese noto nel 1528, dandogli prima il titolo di cardinal prete di S. Vitale e poi quello di S. Maria in Trastevere. Ebbe in amministrazione la chiesa di Concordia e Paolo III (1534-49) gli dette quella di Pons di Tomiers. Di questo cardinale il Moroni non dice che fu vescovo di Frascati. Anche l'Orioli tace sul periodo 1541-43, che lascia vuoto, mentre il duca di York, il Grandi e il Razza sostengono che dal 1541 al 1543 la sede di Frascati fosse occupata dal Grimani. Il cronista incognito lo pone sotto Paolo III, ma senza precisare gli anni. Fu uomo dottissimo e di straordinaria eloquenza. Era stato nel 1535 legato a Perugia infestata dai Baglioni ed aveva saputo quietare tutta la zona. Nel 1541, il 13 marzo optò per la sede suburbicaria tuscolana e nel 1543 passò a quella di Porto. L'Enciclopedia Cattolica riporta che il passaggio alla chiesa di Porto avvenne nel 1544. Come quasi tutti i cardinali di Frascati, delegò le funzioni pastoralizie al suo vicario generale. Riteneva più dilettevole, benché fosse molto religioso, fare il turista. Nel 1544 fu legato a Parma e Piacenza. Partecipò a varie commissioni per la riforma degli officiali dello Stato Pontificio e al conclave, in cui fu eletto Paolo III. Fu protettore di letterati, e di artisti. Assolse lodevolmente tutti gli incarichi che gli furono affidati, tra i quali quello di legato del Papa per la pace tra Francesco I e Carlo V. Alcuni sostengono che morì ad Orvieto nel 1545, altri affermano, invece che morì a Roma nel 1546. L'Oldoino lo pone nell'anno 1523.

Torna all'inizio

Filippo de la Chambre (1543-50)

Nato a Sabande da nobile famiglia savoiarda, era imparentato con la regina di Francia, Caterina dei Medici e fratello del duca di Albania. Monaco benedettino, abate di Gorbia e poi vescovo di Terovanne. Nel 1533 il pontefice Clemente VII (1523-34) lo creò cardinale con il titolo presbiteriale di S. Martino ai Monti. Quando nel 1543 si rese vacante la sede di Frascati, l'allora papa Paolo III (1534-49) gliel'assegnò. Per ben sette anni il la Chambre fu pastore della chiesa tuscolana, fino alla sua morte che avvenne a Roma nel 1550. Gli fu data sepoltura nella chiesa di Santa Trinità dei Monti. Partecipò al concilio che si tenne a Trento voluto da Paolo III per la riforma morale e disciplinare del clero che inaugurò un'era nuova per la chiesa. L'Oldoino ne parla negli annali con inizio nel 1523.

Torna all'inizio

Giovanni Pietro Carafa (1550-53) - Papa Paolo IV

Il Grandi scrive che nacque a S. Angelo della Scola, mentre il Gelmi, nella sua Storia dei Papi lo fa nascere a Capriglia nel 1476, ambedue le località sono dell'Avellinese. Apparteneva al ramo beneventano della famosa nobile famiglia dei Carafa di Napoli. Lo zio cardinal Oliviero Carafa, avendo a disposizione molte entrature nella corte papale, ottenne per il nipote vari incarichi: 1503 il Protonotariato Apostolico e nel 1505, da Giulio II (1503-13) l'arcivescovato di Chieti. Fu poi legato in Spagna presso Ferdinando I il cattolico e assistette al V concilio Lateranense del 1513-14. È inviato nel 1513 in Inghilterra presso Enrico VIII per la raccolta dell'obolo di S. Pietro. Dal 1517 al 1520 fu arcivescovo di Brindisi. Nel 1520 prese parte alla compilazione della bolla «Exurge Domine» emanata contro Lutero. Nel 1524 rinunciò al vescovato e si ritirò a vita privata. Fu membro dell'Oratorio del Divino Amore e con S. Gaetano Thiene fondò l'ordine dei chierici regolari chiamati «Teatini» da Theates (Chieti). Operò con solerzia e generosità durante il Sacco di Roma del 1527 e quindi fu a conoscenza del miracolo operato dalla Madonna di Capocroce. Espulso, a stento riuscì a riparare a Venezia. Fu richiamato a Roma da Paolo III e, sebbene con riluttanza, dovette accettare la nomina a cardinale con il titolo di S. Clemente o S. Pancrazio che dir si voglia. Al fine di illustrare quanto il Carafa fosse schivo ad ogni esteriorità, si narra che essendo ammalato pregò colui che gli portò al capezzale la berretta cardinalizia, di attaccargliela ad un chiodo che sporgeva dalla parete accanto al letto. Successivamente ebbe la diocesi di Albano; poi quella di S. Sabina ed infine, nel 1550 da Paolo III (1534-49) quella tuscolana. Nel 1553 optò per la diocesi di Ostia e Velletri e, a conclusione della sua ascesa il 23 maggio 1555 fu eletto Papa con il nome di Paolo IV (1555-59). Fu anche prefetto del S. Uffizio, tribunale supremo composto da nove cardinali, che sovrintendeva alla attività dell'Inquisizione. Partecipò attivamente alla riforma della Penitenziera. Ebbe l'incarico di prefetto del concilio di Trento. Non si fidava degli estranei, tanto da sembrare un nepotista, ma ben lungi dal praticare questa forma per partito preso. Morì a Roma il 18-8-1559. Il popolo romano, che aveva molto sofferto la durezza di governo di questo Papa, ne impedì i funerali. Il cadavere dovette essere nascosto e sotterrato nelle grotte della basilica Vaticana. Il Gelmi asserisce che fu sepolto in S. Maria sopra Minerva. Glicora-Catanzaro, nella loro Storia dei Papi puntualizzano che il cadavere fu riesumato nel 1566 e sepolto in S. Maria sopra Minerva.

Torna all'inizio

Giovanni Belley o dei Belloy (1553-53)

L'Enciclopedia Cattolica lo chiama Jean Bellay. Nacque nella Gallia nel 1492. I suoi scritti e i suoi versi sono letti con piacere dagli eruditi. Studiò scienze alla Sorbona ed ebbe nel 1532 l'Abbazia di Gildase, poi il vescovato di Baiona da Clemente VII (1523-34) che nello stesso anno lo trasferì a Parigi. Là ricevette Carlo V che andava nelle Fiandre. Fu ambasciatore del re Francesco I presso la Santa Sede e nel concistoro del 1535 Paolo III (1534-49) lo creò cardinale di S. Cecilia. Nel 1541 Paolo III gli concesse l'amministrazione della chiesa di Limoges. Nel 1544 lo propose alla chiesa di Bordeaux. Mentre nel 1533 il Belley era a Marsiglia, Francesco I si abboccò con Clemente VII per concludere il matrimonio di Enrico II con Caterina dei Medici, nipote del Papa. Il Belley fu inviato dal Papa in Inghilterra per cercare di ridurre quel Re all'obbedienza alla Santa Sede. Nel 1550 passò alla sede di Albano e, tre anni dopo, nel 1553 occupò quella di Frascati. In questa sede restò pochissimo, tanto che nello stesso anno cambiò sede con quella di Ostia e Velletri. Con la morte di Francesco I di cui era viceré fu privato del suo rango e rimase esposto a tutti gli attacchi dei suoi avversari. Le sue ingenti ricchezze, procuratesi con gli incarichi avuti, gli permisero la costruzione di uno sfarzoso palazzo presso le Terme Diocleziane, negli orti del Quirinale, non lontano da quello, altrettanto sontuoso del cardinal Oliviero Carafa. Questi edifici, con Sisto V (1585-90) e Gregorio XIV (1590-91), servirono per la residenza papale. Il Belley, decano del Sacro Collegio, morì nel 1560 e fu sepolto nella chiesa della Trinità dei Monti. L'Oldoino ne parla all'anno 1534.

Torna all'inizio

Rodolfo Pio di Carpi (1553-55)

Nacque il 2-5-1500 da Lionello, signore di Carpi. Nel 1528 divenne vescovo di Faenza e successivamente fu Nunzio prima a Vienna e successivamente a Parigi. Nel concistoro del 1536 da Paolo III (1534-49) fu creato cardinale presbitero di S. Susanna. Il suo talento e il suo sapere vennero utilizzati da Paolo III contro l'eresia che in quel periodo dilagava in Europa. Il Papa si servì anche del Carpi per fargli dirimere una questione, creata dal Generale dei Cappuccini e avversata in primo tempo dal Papa. La moralità e l'onestà di questo principe della chiesa dovevano essere così lampanti, che Paolo III nelle sue assenze da Roma gli affidò le sorti della capitale. Fu inviato come legato a latere presso Carlo V allo scopo di spingerlo a fare la pace con la Francia e poiché, in seguito a questa azione Carlo V lo nominò protettore del Sacro Romano Impero, chiaramente la missione aveva avuto successo. Nel 1553 fu nominato vescovo di Albano, ma dopo una quindicina di giorni optò per la sede di Frascati, resasi vacante. Restò nella diocesi tuscolana fino al 29 maggio 1555, data in cui optò per la chiesa di Porto. Morì nel 1564 a Roma e fu sepolto nella chiesa di Trinità dei Monti. L'epigrafe che è sulla sua tomba fu dettata dallo stesso Pio V (1559-65). Il Carpi sarebbe succeduto a Paolo IV nel 1559, se il card. d'Este non si fosse opposto nel fondato timore che il cardinal Carpi, divenuto Papa, avrebbe fatto del tutto per recuperare alla sua famiglia il dominio di Carpi. L'Oldoino ne parla nell'anno 1534.

Torna all'inizio

Giovanni Alvarey d'Alba (1555-57)

Nacque a Toledo nel 1488. L'Enciclopedia Cattolica lo cita come Juan Alvarez de Toledo. Nobile spagnolo appartenente alla famiglia dei duchi d'Alba. Domenicano. Insegnò filosofia e teologia all'università di Salamanca. Uomo dottissimo la cui fama indusse Carlo V a nominarlo vescovo. Egli rinunziò per umiltà, ma Adriano VI (1522-23) lo obbligò a ricevere la consacrazione per la chiesa di Cordova. Nel 1537 ebbe la chiesa di Burgos. Nel 1538 il papa Paolo III (1534-49) lo elevò alla porpora cardinalizia con il titolo di S. Maria in Portico. Egli meritò un posto tra i sei cardinali che, prima del concilio di Trento, furono destinati a vegliare per la conservazione della fede in tutto il mondo cattolico. Nella guerra tra Paolo III e Carlo V il cardinale d'Alba riuscì a liberare Roma dal saccheggio spagnolo. Fu cardinale di Toledo e fu proprio per questa sede che egli passò alla storia del Sacro Collegio come il «Cardinale di Toledo». Fu nel 1550 arcivescovo di S. Giacomo in Campostella. Giulio III (1550-55) nel 1553 lo pose a capo dell'Inquisizione romana, e nello stesso anno passò a curare la Sede di Albano. Il 29-5-1555, sotto Paolo IV (1555-59), occupò la sede di Frascati e venne anche eletto Generale dell'ordine dei Predicatori. Lasciò nel 1557 la sede di Frascati per quella di Porto. Fu confessore di Paolo IV (1555-59). Rigido e inflessibile con i penitenti, ma soccorritore e benefattore dei poveri. Il 20 settembre 1557 morì a Roma e venne tumulato in Spagna nella tomba di Famiglia. L'Oldoino ne parla negli annali del 1534.

Torna all'inizio

Francesco Pisano (1557-62)

L'Enciclopedia Cattolica lo chiama Pisani, come il Moroni. Nacque a Venezia nel 1494 da nobile famiglia veneziana. Per interessamento del doge Loredano il Pisano fu iscritto tra i Protonotari Apostolici in tenera età. Questa iscrizione gli aprì la porta al cardinalato, che puntualmente avvenne il 4 luglio 1517 per opera di Leone X (1513-21). A soli 23 anni fu creato cardinal diacono di S. Teodoro. Nel 1519 divenne vescovo di Adria. Nel 1524 Clemente VII (1523-34) gli conferì la sede di Padova e quella arcivescovile di Narbona. Durante il Sacco di Roma del 1527 rimase nel Castel S. Angelo con Clemente VII e dopo il 26 novembre fu dato come ostaggio agli spagnoli, in Napoli, nella fortezza del Maschio Angioino. Nel 1528 Clemente VII lo ripagò con la concessione dell'amministrazione di Treviso, Civita Nova, Verona nonché l'Abbazia di Alcobaziense. Si distinse in tutti gli incarichi ricevuti. Nel 1530 a Bologna assistette all'incoronazione di Carlo V. Tenne la diocesi di Emona in Istria fino alla morte. Entrato tra i cardinali vescovi, occupò prima la sede di Albano e nel 1557 quella di Frascati che tenne fino al 1562, passando, poi, a quella di Porto. Nel 1504 optò per quella di Ostia. Decano del S. Collegio, al conclave, in cui fu eletto Pio V, rischiò di divenire Papa. Coronò i papi Marcello II (1555-55) e Paolo IV (1555-59). Partecipò a ben otto conclavi. Fu di costumi severi e di grande integrità morale. Morì a Roma nel 1570, all'età di 76 anni e fu sepolto nella chiesa di S. Marco a Venezia. L'Oldoino ne parla nel volume iniziante con 1534.

Torna all'inizio

Federico Cesi o Cesa (1562, 1562-64)

Nacque a Roma nel 1500 da nobile famiglia. Praticò in principio l'avvocatura, per poi abbandonarla e farsi sacerdote. Nel 1534 divenne vescovo di Todi e successivamente Chierico di Camera. Poiché tutti gli incarichi che gli erano stati affidati ebbero felice esito, nel 1544, il papa Paolo III (1534-49) lo nominò cardinal presbitero di S. Pancrazio. Ebbe in commenda Cremona dal 1551 al 1560. Godette dell'amicizia di tre grandi santi del tempo: Carlo Borromeo, Ignazio di Lojola e Filippo Neri. Per consiglio da S. Ignazio di Lojola fece erigere, dalle fondamenta, la chiesa di S. Caterina dei Funari, per le fanciulle povere e la dotò convenientemente così come fece per altri templi sacri. Nel 1550 Giulio III (1550-55) gli dette l'amministrazione della chiesa di Volturano; nel 1551 passò a quella di Cremona. Nel 1557 fu creato cardinale vescovo della diocesi di Palestrina e nel 1562 passò alla sede suburbicaria di Frascati. Convinse S. Filippo Neri a venire a Frascati e a fondarvi, per i giovani, un Oratorio ricreativo, festivo, che funzionò con successo oltre la 1° Guerra Mondiale, in quanto successivamente ne prese il posto quello di Capocroce. Fu la 1° sede della Società «Circolo Lazio» ed aveva la sede all'angolo delle scalette di V.S. Filippo Neri e Via di Villa Borghese. Alla sua morte fu sepolto nella chiesa di S. Caterina e in seguito la sua salma fu traslata in S. Maria Maggiore. Tra gli storici non c'è concordanza di date. L'Orioli, il duca di York ed il cronista incognito sostengono che il Cesi ebbe la diocesi tuscolana nel 1562 e nello stesso anno la lasciò. Biasotti-Tomassetti e il Grandi sostengono che l'ebbe sì nel 1562, ma la lasciò poi nel 1564; e il Grandi aggiunge che proprio in quell'anno il Cesi passò alla chiesa di Porto. L'archivio della Cattedrale di Frascati riporta che il Cesi ebbe la diocesi tuscolana dal 1562 al 1564. L'Oldoino tratta l'argomento nel volume iniziante con l'anno 1534.

Torna all'inizio

Giovanni Girolamo Morone (1562, 1564-65)

Il Moroni lo chiama Moroni, come se stesso. Nacque a Milano nel 1509 da nobile famiglia milanese. Il padre Gerolamo era cancelliere di Milano e la madre era Francesca Sforza. Studiò a Padova. Si definì né teologo né cronista, ma la sua consumata esperienza ed il suo dignitoso comportamento furono di gran lunga più efficaci di qualunque titolo accademico. Lo si può stimare uno dei più puri e chiaroveggenti uomini di chiesa del suo tempo. Nel 1529 sotto Clemente VII (1523-34) era già vescovo di Modena e Nunzio Apostolico in Francia, poi in Boemia, in Ungheria ed infine, nel 1536 in Germania, allo scopo di indurre i principi cristiani a convenire sull'esigenza di indire nella città di Trento un Concilio, onde combattere il protestantesimo. Cosa, però, che si ottenne solo sotto Giulio III (1550-55). Per l'azione intelligente svolta in questa missione Paolo III (1534-49) il 2 giugno 1542 lo elevò alla porpora con il titolo di cardinale prete di S. Vitale. La sua vita non fu calma. Come legato di Paolo III aprì il Concilio di Trento. Nel 1555 prese parte alla Dieta di Augusta e per questo da Paolo IV (1555-59) nel 1557 venne accusato di connivenza con i Luterani, degradato pubblicamente e rinchiuso in Castel S. Angelo. Ci fu il processo di revisione. Il card. Ghisleri, futuro papa Pio V, lo esaminò minuziosamente in Castel S. Angelo, lo riconobbe innocente e lo testimoniò alla presenza di Paolo IV, che il 27 marzo 1559 lo restituì alla sua dignità cardinalizia e gli assegnò la sede suburbicaria di Albano. Successivamente passò a quella di Sabina, poi a quella di Palestrina e il 15 aprile 1562 a quella di Frascati. Il Grandi scrive che il Moroni divenne cardinal vescovo di Frascati nel 1564 e dello stesso parere sono il Biasotti-Tomassetti, mentre il duca di York, l'Orioli e il cronista incognito fissano la data al 1562. Data, questa, cronologicamente la più certa, in quanto tra il 1562 e il 1565 non ci fu, come scrive lo stesso Grandi, nessun altro cardinale. Fu il Morone, allora cardinale di Frascati, che il 4 dicembre 1564, essendo stato riconosciuto innocente, dall'accusa di connivenza con i Luterani, come primo presidente, chiuse felicemente il Concilio di Trento. Le dottrine del Concilio furono raccolte nella «Profetia Fidei Tridentina», che doveva essere giurata da tutti gli ecclesiastici nelle mani dei propri superiori, come adesione pubblica alla unità della chiesa cattolica. Nel 1565 il Morone optò per la sede di Porto e successivamente per quella di Ostia e Velletri, essendo nel frattempo divenuto cardinal decano. Morì nel 1580 e fu sepolto in S. Maria sopra Minerva. Tutta Roma lo pianse; povero per non aver mai nulla chiesto ai Papi, ma solo per aver atteso con ogni industria a superare le invidie e le malevolenze. Lo stesso Pio V (1566-72) non gli fu mai favorevole. Fu protettore di molti ordini religiosi e in mezzo a tanti affari aveva anche curato con zelo il governo della sua diocesi. Lo storico Moroni nella sua opera non fa cenno del Morone come vescovo di Frascati. L'Oldoino ne parla al 1534.

Torna all'inizio

Alessandro Farnese (1565-78)

Nacque a Roma nel 1519. Figlio di Pier Luigi e di Girolama Orsini dei duchi di Parma e Piacenza. Portava lo stesso nome di suo zio papa Paolo III (1534-49) per cui si potrebbe chiamare anche Alessandro II Farnese. Studiò con eccellente profitto a Bologna e a soli 14 anni venne eletto amministratore della Chiesa di Parma. Per spianargli la carriera, suo zio Papa, appena eletto il 18-12-1534, lo elesse cardinal diacono di S. Angelo a soli 15 anni di età. Fin da giovane dimostrò attitudini per le lettere, tanto che in seguito si disse che lui non ebbe onori dalla porpora, ma bensì la porpora da lui. In mezzo secolo di cardinalato ebbe a svolgere ed assolvere egregiamente molti e svariati incarichi. Fu a capo di molte delegazioni, ebbe amministrazioni di importanti vescovati e nella sua qualità di cardinal nipote si trovò in mezzo a quasi tutti gli affari di stato. Nulla, però, gl'impedì di interessarsi delle lettere, dei letterati, degli scienziati e delle arti. Nel 1547, quando Paolo III trasferì il Concilio da Trento a Bologna, Carlo V irritato, come lo erano tutti i cardinali tedeschi, tolse il ducato di Parma e Piacenza a Pier Luigi Farnese, padre del card. Alessandro, che muore tragicamente per mano degli scontenti. La morte di Pier Luigi rattristò fortemente il già vecchio Paolo III. Fu vescovo di Frascati, scrive il Moroni, dal 1565 al 1578. Nel 1566, con la sua autorizzazione, venne aperto a Frascati il «Monte di Pietà», per aiutare i poveri a superare momenti critici, senza disfarsi definitivamente dei gioielli e beni mobili. Tale Monte di Pietà è stato in vigore fino alla 2° Guerra Mondiale. L'andamento dell'amministrazione di detto «Monte» era sotto la scrupolosa vigilanza dei vescovi protempore. Donò diversi arredi sacri alla cattedrale. Sempre nel 1568 fece iniziare la costruzione di quel gioiello che è la Chiesa del Gesù a Roma. Certo che a causa delle sue molteplici attività non gli fu possibile curare le cose spirituali e per queste dovette servirsi dei vescovi ausiliari. Usava far raccogliere da persone distinte, in ogni parrocchia, elemosine per distribuirle, poi, ai poveri. Fondò chiese, collegi, orfanotrofi, conservatori per le vedove e le vergini. Aprì case per poveri, diseredati, stranieri e per tutti coloro che avessero avuto necessità dell'amore cristiano. Si può dire che fu lo scopritore «dell'Accoglienza». Fu di animo generoso, pietoso e liberale. Fu protettore dei regni di Sicilia, Aragona, Portogallo, Polonia, Germania, della Repubblica di Genova e di Ragusa, nonché dell'ordine dei Benedettini. Divenne decano del Sacro Collegio e morì a Roma il 2 marzo 1589. Fu sepolto nella Chiesa del Gesù. Al suo funerale parteciparono ben 42 cardinali. Cosa mai avvenuta in passato. L'Oldoino ne parla all'anno 1534.

Torna all'inizio

Giacomo Savelli (1578-83)

Appartenente ad una delle più antiche e nobili famiglie romane, quella di Palombara e Castel Savello. Il padre fu Giovan Battista Savelli. Da giovane ebbe fama di virtuoso che attendeva alle lettere. La sua carriera ebbe inizio all'età di 16 anni, quando Paolo III (1534-49), suo parente, lo elevò alla porpora cardinalizia con il titolo diaconale di S. Lucia in Septisolio nel 1539. Nel 1540 ebbe l'amministrazione della chiesa di Nicastro, che tenne dal 1540 al 1554 e, poi, dal 1556 al 1560. Nel 1545 ebbe quella di Teramo che tenne fino all'anno successivo. Poi nel 1555 quello della chiesa di Gubbio assegnatagli da Paolo IV (1555-59) e che tenne fino al 1556 ed in seguito quella di Benevento, che tenne dal 1560 al 1574, essendone stato consacrato vescovo. Legato nella Marca, fu da Paolo IV, nel 1557, chiamato a far parte dell'Inquisizione. Con Pio IV (1559-65), nel 1560 cominciò ad essere vicario di Roma. Attese alla fondazione del Seminario Romano e all'esecuzione delle riforme ordinate dal Concilio di Trento, compito che tenne anche sotto Pio V (1566-72) e sotto Gregorio XIII (1572-85). Giulio III (1550-55) lo destinò alla legazione della Marca, che riuscì a pacificare e che liberò dalle insidie del corsaro Solimano II detto Dragut. Dallo stesso Papa ebbe l'autorizzazione a lasciare per testamento le sue ricchezze tanto che gli eredi ricevettero alla sua morte molte elargizioni. Nel testamento dispose che si dovesse portare a termine ad Albano la chiesa di S. Pietro patrono della famiglia Savelli. Ad Albano c'è ancora il palazzo Savelli, ora sede del museo cittadino. Fu uomo risoluto, di grande dottrina e accurato nelle sacre cerimonie. Nel 1577 divenne vescovo della Sabina e nel 1578 passò alla sede di Frascati e fece dono di molti arredi sacri alla cattedrale. Il cronista incognito lo pone Vescovo di Frascati nel 1568, data veramente improbabile. Fece ristabilire le porte in bronzo nella Basilica Lateranense, che risalivano a Cencio Camerario. Prima di andare alla chiesa Sabina passò all'ordine dei preti con il titolo di Santa Maria in Trastevere. Nel 1583 optò per la sede di Porto, sembra unitamente a quella di Albano. Morì il 5 dicembre 1587. Le sue esequie vennero celebrate in Roma nella Chiesa del Gesù ove fu sepolto davanti all'altare di S. Ignazio, da lui stesso fatto edificare. L'Oldoino ne parla all'anno 1534.

Torna all'inizio

Giovanni Antonio Serbelloni (1583-1587)

Nacque a Milano nel 1519 da famiglia patrizia. Era nipote di Pio IV (1555-59) in quanto la madre del Papa era una Serbelloni. Per la sua prudenza e abilità nel trattare gli affari fu nominato molto giovane vescovo di Foligno e poi ebbe nel 1560 il vescovato di Novara che tenne fino al 1571, e quello di Camerino. Nel 1560, insieme a S. Carlo Borromeo, fu creato cardinal diacono con il titolo di S. Giorgio in Velabro. Amministrò la provincia di Perugia e quella dell'Umbria, che governò con giustizia e religiosità. Nella sede di Novara, nel 1568, celebrò un sinodo, e vi fondò un seminario. Dopo undici anni rinunciò alla sede con una pensione di mille scudi. Passò al titolo di S. Maria in Trastevere; nel 1577 fu vescovo di Sabina, nel 1578 di Palestrina e nel 1583 di Frascati, ove aumentò il Capitolo di due canonici e ne accrebbe le rendite, con la conferma di Sisto V (1585-90). Nel 1587 optò per la chiesa di Porto e due anni dopo per quella di Ostia e Velletri. Morì cardinal decano il 18 o il 20 marzo 1591. Fu un principe della chiesa integerrimo, molto colto e savio. Fu sepolto nella Basilica di S. Maria degli Angeli. L'Oldoino lo riporta all'anno 1560.

Torna all'inizio

Alfonso Gesualdo di Conza o Gonza (1587-89)

Il secondo cognome Gonza lo riporta il duca di York. Nacque a Napoli da nobile famiglia partenopea. Nel 1561, divenne arcivescovo di Conza, essendo stato da Pio IV (1560-65) creato cardinal diacono di S. Cecilia, sia per meriti dottrinali e sia perchè il Conza apparteneva ad illustre stirpe. Quest'ultima parte della motivazione, a dir la verità, molto puerile e ingiustificabile. Sotto Pio V (1566-72) divenne cardinale dell'ordine dei preti, per poi divenire vescovo della diocesi di Albano. Nel 1587 passò alla sede di Frascati. Nel 1588, nel mese di maggio, venne al 1° Sinodo Diocesano in Frascati. Nel 1589, sotto Sisto V (1585-90), optò per la sede di Porto e S. Rufina e, divenuto cardinal decano del Sacro Collegio sotto Gregorio XIV (1590-91), passò alla diocesi di Ostia e Velletri. Diresse varie prefetture e legazioni e governò l'arcivescovato di Napoli dal 1596 fino alla sua morte avvenuta nel 1603. La sua carriera è dovuta più al nome che portava che per meriti speciali. Non si conoscono fatti che potessero far emergere i suoi particolari meriti. Fu sepolto nella cattedrale di Napoli ove il principe di Venosa, il nipote Carlo Gesualdo, gli aveva fatto edificare uno splendido sepolcro. L'Oldoino ne parla all'anno 1560.

Torna all'inizio

Ignazio D'Avalos y de Aragona (1589-91)

Il cronista incognito lo chiama Innico Davalos. Nacque a Napoli dalla nobile famiglia dei marchesi di Vasto. Fu cavaliere dell'ordine di S. Jacopo delle Spagne e cancelliere del regno. Papa Pio IV (1560-65), che evidentemente aveva un debole per la nobiltà, nello stesso concistoro nel quale aveva creato cardinale il Conza, creò cardinale anche il D'Avalos. Questa nomina avvenne lo stesso giorno in cui, a Trento, si teneva la sessione XVIII del Concilio che pubblicava un decreto per la pubblicazione dell'indice dei libri proibiti. Era il 26 febbraio 1562. Fu eletto cardinal diacono del titolo di S. Lucia in Selci. Passò poi tra l'ordine dei preti con il titolo prima di S. Adriano e poi di S. Lorenzo in Lucina. Nel 1563 fu eletto arcivescovo di Torino, alla quale dignità rinunciò a favore di Gerolamo della Rovere. Successivamente Pio V (1566-72) gli affidò l'amministrazione della chiesa di Mileto in Calabria. Sotto Sisto V (1585-90) passò dalla Chiesa di Sabina a quella di Frascati, che lasciò nel 1591 per optare per quella di Porto, ove tenne un concilio diocesano. Gli furono affidati diversi incarichi importanti che assolse con abilità. Quando Clemente VIII Aldobrandini (1592-1605) fu assente da Roma, il D'Avalos fu legato a latere. Prese parte a ben sette conclavi. Alla sua morte, avvenuta a Roma il 20 marzo 1600, fu pianto da chi ben conosceva e apprezzava i suoi meriti, tra cui la modestia, la purezza dei costumi e il severo contegno. Con questo cardinale hanno inizio le "Visite ad Limina" dei vescovi tuscolani. La sua porta la data del 9 aprile 1590. Nella relazione presentata dà notizie dello stato in cui versa tutta la diocesi. Scrive che la diocesi di Frascati non ha sede episcopale. Probabilmente voleva far notare che, nonostante vicino alla cattedrale ci fosse una grossa costruzione di proprietà del Papa, il cardinale vescovo non vi aveva neanche una stanza a disposizione. Denuncia che la povertà e scarsità del clero, non esiste nè un teologo nè un penitenziere. Informa che la rendita della cattedrale è di scudi 200 annui, che la cattedrale stessa non è molto grande ed urge di riparazioni, sia al tetto che alle mura perimetrali. I religiosi dei due ordini esistenti a Frascati: Cappuccini e Gesuiti, predicano nelle varie località della diocesi e i Gesuiti, la domenica, in cattedrale, insegnano il catechismo ai bambini. Alcune pie istituzioni, invece, insegnano musica e grammatica. Pone in rilievo l'esistenza di varie confraternite: del S.mo Sacramento, del Gonfalone, del S.mo Rosario, del S.mo Nome di Gesù e Maria, della Nazione Milanese. Rileva anche l'esistenza di un "ospedale non meglio precisato". Nella stessa relazione, in data 5 aprile 1590, il cardinale scrive che entro le mura della città esiste una sola casa religiosa, quella dei Gesuiti, e che non c'è seminario. Fa presente che su Monteporzio esiste un diritto della famiglia Borghese e che gli altri abitanti sono pochi e poveri; che Montecompatri da molti mesi è senza guida spirituale; che da ben otto anni, a Rocca Priora non c'è il curato e che a Rocca di Papa il curato manca da tre anni. Nella medesima relazione viene precisata l'esistenza di francescani osservanti e la costituzione di una nuova confraternita, detta della Carità, avente lo scopo di raccogliere elemosine da distribuire ai poveri, e di un Monte di Pietà. Il cardinale ha provveduto ad inviare predicatori sia per la Quaresima sia per l'Avvento; ha ispezionato i libri parrocchiali, però, non è stato in grado di convocare un Sinodo diocesano. Precisa anche che gli arredi sacri della cattedrale per lo più sono doni del cardinale Alessandro II Farnese e del cardinal Savelli. L'Oldoino ne parla all'anno 1560.

Torna all'inizio

Tolomeo Galli o Gallo (1591-1600)

Nacque a Cernobbio, presso Como nel 1526. Meglio conosciuto con l'appellativo di "Cardinal di Como". In principio fu segretario particolare del card. Giovanni Angelo Medici e con questa mansione restò anche quando il Medici divenne Papa con il nome di Pio IV (1560-65). Segretario del Papa non poteva essere certamente uno scribacchino, sia pure valente, e per questa ragione venne creato vescovo di Martorano nel 1560. Passò poi alla sede di Manfredonia. Nel 1565 (il Moroni scrive 1568), il Papa lo incluse tra i neo porporati, creandolo cardinale dell'ordine presbiteriale di S. Teodoro. Fu consigliere di Gregorio XIII il quale, geloso custode della propria indipendenza, gli concesse un campo operativo molto limitato. Il 1583 prese possesso della sede vescovile di Albano. Successivamente optò per la chiesa di Sabina, ove celebrò il Sinodo e, il 20 maggio 1591, passò alla diocesi suburbicaria di Frascati. Durante il governo pastorale della chiesa tuscolana, data la ristrettezza della cattedrale di S.. Maria in Vivario, la comunità frascatana decise la costruzione di una chiesa più grande, a monte della vecchia cattedrale, dove erano anche sorte varie abitazioni di cittadini agiati. La spesa preventivata si aggirava sui 100.000 scudi. Il papa Clemente VIII Aldobrandini (1592-1605) dette il suo benestare e autorizzò la comunità ad utilizzare il 50% dell'attivo del bilancio comunale. Da parte sua aggiunse 1.000 scudi. Il card. Gallo, da parte sua aggiunse tutta l'entrata annuale del vescovato tuscolano e, qualora le autorità civili fossero d'accordo, avrebbe assunto la protezione e la presidenza del comitato della costruzione. (Si veda "La Basilica cattedrale di Frascati", di mons. Razza - ed. Ass. Tuscolana Amici di Frascati - pagg. 20 e 21 con la nota n. 6). Nel 1598 il card. di Como, in Santa Maria in Vivario celebrò il 1° Sinodo della Diocesi e nello stesso anno venne iniziata la costruzione della nuova cattedrale. Il card. Galli tenne anche la prefettura del concilio e quella dei Sacri Riti. Fu segretario di Stato di Gregorio XIII (1572-85) e dette prova della sua abilità politica, della sua competenza e anche della sua prudenza. Naturalmente i vari incarichi gli procurarono ingenti ricchezze, tanto da poter acquistare da Filippo II di Spagna un ducato nel milanese. Nel 1600 optò per la chiesa di Porto e nel 1603, come cardinal decano, passò alla sede di Ostia e Velletri. Morì nel 1607 e fu sepolto in S. Maria della Scala. Onestamente bisogna dire che fu prodigo con i poveri, specialmente con quelli di Como, ai quali lasciò 100.000 scudi d'oro. A Como fece erigere il Collegio Gallio, che ancora esiste ed è tenuto dai Padri Somaschi. Il Galli fece tre visite pastorali: nel 1592, il 14 marzo 1595, e nel dicembre 1597. Dalle tre relazioni è reso noto che nella cattedrale esiste un organo; che ci sono 5 cappelle ornate con dipinti, che l'altare del S.mo Crocifisso gode dei privilegi per le anime defunte; che c'è un fonte battesimale con il ciborio piramidale; che in sacrestia vengono conservati i libri parrocchiali, secondo le disposizioni del concilio di Trento; che l'amministrazione è affidata a due laici eletti annualmente; che il capitolo comprende un arciprete con un reddito di 100 ducati d'oro, di 6 canonici con un reddito annuo di 20 ducati d'oro ciascuno, di 2 beneficiati con un reddito di 12 ducati d'oro ciascuno e 2 chierici; che contiguo all'altare maggiore esiste un coro ligneo; che l'organista è dell'università; che il campanile trecentesco è dotato di varie campane dal bel suono; che esistono altre chiese come quella della S.ma Annunciazione, retta dai Gesuiti, quella del Gonfalone, retta dall'omonima confraternita, di S. Sebastiano con annesso ospedale, quella di S. Francesco, retta dai Cappuccini, quella di S. Michele Arcangelo che è una cappella piuttosto che una chiesa, quella di S. Maria, con un solo altare e retta dalla Università di Tuscolo; che l'ospedale è una piccola costruzione con dei letti in cui vengono accolti per qualche giorno gli infermi poveri, che poi sono trasferiti negli ospedali di Roma; che il reddito dell'ospedale è molto basso; che esistono i religiosi cappuccini, i gesuiti e i cistercensi alla chiesa di S. Michele Arcangelo; che le confraternite sono, il Gonfalone, che amministra l'ospedale per i poveri, il S.mo Sacramento, che annualmente provvede al mantenimento di un orfano con scudi 25, il S.mo Nome di Gesù, che ha il fine istituzionale di combattere la bestemmia, il S.mo Rosario, che organizza mensilmente solenni processioni con gran concorso di popolo; che le prime due confraternite hanno redditi propri ed una propria amministrazione; che esiste un Monte di Pietà con capitale istituzionale di 130 scudi. Dalle relazioni del 1592 e 1595 si viene anche a conoscenza che a Frascati c'erano 2.500 abitanti; che a Rocca di Papa ce n'erano 1.100 con tre chiese dal reddito talmente basso, che unificate non superavano gli scudi 20 e una chiesa parrocchiale, che i religiosi erano i francescani osservanti e le confraternite quelle del S.mo Sacramento, del Gonfalone e del S.mo Rosario; che a Montecompatri gli abitanti erano 700, con una chiesa parrocchiale non ben precisata e con la confraternita del S.mo Sacramento; che gli abitanti di Monteporzio erano 200, con una chiesa parrocchiale non precisata e la confraternita del S.mo Sacramento; che a Rocca Priora gli abitanti erano 700 con una chiesa parrocchiale non precisata e la confraternita del S.mo Sacramento; che gli abitanti di Colonna erano 250 con una chiesa parrocchiale non precisata e la confraternita del S.mo Sacramento; che a Grottaferrata esisteva il monastero dei Basiliani con relativa chiesa. Dissimile è la relazione del 1597. Evidentemente il cardinale aveva preso gli opportuni provvedimenti, tanto che tutte le parrocchie ebbero una denominazione, a tutte venne assegnato un curato per la cura delle anime, tutte risultarono in buono stato e con arredi e suppellettili sacre sufficienti. Durante i nove anni non riuscì a convocare un sinodo diocesano.

Torna all'inizio

Ludovico Madruzzo (1600-1600)

Il Grandi lo chiama Madrucei, mentre il cronista incognito lo chiama Mandrucci come anche il Moroni. Nacque a Trento nell'anno 1532 dalla famiglia dei principi di Madruzzo o Madruccio. Da Pio IV (1560-65), che aveva un debole per la nobiltà, fu elevato alla porpora nell'ordine dei cardinali preti di S. Callisto nel 1561, ma già era vescovo di Trento, sua città natale. Sisto V (1585-90) lo trasferì al titolo della chiesa di S. Onofrio, passò poi ai titoli di S. Anastasia e S. Lorenzo in Lucina; poi fu vescovo di Albano. Gregorio XIII (1572-85) nel 1581 lo aveva in precedenza inviato in Germania quale suo delegato a latere contro gli eretici e nel 1582 all'imperatore Rodolfo II per assistere alla dieta di Augusta. Da Clemente VIII (1592-1605), nel 1597, ottenne il vescovato di Sabina e nel 1600 quello di Frascati. Quale cardinale e designato vescovo di Trento intervenne al Concilio Generale. Con il cardinal Di Lorenzo fu deputato a formare il decreto sulla residenza dei vescovi, male accolto dagli interessati. Governò la diocesi tuscolana per soli 2 mesi, in quanto morì il 20 aprile 1600. Godette la stima di Gregorio XIII. Fu rimproverato al Madruzzo il suo attaccamento a Filippo II di Spagna. Gli fu pure rivolta l'accusa di tiranneggiare nei conclavi ai quali aveva preso parte, approfittando dell'autorità del diritto di veto che Filippo II gli aveva dato. Per la verità è necessario dire che tutti i Papi usciti da quei conclavi furono ottimi. Il Madruzzo fu largo con i diseredati, tanto che fu chiamato il «Padre dei poveri». La sua salma fu tumulata nella chiesa di S. Onofrio a Roma. L'Oldoino ne parla all'anno 1550.

Torna all'inizio

Girolamo Simoncelli (1600-03)

Nacque nel 1522 a Orvieto. Pronipote di papa Giulio III (1550-55). Lo zio lo destinò alla porpora a 31 anni d'età, nel 1553, facendolo cardinal diacono dei SS. Cosma e Damiano. Passato all'ordine dei preti, ebbe prima il titolo di S. Prassede e poi quello di S. Maria in Trastevere. Nel 1554 divenne vescovo di Orvieto, ove resse la Chiesa fino al 1560, per riprenderla nel 1570 e tenerla fino alla sua morte. Nel 1560 passò alla diocesi d'Albano e pochi mesi dopo, il 23 aprile 1600, ebbe la chiesa di Frascati. Nella proposta di assegnare la Cappella di Capocroce ai Frati Minori, affinchè vi costruissero una chiesa con a fianco un convento, sottostando, però, ad impegni abbastanza gravosi imposti dalla Venerabile Compagnia, il cardinal vescovo locale, il Simoncelli, non intervenne con efficacia, cosicché tutto restò in alto mare. Nel 1603 optò per la chiesa di Porto e all'età di 81 anni passò a miglior vita, dopo aver partecipato a ben 10 conclavi. In uno di essi, si dice che fossero state inventate le famose profezie cosiddette di Malachia. Evidentemente fu qualche familiare che, desideroso di vederlo salire al soglio pontificio, tirò fuori la faccenda che si doveva eleggere un pontefice che veniva dalla «Urbs Vetus», come veniva chiamata Orvieto. Il Grandi, come Biasotti-Tomassetti datano il suo vescovato dal 1600 al 1603. Il cronista incognito e gli altri già citati in altre parti dal 1601 al 1603. Il Moroni lo data dal 1601 al 1605. La data certa è il 1600 in quanto fece una visita pastorale. Fu un uomo privo di ambizioni, ebbe una condotta prudente e libera senza timore, né rispetto umano, né cupidigia, né orgoglio lo poterono mai rimuovere dalla sua equanimità e giustizia. Il Cancellieri narra che questo cardinale faceva di nascosto incendiare i carri di fieno, onde intimorire i villani e poi ne risarciva largamente il danno. Il 7 novembre 1600 il card. Simoncelli effettuò la visita pastorale per mezzo del suo vicario generale. Le novità che questa visita ci fornisce sono veramente poche. Non vengono detti il numero degli abitanti dei singoli paesi e neanche il numero totale. Si dice che nel territorio ci sono 12 sacerdoti; che il catechismo ai bambini viene insegnato nei giorni festivi presso gli altari della cattedrale; che si sta costruendo una chiesa più grande e che egli non ha potuto effettuare personalmente la visita pastorale, perché impegnato nelle varie funzioni sacre del giubileo. Per il resto rimanda alla precedente visita fatta dal Galli nel 1597. L'Oldoino ne parla all'anno 1550.

Torna all'inizio

Domenico Pinelli (1603-05)

Nacque a Genova nel 1551 (il Moroni dice 1541) da una famiglia patrizia genovese. Fu uomo colto in giurisprudenza. Venne ammesso nel Collegio degli Avvocati e passato a Roma, sotto Pio IV (1560-65), fu Referendario di Signatura. Per la sua vasta conoscenza del diritto, per la sua probità e per la sua onestà d'intenti Pio V (1566-72) lo destinò alla riforma dei Tribunali Romani. Assolse con competenza e perizia alcuni incarichi, come quello di dirimere la questione di confini tra Narni e Terni, risolta felicemente, tanto che Gregorio XIII (1572-85) lo nominò principe e lo creò vescovo di Fermo. Qui si mostrò generoso e amoroso con gli orfani, le vedove, i miserabili. Dopo sette anni per 40.000 scudi acquistò un Chiericato di Camera e da Sisto V (1585-90) fu inviato nunzio in Spagna. In seguito assolse altri incarichi delicati in modo egregio, tanto che nel 1585 fu creato cardinale prete di S. Lorenzo e poi arciprete di S. Maria Maggiore. Fu anche Prefetto della Consulta e delle Galere Pontificie. In quegli anni lo Stato Pontificio, in modo particolare l'Emilia, era infestata da ladri, assassini, banditi e da meretrici. Sisto V volle porvi riparo e mandò il Pinelli come legato a latere in Emilia, con il compito di ripulire e bonificare tutta la zona. Il Pinelli dette prova di abilità, tanto da osare di opporsi con successo al famigerato e crudele conte Pepoli, che poi fu giustiziato a Bologna. In breve l'Emilia riottenne la sua pace e tranquillità. Acquistò per 50.000 scudi la carica di Sostituto Camerlengo dal card. Cornaro. Fu a capo di altre legazioni e condusse a termine, sempre con sagacia ed intelligenza, gli incarichi affidatigli. Nel 1600 aprì e chiuse la Porta Santa al Giubileo. Fu protettore dei Carmelitani e Certosini. Ebbe il vescovato di Sabina e nel 1603 la sede di Frascati. L'archivio della cattedrale riporta che dopo Fermo fu cardinale di Albano. Nel 1605 passò alla chiesa di Porto e, divenuto decano del Sacro Collegio, andò alla sede di Ostia e Velletri. Fu uomo integerrimo, ma piuttosto avaro, tanto che i suoi eredi alla sua morte non credevano ai propri occhi nel constatare l'entità del patrimonio lasciato, compresi alcuni feudi nel regno di Napoli. Morì nel 1611, all'età di 70 anni e fu tumulato in S. Maria Maggiore davanti all'altare della Confessione. L'Oldoino ne parla all'anno 1585.

Torna all'inizio

Antonio Maria Galli (1605-08)

Nacque a Osimo, nelle Marche, nel 1553. In giovinezza fu prima Coppiere e poi svolse le mansioni di Segretario di Felice Peretti, detto anche il cardinal Montalto, anch'egli marchigiano e futuro Papa con il nome di Sisto V (1585-90). Il nipote di Sisto V, il cardinal Damasconi Peretti-Montalto, nel 1614 acquistò l'attuale Villa Grazioli a Frascati. Il Felice Peretti, appena eletto Papa, nominò Scalco il suo segretario che era anche Tesoriere privato. In seguito divenne canonico di S. Pietro e Vescovo di Perugia. Nella promozione del 1568 il Papa lo creò cardinale prete di S. Agnese di Piazza Navona. Anch'egli, come legato a latere della Flaminia, prese parte all'eliminazione del banditismo e della malavita nella zona. Ottenne il vescovato di Osimo che tenne anche quando divenne cardinale vescovo di Frascati e Palestrina. A Frascati prese dimora nel 1605 e passò nel 1608 a Palestrina. Dopo tre anni optò per quella di Porto e divenuto decano del collegio cardinalizio passò a Ostia e Velletri. A dire il vero non lasciò impronta notevole nel suo passaggio a Frascati. Piuttosto avido e tirchio, lasciò ai suoi eredi un grosso patrimonio. Fu sotto il suo cardinalato che ebbero inizio i lavori per la costruzione dell'Eremo di Camaldoli a nord di Tuscolo, su terreno donato da papa Paolo V (1605-21). Il 27 novembre 1605 presentò alla Sacra Congregazione del Concilio una sua relazione, nella quale, oltre a rilevare l'insufficiente capienza della vecchia cattedrale di S. Maria in Vivario, dichiarava, anche, che già una chiesa più ampia era stata incominciata, ma che per la mancanza di circa 5.000 scudi non si poteva portare a termine. Da notare che nei successivi tre anni di cardinalato non si riuscirono a reperire neanche pochi scudi per far progredire i lavori. In precedenza, il 6-11-1605, il cardinale aveva effettuato la visita pastorale. Le notizie di questa visita sono: che per Frascati sono aumentati i chierici, da 2 a 6, che vestono violaceo, hanno la tonsura, studiano grammatica e canto gregoriano, che poiché il reddito è di appena 300 scudi l'anno, non è possibile avere un teologo e un penitenziere. I Gesuiti hanno un collegio e con i Cappuccini collaborano alla cura delle anime. Esiste un Pio Istituto Conservatorio, istituito dal cardinal di S. Cecilia, ove sono raccolte 12 fanciulle povere ed esiste anche un orfanotrofio. Un gesuita funge da penitenziere. Circa le confraternite, oltre quelle già conosciute, ce n'è un'altra di nuova istituzione, quella del S.mo Corpo di Maria. È stato avviato un Monte di Pietà con un lascito iniziale di 100 scudi. Evidentemente il precedente era stato chiuso. Riguardo a Monteporzio, Montecompatri, Colonna, Rocca Priora, nulla di nuovo da segnalare. Per Rocca di Papa si segnala l'esistenza dei Mercedari fuori le mura. Il cardinale ha amministrato la cresima ed ha appianato la lite tra il parroco di Montecompatri e la locale confraternita del S.mo Sacramento. Morì nel 1620 e fu tumulato all'Aracoeli. Fu il card. Galli che fece rifare la facciata della chiesa di Loreto in quanto Egli era il protettore di Loreto. L'Oldoino ne parla all'anno 1585.

Torna all'inizio

Mariano Pierbenedetti (1608-11)

Nacque a Camerino (il Moroni dice a Sarnano) nel 1538 da nobile famiglia. Ben dotato delle migliori qualità, ebbe un temperamento focoso, vanitoso e bizzarro tanto da sfociare nel libertinaggio. Recatesi dallo zio Mariani in Roma, per caso udì predicare un insigne oratore, Gabriele Fiamma. Ne restò colpito, cambiò il suo modo di agire e poco dopo si dette con zelo allo stato ecclesiastico. Da Gregorio XIII (1572-85) suo zio, ottenne vari benefici. Nel 1574 si laureò in dottrine ecclesiastiche. Fu canonico di S. Angelo in Pescaria e poi passò in Calabria come vescovo di Martorano. Giunto alla sua chiesa, volle spiegare egli stesso il Vangelo al popolo. Visitò la diocesi, corresse gli abusi, elargì ai poveri, fondò nuove chiese e ornò le antiche. Si guadagnò la stima dello stesso vicerè. Fece egregiamente la visita alle chiese della Calabria. La sua amicizia con il card. Peretti, divenuto ormai Sisto V, (1585-90) fu causa della sua venuta a Roma nel 1585 e gli venne affidato il governo della Dominante con il compito di liberarla dai briganti. Operò rapidamente, con criterio ma anche con inflessibilità, tanto che il Papa lo creò cardinale prete dei SS. Marcellino e Pietro nel 1589. I Papi successivi, compreso Paolo IV (1605-21), si servirono della sua opera e gli affidarono incarichi delicati, che egli portò a termine con abilità. Ebbe varie presidenze, prefetture e protettorie. Nel 1608 Paolo V lo passò alla sede di Frascati. Uno dei meriti principali di questo cardinale vescovo fu quello di condurre a termine la nuova cattedrale di Frascati. Egli l'aveva presa a cuore fin dai primi giorni di suo possesso episcopale. Il giorno 8 novembre 1608 convocò un'assemblea straordinaria della Comunità frascatana e la invitò a deliberare sulla necessità di coprire la chiesa con il tetto, al fine di renderla officiabile. Il risultato fu di 19 sì e 4 no. Nonostante, con questa votazione frascatana, il cardinale avesse amplissima autorità di manovra, volle pure assicurarsi subito anche i fondi per poter completare l'opera di costruzione e pertanto presentò all'approvazione dell'assemblea il pagamento della tassa di un bajocco per ogni «fojetta» venduta alla «fraschetta» e anche sul vino venduto agli osti di Roma. L'assemblea fu favorevole all'unanimità. Occorreva il benestare del Papa, che lo concesse, come concesse al Pierbenedetti l'autorizzazione a chiedere alle banche un mutuo di 8.000 scudi, al fine di non gravare tanto la Comunità con le tasse. Sia il prestito che gli interessi sarebbero stati pagati con la vendita delle terre in località S. Marco e della Sterpara. Gli 8.000 scudi, però, dovevano servire per lavori di pubblica utilità. Si stette veramente attenti a spendere il centesimo, tanto che constatò che il trasporto della pietra veniva a costare il doppio della pietra stessa. Si propose che nei giorni festivi, subito dopo aver ascoltato la S. Messa, tutti i possessori di bestie da soma, di carretti, barozze ecc. nessuno escluso, andassero a caricare la pietra ad Ariccia, gratuitamente. Fu anche proposto di liquidare subito i lavoranti in servizio e considerare se fosse il caso di riprenderli a lavorare o trovare bravi operai, ma a minor costo. Tutte e due le proposte furono accettate. Da questo modo di procedere si potrebbe pensare che il Pierbenedetti fosse antidemocratico, forcaiolo, sfruttatore, affamatore dei lavoratori, ma basterà tener presente che il risparmio non andava a finire nelle sue tasche, ma serviva a far pagare, meno tasse alla cittadinanza e quindi ad alleggerire di molto la pressione fiscale e nello stesso tempo avere una nuova cattedrale finita al minor costo possibile. Infatti il 29-6-1610 si iniziò ad officiarla. Il Grandi scrive che essa venne dedicata al sommo «Galileo». Per concessione di Paolo V (1605-21) nella nuova cattedrale vennero trasferite tutte le prerogative della vecchia cattedrale. Data la sua veneranda età, il card. Pierbenedetti non potè partecipare alla funzione del 28 o 29 giugno e alla consacrazione della nuova cattedrale delegando all'uopo il vescovo di Pelusia, mons. Francesco Persico. Nella realizzazione della chiesa dei Frati il Pierbenedetti ebbe buona parte. A lui spettava il diritto di concedere il benestare per la costruzione della chiesa e del convento dei frati, voluto fortemente dal card. Pompeo Arrigoni, che possedeva una villa a Frascati, l'attuale Villa Muti. Per facilitare le cose, il cardinale incaricò l'arciprete della cattedrale di Frascati, Don Fabio Ceci (1608-31) di guidare i 3 frati, che l'ordine francescano dei minori aveva incaricato proprio per la scelta del luogo ove far sorgere chiesa e convento. Avvenuta la scelta, il Pierbenedetti fece acquistare la terra dal nipote di Sisto V (1585-90), il cardinal Alessandro Peretti. Poi in attesa che fosse costruito, il cardinale fece concedere dalla confraternita del Gonfalone alcuni locali per accogliere i padri minori. Era di natura piuttosto iracondo, tanto che conversare con lui diventava una cosa difficile. Nonostante questo difetto, godeva della stima di molti, tanto che alla sua morte fu rimpianto sia per la nobiltà dei sentimenti, sia per la sua cultura in molte discipline ed infine perché non era capace di portare rancore. Il 28-10-1610 il Pierbenedetti mise mano alla costruzione della chiesa dei Frati minori mettendo la prima pietra, benedetta da Paolo V, il 6 giugno 1610. Celebrò la funzione con la quale fu issata, davanti al convento, la croce, che Religiosi, notabili, confraternite, popolo avevano portato processionalmente. Per dono personale il cardinale fece costruire a sue spese il coro. L'8 febbraio del 1610 fece la sua visita pastorale per la diocesi. Per la prima volta sono riportati i numeri dei comunicati, a chi apparteneva il diritto di proprietà dei centri diocesani visitati. Stranamente la vecchia cattedrale era da tutti riportata come cattedrale della Madonna del Vivaro. Il Capitolo della cattedrale di Frascati si componeva di un arciprete, 4 diaconi e due beneficiati semplici. L'organo esisteva. Erano state appianate le controversie per la nuova cattedrale in costruzione e di prossima utilizzazione. In quaresima e in avvento c'era stata sempre la presenza di predicatori a diffondere la parola di Dio. Le case religiose presenti erano i Cappuccini, i Gesuiti, i Francescani osservanti e i Mercedari. La confraternita di S. Gregorio provvedeva con le elemosine all'esistenza di un orfanotrofio ove si impartivano le prime nozioni di grammatica e buone maniere. Le altre confraternite erano le stesse citate nelle precedenti visite pastorali con l'aggiunta di quella di S. Gregorio. L'ospedale esistente, fuori le mura della città, era retto dalla confraternita del Gonfalone, che lo mandava avanti con le elemosine raccolte. Vi si accoglievano infermi e pellegrini. I più gravi, però, erano inviati a Roma. Agiva il Monte di Pietà. Abitanti erano 2.500, comunicati 1.500. La città era proprietà della Camera apostolica. Rocca di Papa: anime 1.200; chiesa parrocchiale di S. Maria; reddito unificato parrocchiale di scudi 30, scaturito dalla chiesa di S. Pietro, da quella di S. Maria del Tufo e di quella di S. Sebastiano; esisteva il fonte battesimale e sufficienti arredi sacri e paramenti per il culto; unica confraternita quella del S. Sacramento. Rocca Priora: anime 580; la chiesa parrocchiale era quella intitolata a S. Maria; esisteva il fonte battesimale e anche sufficienti arredi e paramenti. Montecompatri: anime 950; chiesa parrocchiale intitolata a S. Maria con fonte battesimale e arredi e paramenti a sufficienza; case religiose: Carmelitani a S. Silvestro, Camaldolesi sotto Tuscolo; unica confraternita quella del S.mo Sacramento. Colonna: anime 250; chiesa intitolata a S. Nicola con fonte battesimale e sufficienti arredi e paramenti; unica confraternita S.mo Sacramento. Monteporzio: chiesa parrocchiale quella intitolata a S. Gregorio o S. Maria con 286 anime, con fonte battesimale e sufficienti arredi e paramenti; unica confraternita quella del S.mo Sacramento. Ovunque il cardinale aveva amministrato le cresime, aveva predicato la parola di Dio, incitando al culto e alle opere Pie. Morì nel 1611. Sul suo sepolcro nella basilica Liberiana fu scritto: MARIANO PIERBENEDETTI S.R.E CARDINALI DE CAMERINO EPISCOPO TUSCOLANO... Esiste in cattedrale un suo dono di valore artistico: una cassettina d'argento per gli oli santi. Sul coperchio il grifone, suo stemma, e ai lati le sue iniziali.

Torna all'inizio

Giovanni Evangelista Pallotta (1611-20)

La famiglia è messinese, ma di origine marchigiana. Giovanni nacque a Caldirola nel 1548. Tramite il cardinal Felice Peretti ebbe un canonicato in Santa Maria ad Martires della Chiesa della Rotonda. Il Peretti, eletto Papa con il nome di Sisto V (1585-90), lo nominò suo segretario dei Memoriali, Datario e, a soli 29 anni, nel 1587, vescovo di Cosenza. Il 18 dicembre 1587 lo elesse cardinale prete dell'ordine di S. Maria in Merulana. In seguito lo nominò arciprete della basilica Vaticana e presidente della fabbrica di S. Pietro, incarico quest'ultimo, molto delicato dato i grandi lavori per l'erezione della monumentale facciata del Maderno e gli affidò anche altri delicati incarichi. Fu protettore del Tasso. Fondò un collegio per dodici teologi dando loro benefici e dignità. In Cosenza istituì un seminario con rendite e presso l'Episcopio fece costruire un portico per il ricovero dei poveri. In Caldirola eresse la Collegiata di S. Martino con rendite ed il monastero di S. Caterina con doti per le zitelle povere. Sotto Paolo V (1605-21), nel 1611, optò per la sede vescovile di Frascati e nel 1620 passò a quella di Porto. Da considerare che l'incarico di prefetto della fabbrica di S. Pietro in Roma, fu una vera manna per Frascati, in quanto permise di acquistare materiali di prima scelta a prezzi stracciati e nello stesso tempo di giovarsi dell'opera dei migliori artisti onde portare a termine la cattedrale di Frascati. Dono preziosissimo di questo cardinale fu la pala dell'altare maggiore della nuova cattedrale, scolpita da Pompeo Ferrucci, fiorentino, e posta in opera il 19-4-1613, dedicata a S. Pietro apostolo. In essa si nota Gesù che consegna le chiavi a Pietro. Durante il suo vescovato, la nuova cattedrale, che era anche l'unica chiesa parrocchiale, contava 620 famiglie, per un totale di 2.800 anime. Il 12-5-1612, Paolo V celebrò un solenne pontificale nella nuova cattedrale assistito dai card. Cenci, Mellini e Pallotta. Il 14 ottobre 1612 sull'altare maggiore furono benedette dal Pallotta tre campane, due maggiori, fabbricate con denaro pubblico e una minore a spese della Comunità. Il Pallotta corredò l'altare maggiore di una balaustrata, di un coro di noce intagliato, un pulpito di noce con il suo stemma al centro; un crocefisso, un genuflessoio di noce davanti alla cappella del S.mo Sacramento. Il pavimento della chiesa cattedrale proveniva dalla stessa ditta fornitrice di quello della basilica Vaticana. Nel 1613 consacrò la chiesa di Capocroce, della quale, il 28-5-1612, egli stesso aveva benedetto la prima pietra. Il 25-5-1614 il cardinale con solenne rito consacrò la chiesa dei Frati minori, i Riformati, intitolata all'Immacolata Concezione. Una lapide posta sulla destra dell'altare maggiore ne fa testimonianza. Il Grandi sostiene che fu l'Evangelista Pallotta a costruire la vela «Pallotta» lungo la strada per Colonna. Il Mergé è di avviso contrario e sostiene che fu Giovanni Pallotta, cardinale di Frascati, a costruirla tra il 1666 e il 1668. Le ragioni saranno esposte quando si verrà a parlare di questo cardinale. Il cardinale Evangelista, il 9-10-1612, benedì le due campane: di S. Anna e S. Maria, la grande e di S. Bonaventura, la piccola, destinata alla chiesa volgarmente detta dei Frati. L'icona della S.ma Vergine, dipinta su legno, prima di essere esposta sull'altare maggiore venne portata processionalmente lungo le vie di Frascati. Il Pallotta fece anche una visita pastorale in data non ben definita dal 1611 al 1620. Il Razza ritiene che sia del 1611. Per Frascati, comunica alla Congregazione del Concilio che le anime sono 2.800, le famiglie 620, i comunicati 170. Riferisce che la cattedrale è ancora la Madonna del Vivaro, che la rendita dell'arciprete è di 100 scudi annui, il reddito dei 6 canonici è di scudi 50 annui ciascuno, quello dei tre beneficiati è di 25 scudi annui ciascuno e che l'ultimo dei tre è stato costituito con un lascito del Seg. Giovanni De Rubeis, che ci sono 6 chierici che vestono violaceo ed hanno la tonsura. Gli arredi sacri sono sufficienti e l'organo viene suonato nei giorni festivi. Parla della chiesa nuova di S. Pietro e fa conoscere che il coro ha una rendita di 575 scudi annui. I conventi sono quelli già scritti nelle altre precedenti relazioni con l'aggiunta dei Redenzionisti nella chiesa della Madonna delle Grazie e dei Teatini in quella di Capocroce. In seguito ad un lascito di Tarquinia Battaglini si sta procedendo alla costruzione di un convento femminile dedicato a S. Flavia Domitilla. Esiste un Pio Istituto con lo scopo di allevare ed istruire le fanciulle povere. Le confraternite sono quelle già denunciate, l'ospedale quello solito, come pure il Monte di Pietà, con 60 anni di esercizio e 100 scudi di capitale. Rocca di Papa: famiglie 236, anime 1250, comunicati 730, jus di Filippo Colonna; chiesa parrocchiale, parroco e fonte battesimale; le reliquie riconosciute autentiche dal cardinale sono state esposte in adorazione; solito convento e Confraternita. Rocca Priora: famiglie 135, anime 615, comunicati 350; sotto la giurisdizione della R.C.A.; anche qui riconoscimento dell'autenticità delle reliquie poste, poi, all'adorazione dei fedeli; il resto è noto dalle precedenti. Montecompatri: famiglie 210, anime 900, comunicati 560; nulla di nuovo rispetto alle precedenti visite. Monteporzio: famiglie 90, anime 430, comunicati 240; anche qui nulla di nuovo. Colonna: famiglie 50, anime 150, comunicati 100; nulla di nuovo; giurisdizione Marzio Colonna. Il cardinale lamenta mancanza di Seminario e del palazzo episcopale. Ha mandato predicatori per la quaresima e l'avvento. Morì il 2 agosto 1620. Sebbene esteriormente austero, fu pio, affabile, umano buono e di candidi costumi. L'Oldoino ne parla all'anno 1585.

Torna all'inizio

Francesco Sforza (1620-24)

Nacque a Roma nel 1562 dalla nobile famiglia dei conti di S. Fiora. In gioventù fu un militare che passò dal servizio del duca di Parma, Ottavio, a quello di Francesco I, granduca di Toscana, ambedue parenti. In seguito, a 18 anni, fu con suo cugino Alessandro Farnese ed infine al servizio del Re di Spagna, Filippo II, in qualità di generale delle milizie italiane contro i Belgi nelle Fiandre, ribellatisi a Filippo. Aveva studiato con buon successo il latino, la retorica, la filosofia, le matematiche. Di tenace memoria. Sposò la sorella del duca di Toscana, Francesco I, e, alla morte della moglie, seguì la strada dei suoi zii, i cardinali Alessandro Sforza e Guido Ascanio Sforza. In occasione del matrimonio della figlia naturale di Gregorio XIII (1572-85), natagli prima che divenisse sacerdote, con il duca Sforza, il 12-12-1583, venne creato a soli 20 anni card. diacono di S. Giorgio in Vélabro. Venuto a Roma intraprese un nuovo tenore di vita, quale si conveniva ad un cardinale. Continuò i suoi studi e li approfondì in storia ecclesiastica. Passò alla diaconia di S. Nicola in carcere, dove era canonico, e poi a quella di S. Maria in Via Lata, come primo diacono. Gregorio XIII l'impiegò nella Congregazione per gli affari più urgenti. Sisto V (1585-90) lo deputò alla sorveglianza delle spiagge a difesa del territorio con 10 galere. Lo deputò pure alla cura di nuove strade, ponti, fontane, acquedotti, che lo stesso Papa aveva fatto costruire. Dopo Sisto V, in Romagna, riapparirono i briganti e allora Gregorio XIV (1590-91) lo mandò lì come legato a latere. Lo Sforza riuscì a sopraffare e disperdere, uccidendone molti, i 1.800 briganti che operavano agli ordini di Giacomo del Gallo detto «Papa dei banditi». Nel 1618, a 56 anni d'età fu trasferito alla diocesi di Albano e nel 1620 fu vescovo della diocesi di Frascati, ove fu benefattore dei Cappuccini, avendo ad essi donato un orto ed altre terre della Villa Rufinella. Egli usò anche generosità verso i cittadini di Frascati, molto prima che ne divenisse vescovo. Essendo venuto in possesso, per donazione del card. Ferreri, della Villa Rufinella, egli la possedette per due anni e poi ne fece omaggio al nipote Mario Santi di Santafiora. Morì nel 1624 e fu sepolto nella cappella gentilizia degli Sforza nella Basilica di S. Maria Maggiore. Sia Biasotti-Tomassetti che l'archivio della cattedrale ritengono che il cardinale di Santafiora sia stato vescovo di Frascati dal 1620 al 1623. L'Oldoino lo tratta nell'anno 1572.

Torna all'inizio

Odoardo o Edoardo Farnese (1624-26)

Nacque a Roma nel 1574 da famiglia parmense. Figlio di Maria, principessa del Portogallo e di Alessandro duca di Parma e Piacenza. Per dedicarsi interamente alla vita religiosa, rinunciò al ducato in favore del fratello cadetto Ranuccio. Il 6 marzo 1591, Gregorio XIV (1590-91) lo creò cardinale diacono di S. Eustacchio e abate di Grottaferrata. Divenne vescovo della Sabina nel maggio 1621, e nel 1624, optò per il vescovato di Frascati. Questo cardinale operò in maniera egregia per dare decoro al servizio della chiesa cattedrale della città. Portò i chierici da 4 a 10, scegliendoli tra i più indigenti, intelligenti e onesti. Dovevano essere educati alla pietà, istruiti in grammatica, musica ecc. Fissò delle regole per il piccolo seminario e vestì a sue spese, i chierici con vesti talari. Volle che la chiesa di S. Maria in Vivario restasse parrocchia, in quanto le anime erano arrivate a 3.000 con 675 famiglie e i fedeli che si accostavano alla S. Comunione erano all'incirca 1.800. Dotò la chiesa cattedrale di altre reliquie, tra cui quella di S. Filippo Neri. Celebrò il 2° Sinodo Diocesano nel novembre del 1624. Durante tutta la sua vita fu generoso con i poveri e munifico con gli artisti. Aveva avuto i protettorati di Aragona, Portogallo, Inghilterra. Per 20 anni fu Legato del Patrimonio. Morì il 21 febbraio 1626 a Parma ove si era recato per partecipare ai funerali di suo fratello Ranuccio e per occuparsi degli affari di famiglia. Fu trasportato a Roma e sepolto nella chiesa del Gesù, di fronte all'altare maggiore. In favore di questa chiesa aveva speso 100.000 scudi per aggiungervi un caseggiato ampio che servisse per i Gesuiti e per costruire in chiesa un monumento a S. Bellarmino. Sul pavimento si nota la seguente iscrizione: ODOARDO. S.R.E. CARDINALI. FARNESIO. EPISCOPO. TUSCULANO. ALEXANDRI. PARMAE. ET PLACENTIAE. DUCIS. ET. PRINCIPIS. MARIAE. LUSITANAE FILIO. Nel mese di settembre 1624 fece la sua visita pastorale, la nona in ordine cronologico. Oltre alle notizie già date in precedenza e riguardanti l'organico della nuova cattedrale, fa conoscere che la stessa non è stata ancora consacrata in quanto mancano le reliquie e che i padri della congregazione di S. Maria in Vallicella hanno donato quelle di S. Filippo Neri, traslate con solenne processione ed autenticate da padre Francesco Zazzara. Il parroco insegna dottrina ai giovani la domenica. Intanto nella vecchia cattedrale si continuano a fare i battesimi e le comunioni. Si spostano le confraternite alla nuova cattedrale. Funziona il conservatorio per le fanciulle povere da educare alla moralità cristiana e alle arti femminili. Ai 300 scudi di contributo dalla Comunità vanno aggiunti i ricavati dalla vendita dei lavori fatti. L'orfanotrofio di S. Gregorio continua a vivere con le elemosine. I ludi magistrati per l'educazione dei ragazzi ricevono annualmente 200 scudi. Le chiese già enumerate in precedenza esistono e vengono amministrate sempre dai già detti in passato ordini religiosi. Si debbono aggiungere le Clarisse per S. Flavia Domitilla. L'ospedale sempre sotto la direzione della confraternita del Gonfalone con un reddito di 25 scudi. Per gli altri paesi nulla di nuovo, ad eccezione degli aumenti normali di famiglie e di anime. Monteporzio è uno di quelli che ha avuto un aumento più consistente: è arrivato a 620 anime. Ha mandato predicatori per la quaresima, l'avvento e le feste annuali. Denuncia la mancanza della sede del vescovo, ma ha provveduto la Curia di una cancelleria. Grande benefattore dei Gesuiti. Biasotti-Tomassetti e archivio cattedrale, datano la sua permanenza a vescovo tuscolano dal 1623 al 1626. L'Oldoino ne parla all'anno 1590.

Torna all'inizio

Giovanni Battista Deti (1626-26)

Nacque a Ferrara nel 1576 (il Moroni scrive 1577). Di origine fiorentina della famiglia degli Aldobrandini, la stessa di Clemente VIII. Per il solo fatto che il Deti era parente del Papa, questi lo fece cardinale diacono di S. Adriana alla «Veneranda», all'età di 23 anni, il 3 marzo 1599. Il card. Pietro Aldobrandini fin dal 1615 gli aveva concesso, vita natural durante, in quanto e soltanto perché suo parente da parte di madre, la Villa Rufinella, che a sua volta aveva ricevuto in dono dallo zio Clemente VIII (1572-1605). Ecco il motivo per cui nella pianta del Greuter (1620) la Villa Rufinella è indicata come Villa Deti. Questa villa era stata venduta nel 1604 alla Camera Apostolica. La condotta più laicale che ecclesiale del Deti, la sua mancanza di perizia nel muoversi nel giusto verso, la sua poca salute, costituirono tutte note negative per Clemente VIII. Egli fece carriera sotto Urbano VIII (1623-44) che lo assegnò nel 1624 alla diocesi di Albano e nel 1626 lo passò a quella di Frascati. In questa sede restò solo 6 mesi. Infatti vi arrivò il 2 marzo 1626 e ne partì il 22 settembre 1626, per la chiesa di Porto. Divenuto decano del Sacro Collegio, passò a quella di Ostia e Velletri. Morì a Roma il 13 luglio 1630 senza lasciare alcun rimpianto. Biasotti-Tomassetti, forse per la brevità di permanenza a Frascati non tengono conto di questo cardinale. L'Oldoino lo cita nell'anno 1592.

Torna all'inizio

Bonifacio Bevilacqua (1626-27)

Nacque a Ferrara nel 1570 da nobile famiglia ferrarese. Conseguì la laurea a Padova ed ebbe l'arcidiaconato della sua città. In gioventù fu cameriere segreto di Gregorio XIII (1572-85). Fu nominato Governatore delle province facenti parte del Patrimonio della Santa Sede ed in seguito anche quello di Camerino. Alla sua morte gli abitanti di Camerino, in memoria delle sue eccelse qualità di pastore e di uomo, gli eressero un monumento in marmo. Ebbe anche il patriarcato di Costantinopoli. A soli 28 anni il papa Clemente VIII (1592-1605) lo creò cardinale prete di S. Anastasio e fu destinato alla diocesi di Sabina. Poscia, nel 1601, fu vescovo di Cervia, legato dell'Umbria e Perugia. Fu eletto Prefetto delle Assemblee e dell'Indice e fu ascritto dal Papa alla famiglia degli Aldobrandini e lo tenne come un figlio. Nel settembre del 1626 ebbe il governo pastorale della Chiesa di Frascati da Urbano VIII (1590-90). In questa diocesi il Bevilacqua divenne cieco e sette mesi dopo la sua investitura, nell'aprile del 1627, morì. Fu sepolto in S. Andrea della Valle, nella cappella di S. Sebastiano Martire senza alcuna lapide che ne ricordasse il nome. Nella sua vita aveva assolto importanti e delicati incarichi come quelli di Referendario di Segnatura, di Prefetto delle Consulte, di Prefetto dell'Indice e così via. L'Oldoino ne parla nel volume anno 1592.

Torna all'inizio

Andrea Baroni Peretti (1627-29)

Nacque a Montalto nel 1573. In effetti il suo cognome era solo Baroni, nota famiglia di Ascoli Piceno, ma essendo stato educato presso la corte del card. Montalto, che oltre ad essere concittadino era anche nipote di Sisto V (1585-90), fu dalla famiglia Peretti adottato. Questa la ragione dei due cognomi. Benché non primeggiasse nella cultura, spiccò, invece, per le sue qualità e doti, tanto che suscitò la benevolenza di Clemente VIII (1592-1605), che lo elevò alla porpora come cardinale diacono di S. Maria in Domnica, nel 1596, a soli 23 anni di età. Forse in questa elezione ci potrebbe entrare anche una buona dose di riconoscenza verso Sisto V, che aveva creato, a suo tempo, cardinale l'Aldobrandini. Il Baroni-Peretti passò poi alla diaconia di S. Angelo in Pescaria, poi a quella di S. Eustacchio, a quella di S. Maria in via Lata,(che ricorda il famoso Teodoro, forse antenato dei conti di Tuscolo), a quella di S. Agnese in Piazza Navona e finalmente, col titolo di presbitero, alla Chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Nel 1624 passò alla Chiesa di Palestrina, nel 1626 a quella di Albano e, nel 1627, optò per la diocesi di Frascati, ove si distinse per carità e generosità. Nella relazione che il cardinale scrisse alla Sacra Congregazione dei concili, dopo la visita pastorale effettuata nella diocesi l'8-12-1627, ci fa conoscere anche che le anime di Frascati sono 2.900 e 1.700 i comunicati; che la cattedrale è ancora la chiesa della Madonna del Vivaro, che c'è un organo depositato ma mai messo in opera, le campane sulla torre e arredi e suppellettili in sacrestia sono sufficienti. Si battezza, si cresima, e le congregazioni, non tutte, si sono trasferite a S. Pietro. Qui l'organo ha un'elegante struttura, ma la chiesa non è stata ancora consacrata. Chiese non parrocchiali, religiosi, pie unioni, confraternite e Monte di Pietà, tutto come nella relazione n.9. Il Monastero di S. Flavia Domitilla delle Agostiniane non è ancora ultimato. Rocca di Papa: anime 1.250, comunicati 750; il resto tutto come nella relazione n.9. Rocca Priora: anime 700, comunicati 450. cresce la confraternita del S.mo Rosario, per il resto eguale alla relazione n.9. Montecompatri: anime 1.315, comunicati 1.000; novità, la confraternita del S.mo Rosario; per il resto tutto come nella relazione n.9. Monte Porzio: anime 604, comunicati 422; di nuovo c'è la confraternita del S.mo Rosario; per il resto niente di nuovo. Colonna: anime 200, comunicati 160; di nuovo la confraternita del S.mo Rosario; per il resto tutto come riportato nella relazione n.9. Nella cattedrale tuscolana nel 1628 celebrò il terzo Sinodo diocesano. Morì il 13 agosto 1629. Le esequie si svolsero nella chiesa di S. Andrea della Valle e il feretro, in pompa magna venne trasportato a S. Maria Maggiore e tumulato nella cappella del Presepe, vicino al sepolcro di Sisto V. Donò tutto il suo patrimonio ai poveri e ai luoghi pii, nulla ai parenti. L'Oldoino ne parla all'anno 1592.

Torna all'inizio

Giovanni Garzia Mellini (1629-29)

Il Moroni lo chiama Millini. Nacque a Firenze nel 1562 da nobile famiglia romana, in quanto il padre era residente a Firenze perché esule da Roma. Era nipote di Urbano VIII (1590-90) per parte di madre. Studioso di gran fama del diritto, tanto che Sisto V (1585-90) lo nominò Avvocato Concistoriale ed Uditore di Rota. Sulla sua tomba c'è esposta tutta la sua vita nell'epigrafe ed anche, posti in evidenza, i suoi numerosi incarichi. L'unica cosa che non è menzionata è che, fra l'altro, era stato anche vescovo di Frascati. Evidentemente chi la dettò o dimenticò il fatto o lo tenne di nessuna importanza. Invece questo vescovato era ambitissimo, trattandosi di una sede suburbicaria. Fu anche vescovo di Imola. C'è da menzionare anche che nel Conclave del 1623, che seguì alla morte di Gregorio XV (1621-23), fu ad un passo per essere eletto Papa. Raccolse in una votazione ben 22 voti. Questo dimostra che era nella considerazione di parecchi colleghi. Clemente VIII (1592-1605) lo inviò, insieme con il cardinal Gaetani, come legato nella terra di Polonia e successivamente lo dirottò, con il card. Pietro Aldobrandini, che fece costruire la Villa Belvedere a Frascati, in Francia per trattare le nozze tra Caterina de Medici ed Enrico IV. Paolo V (1605-21) affidò al Mellini la nunziatura apostolica in Spagna e dopo neanche un anno lo creò cardinale prete dei SS. Quattro Coronati. Poi lo nominò vicario generale di Roma e arciprete della basilica Liberiana. Passò poi al titolo di S. Lorenzo in Lucina e il 13 agosto 1629 optò per la diocesi di Frascati. Quarantadue giorni dopo morì e fu sepolto nella cappella di famiglia Mellini in S. Maria del Popolo. Aveva 57 anni compiuti. S. Giuseppe Calasanzio gli aveva predetto l'ora della sua morte, assicurandolo della sua assistenza nel momento del trapasso. Mente quadrata e sublime, elevato per scienza ed erudizione in molti campi. Il cardinal Scipione Borghese, nel Conclave in cui venne eletto Urbano VIII (1623-44) ed il Mellini ebbe 22 voti, fu un suo accanito elettore.

Torna all'inizio

Marcello Lante della Rovere (1629-39)

Nacque a Roma da nobile famiglia romana, parente dei duchi della Rovere e di Camillo Borghese, papa Paolo V (1605-21). Clemente VIII (1592-1605) lo incluse tra i Chierici di Camera (sembra però che i chiericati si acquistassero) e successivamente lo elevò ad Uditore Generale della stessa. Salito al trono papale Paolo V, suo parente, l'11 settembre 1606, lo creò cardinal presbitero dei SS. Quirico e Giuditta, vescovo di Todi e protettore dell'Ordine Francescano. Ottenne poi il vescovato di Palestrina e, nel 1629, optò per la diocesi di Frascati. Nel 1632 assistette alla posa della prima pietra per la costruzione della chiesa della Madonna delle Scuole Pie. Nel 1633 effettuò una sacra visita dalla cui relazione, tra le altre cose risulta la descrizione della chiesa dei Frati Riformati, e che, a sue spese, si fece costruire una cella. La sacra visita diocesana del 1635 non venne eseguita dal cardinale, ma dal suo delegato apostolico, mons. Giovan Battista Altieri. Probabilmente questa procura fu dovuta alla tarda età del cardinale. In essa risulta che Frascati contava 784 famiglie con 2.804 abitanti, Monteporzio 140 famiglie con 703 abitanti, Colonna 70 famiglie con 300 abitanti. Scrive il Moroni che, per giovare alla sua Diocesi, ridusse il clero a vivere secondo le norme della ecclesiastica disciplina e non fa cenno della sua nomina a vescovo di Frascati. Nel 1639, resasi vacante la sede di Ostia e Velletri ed essendo divenuto nel frattempo cardinal decano, optò per questa. Morì nello stesso anno, si dice ultranovantenne. Fu uno di quei cardinali che elargì tutte le sue ricchezze ai poveri, «defraudando» i suoi parenti. Da un calcolo superficiale risulterebbe che per le costruzioni di Chiese e luoghi pii vi profondesse più di un milione di scudi. A detta del Grandi egli veniva chiamato «Giovanni l'Elemosiniere» per questa sua riconosciuta generosità. Non volle che di ciò ne restasse alcuna memoria, ma le Carmelitane Scalze di S. Giuseppe, in via Capo le Case, contravvennero alla sua volontà e in una lapide fecero incidere tutte le azioni benefiche di questo cardinale. Fu sepolto a S. Nicola da Tolentino, nella cappella che egli si fece erigere. Riguardo ai 90 anni di età è poco credibile. Se morì nel 1639 e non nel 1650, come scrive il Moroni, non avrebbe avuto 46 anni di cardinalato e se fosse morto all'età di 91 anni, sarebbe nato nel 1548 e sarebbe diventato chierico di camera a 52 anni. Un po' tardino. Tutto sarebbe più logico e sufficientemente veritiero, se fosse deceduto nella data fissata dal Moroni.

Torna all'inizio

Giulio Savelli (1639-44)

Nato a Roma nel 1574, appartenente alla famosa, nobile, antica famiglia dei principi Savelli di Albano. Per le sue qualità di uomo colto, retto, giusto ed equilibrato, il papa Paolo V (1605-21) lo nominò nunzio per risolvere la causa tra il Re di Spagna, Filippo III, ed il Duca di Savoia, Carlo. Per questo delicato e prezioso servizio il Papa gli concesse l'abbazia di Ripalta. Passò poi, sempre per incarico di Paolo V, ad assolvere altri incarichi e lo fece in modo perfetto e lodevole, tanto che il Papa dovette aggregarlo, il 12 dicembre 1615, al collegio dell'ordine dei cardinali diaconi. Lo stesso anno lo elevò al vescovato di Tucona e, nel 1616, lo creò cardinal presbitero di S. Sabina. Con bontà e moderazione amministrò la diocesi per 16 anni. Nel 1619 Urbano VIII (1623-44) lo inviò legato papale a Bologna e, nel 1930, lo destinò alla chiesa di Salerno. Ferdinando III imperatore lo nominò protettore dell'impero e Ladislao, re di Polonia, protettore del suo regno presso la S. Sede, incarico che tenne fino al 1642. Frattanto, nel 1639, si era resa vacante la sede vescovile di Frascati e ne assunse il governo, che tenne fino alla sua morte, il 9 giugno 1644. Anche lui fece costruire una cella a sue spese nel convento dei Frati minori. Fu sepolto nella chiesa dell'Aracoeli e su di una lapide, sono state riportate e decantate le sue doti e virtù, nonché gli incarichi assolti. La lapide inizia: D.O.M. JULIO. EPISCOPO. TUSCULANO. S.R.E. CARDINALI. SABELLO. L'Oldoino ne parla nel volume che inizia con l'anno 1605.

Torna all'inizio

Giulio Roma (1644-45)

Nacque a Milano nel 1584, discendente dalla nobile famiglia romana degli Orsini. Compì i suoi studi a Pavia e a Perugia. Uomo di carattere austero, e poco socievole ma disposto a compromessi. Fu Avvocato Concistoriale e Referendario di Signatura per la sua esperienza in materie giuridiche. Introdotto ad una udienza di Paolo V (1605-21) fu da questi interrogato circa gli studi fatti e la famiglia. Egli rispose con modestia, dicendo che la sua famiglia si componeva di 16 fratelli e del padre, Paolo Camillo. Il Papa restò bene impressionato anche per i nomi del padre e lo esortò a fermarsi a Roma. Fece presente che le sue condizioni economiche non gli permettevano di trasferirsi a Roma, anche perché era già alla corte di Federico Borromeo. Il Papa lo incaricò di dire al padre che aveva piacere che Giulio si trasferisse a Roma. Il padre lo rimandò subito a Roma e Paolo V lo annoverò tra gli Avvocati Concistoriali ed il caso lo portò ad interessarsi della causa di canonizzazione del defunto Carlo Borromeo. Portò molto lodevolmente a termine l'opera, tanto che il Papa lo nominò avvocato della sua casa Borghese, Referendario di Segnatura e governatore di Iesi, Camerino e Perugia. Nel 1621 lo creò cardinale prete di S. Maria sopra Minerva. Il successore, Gregorio XV (1621-23) lo fece vescovo di Recanati e Loreto ed in queste due sedi operò molti e lodevoli cambiamenti e abbellimenti. Nel 1634 fu trasferito a Tivoli, ove fece demolire la cattedrale fatiscente e ne fece costruire una nuova, che fu finita nel 1641. Compose la vertenza tra gli Abati di Subiaco e i Barberini e procurò l'introito annuo di scudi 400 a favore della mensa vescovile da dover pagare all'Abbazia. Il mercoledì si asteneva dalla carne e il sabato digiunava. Nel 1644 ebbe la diocesi Tuscolana e l'anno seguente optò per quella di Porto. Divenuto cardinale decano del Sacro Collegio, passò nel 1652 a quella di Ostia e Velletri resasi vacante. Qui stette pochi mesi, in quanto il 16 settembre 1652 morì a Roma. Il Roma detestava l'avarizia e l'impudicizia. Riceveva le donne solo alla presenza di altri. Ad una donna che gli domandò di essere ricevuta rispose: "se è questione di spirito, vada dal confessore, se è questione temporale mandi suo marito". Si preoccupò sempre dei familiari. Fu di specchiata integrità di vita, devotissimo, sobrio e vigilava molto che il clero vivesse come il loro stato imponeva. L'Oldoino ne parla al volume dell'anno 1605.

Torna all'inizio

Carlo Medici (1645-52)

Il cronista incognito lo chiama De Medici. Nacque a Firenze nel 1596, figlio del granduca di Toscana Ferdinando I e di Cristina di Lorena. Prima che divenisse granduca, dopo la morte di suo fratello Francesco Maria, era cardinale e rinunciò alla porpora per assumere il governo della Toscana. Carlo Medici, all'età di 19 anni, fu aggregato da Paolo V (1605-21) al collegio cardinalizio, nel concistoro del 2-12-1615, con il titolo di cardinal diacono di S. Maria in Domnica. Passò successivamente alla diaconia di S. Maria Lata. Divenuto cardinal prete nel 1645 fu destinato alla chiesa di Sabina prima e poi a quella di Frascati, che non visitò mai. Le cure pastorali le svolse tutte per mezzo del suo vicario, come fece quando, divenuto cardinal decano, optò per la chiesa di Ostia e Velletri nel 1652. Fu protettore della Spagna. Fu arricchito di molte e pingui abbazie, le cui ricchezze gli servivano ad accrescere e dilatare la devozione al Divin culto. Fondò a Firenze la chiesa di S. Michele, una delle più belle della città. Alla morte del Granduca lasciò il cardinalato. Il Moroni non fa cenno del suo vescovato a Frascati. Morì nel 1666, il 17 giugno, in Firenze, ed ebbe la sepoltura nella chiesa fiorentina di S. Lorenzo, nella tomba degli avi. L'Epigrafe, che i Veliterni posero a suo ricordo, testimonia che egli fece ricostruire la chiesa cattedrale distrutta da un fulmine. Tenne il cardinalato per 51 anni. L'Oldoino ne parla al volume dell'anno 1605.

Torna all'inizio

Bernardino Spada (1652-52)

Armando Ravajoli nella sua «Roma Romagnola», a pag. 85, scrive che Bernardino nacque nel 1594 a Brisighelle dal marchese Paolo e da Daria Albicini di Forlì. Questa famiglia Spada non aveva nulla a che fare con la famiglia Spada di Roma o di Terni d'antica nobiltà. Fornito di molto ingegno e memoria sorprendente, a Roma ebbe il dottorato in legge e letteratura. Sotto Paolo V (1605-21) diventò Segretario Apostolico, Referendario della Segnatura e vicario della Basilica Vaticana. In gioventù fu chierico di camera, Presidente della Grascia sotto Gregorio XV (1621-23). Urbano VIII (1623-44) lo fece arcivescovo di Damiata in partibus, Nunzio Pontificio in Francia, nel 1624, ove portò a termine delicate questioni, e a Ferrara; infine nel 1626 Amministratore di Bologna e provincia, ove ristabilì l'ordine e, nel 1628, iniziò la costruzione della fortezza Urbana. Nel 1630 prestò la sua opera intelligente e fattiva per cercare di sedare la peste che aveva invaso la zona, creando un cordone sanitario onde impedire che il morbo andasse verso Roma. Nel 1626 fu creato cardinale prete di S. Stefano a Celio e fu ascritto a quasi tutte lo congregazioni cardinalizie. Fu protettore di Cistercensi, dei Frati minori e dei Cappuccini di Cesena e Forlì. Fondatore delle fortune della sua famiglia, abile uomo di governo e diplomatico, lasciò alla famiglia il bellissimo palazzo Capodiferro, acquistato nel 1633. Da tener presente che quando fu nunzio in Francia si guadagnò la stima di Richelieu. Unitamente al fratello, padre Virgilio, compì una missione di pace verso i Farnese di Parma in occasione della guerra di Castro, nel 1642, distogliendolo da un attacco verso Roma. Fu mecenate e umanista, protettore di artisti contemporanei. Arricchì la sua galleria sita nel principesco palazzo. Nel 1645 fu vescovo di Albano. Fu ritratto dal Reni. Alcuni quadri di sua proprietà sono del Guercino e di G. M. Morandi. Nel 1652 passò alla chiesa di Frascati. Qui si fece costruire un villino all'inizio di via dell'Armetta, sulla parte destra, estendendovi le abitazioni anche davanti all'attuale via Accoramboni. Per tenere unite le proprietà, ma lasciandovi un passaggio, sopra la strada fece costruire un arco chiamato dai Frascatani «L'Arcu de Spada». Oltre al fratello Virgilio, anche lui cardinale vescovo, vennero a villeggiare altri cardinali Spada: Fabrizio, nel 1675, e Alessandro, nel 1835. Dopo Bernardino questa famiglia venne elevata al rango di principe. Come cardinale vescovo tuscolano restò pochissimo, un primato: 19 giorni. L'archivio della cattedrale riporta 5 mesi. Passò alla chiesa di Sabina e, l'11 ottobre 1655, a quella di Palestrina. Questo card. Spada possedeva una memoria prodigiosa ed era anche uno scienziato e un'anima candida. Il poeta Giacomo Albani Gibbesi gli dedicò un'ode per aver fatto restaurare la fonte dell'acqua aurea in agro tiburtino. La dedica dell'ode diceva: «Ad fontem aquaream in agro Tiburtino, a Bernardino Cardin. Spada Episcopo Tusculano instauratum, atque Aquam Auream Nuncupatum». Acquistò a Roma il palazzo detto ora Spada per 55.000 scudi e acquistò 6 castelli feudali. Morì a Roma il 10 novembre 1661 e fu sepolto nella chiesa di S. Gerolamo della Carità, alla quale aveva disposto un lascito di 15.000 scudi. L'Oldoino ne parla all'anno 1623.

Torna all'inizio

Giulio Sacchetti (1652-55)

L'Enciclopedia Cattolica lo fa nascere a Firenze, mentre il Grandi scrive che nacque nel 1587 a Roma, ma di origine fiorentina. Per la sua conoscenza del diritto (aveva studiato a Pisa e a Perugia) Paolo V (1605-21) lo impiegò nella Giudicatura. Gregorio XV (1621-23) lo fece suo prolegato per Bologna e Urbano VIII (1623-44) appena eletto Papa, lo creò, nel 1623, vescovo di Gravina, affidandogli la nunziatura di Spagna, ove dette prova di munificenza, liberalità e grandezza di cuore. Tre anni dopo, nel 1626, lo elesse cardinale dell'ordine dei preti dal titolo di S. Susanna. Da Gravina venne trasferito a Fano, ove ritenne anche la legazione di Ferrara. Qui ricevette il fuggiasco Carlo di Nevers, duca di Mantova, e si adoperò molto affinchè il morbo della peste, che infestava l'Italia, non contagiasse la terra a lui affidata. Poi, con il card. Barberini, fu legato a Bologna, ove rimase tre anni. Fu per ben due volte papabile, ma non venne eletto solo per l'opposizione della Spagna che lo considerava francofilo. Nel mese di ottobre 1652 passò alla sede vescovile di Frascati, ove acquistò la villa Rufinella e da Frascati, l'11 ottobre 1655, si trasferì alla sede di Sabina. Religioso, buono, umano e cortese, amò il prossimo e fu generoso con i poveri. Patrocinò con il card. Pallotta la costruzione della chiesa di S. Maria di Cibone o di Monte Urbano, tra Tolfa e Allumiere. Edificò una villa e un palazzo ad Ostia e con i fratelli acquistò, in Roma, il palazzo in via Giulia. L'Oldoino ne parla all'anno 1625.

Torna all'inizio

Antonio Barberini (1655-61)

Appartenente ad una nobile famiglia fiorentina, il Moroni e l'Archivio della cattedrale lo fanno nascere nel 1607 (il Grandi nel 1601), a Firenze. Fu nipote di Urbano VIII (1623-44). Il Grandi riporta anche che fu creato cardinale diacono di S. Maria in Aquiro, il 30 agosto 1627, e Catanzaro-Glicora sostengono che a 26 anni i fratelli Francesco e Antonio Barberini, il Giovane, proprio questo di cui si parla, furono elevati alla porpora. Da tener presente che Carlo Barberini, loro zio fu nominato Governatore del Vaticano. Il nipote Taddeo ebbe il principato di Palestrina, acquistatogli dal nonno Bonifacio VIII. Antonio fu arciprete della basilica di S. Giovanni in Laterano, Prefetto di Signatura, comandante supremo delle truppe pontificie, Segretario dei Brevi e Protettore del regno di Francia. L'Enciclopedia Cattolica ci da altre notizie. Innanzitutto lo fa figlio di Carlo, fratello di Urbano VIII, anche essa lo fa nascere nel 1607 e scrive che era cavaliere Gerosolimitano ed aiutante del padre, Generale della Chiesa. Abbracciò la vita ecclesiastica e a soli 20 anni (e non a 26) fu creato cardinale e nominato abate delle Tre Fontane, di Nonantola e arciprete di S. Maria Maggiore. Nella battaglia di Castro si distinse talmente, che fu promosso, come dice il Grandi, comandante in capo dell'esercito della Chiesa. Generoso verso i letterati e artisti, tentò egli stesso la poesia. Dal 1638 fu camerlengo della chiesa. Nella guerra del Monferrato fu investito di una delicata missione presso il Savoia, ottenendo favorevole soluzione. Il Re di Francia, Luigi XIII o XIV, per completare gli incarichi, lo nominò suo grande elemosiniere e, nel 1652, vescovo di Poitiers e poi, nel 1657, vescovo di Rheims. Eletto Papa il Pamphili, con il nome di Innocenzo X (1644-55), procedette contro la famiglia Barberini in quanto i suoi componenti, sotto Urbano VIII, si erano arricchiti in modo scandaloso e avevano oppresso, con forti spese, la vita del popolo romano. «Quello che non fecero i barbari lo fecero i Barberini» andava dicendo il popolo romano per stigmatizzare le appropriazioni indebite di questa famiglia. I Barberini, vista la mal parata, ripiegarono per ospitalità e protezione in Francia e il card. Mazzarino fu pronto a concederla. Ebbe dal re Luigi XIV l'ordine dello Spirito Santo. Innocenzo X, però, onde non subire la rappresaglia della Francia sul clero cattolico francese, sia pur di malavoglia, dovette riammetterli. Antonio, tornato in patria si riconciliò con il Papa, riconquistò il suo ascendente sulla corte papale e le antiche dignità. L'11 ottobre 1655 occupò la sede vescovile di Frascati. Dopo circa 30 anni il Barberini celebrò il Sinodo diocesano, i cui decreti furono stampati in un libro con il titolo «Il Concilio Tuscolano celebrato sotto il card. Antonio Barberini, vescovo Tuscolano». Ed Bononiae, 1658. Il 21 novembre 1661 il Barberini optò per la Chiesa prenestina. Il passaggio aveva il suo scopo, in quanto il fratello aveva acquistato dalla famiglia Calvema, per 750.000 scudi romani la città di Palestrina. Durante il suo vescovato a Frascati egli restaurò la chiesa cattedrale dalle fondamenta, dandole una forma più consona e arricchendola di suppellettili. Fece donazione di un barile di vino al mese ed un rubbio di grano l'anno (in caso di carestia due rubbi di grano) alla chiesa dei frati minori. Ebbe le Legazioni di Avignone, Bologna, Ferrara e del ducato d'Urbino, di cui prese possesso in nome del Papa. Morì in villeggiatura a Nemi il 3 agosto 1671. In un primo tempo fu sepolto nella cattedrale di Palestrina poi, dal fratello Francesco, venne fatto trasportare nella chiesa di S. Rosalia. L'Oldoino ne parla nell'anno 1623.

Torna all'inizio

Girolamo Colonna (1661-66)

Nacque nel 1603 ad Orsagno (il Moroni scrive Orsogna e l'archivio della cattedrale scrive nato a Roma), feudo abruzzese della nobile famiglia Colonna, duca di Marino. Fin da bambino fu educato alla virtù ed indirizzato verso studi umanistici. Fu il decoro della famiglia. Si laureò in ambo le leggi in Alcalà nella Spagna. Il papa Urbano VIII (1623-44), su richiesta del Re di Spagna, il 7 febbraio 1628, lo creò cardinale prete di S. Agnese in Piazza Navona a 25 anni d'età. Nel 1632 gli prospettò la chiesa di Milano e lo fece arcivescovo di Bologna. Fu anche arciprete della Basilica di S. Giovanni Laterano sotto Innocenzo X (1644-55) e, nel 1666, sotto Alessandro VII (1655-67), diventò vescovo tuscolano e anche protettore del Sacro Romano Impero. Il Re Cattolico lo nominò suo ambasciatore a Roma e suo consigliere personale per gli affari di Stato e della guerra, con una pensione di 7 mila scudi annui. Supplicò il pontefice per la canonizzazione di Tommaso da Villanova. Morì il 4 settembre 1666 a Fiesole, ove fu sepolto. Nel 1672 il cadavere venne riesumato, condotto a Roma e sepolto in S. Giovanni Laterano nella tomba di famiglia. Nella collegiata di Marino si trova questa epigrafe: HIERONIMUS. EPISCOPUS. TUSCULANUS. S.R.E. CARDINALIS. COLUMNA. ROMANUS PRINCEPS. MARINI. DUX. IV. A. FUNDAMENTIS. EREXIT. ANNO DOMINI MDCLXII. A Roma in Santa Maria in Cosmedin si legge: HIERORIMO. S.R.E. CARDINALI. COLUMNAE. EPISCOPO. TUSCULANO. SACRO. SANCTAE. BASILICAE LATERANENSES. CUIUS. PORTAM. S.A. SAEC. M.D.C.L APER ET CLAUSIT. ET. IN. QUA. MORTALE. GEREB. DEP. VOLUIT. L'Oldoino ne parla all'anno 1623.

Torna all'inizio

Giovanni Battista Pallotta (1666-68)

Nacque a Caldirola nel 1594, il 22 gennaio, nipote del card. Evangelista Pallotta. Si istruì nel convento di S. Bernardo di Perugia, sotto il celebre Boniciari. Durante il pontificato di Gregorio XV (1621-23) fu legato pontificio per la provincia di Ferrara. Ebbe l'incarico di Collettore Apostolico nel regno di Portogallo, ove coraggiosamente mantenne illesi i diritti ecclesiastici e imparzialmente amministrò la giustizia. In seguito, rivestì la carica di governatore di Roma e quella di nunzio apostolico alla corte austriaca. Nel 1629, il 29 novembre (Moroni sostiene il 19 novembre), viene creato cardinale prete di S. Silvestro in Capite (e vescovo di Albano?). Nel 1666 optò per la sede vescovile di Frascati, ove aprì un seminario che, per lo più, mantenne a sue spese. Nemico dell'interesse privato, ebbe sempre di mira il pubblico vantaggio e fu di animo gagliardo. Prima che il Pallotta fosse destinato a Frascati, frequentava il Tuscolano da molti anni. Nel 1636 il cardinal Pallotta G. Battista acquistò dalla casa Borghese l'enfiteusi perpetua di alcuni terreni siti in territorio di Monte Porzio Catone, sui quali costruì una villa. Il Lugari scrive che nell'effettuare gli scavi delle fondamenta scoprì alcune cisterne romane, sulle quali egli fece costruire il palazzo e mentre dissodava il terreno intorno, per impiantarvi una vigna trovò antichi bagni, molini ad olio, camere in mosaico ed un piedistallo risalente al 100 d.C., il tutto appartenente alla famiglia degli Anici Tertulli. Fu forse questa la proprietà donata dagli Anici Tertulli a S. Benedetto? Il Tomassetti ivi ritrovò un «diverticulum» privato e l'Eschinardi sostenne che ivi era situata la villa di Pompeo. Il cardinale, a completamento della villa, vi fece costruire anche una cappella dedicata alla Madonna di Loreto. Alla sua morte, avvenuta il 23 gennaio 1668, il suo corpo venne trasportato a Caldirola, ove fu sepolto, e sul sepolcro venne incisa un'epigrafe. Il nipote, erede unico, nel 1675, se ne disfece rivendendo il complesso alla casa Borghese. L'archivio della cattedrale dice che morì il 22 gennaio. Se così fosse, il cardinale nacque e morì nello stesso giorno di due anni diversi. Da ricordare che quando il Pallotta fu legato a Ferrara, aumentò le rendite senza aggravare i popoli che foraggiò durante la carestia. Spurgò il canale di Comacchio. Ebbe una villa fuori Roma, Porta Pinciana. Partecipò largamente alla costruzione della chiesa di S. Salvatore in Lauro ad Ascoli. Nel 1650 convitò nel palazzo con i poveri pellegrini, servendoli a mensa. L'Oldoino ne parla all'anno 1623.

Torna all'inizio

Francesco Maria Brancati o Brancacci (1668-71)

Il Grandi lo chiama Brancacci e così il Moroni, Biasotti-Tomassetti e l'Archivio della Cattedrale. Nacque a Bari nel 1592, (l'archivio della cattedrale lo dice nato a Napoli) da nobile famiglia napoletana nel periodo in cui il padre era Vice-Re. La sua carriera ebbe inizio sotto Gregorio XV (1621-23), ma solo sotto Urbano VIII (1623-44) la carriera si sviluppò. D'intelligenza rara, tanto che a soli 17 anni si laureò in ambo le leggi e a 20 ebbe la laurea in teologia. Ebbe il governo di Fabriano. In seguito fu elevato alla dignità vescovile ed ebbe i vescovati di Todi e di Terni. Essendo venuto a diverbio con un ufficiale spagnolo, quando era a Capaccio, per questioni giurisdizionali, ed essendo stato questi trovato ucciso, egli fu incolpato della sua morte. Nel timore di essere imprigionato dai ministri del luogo, senza star tanto a discutere, fuggì a Roma, ove trovò rifugio sicuro e difesa nel Papa che, certo della sua non colpevolezza lo dichiarò innocente. Nonostante ciò, i ministri napoletani gli sequestrarono le rendite della chiesa di Capaccio e intimarono pene gravissime a chi lo riteneva ancora capo della chiesa di Capaccio. Si era sparsa la voce che gli spagnoli lo volessero morto ad ogni costo. Il Papa per preservarlo da ogni fastidio da parte della giustizia napoletana lo creò cardinale prete dei SS. XII Apostoli, tanto che costrinse il neo cardinale a non ritornare in sede e a rinunciare alle sue proprietà e ricchezze sequestrate. Per ricompensarlo, almeno in parte, delle perdite subite, il Papa gli assegnò la sede di Viterbo, ove restò 32 anni beneficando la diocesi. Poi passò a Sabina. Nel 1668 il cardinal Brancacci passò alla sede di Frascati, sotto Clemente IX (1667-69). Qui il cardinale celebrò il V Sinodo diocesano tuscolano, i cui atti furono pubblicati l'anno successivo, 1669, dalla editrice di Viterbo. Il 5 maggio 1671 optò per la chiesa di Porto. Nel Conclave del 1670, se non fosse stato per il rancore, veramente assurdo e totale, che i cardinali spagnoli portavano per il Brancacci (o Brancati) egli sarebbe stato eletto Papa. Sono da ricordare i suoi scritti, tra cui uno, in difesa della cioccolata, con il quale dimostrava che tale bevanda, non interrompeva il digiuno. Morì a Roma il 9 gennaio 1675. L'Oldoino ne parla al volume dell'anno 1623.

Torna all'inizio

Ulderico Carpegna (1671-75)

Il Grandi scrive che nacque a Milano nel 1594. Il Moroni lo dice di Milano, ma del 1595; l'archivio della cattedrale lo fa natio di Scavolino nel 1596. Armando Ravajoli nella sua «Roma Romagnola», edito nel 1982, a pag. 76 sostiene che nacque a Scavolino di Montefeltro. Appartenente a nobile famiglia romana. In gioventù entrò a far parte della corte del cardinale Antonio Barberini, come dice il Grandi (di Francesco Barberini come dice Rovajoli) come segretario. Urbano VIII (1623-44) lo nominò vescovo di Gubbio, nel 1630. Restaurò a sue spese il seminario della cattedrale di Gubbio, che ridusse a perfetta disciplina. Nel 1633 fu creato cardinal presbitero della chiesa di S. Anastasia, che il cardinale abbellì. Notizie, pro e contro, su questo cardinale non sono state rintracciate. Si sanno solo i successivi passaggi di sede. Nel 1638 o 39 fu trasferito a Todi. Rinunciò alla Sede nel 1643 e passò molta parte della sua vita in Curia. Nel 1666 occupò la sede di Albano, ove stabilì il Seminario. Il 26-3-1671 passò a quella di Frascati. Resasi vacante la sede di Porto, la occupò il 9-1-1675 e ivi morì il 24 gennaio 1679. Benevolo con i poveri, era stimato per il suo saggio parere e consiglio dal Collegio Cardinalizio, dalle Congregazioni dei Vescovi e Regolari, da quelle del Buon Governo, dell'Indice e dalle altre di cui faceva parte. L'Oldoino ne parla nell'anno 1623.

Torna all'inizio

Virginio Orsini (1675-76)

Nacque a Roma nel 1614 da nobile e antica famiglia romana, duca di Bracciano. Vestito l'abito dei Cavalieri di Malta, per le imprese fatte contro i Turchi, si guadagnò la stima e l'ammirazione di Urbano VIII (1623-44). Rinunziò alla primogenitura, che era molto consistente sia in ricchezze che in proprietà, per dedicarsi interamente alla vita ecclesiastica. Uomo dotto, propenso alla pietà e alla misericordia, tanto che il papa Urbano, il 16 novembre 1641 lo elevò alla porpora con il titolo diaconale di S. Maria in Portico e lo dichiarò protettore degli Indiani, degli Armeni, del regno di Polonia, del Portogallo e comprotettore del regno di Francia presso la Santa Sede. Fu il sopraintendente, con amplissime facoltà, dei lavori di erezione del muro di cinta della città Leonina e del rione di Trastevere. Passò poi nell'ordine dei preti e successivamente in quello dei vescovi. La sua prima diocesi fu Albano, ove istituì, nella cattedrale, il Sacro Monte dei Morti. Il 20 gennaio 1675 passò alla sede vescovile di Frascati, che tenne fino al 1676. Caso più unico che raro: il cardinal Orsini entrò in conclave vivo, per la morte di Clemente X (1670-76) e ne uscì morto il 21-8-1676 con l'elezione di Innocenzo XI. Morì a 62 anni e fu sepolto nella chiesa di S. Maria Novella. L'Enciclopedia Cattolica scrive che morì a Monte Giordano. L'Oldoino ne parla nell'anno 1623.

Torna all'inizio

Carlo Rossetti (1676-80)

Nacque a Ferrara nel 1615 (l'Enc. Catt. scrive 1614) da nobile famiglia ferrarese. Fin da giovane dimostrò intelligenza, talento e perizia negli affari. Venuto a Roma, si dedicò alle scienze e a 18 anni si laureò in filosofia e teologia. Iniziò la sua carriera come Referendario di Signatura, nel 1639. Sempre nel 1639, da Urbano VIII (1623-44), fu promosso nunzio apostolico alla corte d'Inghilterra, ove, avendo promosso una campagna contro la setta dei Puritani, rischiò la morte. Si salvò fuggendo travestito nel palazzo della regina. Fu inviato come nunzio straordinario a Colonia, nel 1642, e legato di Urbano VIII al Congresso di pace di Müster, nel 1643. Nello stesso anno gli venne affidata la sede vescovile di Faenza, ove, durante la sua permanenza, tenne otto sinodi diocesani. Dallo stesso Urbano VIII, il 13 luglio 1643, venne creato cardinale dell'ordine di S. Cesareo a soli 29 anni (il Moroni scrive a 28). Assolse con perizia, dignità e umanità molti incarichi e da tutti fu riconosciuto come uomo probo. Trasferitosi nella sua Chiesa, si dette alla riforma del clero e del popolo, visitando città e diocesi. Celebrò nove sinodi e ne fece stampare i decreti. Ordinò la spiegazione delle scritture nelle feste, corsi di teologia morale per i preti; aprì ospedali e Monti di Pietà. Nel 1676 gli venne affidata la sede di Frascati, che tenne fino all'8-1-1680, data in cui optò per la chiesa di Porto. Nel 1681 si ammalò e volle tornare a Faenza, sua prima sede vescovile, ove morì lo stesso anno 1681, proprio l'8 gennaio. Giulio Cesare Tandussi, autore di una storia su Faenza, in un'ode dedicata al card. Rossetti, ne tesse elogi e pregi. L'Oldoino lo mette nell'anno 1623.

Torna all'inizio

Alderano Cybo (1680-83)

Nacque a Genova il 16 luglio 1613, figlio del principe o duca di Massa e Carrara, Carlo Cybo, e di Brigida Spinola. Abbracciò a Roma, giovanissimo, la carriera ecclesiastica sotto papa Urbano VIII (1623-44). Fu nominato, nel 1644, maggiordomo, poi Innocenzo X (1644-55) lo elevò alla porpora con il titolo di cardinal prete di Santa Prudenziana, nel 1645, quando già era maggiordomo del Sacro Soglio. Aveva 32 anni. Fu inviato in qualità di legato papale ad Urbino nel 1646, a Ravenna nel 1648, poi, nel 1659, a Ferrara, ove dette grande incremento alle lettere e alle arti. Lottò per cercare di sterminare i briganti che infestavano quelle regioni. Fu membro delle principali congregazioni romane. Fu eletto protettore dell'ordine dei Minori, dei Trinitari e degli Armeni. Ebbe anche la sopraintendenza generale dello Stato ecclesiastico e gli furono affidate anche altre incombenze che portò a termine in modo soddisfacente. Trasferì la Congregazione di S. Filippo Neri, che era lontana dalla città, in via Savelli e le diede la chiesa di S. Giovanni con le case vicine. La stessa cosa fece con il seminario, situandolo presso la cattedrale. Ebbe successivamente i vescovati di Palestrina nel 1680, e, nello stesso anno, quello di Frascati, che tenne fino al 1683, quando passò ad altra sede. Nel periodo che fu segretario di stato si trovò legato a tutti gli avvenimenti di quegli anni, particolarmente alla guerra contro i Turchi, che culminò nel 1682 con la liberazione di Vienna, ed alla resistenza contro Luigi XIV per gli esagerati diritti di franchigia, nel suo quartiere, dell'ambasciatore Lovardin in Roma. Durante il suo vescovato a Frascati, la cattedrale fu portata, si può dire, a termine. La massa marmorea dell'altare maggiore non era ancora sistemata. La pietra sacra sporgeva pericolosamente, cosicché egli ordinò di porre la massima attenzione quando si celebrava la messa e vi si doveva celebrare solo per improrogabili necessità, fino a quando l'altare non fosse tutto quanto sistemato. In sostanza si trattava di rimuovere il vecchio altare, consacrato nel 1612 dal card. Pallotta. Forse il Rossetti l'aveva fatto spostare sotto il magnifico altorilievo sito in fondo al presbiterio. Sotto la pietra della mensa esiste una piccola arca, in cui sono custodite le reliquie di S. Clemente Martire, provenienti dalle catacombe di S. Callisto di Roma, accertate e documentate. Queste reliquie furono donate alla chiesa cattedrale di Frascati dal sig. Balducci, cameriere di Clemente X. Quando, nel 1680, il cardinale avocò a sé la visita della cattedrale, trovò la chiesa tutta sistemata per benino ad eccezione della I cappella a destra entrando, dedicata a S. Isidoro e destinata all'Università Agraria, per cui erano i coltivatori a doverla sistemare; cosa che fecero, poi, decorosamente. Durante la visita fu ospite a Villa Belvedere degli Aldobrandini. Il Cybo, prima di passare ad altra sede, ebbe la consolazione di vedere la cattedrale tutta sistemata. Il 1° maggio 1680, in pompa magna, venne celebrata la festa della Dedicazione, che fu ripetuta per 88 anni, fino a che fu spostata dal Duca di York al 3 maggio, poi all'11 maggio ed infine al 4 maggio; oggi è nuovamente il 3 maggio, che segna la festa dei patroni S. Filippo e Giacomo. Divenuto card. decano passò a Porto e poi a Ostia-Velletri. Morì il 20 luglio 1700, l'anno del Giubileo. Il cadavere, in una magnifica urna venne trasportato a S. Maria del Popolo e tumulato nella tomba di famiglia. L'Epitaffio sulla tomba è dello stesso cardinale. Nel 1700 furono assegnate alla chiesa dei Frati Minori le reliquie che l'Alderano aveva donato a P. Tommaso da Spoleto. Anche i Veliterni vollero ricordare questo cardinale con un epitaffio esposto sull'aula del palazzo Comunale. L'archivio della cattedrale dice che la consacrazione della chiesa venne fatta il 4-5-1681. Il cronista incognito è dello stesso parere. L'Oldoino lo cita nel volume dell'anno 1644.

Torna all'inizio

Pietro Vito Ottoboni (1683-87) - Papa Alessandro VIII

Nacque a Venezia nel 1610, il giorno 22 aprile, da nobile famiglia veneziana. Terminò gli studi di legge a Padova e a 17 anni era laureato nelle due leggi, alle quali si era dedicato con passione. Giunto nel 1630 a Roma, Urbano VIII lo nominò Referendario delle due Signature. Successivamente fu Uditore di Rota e gli vennero affidati i governi di Terni, poi di Rieti ed infine di Spoleto. Fu nominato vescovo di Torcello. Da Innocenzo X (1644-55) venne creato cardinale prete di S. Salvatore di Buscia. Alessandro VII (1655-67) lo nominò abate vagadicense. Sotto Clemente X (1667-69), fu Datario della Corte Pontificia. Sotto Innocenzo XI (1676-89) fu inquisitore del Santo Uffizio e cambiò il titolo da S. Salvatore in quello di S. Marco, divenendo cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di S. Sabina. Il 10 novembre 1683 divenne cardinale vescovo di Frascati, sede che lasciò nel 1687 per passare a quella di Porto. Il 6 febbraio 1689, alla morte di Innocenzo XI (1676-89) fu eletto alla cattedra di S. Pietro con il nome di Alessandro VIII (1689-91). Appena eletto si affrettò a beneficare con titoli e privilegi i componenti la sua famiglia, indulgendo ad un pesante nepotismo. Da Venezia ci fu l'invasione delle cavallette: il fratello Antonio fu nominato generale di S. R. Chiesa; il nipote Pietro diciannovenne fu creato cardinale e in seguito occuperà la cattedrale di Frascati; il nipote Marco, benché gobbo e zoppo, fu fatto Sovrintendente delle Fortezze e Galere pontificie. Il Papa era innanzi con gli anni e prevedendo una prossima fine, incitava gli Ottoboni a sistemarsi presto, perché diceva: «Le 24 stanno per scoccare». Infatti morì il 1° febbraio 1691. Riguardo alla politica, egli assunse toni abbastanza concilianti, onde non aver contrasti, con il re Luigi XIV, riottenne Avignone, creando cardinale il vescovo di Beauvois. Prossimo alla morte, pubblicò un breve con il quale giudicò nulli e senza forza obbligatoria i 4 articoli della Dichiarazione del 1682; condannò le 31 proposizioni gianseniste riguardanti la Grazia, l'Eucarestia e la Penitenza. Incitò le potenze cattoliche contro i Turchi; favorì le missioni in Cina e a Nanchino; a Pechino istituì due sedi vescovili; fu caritatevole nel periodo in cui peste e carestia infierirono su Roma. Canonizzò alcuni santi tra cui Lorenzo Giustiniani e Giovanni di Dio, fondatore dei Fatebenefratelli. Arricchì la biblioteca Vaticana acquistando preziosi volumi appartenenti alla regina Cristina. Fu sepolto nella Basilica di S. Pietro sotto un sontuoso monumento scolpito da Arrigo di S. Martino.

Torna all'inizio

Giacomo Franzoni (1687-93)

L'Orioli e il duca di York lo chiamano Giovanni. Nacque a Genova nel 1612 da nobile famiglia genovese. A 16 anni entrò nella vita ecclesiale e fece i suoi studi di diritto a Bologna e a Padova, per ritornare poi a Bologna a fare teologia. Giunse a Roma nel 1639 e fu nominato da Urbano VIII (1623-44), Referendario al tribunale di Signatura e, tre anni dopo, Presidente, prima della Strada e poi delle Armi. Innocenzo X (1676-89) lo promosse Tesoriere Generale e Presidente delle fortezze marittime, titolo che doveva corrispondere, pressappoco, a quello di ministro delle Finanze e della Marina. Successivamente, nel 1654, gli venne conferita la Prefettura delle milizie dello Stato Pontificio. In tutti questi incarichi si fece notare per la sua sete di giustizia. Alessandro VII (1655-67) lo nominò cardinale in pectore nel 1658, ma lo proclamò ufficialmente con il titolo diaconale di S. Maria d'Aquino solo nel 1660, il giorno 9 aprile, e, un mese dopo, legato di Ferrara. Nel 1666 divenne vescovo di Camerino. Per migliorare la disciplina del clero, egli riunì il sinodo diocesano nel 1675 a Camerino; restaurò il seminario; fece effettuare lavori di restauro nella cattedrale e fece innalzare una cappella in onore dei SS. Carlo Borromeo e Filippo Neri. Nel 1670 divenne cardinale prete di S. Pancrazio, titolo che cambiò nel 1673 con quello di S. Maria in Aracoeli e, nel 1685, con quello di S. Maria della Pace. Nel 1687 (solo il Grandi scrive 1688), divenne cardinale vescovo di Frascati e in questa sede restò fino al 28 settembre 1693, data in cui il Franzoni optò per la cattedrale di Porto e S. Rufina. Dotò la cattedrale di Frascati di un archivio capitolare, che situò sopra la sacrestia, al quale si accedeva per mezzo di una scala elicoidale in pietra sperone, tuttora esistente. A testimonianza fu messa una targa di marmo sormontata dallo stemma del Franzoni. Fu uomo saggio, giusto e senza timor reverenziale per i potenti. In una causa, nella quale aveva parte interessata anche il papa Urbano VIII, suo primo benefattore, non esitò ad esaminarla in piena coscienza e libertà, dando ragione a chi di dovere e torto al Papa. Da ricordare che nel maggio 1688 egli tenne a Frascati, sua nuova sede, il sinodo diocesano, che venne pubblicato, come si era fatto per quello precedente del card. Brancacci. La relazione del 30 gennaio 1691, riguardante la visita ad limina del cardinale, riporta le seguenti notizie: la chiesa di S. Pietro Apostolo ha un arciprete, 8 canonici, 2 beneficiati e alcuni presbiteri e chierici; i religiosi conventuali sono i Cappuccini, gli Agostiniani, i Francescani osservanti, i Francescani riformati, i Gesuiti e Teatini; i pii istituti sono costituiti da un conservatorio, rifugio per chi non avesse un reddito sufficiente; ospedale 1, non precisato; un Monte di Pietà. Inoltre in diocesi ci sono altre cinque località con chiese parrocchiali tutte ben tenute. Il cardinale ha effettuato la visita in diocesi l'anno 1688 ed in quella occasione ha amministrato la Cresima. Morì il 19 dicembre 1697, a 83 anni, dopo essere stato malato per 18 mesi. Fu sepolto nella chiesa di S. Maria in Vallicella ed era vescovo di Ostia, come decano del Sacro Collegio. L'Oldoino lo riporta nel volume dell'anno 1655.

Torna all'inizio

Nicolò Acciaioli (1693-1701)

Il duca di York lo chiama Nereo e così il cronista incognito. Nacque a Firenze nel 1630 da nobile famiglia fiorentina. Studiò nel collegio del Seminario Romano e si laureò in legge. Nel 1654 il papa Innocenzo X (1644-55) lo promosse Commissario delle Armi e, nel 1657, Uditore Generale di Camera. Clemente IX (1667-69), il 29 novembre 1669, lo creò cardinal diacono dei SS. Cosma e Damiano e lo mandò in qualità di legato a Ferrara, ove rimase per 12 anni. Il 28 novembre 1693 divenne cardinale vescovo di Frascati. Sette anni dopo, nel 1701, passò alla chiesa di Porto. Mentre era vescovo di Frascati, il 10-6-1695, un fortissimo terremoto venne a portare scompiglio, terrore e anche qualche danno tra la popolazione frascatana. Sia per questo motivo, sia anche per il giubileo ormai prossimo, alla cattedrale di Frascati vennero fatte riparazioni importanti e fu di nuovo ripulita. Fu uomo inflessibile, ma giusto. Nella legazione di Ferrara s'era fatto apprezzare per la sua giustizia e temere da chi cercava di mettergli il bastone fra le ruote per fuorviare la giustizia. Fu candidato al papato alla morte di Innocenzo XII (1691-1700), ma rifiutò la candidatura. Alla sua morte, avvenuta nel 1719, era cardinale decano e vescovo di Ostia e Velletri. L'archivio della cattedrale lo ritiene cardinale di Frascati dal 1699 al 1700 e non al 1701. L'Oldoino lo cita nell'anno 1677.

Torna all'inizio

Pier Francesco Orsini (1701-15) - Papa Benedetto XIII

Il Grandi e l'Orioli lo chiamano Vincenzo Maria, ossia con il nome con il quale era entrato nell'ordine domenicano, mentre il duca di York e l'Enciclopedia Cattolica lo chiamano Pier Francesco. Nacque il 2-2-1649 a Gravina di Puglia (BA), da nobile famiglia romana. Figlio primogenito del duca di Gravina, Ferdinando Orsini, e Giovanna Frangipane. Rinunziò alla primogenitura per farsi ecclesiastico. Entrò nell'ordine domenicano nella città di Venezia nel 1667. E l'anno successivo fece la professione. Si dedicò agli studi delle Sacre Scritture e agli Annali, tanto che per ben 24 volte lesse quelli di Baronio. Nel 1672, all'età di 23 anni, fu creato da Clemente X (1670-76) cardinale del titolo di S. Sisto, che aveva già rifiutato ben tre volte. Fu ascritto al S. Uffizio dei Riti e fu Prefetto del Concilio. Il 17-1-1675, all'età di 26 anni, ricoprì il vescovato di Manfredonia, ove celebrò un Sinodo; il 22 gennaio 1680 occupò quello di Cesena e poi, nel 1686, l'arcivescovato di Benevento, che tenne fino alla sua elezione a Papa. Nel 1701 gli fu concessa la sede di Frascati. Per mezzo dell'arcivescovo di Otranto, mons. Francesco Maria dell'Aste, celebrò il Sinodo Tuscolano. Arricchì la cattedrale di S. Pietro di preziose reliquie, esposte tuttora al culto dei fedeli, ed eresse il trono episcopale. Passò poi alla chiesa di Porto il 18-3-1715 e la tenne fino al conclave del 1724, nel quale fu eletto Papa con il nome di Benedetto XIII, il 29 maggio 1724. Il cardinale Orsini era un pronipote del papa Celestino III, sotto il quale, nel 1191, terminò di esistere la antica e nobile città di Tuscolo. Questa discendenza fu accennata nell'iscrizione innalzata nella Basilica Lateranense quando Benedetto XIII prese possesso del soglio. Uomo di vasta cultura teologica, come attestano i suoi numerosi scritti, specialmente i tre volumi pubblicati a Ravenna nel 1729. A questa sua erudizione ecclesiastica si dovette la sua elevazione a cardinale. Fu un uomo generoso, caritatevole e colmo di bontà e amore cristiano. Non dimenticò mai la sua Benevento che curò specialmente nei due terremoti del 1688 e 1702. Fu vicino ai malati e s'interessò del loro trattamento medico, sociale, religioso. Tra i santi proclamati da lui: Luigi Gonzaga, Giovanni della Croce, Margherita di Cortona. Fu lui che, da Papa, introdusse l'uso di portare a piedi, durante la processione del Corpus Domini, il Santissimo. Personalmente portava assistenza ai poveri, ai moribondi ed elargiva buone elemosine. Quando venne eletto Papa, per ben tre giorni rifiutò l'elezione, ritirandosi in meditazione, e poi l'accettò solo per ubbidienza. Morì a Roma il 21 febbraio 1730. Fu sepolto in S. Maria sopra Minerva in un sepolcro sfarzoso di stile barocco. Citato dal Guarnacci nel vol. I a pag. 4.

Torna all'inizio

Sebastiano Antonio Tanara (1715-21)

L'archivio della cattedrale lo fa nascere a Bologna nel 1651, mentre il Grandi, il Moroni ed altri lo fanno nascere a Roma nel 1649, da nobili bolognesi, marchesi della Serra. I genitori si trovavano a Roma per l'Anno Santo del 1650. Dopo la laurea, fatta un'escursione europea con il nunzio Bagellini, fu chiamato a Roma dallo zio card. Carpegna. Papa Clemente X (1670-76), ascrisse il Tanara tra i Protonotari Apostolici, che non aveva 24 anni. Ebbe la nunziatura di Fiandra, Polonia, Portogallo e Vienna. In questa missione operò con perizia e capacità tanto da meritare gli elogi della non troppo tenera Curia romana. Poi fu inviato con segrete commissioni a Giacomo II d'Inghilterra, che aveva abiurato gli errori anglicani ed era ritornato alla chiesa cattolica. Nel 1687 ebbe la nunziatura di Polonia e nel 1692 fu trasferito a quella di Vienna. Per queste sue capacità, nel 1695, il 12 dicembre, papa Innocenzo XII (1691-1700) lo creò cardinale prete dei Santi Quattro Coronati e gli conferì l'abbazia di Nonantola. Partecipò alle Congregazioni del Concilio, della Propaganda ed altre, ottenendo la Prefettura dell'Immunità. Per 12 anni tenne la Legazione di Urbino. Il 1 aprile 1715 passò alla sede suburbicaria di Frascati come cardinale vescovo. Nel 1721, divenuto cardinal decano optò per la chiesa di Ostia e Velletri, che governò fino al 5 maggio 1724, giorno della sua morte. Fu tumulato in S. Maria della Vittoria ed ebbe l'onore di una dedica di Benedetto XIII (1724-30). Il Guarnacci ne parla al vol. I pag. 411.

Torna all'inizio

Francesco Del Giudice (1721-24)

Nacque a Napoli nel 1648, come scrive il Moroni, da nobile famiglia napoletana. Figlio dei duchi di Giovinazzo e principi di Cellamare. Il duca di York ritiene fosse di origine genovese e dello stesso parere sono il cronista incognito e il Moroni, ma forse errano. Fin dall'inizio della sua carriera ecclesiastica ebbe vari incarichi, tutti svolti lodevolmente. Fu Refendario di Segnatura, Protonotario Apostolico, vice legato di Bologna, Governatore di Fano, Chierico di Camera e anche Governatore di Roma. Operò così bene che, il 13 febbraio 1690, Alessandro VIII (1689-91) lo elevò alla porpora con il titolo presbiteriale di S. Maria del Popolo. Era così ben voluto e stimato da Carlo II di Spagna, che lo nominò protettore della Corona e, nel 1698, lo fece Arcivescovo di Monreale e Viceré della Sicilia. Carlo III, che fu poi IV, come Imperatore dei Romani, lo nominò incaricato d'affari presso la corte di Roma. Passato nell'ordine dei vescovi, occupò la sede di Palestrina, che tenne fino al 2 maggio 1721, quando passò a quella di Frascati. Biasotti-Tomassetti pongono alla data 1721-24 il cardinale Francesco Pignatelli e alla data 1724-25 il cardinal Del Giudice. Con ogni probabilità si tratta di un errore tipografico con posposizione dei due cardinali. Divenuto cardinal decano il 13-6-1723, optò poi per la chiesa di Ostia e Velletri. Morì il 10 ottobre 1725 e inizialmente fu deposto nella chiesa di S. Maria sopra Minerva per essere trasportato poi a Napoli nella tomba di famiglia. Nel 1721 effettuò una visita accurata alla Diocesi e così anche la descrizione ne risultò accurata. È stata la 12° relazione. Di nuovo ed interessante nella cattedrale sono le distribuzioni dei singoli altari: di quello del Gonfalone spetta alla omonima confraternita la manutenzione dell'altare, del S.mo Crocifisso spetta la manutenzione alla omonima confraternita, di quello del S.mo Rosario spetta alla omonima confraternita unitamente alla raccolta delle elemosine, di quello di S. Isidoro e Omobono spetta la manutenzione all'università dei Bovattieri; di quello di S. Antonio abate la manutenzione spetta all'università dei Cavalieri e Somarari; dell'altare di S. Giuseppe e S. Carlo Borromeo la manutenzione spetta all'università dei Falegnami. Ci fa conoscere che in armadi posti in sacrestia sono contenuti reliquie e documenti d'autenticità oltre a paramenti, arredi, messali e corali. La visita alla cattedrale il cardinale la fece il 7 e l'8 dicembre, celebrando un pontificale. Provvide a far dorare una pisside, a far riparare il coperchio del fonte battesimale, il cancello, nonché il muro che lo delimita, costruire e posizionare il cancello che chiude l'altare di S. Carlo Borromeo e restaurare l'altare di S. Isidoro e Omobono e anche un confessionale e due pianete tessute d'oro, una bianca e una violacea. Visita anche la chiesa della Madonna del Vivaro. La manutenzione dell'altare maggiore di questa chiesa spetta alla confraternita della Buona Morte, mentre quella dell'altare del Crocefisso spetta all'omonima confraternita. Il cardinale provvede alla riparazione di alcune parti in muratura e al drappo che ricopre il crocefisso. Nella chiesa non parrocchiale di S. Gregorio Magno ci sono tre altari: il maggiore dedicato a S. Gregorio Magno, quello a sinistra a S. Agata e S. Lucia e quello a destra alla Beata Vergine Maria dell'Orazione e Morte. Il cardinale visita questa chiesa il 3 maggio 1722 e provvede che sia dipinto in 8 giorni una croce presso l'altare dell'Orazione e Morte e che al confessionale siano affissi i fogli dei casi di coscienza. La chiesa di S. Rocco e S. Sebastiano ha un curato con lo stipendio avuto solo nel 1660. Esiste una sacrestia arredata, un organo, una torre campanaria con campane ed orologio. La comunità provvede alla manutenzione delle campane e dell'orologio. Nota la devozione ai due santi apparsi nel 1656 da una screpolatura del muro. Il cardinale ha provveduto ad una nuova patena e ad un nuovo calice, nonché a far riparare tutte le porte. La chiesetta della Madonna della Neve è stata riedificata e ampliata da Francesco Belli. Rileva che all'ospedale il muro di cinta che da sulla strada è da terminare. Anche qui fa dipingere sull'altar maggiore un crocifisso. All'oratorio del S. Sacramento, che ha un altare dedicato a S. Lorenzo, il cardinale ordina che sul confessionale vengano affissi sia i fogli dei casi di coscienza, sia le copie della Bolla in Cena Domini. Il Seminario lo visita il 22 maggio 1722. Gli alunni, data la ristrettezza della casa, furono trasferiti dall'Orsini presso i Gesuiti, ai quali è affidato l'insegnamento. Il pubblico erario, in seguito ad un accordo del 1701, concorre al mantenimento del seminario con 250 scudi. Il costo mensile di due alunni si aggira intorno ai 34 scudi. Il seminaristi indossano veste violacea e durante le funzioni servono in cattedrale. Il 3 maggio 1722 visita i conventi. Ispeziona il monastero di Santa Flavia Domitilla e constata che l'altare è provvisto di arredi e paramenti sufficienti. Gli oli santi sono conservati in idonei vasi argentei, stabilisce una certa somma per dorare la parte inferiore di una pisside, per far riparare il convento, la chiesa, i locali per la conservazione del grano, del frumento e della legna. Rileva che esiste una Scuola di Grammatica letteraria o retorica, una Scuola di Teologia morale, una Scuola di Filosofia. Il 2 maggio 1722 visita il Rifugio eretto dalla carità del card. Sfrondati, ove sono raccolte le fanciulle povere sotto la guida di una priora e di un economo di scelta del cardinale. Il sostentamento è tratto dalle elemosine e dal ricavato della vendita dei lavori delle fanciulle. Nelle uscite le ragazze indossano una bianca veste di lana. I confratelli dell'Orazione e Morte indossano un saio nero e ogni terza domenica si raccolgono in ora d'adorazione. I confratelli del S.mo Sacramento indossano saio bianco, recitano l'ufficio nei giorni festivi, distribuiscono sussidi dotali alle fanciulle bisognose. L'ospedale si compone di tre locali rispettivamente per maschi, per femmine e per i medicinali. Il cardinale provvede a far esaminare i libri contabili del Monte di Pietà e anche quelli del Monte Frumentario, che saranno restituiti entro un mese. Per Monteporzio il cardinale rileva che per la chiesa almeno non è ben definito il nome: se a S. Gregorio Magno, o a S. Maria. La manutenzione dell'orologio della torre è affidata ad un operaio pagato dalla casa Borghese. Per Rocca Priora ritiene definitivo per la chiesa il nome della S.ma Assunzione. Rileva la necessità di costruzione di un armadio per arredi, paramenti sacri e reliquie; la necessità di dorare due calici, rilegare un messale, riparare il pavimento e il tetto della chiesa parrocchiale entro tre mesi; stabilire uno stipendio per l'arciprete e anche per il cappellano conduttore, nonché di far riparare entro due mesi i muri e le scale dell'oratorio del S.mo Sacramento. Per Montecompatri nulla da eccepire ad eccezione del rinnovo della copertura bianca del tabernacolo. Ordina di rifare il soffitto alla cappella del S.mo Sacramento da parte della confraternita omonima. Nota l'esistenza di un ospedale con due stanze, una per le donne e una per gli uomini, constata che non esistendo l'ospedale nelle precedenti visite, esso è privo di fondi. Per la chiesa di Lunghezza stabilisce la costruzione di un muro annesso al cimitero con relativo cancello da poter chiudere. A Rocca di Papa invia il vicario, che ordina il restauro del fonte battesimale, degli oli e di riparare le finestre della sacrestia, la sostituzione del messale, di fissare meglio il marmo dell'altare e rifare il pavimento della chiesa della Madonna delle Grazie. Per la Madonna del Tufo ordina la pittura di una croce sull'altare maggiore nonché il restauro del quadro della Madonna con il Bambino in braccio. Per la prima volta si parla di un ospedale con due stanze, una per l'alloggio di pellegrini e una che funge da ospedale vero e proprio. Il Guarnacci ne parla al vol. I pag. 349.

Torna all'inizio

Francesco Pignatelli (1724-25)

Nacque a Napoli il 6 febbraio del 1651 o del 1652, come scrivono l'Enciclopedia Cattolica e l'Archivio della cattedrale, dalla nobile famiglia Pignatelli di Monteleone. Era nipote di Innocenzo XII (1691-1700). In giovane età entrò nell'ordine dei Teatini (1669). Si laureò in teologia e la insegnò sia a Roma, che a Madrid. Nel 1683 venne nominato arcivescovo di Taranto. Per il vantaggio spirituale di quella Chiesa, si circondò di uomini dotti e santi e in loro compagnia visitò, più volte, la diocesi. Profuse danaro ai poveri e fu un cultore dell'ospitalità. Fece restaurare il palazzo arcivescovile e rifece, si può dire dalle fondamenta, il seminario in cui promosse le scienze e i buoni costumi. Successivamente lo zio Innocenzo XII lo mandò, nel 1700, nunzio in Polonia, ove compose lo scisma dei Ruteni. Nel 1702 fu trasferito a Napoli, come arcivescovo, da Clemente XI (1700-21), che, nel 1703, lo elevò alla porpora cardinalizia con il titolo presbiteriale di S. Pietro e Marcellino. A Napoli governò santamente la diocesi, ampliò il seminario, fondò un monastero per le donne penitenti, celebrò il Sinodo, istituì un collegio per i novelli convertiti. Predicò assiduamente sia al clero che al popolo. Il 13 giugno 1724 passò alla Chiesa di Frascati, dopo essere passato all'ordine dei vescovi. L'11 novembre 1725 passò alla chiesa di Porto e S. Rufina. Morì a Napoli il 5 dicembre 1734. Fu, sepolto nella chiesa dei Santi Apostoli, nella cappella della Concezione, fatta erigere da lui stesso. Il Guarnacci lo riporta al vol. II pag. 44.

Torna all'inizio

Lorenzo Corsini (1725-30) - Papa Clemente XII

Nacque a Firenze il 7 aprile 1652, dalla nobile famiglia dei marchesi Castigliano. La madre fu Isabella Strozzi. Studiò al collegio Romano e si laureò a Pisa in «Utroque jure». Nella carriera ecclesiastica entrò tardi, a circa 33 anni. Comprò per 30.000 scudi il posto di Reggente di Cancelleria, che era vacante e, come si usava in quel tempo, il Chiericato di Camera. Con altri 80.000 scudi divenne Presidente della Grascia, titolo che riuscì ad ottenere nel 1690. L'anno successivo fu nominato arcivescovo titolare di Nicodemia e reggente della cancelleria. Nel 1696 divenne Tesoriere generale, Governatore di Castel S. Angelo e Commissario del Mare. Durante il periodo in cui rivestiva la carica di tesoriere generale, si verificò un fallimento da parte di uno dei responsabili delle galere e l'Orsini dovette provvedere al risarcimento dei danni insieme col contabile. Nel 1706, Clemente XI (1700-21) lo elevò alla porpora, creandolo cardinale di S. Susanna, che poi mutò con quello di S. Pietro in Vincoli. Gli furono assegnate le Congregazioni del Concilio dei vescovi, dei regolari, di Propaganda, del Buon Governo, della Segnatura, di Grazia, dei Riti, della Fabbrica di S. Pietro, della Ripa, della Consulta, dello Sgravio, dell'Arte Agraria. Fu protettore dei Minori, dei Riformati e di altri Ordini. Benedetto XIII lo ascrisse al Santo Uffizio e lo fece Prefetto di Signatura. Nel 1725 divenne cardinale vescovo di Frascati. Sia la città che il clero beneficiarono di questa nomina. Egli fu di animo nobile e generoso e concesse molti vantaggi ai suoi amministrati, in special modo ai Canonici e Beneficiati, di prima elezione, ai quali aumentò lo stipendio. Alla morte di Benedetto XIII (1724-30) ci fu un conclave molto controverso per l'elezione del successore. Nessuno dei papabili disponeva dei voti necessari per ottenere una fumata bianca, anzi ognuno di essi era colpito da abbondanti veti, esercitati specialmente dal card. Bentivoglio, che esprimeva il parere della corte Spagnola, e dal card. Cenfisegos, che esprimeva quello di Cesarea. Per lunghi cinque mesi ci fu un tira e molla, poi, inaspettatamente i voti confluirono sul cardinal Corsini, che il 12 luglio 1730 divenne Papa, con il nome di Clemente XII (1730-40). Il suo papato non fu semplice. Dovette combattere il movimento giurisdizionalista e la massoneria. La sua politica, però, fu ferma, attenta e prudente. Ebbe controversie con il Portogallo, la Spagna, la Toscana, la Sardegna. Con Carlo III dovette cedere il ducato di Parma e Piacenza, che passò all'Austria, mentre il Borbone diventava Re di Napoli. In politica interna ristabilì la giustizia, facendo condannare chi aveva abusato, fosse pure un cardinale, devolvendo ai poveri le ricchezze di cui si era appropriato indebitamente. Favorì le missioni, specialmente nel Tibet e nel Libano. Salvò l'indipendenza di S. Marino dall'intraprendenza del card. Alberoni nel 1739. Fu il primo pontefice che condannò nel 1738 la massoneria. Fu il primo a far selciare le strade di Roma, incoraggiò il commercio e spese moltissimo per abbellire Roma. L'opera monumentale di questo Papa resta, però, la fontana di Trevi, la più famosa nel mondo, alimentata dall'Acqua Vergine. Morì il 6 febbraio 1740 in Roma e fu sepolto in S. Giovanni Laterano nella cappella Corsini, che il Papa aveva fatto costruire in memoria del suo antenato S. Antonio Corsini. Il Guarnacci ne parla al vol. II pag. 62.

Torna all'inizio

Pietro Ottoboni (1730-34)

Di origine veneziana. Nacque nel 1667, nipote di Alessandro VIII (1689-91). Prestissimo entrò nella corte romana assumendovi incarichi illustri ed importanti. Fu creato cardinal diacono dei SS. Lorenzo e Damaso a soli 22 anni. Rivestì la carica di Vice cancelliere di Santa Romana Chiesa e fu Soprintendente di tutto lo Stato ecclesiastico. Fu anche Segretario dei Memoriali e Protettore del regno di Francia. Rivestì la carica di Segretario del S. Uffizio, quella di arciprete di S. Maria Maggiore prima e poi di S. Giovanni in Laterano. Nelle sue mani arrivarono moltissime rendite di Badie e di Benefici ecclesiastici, che gli permisero entrate sicure aggirantisi sugli ottantamila scudi annui. La sua vita, però, fu così dispendiosa e di così alto tenore, che i suoi molti creditori non poterono essere tacitati, neanche con la vendita delle sue proprietà, mobili e immobili. Aveva formato una sua biblioteca che, a detta di Montfaucon, era seconda solo a quella Vaticana. Stupendo il suo museo di medaglie. Al Pontefice, suo zio, fece elevare un sontuoso mausoleo ricco di marmi pregiati, eleganti statue e magnifici bassorilievi. Nel 1700 e nel 1725, anni giubilari, fu caritatevole con i pellegrini, che invitò a casa sua servendoli personalmente a mensa. Fu ascritto a tutte le Congregazioni. Fu arciprete liberiano e lateranense. Fu Gran Priore d'Irlanda e Segretario del Santo Uffizio. Il 28 luglio 1730 divenne cardinale vescovo di Frascati, essendo passato nel frattempo all'ordine dei vescovi. A Frascati rimase fino al 15-11-1734 in quanto optò per la diocesi di Porto. Divenuto cardinal decano, passò a quella di Ostia-Velletri, ove rimase fino alla morte avvenuta il 28-2-1740. Fu sepolto nella chiesa dei SS. Lorenzo e Damaso, nella cappella del S.mo Sacramento da lui fatta costruire. Il Guarnacci ne parla al vol. II pag. 197.

Torna all'inizio

Pietro Marcellino Corradini (1734-43) - Servo di Dio

Nacque a Sezze nel 1658. Di umili origini. In gioventù si dedicò agli studi di diritto, divenendo un ottimo avvocato. Il card. Benedetto Pamphili lo prese sotto la sua protezione e lo nominò suo uditore. Questa nomina gli aprì le porte alla corte di Roma, tanto che Innocenzo XII (1691-1700) lo nominò Sottodatario e Clemente XI (1700-21), Uditore Santissimo. Nel concistoro del 1712 lo fece cardinal prete di S. Giovanni a Porta Latina, titolo che, nel 1724, lasciò per assumere quello di S. Maria in Trastevere. Nel 1734, promosso al titolo dei vescovi, passò alla sede di Frascati, che tenne fino alla sua morte avvenuta in Roma l'8 settembre 1743. Nel 1718 fu nominato Prefetto della Congregazione del Concilio. Ebbe parte rilevante nella fondazione dell'Ordine di S. Giacomo. Nel conclave del 1730 non venne eletto Papa solo perché fortemente osteggiato dalla Spagna. Nonostante i suoi numerosissimi impegni, tutti assolti con zelo e capacità, riuscì a dedicarsi anche alla letteratura. Sua è «La Storia di Segni» e molti altri scritti, fra cui «Vetus Latium profanum et sacrum», che, dopo la sua morte, fu continuato dal gesuita padre Volpi. Fu anche rispettabile archeologo e giurista. Amico di S. Leonardo da Porto Maurizio, gli affidò le missioni nella diocesi. Fu il fondatore della Congregazione della Sacra famiglia e dei Collegi di Maria. A Frascati tenne un sinodo. Pubblicò un editto contro i bestemmiatori nel 1737. Non trascurò nulla. Si interessò di tutto e tutto portò a risoluzione. Sanò le liti tra il capitolo e la pubblica amministrazione, tra le religiose di S. Flavia Domitilla e l'amministrazione civica. Si preoccupò dell'igiene funeraria sia in cattedrale che in Santa Maria del Vivario. Fece restaurare le cappelle, gli altari e i sacri paramenti. Richiamò alle proprie responsabilità le varie congregazioni, così come aveva già fatto con chierici, parroci, cappellani e sacerdoti. Mise ordine nell'ospedale civico, comminando pene, sanzioni ed esclusioni per tutti coloro che non avevano agito in modo corretto. Nel 1736 mise in atto la liquidazione del Monte frumentario, in quanto non giovevole ai contadini che coltivavano le terre a vigne e non a grano e lo inglobò nel Monte di Pietà vescovile, eretto da Alessandro Farnese nel 1566, ove sui prestiti non si pagavano interessi, mentre a quello civico si pagava il 3%. Riorganizzò tutte le congregazioni. Queste azioni di riordino non riguardarono solo Frascati, ma furono estese a tutti i comuni della diocesi. Fu un vescovo che riconobbe a tutti i propri diritti, ma da tutti pretese i loro doveri e coloro che uscivano dalla norma, dovevano sottostare a pene pecuniarie. Per chi spendeva oltre il lecito, la pena era la rifusione in proprio di quanto era stato illegalmente speso. Dimorò a lungo nel palazzo Vescovile e fu un accanito sostenitore dell'istruzione catechistica, non solo ai bambini e ai giovani, ma anche agli adulti. Tenne anche una fruttuosa visita pastorale, tanto da essere chiamato il «Cardinal Zelante». Morì a 83 anni e fu sepolto in S. Maria in Trastevere, ove una lapide lo ricorda: D.O.M PIETRO. MARCELLINO. CORRADINO. DOMO. SETTA. IURESCONSULTO. CIBARISSIMO. POST. QUAMPLURIMA. MUNIA. IN. ROM. CURIA. INTEGERRIME. EXPLETA. S.R.E. CARDINALI. AC. EPISCOPO. TUSCULANO. RINUNCIATO. LITTERA. RUM. AC. PAUPERUM. PATRONO. DE. PATRIA. PARENTIBUS. ATQUE. AMICIS. OPTIME. MERITO. Il Guarnacci ne parla al vol. II pag. 197.

Torna all'inizio

Giuseppe Accoramboni (1743-47)

Nacque nel novembre del 1672 a Castel de Preci (PG), che faceva parte della diocesi di Spoleto. Alla scuola del celebre Luca Palma, il giovane approfondì le scienze giuridiche, acquistando grande rinomanza nella curia romana, nonostante le sue umili origini. Uditore di Rota prima, Avvocato Curiale e uditore del card. Michelangelo Conti. Divenuto il Conti Papa col nome di Innocenzo XIII (1721-24), l'Accoramboni fu, poi, nominato Sottodatario e canonico di S. Pietro. In seguito divenne arcivescovo di Filippi. Ma la sua carriera progredì velocemente in quanto Benedetto XIII (1724-30), che lo aveva conosciuto ed apprezzato personalmente, lo nominò Uditore Santissimo e gli conferì l'Abbazia di S. Ilaria. Nel 1728 fu creato cardinale prete di S. Maria in Traspuntina, poi gli fu assegnato il vescovato di Imola e, nel febbraio del 1743, ebbe la sede di Frascati. Questo porporato si dedicò con zelo ed amore alla cura del suo gregge. Ottenne, con Breve di Benedetto XIII, nel 1745, la concessione alla cattedrale di Frascati dell'indulgenza plenaria quotidiana perpetua a chiunque visitava la chiesa. Rivendicò alla Diocesi di Frascati la cura delle anime della zona di Grottaferrata, pretesa dall'abate commendatario, card. Guadagni. Egli, però, non vide la fine della questione, che fu risolta da Benedetto XIV (1740-58) con la bolla «Inter multa». Questa bolla asseriva che il vescovo Tuscolano non aveva giurisdizione alcuna sul diritto temporale e baronale della suddetta abbazia, che spettava di diritto al commendatario; che la cura delle anime apparteneva alla parrocchia del monastero, ma la giurisdizione spirituale del territorio e del clero, spettava al vescovo tuscolano. L'Accoramboni durante il suo vescovato, si fece costruire, meglio sarebbe dire restaurare una precedente costruzione, con un meraviglioso giardino dove poter trascorrere le vacanze. Gli eredi alla sua morte se ne disfecero. Il fabbricato era stato costruito fuori le mura di Frascati alla fine del 1500 o, al più, proprio all'inizio del 1600, in quanto il Greuter lo riporta nella sua stampa. Il palazzo esiste ancora ed è la parte più vecchia della casa delle suore di S. Carlo di Nancy. A detta dell'Aymaden sembra che la famiglia del card. Giuseppe non avesse nulla a che fare con quella del marchese Accoramboni. Morì a Roma il 21 marzo 1747. Il Guarnacci ne fa cenno al vol. II pag. 543.

Torna all'inizio

Vincenzo Bichi (1747-50)

Nacque a Siena il 2 febbraio 1668. Appartenente alla nobile famiglia dei marchesi di Rocca Albenga di Siena. A nove anni dallo zio, il card. Carlo Bichi, fu messo al Seminario Romano, poi al Clementino e si laureò nell'Archiginnasio romano. Per volere di Alessandro VIII (1689-91) fu prima Referendario e poi Chierico di Camera. Sotto Clemente XI (1700-21) fu nominato nunzio in Svizzera e nel 1709 divenne nunzio in Portogallo. Probabilmente le malelingue e l'invidia perseguitarono il Bichi, tanto che fu sospettato dal re Giovanni di cattiva condotta ed egli dovette far ritorno a Roma per rendere conto delle sue azioni. Il Bichi dette ampia giustificazione del suo operato e riuscì a contraddire così bene i ministri accusatori, che non solo ritornò in Portogallo, ma riottenne tutta la benevolenza del Re. Questa stima si fece subito sentire, quando Innocenzo XIII (1721-24), nel 1722, nominò nunzio apostolico in Portogallo il card. Ferrao. Il Re si rifiutò di accettare il nuovo nunzio, se prima Benedetto XIII (1724-30) non avesse concesso il cappello cardinalizio al Bichi. Il Papa ebbe il sospetto che questa richiesta del Re fosse dovuta all'insistenza del Bichi; non volle sottostare a questa forma di ricatto e ruppe le relazioni di buona amicizia che esistevano tra le due corti. Il re Giovanni V per tutta risposta allontanò il Ferrao dal Portogallo; richiamò tutti i portoghesi di stanza negli stati Pontifici, ordinò di ripudiare dignità e benefici provenienti dalla S. Sede; proibì la spedizione o versamento di somme di danaro a Roma ed infine espulse dal Portogallo tutti i sudditi del Papa, fatta eccezione per mons. Bichi, che era stato minacciato di censura, se non avesse lasciato Lisbona. Questa situazione durò fino al 1734, anno in cui, papa Clemente XII (1730-40), già cardinale vescovo tuscolano, non risolse l'annosa questione elevando alla porpora sia il Ferrao che il Bichi. Evidentemente in tutta questa faccenda il Ferrao non era del tutto estraneo ed aveva giocato un po' pesantemente presso Benedetto XIII. Il Re allora revocò tutti i provvedimenti del 1728, svantaggiosi alla Santa Sede. Il Bichi divenne così cardinale prete di S. Pietro in Montorio e, nel 1747, passò alla cura delle anime della diocesi di Frascati. Morì a Roma l'11 febbraio 1750. Il Guarnacci ne parla al vol. II pag. 625.

Torna all'inizio

Giovanni Antonio Guadagni (1750-56)

Nacque a Firenze il 14 settembre 1674 (l'archivio della cattedrale dice 1675), da nobile famiglia fiorentina. Nipote del papa Clemente XII (1730-40). Da giovane entrò nell'ordine dei Carmelitani Scalzi e, maturando, coprì via via tutte le cariche dell'ordine. Su istanza del granduca di Toscana fu fatto vescovo di Arezzo da Benedetto XIII (1724-30) e, dopo quattro anni, il 24-9-1731, lo zio Papa lo elevò alla porpora come cardinale prete di S. Martino ai Monti e lo iscrisse alle principali Congregazioni cardinalizie. L'anno successivo divenne Vicario di Roma. Nel 1738, fu abate Commendatario di Grottaferrata, ove fece restaurare la chiesa. Nel 1750, dopo essere passato nell'ordine dei vescovi, divenne vescovo di Frascati. Il 10 aprile 1750 il cardinale giunse al palazzo vescovile, di proprietà della Reverenda Camera Apostolica, per la sua visita pastorale. La domenica successiva al suo arrivo celebrò un solenne pontificale nella cattedrale. Ordinò il rinnovo di alcuni candelabri, nella cappella di S. Antonio Abate, da doversi fare per conto della Università dei Cavallari e Somarari, cui spettava la manutenzione. Mise in rilievo che la cappella del Crocifisso godeva di numerose indulgenze per le anime del Purgatorio concesse da Gregorio XIII (1572-85), da Clemente VIII (1592-1605) e da Paolo V (1605-21). Il 20 aprile si recò alla Madonna del Vivaro e ordinò che in mezzo alla chiesa, davanti all'altar maggiore venisse posto un inginocchiatoio con tappeto e cuscino; ordinò anche di riparare tutti i vetri delle finestre. Stabilì che venisse costruito un tabernacolo più grande e fece dono della chiave d'argento. Ordinò il restauro dei quattro candelabri dell'altare dedicato alla Madonna, l'istallazione della croce e di nuovi messali recenti, compresi quelli funebri. Alla chiesa della Madonna della Neve, che era la chiesa degli Scolopi, ordinò opere murarie per preservarla dall'acqua piovana. Alla chiesa di S. Gregorio Magno, situata vicino a porta S. Pietro, ordinò restauri interni ed esterni; mandò lui un architetto per decidere i restauri. Il 30 settembre visitò la chiesa rurale di S. Michele Arcangelo, nella proprietà dei Piccolomini. Il 5 ottobre fu a S. Filippo Neri, situata presso la cartiera del marchese Spada. Ne ordinò l'imbiancatura, che venisse posto un crocifisso presso l'altar maggiore e che ai candelabri fosse fatto il bagno d'oro. Tutti gli ordini religiosi vennero visitati e così le confraternite e le pie istituzioni. Rilevò che il Monte di Pietà era bene amministrato. A Monte Porzio, anticamente monte S. Gregorio, giunse il 21 aprile. Durante la Messa pronunciò un'omelia alla popolazione, impartì 60 cresime e recitò con il popolo una terza parte del rosario. Lasciò al parroco un contributo per i poveri. A Montecompatri la visita avvenne il 22 aprile. Amministrò la Cresima, benedì la popolazione. Lasciò all'arciprete una modica somma per i poveri. Il 24 aprile fu a Rocca Priora, ove impartì 100 cresime, consegnò i premi ai vincitori della gara catechistica. Provvide di tazzo il fonte battesimale, ordinò nuovi candelabri per l'altare della Madonna, il rifacimento del tetto, l'imbiancatura della cappella di S. Biagio e S. Antonio di Padova ed ordinò altri lavori e restauri. A Rocca di Papa giunse il 26 aprile. Parlò alla popolazione, celebrò la Messa, ordinò sacerdoti Francesco Botti e Marco Antonio Gentile. Distribuì doni e premi ai vincitori della gara di dottrina, amministrò le cresime e recitò con il popolo una terza parte del rosario. Provvide a far dipingere sul fonte battesimale S. Giovanni che battezza Gesù. Visitò tutte le altre chiese rurali sparse per il territorio della Diocesi, rilevando mancanze e ordinando lavori e restauri. A Frascati, il 18 aprile 1751, con rito solenne, il cardinale consacrò la restaurata cappella del S.mo Crocefisso nella chiesa dell'Immacolata Concezione ai frati minori. Benedetto XIV (1740-58) ne aveva già dichiarato privilegiato l'altare nel 1743. Nel 1756 passò alla Chiesa di Porto. Morì a Roma nel 1759 in odore di Santità, tanto che nel 1763 si aprì il processo per l'inizio della Causa di Beatificazione. Il Guarnacci ne parla al vol. II pag. 637.

Torna all'inizio

Carlo Maria Sacripante (1756-58)

Nacque l'11 settembre 1689 da nobile famiglia romana, originaria di Narni. Il padre, che era avvocato concistoriale, ottenne da Clemente XI (1700-21) la nomina a Coauditore per il figlio. In seguito, nel 1718, fu Votante di Segnatura e, tre anni dopo, Chierico di Camera. Durante la sede vacante del 1730, il Sacro Collegio dei Cardinali lo nominò Tesoriere Generale. Il Papa neo eletto, Clemente XII (1730-40), lo confermò nell'incarico fino al 1739, per quasi 10 anni. A quella data fu promosso cardinal diacono di S. Maria in Aquiro e fu ascritto alla Congregazione dei Riti, del Concilio, del Buon Governo e della Sanità e Propaganda. Sotto Benedetto XIV (1740-58) passò all'ordine dei preti con il titolo di S. Anastasia e poi a quello dei vescovi. In seguito gli furono affidati molti, delicati ed importanti incarichi, che egli assolse con bravura. Nel 1756 fu destinato alla chiesa di Frascati, che tenne fino al novembre del 1758, anno della sua morte, avvenuta a Narni. Biasotti-Tomassetti datano la sua permanenza a Frascati dal 1756 al 1759. Nel conclave apertosi dopo la morte di Benedetto XIV, fu in gara per la sede pontificia, ricevendo notevoli suffragi. Dalla visita pastorale effettuata risulta che gli abitanti dei centri della diocesi, nel 1756 erano: a Frascati 4.546, a Rocca Priora 1.231, a Rocca di Papa 1.344, a Montecompatri 1.434, a Monteporzio 1.104, a Colonna 361. Il Guarnacci ne parla al vol. II pag. 955.

Torna all'inizio

Camillo Paolucci de' Calboli (1758-61)

Il Grandi ed il Moroni scrivono l'uno «alias Merlini», l'altro «Paolucci Merlini Camillo», ma nessuno dei due ne da una spiegazione. Nacque a Forlì nel 1692 da nobile famiglia forlivese. Fu chiamato a Roma da suo zio, Fabrizio Paolucci, Segretario di Stato di Clemente XI (1700-21). Studiò sotto la direzione del Lambertini, poi di Benedetto XIV (1740-58), e si laureò in giurisprudenza. Fu iscritto tra i familiari del pontefice, nominato canonico di S. Giovanni in Laterano e componente della Sacra Congregazione del Buon Governo. Innocenzo XIII (1721-30) lo nominò luogotenente del Vicariato. Benedetto XIII (1724-30) lo incaricò, come nunzio, di presentare le fasce benedette a Carlo Odoardo, principe del Galles e figlio del Re inglese, Giovanni III. Fu fatto arcivescovo di Scozia. Nel 1727 fu nominato nunzio in Polonia e, nel 1738, a Vienna. Benedetto XIV (1740-58), il 9 settembre 1743, gli concesse il cappello cardinalizio dell'ordine dei preti di S. Giovanni e Paolo. Nel 1746 lo destinò legato a Ferrara e lo nominò protettore dei Carmelitani. Il 22-11-1758 gli fu concessa la sede episcopale di Frascati. Nel 1761 (il Moroni scrive 1762) il Paolucci optò per la sede di Porto. Per questioni di salute dovette lasciare la cura delle anime e morì in Roma l'11 gennaio 1763, quando era decano del Sacro Collegio. Venne sepolto a S. Marcello, nella cappella dei Pellegrini. Durante il suo cardinalato a Frascati, venne a cessare la giurisdizione, che sempre vi avevano esercitato i maggiordomi, del Palazzo vescovile, cosicché costoro, che insieme con i loro luogotenenti lo abitavano, non poterono più godere di questo beneficio e la Rocca, loro dimora, venne assegnata dai Pontefici a sede dei vescovi tuscolani. Il Paolucci provvide, come da atto di donazione, a far restaurare a sue spese la Rocca e a ristrutturarla, dotandola delle suppellettili necessarie e divise le stanze in modo tale, che ad ogni cardinale fosse data la possibilità di dare abitazione alla sua famiglia. Fu il primo cardinale vescovo di Frascati ad abitare la Rocca da proprietario, in quanto vescovo diocesano, se si eccettua il card. Pier Marcellino Corradini che vi dimorò durante il suo vescovato dal 1734 al 1743 per personale concessione del papa Clemente XII. Dalla visita pastorale effettuata nell'aprile del 1760 si rileva che nella cattedrale di S. Pietro il capitolo si componeva di 1 arciprete, 1 arcidiacono, 13 canonici, di cui uno teologo e uno penitenziere. In quella della Madonna del Vivaro agivano 1 arciprete, 4 canonici, 2 beneficiati. Le chiese erano tutte in buono stato, mentre l'Episcopio in stato d'abbandono. Nel seminario c'erano 8 chierici, di cui 5 scelti dal vescovo e 3 dai maestri secolari. Non lo visita per evitare un eventuale rifiuto dei dirigenti laici come accadde al suo predecessore. Le rendite erano le seguenti: per l'orfanotrofio, che accoglieva fanciulli poveri, il reddito era di 140 scudi; per la confraternita del S.mo Sacramento di 252,35 scudi, per la confraternita di Orazione e Morte di 80,20 scudi, per la confraternita del Gonfalone, alla quale era affidata l'amministrazione dell'ospedale, il reddito era di 343,96 scudi; per la Madonna della Neve di 20,30 scudi. Il Monte di Pietà aveva un fondo di 3 scudi. Le visite alle altre parrocchie della diocesi non rilevano particolarità di sorta. Anche l'ospedale di Rocca di Papa è gestito dalla confraternita del Gonfalone ed è più che altro un primo ricovero. La famiglia Pallavicini, che ha il diritto su Colonna, provvederà a costruire una nuova chiesa intitolata a S. Nicola di Bari. Dopo ciascuna visita, ai vari parroci ha lasciato congrue somme per i poveri. In ogni parrocchia ha provveduto ad inviare predicatori. A Frascati ha amministrato 400 cresime.

Torna all'inizio

Enrico Benedetto Stuart (1761-1803)

Il duca di York

Torna all'inizio

Giuseppe Doria Pamphili (1803-14)

Nacque a Genova l'11 novembre 1751 da nobile famiglia genovese. Dopo una conveniente educazione religiosa, nel 1771, Clemente XIV (1769-74) lo dichiarò suo cameriere d'onore. Fu nominato Nunzio straordinario a Madrid, per portare le fasce sacre al figlio del Re, Principe d'Asturia. Fu successivamente Nunzio ordinario a Parigi, dal 1773 al 1785, e operò così lodevolmente, da indurre Pio VI (1775-99) a nominarlo cardinale prete del titolo di S. Pietro in Vincoli. Al messo, che gli portò la berretta cardinalizia, donò una tabacchiera d'oro. Trascorso poco tempo, fu promosso Segretario di Stato da Pio VI, che lo nominò anche legato ad Urbino e Prefetto della Sacra Congregazione. In questo incarico egli dimostrò tutto il suo amore verso il prossimo e la sua preveggenza di vero genovese. Verso la fine del secolo (1796) l'Italia fu percorsa in lungo e largo da truppe francesi, onde ottenere dal Papa prigioniero la firma del Concordato redatto dal Concilio di Parigi. Napoleone minacciò gli Stati Pontifici, ma fu pronto a negoziare contro un tributo di due milioni di franchi e una serie di manoscritti e preziose opere d'arte. Il Papa chiese aiuto all'Austria e allora Napoleone passò all'azione. I viveri non giungevano più dalle terre del Papa, invase fin dal 1797, e Roma era alla fame. Fu allora che si spalancarono le porte dei magazzini di casa Doria Pamphili e furono messi in vendita, a prezzi equi, generi di prima necessità. La popolazione, per questo gesto, fu grata al Segretario di Stato. Egli accompagnò il pontefice durante l'esilio decretato da Napoleone che considerava il Papa prigioniero di Stato. Fu prosegretario di Stato. Morto Pio VI nel 1799, venne eletto il nuovo Pontefice Pio VII (1800-23), che dovette assistere alla proclamazione della Repubblica Romana. Nel 1803 Pio VII passò il cardinal Pamphili alla diocesi di Frascati in ricompensa per quanto da lui fatto sotto Pio VI. Il Doria Pamphili fu anche Commendatario della chiesa di S. Cecilia, Segretario dei Memoriali, Pro-Camerlengo di Santa Romana Chiesa. La sua debolezza lo portò a tollerare la prepotenza napoleonica. A Parigi, nel 1810, assistette alla cerimonia delle seconde nozze di Napoleone con Maria Luisa d'Austria. Tutti i cardinali che assistettero alle nozze furono definiti «rossi». Nel 1811 accettò di buon grado, come asserisce il Consalvi, di recarsi a Savona, insieme con altri quattro cardinali «rossi» e con la commissione dei vescovi francesi, onde cercare di ottenere, ancora una volta, dal Papa prigioniero la firma del concordato redatto dal Concilio di Parigi. Nel 1813 godendo della fiducia di Napoleone, fece da intermediario per i negoziati del cosiddetto concordato di Fontainbleau. Nel 1814 optò per la chiesa di Porto. Morì il 9 febbraio 1816 a Roma e venne sepolto nella chiesa di S. Cecilia, di cui era Commendatario. La relazione inerente alla visita pastorale effettuata nella Diocesi tuscolana ribadisce all'inizio che la prerogativa del vescovo di questa diocesi è quella d'essere collaterale al Papa. Rileva che a Torrenova, Lunghezza e Lunghezzina vi sono piccole edicole, dove nei giorni festivi si eseguono le sacre funzioni, per i contadini dei dintorni. Indica che l'ospedale di Frascati si trova fuori Porta Granara e che il trasporto dei malati è curato dalla confraternita del Gonfalone. Puntualizza che il Monte di Pietà civico è in buono stato, mentre l'altro si regge solo con le sovvenzioni dei vescovi. Per gli altri paesi della diocesi precisa che la famiglia Pallavicini ha restaurato e dotato di suppellettili la chiesa di S. Nicola a Colonna. Aggiunge che i costumi del popolo sono molto cambiati, in particolar modo peggiorati quelli di Frascati a causa del commercio coi forestieri, del contatto con i villeggianti e poi la facilità dei rapporti con Roma. Sia il vescovo che il clero si prodigheranno per allontanare tale piaga.

Torna all'inizio

Giulio Maria della Somaglia (1814-18)

Nacque a Piacenza il 29 luglio 1744 da nobile famiglia piacentina. Fu battezzato dal card. Alberoni, di cui porta il nome Giulio. Studiò al Nazzareno di Roma. Fu dottore in lettere e in diritto pubblico. Clemente XIV (1769-74) nel suo primo anno di pontificato lo annoverò fra i suoi camerieri segreti e, nel 1773, suo prelato domestico. Nel 1774 ebbe il Segretariato per le Indulgenze e Sacre Reliquie. Pio VI (1775-99) lo nominò Segretario della Congregazione dei Riti, nel 1787 Segretario della Congregazione dei vescovi, l'anno seguente patriarca in partibus di Antiochia e, nel 1795, cardinale dell'ordine dei preti con il titolo di Santa Sabina, che egli poi lasciò per quello di S. Maria sopra Minerva. Fu nominato Vicario di Roma, Prefetto della residenza dei vescovi, del collegio e seminario romano, arciprete di S. Giovanni in Laterano, Segretario del S. Uffizio. Nel febbraio 1798, mentre l'esercito francese marciava verso Roma con il generale Berthier, fu inviato da Pio VI a saggiare gli umori del generale. Comprese che era inutile ogni trattato e al ritorno avvertì i colleghi Braschi e Albani del pericolo di essere arrestati. I due si posero in salvo. Fu arrestato lui e messo in carcere al monastero delle Convertite, poi fu cacciato da Roma. Subito dopo l'elezione di Pio VII (1800-23) il Papa lo inviò a Roma come suo legato a latere con altri due cardinali per prendere il governo della città e lo fece Prefetto della Congregazione dei Riti. Fu chiamato a Parigi da Napoleone ed esiliato a Meziers e poi a Charleville, in quanto definito cardinale «nero», perché si era rifiutato di assistere alle sue seconde nozze. Nel 1814, recuperata la libertà e la porpora, fece ritorno a Roma ed ebbe la nomina di Segretario della Congregazione del S. Uffizio, arciprete di S. Giovanni in Laterano e, il 25 settembre 1814, cardinale vescovo di Frascati. Nel 1816, con corona d'oro e gemme, nella cattedrale di Frascati incoronò l'immagine della Beata Vergine Addolorata. Nel 1817 fece la visita pastorale della diocesi. Nella relazione è posto in evidenza che anticamente i confini erano molto più estesi di quelli attuali. Dichiara la sua soddisfazione per la tenuta delle varie chiese, per l'arredamento e le suppellettili. Constata che benché le rendite del seminario siano in aumento ci sono, però, difficoltà per risolvere i vari problemi. Ha cercato di dare un nuovo assetto alla parte economica ed educativa. Il seminario è frequentato da 49 alunni. E' soddisfatto degli ordini religiosi e rileva che per tutta la diocesi c'è un unico ospedale la cui amministrazione è condotta dalla confraternita del Gonfalone. Il Monte di Pietà eretto dai suoi predecessori e quello retto dai Benefattori sono ambedue a zero e il cardinale ne sollecita il ripristino. Rileva che a Monteporzio, alle due precedenti confraternite, se ne è aggiunta una terza, quella di S. Antonio. Per Montecompatri osserva che la chiesa parrocchiale ha necessità di riparazioni, come la parrocchiale di Rocca Priora, che però è priva di fondi. A Rocca di Papa constata che la parrocchiale è chiusa perché in pessimo stato. A termine della sua visita il cardinale chiede che i parroci osservino l'obbligo della residenza, tengano in ordine i libri parrocchiali, assistano i moribondi, amministrino i Sacramenti, spieghino il vangelo e insegnino il catechismo. In generale loda le popolazioni perché conducono vita esemplare e danno buon esempio. Lamenta l'eccezione di alcuni che, dediti all'alcool, bestemmiano e rubano. Fu Vice cancelliere di Santa Romana Chiesa. Nel 1818 optò per la Chiesa di Porto. Nel 1820 passò a quella di Ostia e Velletri, in quanto decano del Sacro Collegio. Dal 1818 al 1828, nonostante la sua età, fu Segretario di Stato di Leone XII (1823-29). Morì a Roma il 2 aprile 1830. Nel 1825, con i sovrani di alcune potenze straniere tentò di convincere il Papa a non fare il Giubileo, in quanto tra i pellegrini si temeva l'infiltrazione di rivoluzionari. Per tale ragione fu perquisito ogni pellegrino.

Torna all'inizio

Bartolomeo Pacca (1818-1821)

Nacque il 25 dicembre 1756 a Benevento da nobile famiglia beneventana. La madre era dei Malaspina, potenti signori della Lunigiana. Venne educato dai Gesuiti a Napoli e poi al Clementino dei Somaschi a Roma, ove si distinse per la storia e belle lettere. Fu annoverato tra i membri dell'Arcadia. Studiò filosofia e scienze legali e sacre nell'accademia dei nobili ecclesiastici. Fu annoverato da Pio VII (1775-99) tra i suoi camerieri segreti ed inviato, come nunzio, a Colonia. Lo fece arcivescovo di Damiata e successivamente, per i molti incarichi portati egregiamente a termine, lo passò come nunzio a Lisbona, nel 1795, delegato a presentare le sacre fasce per il neonato Antonio, Francesco, Pio di Portogallo. Essendo stato uno di quelli che aveva condiviso le traversie dell'esilio con Pio VI, il medesimo Pio VII (1800-23), appena salito al trono lo elevò, il 23-2-1801, alla porpora cardinalizia all'ordine dei preti con il titolo di S. Silvestro in Capite. Data l'aria non benevola, anzi tempestosa che tirava, specialmente a Parigi, il Papa lo nominò suo Pro-segretario di Stato. La notte del 6-7-1809 il Papa venne catturato dal generale Radet, per ordine di Bonaparte, ed insieme al card. Pacca si avviò verso l'esilio. Il Pacca venne separato dal Papa e fu rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle, ove rimase tre anni. Nel 1812 il Papa e il Pacca furono condotti a Fontainebleau, da dove, solo nel 1814, poterono far ritorno a Roma. Il cardinale venne premiato con la carica di Camerlengo di Santa Romana Chiesa, e di Pro-datario. Il ritorno in Francia di Napoleone permise a Murat, nel 1815, di invadere l'Italia ed il Papa con il Pacca andarono in esilio a Genova. Fattosi nuovamente il sereno con la segregazione di Napoleone a S. Elena, il Papa, il 21 febbraio 1818, lo nominò cardinale vescovo alla diocesi di Frascati. Nel 1821 optò per la chiesa di Porto e S. Rufina e, divenuto cardinal decano nel 1829, passò alla sede di Ostia e Velletri. Ebbe pure la qualità di arciprete Lateranense. Fu amato e stimato da tutti i pontefici che si susseguirono e tutti gli conferirono cariche, onorificenze e prefetture. Essendo un uomo colto, il suo nome era inserito in tutte le più importanti accademie d'allora. Scrisse opere di storia inerenti al suo tempo e alle vicende passate. Oltre all'Italiano e al latino parlava correttamente il francese, l'inglese, il tedesco, lo spagnolo e il portoghese. Dopo il congresso di Vienna, con il card. Rivarola, si adoperò per eliminare quanto l'era napoleonica aveva creato. Questo loro fanatismo per ogni innovazione li spinse però ad opporsi perfino all'istallazione dell'illuminazione stradale. Prima di divenire vescovo tuscolano il Pacca soleva passare l'autunno presso il collegio Clementino a Villa Lucidi per respirare l'aria fresca e temperata del colle tuscolano. Fu buon amico di Benedetto Grandi e, presso di lui, passò molte ore liete nella residenza di Monteporzio. Gregorio XIV (1831-46), quando si recava a Frascati in autunno, lo onorò sempre delle sue visite. Come vescovo tuscolano fece una Sacra Visita e riformò lo statuto dell'ospedale. Il Pacca morì a Roma il 19 aprile 1844, all'età di 88 anni.

Torna all'inizio

Francesco Saverio Castiglioni (1821-29) - Papa Pio VIII

Nacque a Cingoli (MC) il 20 ottobre 1761 da nobile famiglia marchigiana, originaria di Milano, il cui casato si deve ad un paese del Varesotto, appunto Castiglione, che fin dal 987 d.C. era posseduto da un tal Guido Castiglioni. Studiò scienze e diritto a Bologna e, sceso a Roma, si distinse come ottimo canonista e vi fu consacrato sacerdote nel 1785. Nel 1800 Pio VII, (1800-23), abile conoscitore di uomini, lo nominò vescovo di Montalto di Ancona, ove mise il clero in condizioni di svolgere con decoro l'ufficiatura divina e programmò la celebrazione di un sinodo diocesano sulla falsa riga di quello che il card. duca di York aveva celebrato nella diocesi tuscolana. Ma ne fu allontanato, il 14 luglio 1808, per ordine di Napoleone, al quale aveva negato il giuramento. Fu confinato a Milano, poi, il 29 luglio 1808, a Pavia e infine a Mantova. Da questa sede il 10-11-1813 passò a Torino e il 18-11-1813, con altri vescovi, fu spedito a Milano. Con la caduta dell'impero di Napoleone e il ritorno di Pio VII ci fu anche il ritorno a Montalto, 17-6-1814, del Castiglioni. Il Papa, però, volle ricompensare chi, nelle traversie, aveva dimostrato affezione, prudenza, dottrina, santità e virtù: tra questi c'era anche il Castiglioni, che nel concistoro dell'8 marzo 1816 fu creato cardinale prete del titolo di S. Maria in Traspontina, con seda a Cesena, paese nativo del Papa, ove organizzò un'opera pia per la dote alle zitelle povere. Successivamente, nel 1821, fu passato alla sede di Frascati. Ebbe la nomina anche di Penitenziere maggiore, fu componente della Congregazione del S. Uffizio, Protettore del collegio Greco di Roma e membro anche della Congregazione «Propaganda Fide». Nel conclave del 1823, successivo alla morte di Pio VII, egli fece parte del «partito» cardinalizio dei «Moderati», o «diplomati», o delle «Corone», in quanto quei cardinali cercavano di mantenere ottimi rapporti con le varie corti europee in opposizione agli «Zelanti», strenui difensori della potenza della Chiesa. Il 28 settembre 1823 venne eletto Papa il card. Della Genga, «Zelante», in opposizione al Castiglioni, «Moderato». Il nuovo Papa, che prese il nome di Leone XII (1823-29), continuò, come già aveva fatto il suo predecessore, ad avere la massima considerazione per il Castiglioni, tanto da affidargli posti di responsabilità. Nonostante i molteplici incarichi, non trascurò la sua diocesi. Il 6 giugno 1823 emise il decreto di S. Visita pastorale. La visita ebbe inizio nella cattedrale il 2 luglio 1923. Era accompagnato da tre convisitatori canonici, dal promotore della fede e dal cerimoniere. Fu interrotta per la morte di Pio VII e fu ripresa il 1 luglio 1824 e, fino al 13 luglio, tutti i membri si trattennero a Frascati. La visita fu continuata a più riprese: dal 6 al 22 maggio 1925 e dal 16 al 22 ottobre dello stesso anno. La relazione venne scritta nel dicembre 1925. La cattedrale contava l'arciprete, 1 diacono, 1 primicerio, 8 beneficiati e 18 canonici. La chiesa della Madonna del Vivaro necessitava di riparazioni. I 17 alunni e i 10 convittori del seminario erano affidati ad un professore di teologia, ad uno di filosofia e ad uno di retorica. I due Monti di Pietà ambedue scomparsi per mancanza di fondi. La chiesa parrocchiale di Rocca di Papa era stata riparata e restaurata con il solo contributo dei cittadini. La chiesa parrocchiale di Montecompatri e il campanile di quella di Rocca Priora erano da riparare. Il cardinale dichiarava che non aveva nulla da rimproverare al clero, che svolgeva la sua missione, né al popolo, che si comportava e viveva cristianamente. Le visite alle chiese e agli oratori vicini le aveva demandate ai visitatori. Personalmente insegnò il catechismo ai fanciulli e agli adulti. Fu sempre presente alle varie feste patronali, per quella di S. Pietro, per le quattro tempore, per le ordinazioni sacre, per le cresime. Il 21 marzo 1829 fu eletto Papa con il nome di Pio VIII (1829-30). La scelta dei cardinali fu fatta per tre motivi: perché era «Moderato», per la sua pessima salute, per la sua bontà e santità. Fu un Papa incline al perdono. Fu schivo e respinse cerimonie fastose. Non fu nepotista, tanto da impedire ai suoi parenti di venire a Roma. Fu conciliante con gli stati stranieri. Morì il 30-11-1830 e fu sepolto in Vaticano.

Torna all'inizio

Emanuele de Gregorio (1829-37)

Nacque in mare il 28 dicembre 1758 (l'Enc. Cattolica scrive il 18-12-1758) in quanto la madre partorì mentre era in viaggio verso la Spagna al seguito di Carlo III. L'atto di nascita venne trascritto a Napoli. Il padre era Leopoldo de Gregorio marchese di Squillace o principe di S. Elia. Emanuele all'età di sette anni fu mandato al nobile collegio Clementino di Roma. Prese amore e passione per le lettere, le scienze e per la pietà. Fu cameriere segreto di Pio VI (1775-99). Nel 1780 fu nominato arciprete di S. Giovanni in Laterano e divenne vicario del cardinal Rezzonico. Nel 1785 divenne luogotenente civile del tribunale del Vicariato. Pio VI gli affidò la vigilanza dei politici e si fece molto onore per le scoperte che fece. Nel 1798, al tempo della Repubblica Romana, venne incarcerato con Pio VI, ma fu liberato dietro versamento di una cauzione di 4.000 scudi. Ben altro era il disegno del generalissimo francese Dallemagne e del governo repubblicano. Essi lo volevano creare antipapa per opporlo a Pio VI. Egli fuggì e si portò a Siena dal Papa per protestargli la sua fedeltà, e per ragguagliarlo di quanto si stava tramando contro di lui. Il nuovo Papa, Pio VII (1800-23), lo propose alla carica di Segretario della Congregazione del Concilio. Fu Pro-nunzio apostolico presso Ludovico Borbone, re d'Etruria. Incarcerato Pio VII ed esule il card. Di Pietro, il de Gregorio esercitò il delicato incarico di delegato apostolico di Pio VII. Gli fu intimato di recarsi a Parigi, ove, il 1811, fu arrestato e trattenuto in cattività fino al 1814. Liberato, si fermò ancora in Francia per cercare di recuperare i tesori vaticani rapiti dai francesi. Nel 1816 fu creato cardinale dell'ordine dei preti con il titolo dei SS. Alessio e Bonifacio. Il 18 maggio 1829, Pio VIII (1829-30) lo creò vescovo suburbicario di Frascati e in seguito il protettore di questa città. Il 9 luglio 1833, il cardinale vescovo, preoccupato del bene spirituale dei Tuscolani, emanò un decreto con il quali si riconobbe l'antica parrocchia di S. Maria in Vivario, da tutti i vescovi chiamata Madonna del Vivaro, immettendovi un parroco, il sac. don Giuseppe dall'Aquila, già beneficiario della cattedrale. Fino a quella data, a curare l'antica cattedrale, c'era stato un cappellano dipendente dall'arciprete di S. Pietro, con il compenso di scudi 18 annui, corrispondenti a 5 bajocchi al giorno, per cui non si trovava mai un povero prete disposto a curare quella chiesa. Dotò la nuova parrocchia di una rendita annua di 266 scudi, (di cui 166 al parroco e 80 al vice-parroco) e di altri frutti e benefici. Concesse al parroco il titolo di canonico onorario della cattedrale e decretò che solo un canonico potesse divenire parroco dell'antica, gloriosa chiesa; avrebbe così mantenuto tutti i privilegi del coro che prima aveva. Fissò i limiti della parrocchia che andava da Porta Granara a Palazzo Senni, a Fontanavecchia fino al confine di Grottaferrata e giù fino al confine con la parrocchia di S. Giovanni in Laterano comprendendo ancora Torre Nova, Lunghezza, Lunghezzina, Villa Taverna, l'Armetta, via S. Flavia Domitilla, via Caetani, piazza Spinetta, via Bambocci, via Marco Antonio Colonna, Porta Granara. Contribuì, nel 1834-1835, con il Comune ed altri benefattori, alla costruzione del muro di cinta della parte dell'orto confinante con l'uliveto dei Sora. Nel 1837 a Roma scoppiò violentissimo il colera che costrinse il Papa ad esigere la vaccinazione dei sudditi. Frascati aprì le porte a quanti fuggirono da Roma e dette loro accoglienza anche sulle prime cose. Il cardinale operò una colletta per provvedere ad elargire qualche sussidio ai più bisognosi dei profughi. Ordinò ai 18 frati residenti nel convento dei Minori che 8 di essi occupassero il 1° piano per assistere i malati, essendo stato il convento requisito per i colpiti dal morbo, e che gli altri 10 andassero ad alloggiare nel Santuario di Capocroce, ove, in quel tempo, abitava un solo teatino. I fuggiaschi raggiunsero, sembra, il numero di 5.000. Le autorità comunali decisero la costruzione di un lazzaretto fuori della città, oltre alle normali prescrizioni igienico-sanitarie. Nelle vicinanze vi seppellirono i morti. La somma raccolta fu di scudi 648 e 45 bajocchi. Nel 1835 fece una visita pastorale nella diocesi. Nella relazione è ripetuto più o meno tutto quello che si legge nelle precedenti. Sono cresciuti gli alunni a 20 e i convittori a 40. Studiano latino, retorica, filosofia, teologia, dogmatica, morale, canto gregoriano. Per la prima volta è riportato che a Grottaferrata la chiesa della Madonna è chiamata di S. Pupa. Morì a Roma il 7 novembre 1839.

Torna all'inizio

Ludovico Micara (1837-44)

Nacque a Frascati il 28 luglio 1775 (il Moroni e l'Enciclopedia Cattolica scrivono il 12-10-1775) da una benestante famiglia frascatana. Il padre Gianfilippo e la madre Gaetana Lucidi battezzarono nella cattedrale di Frascati il neonato. Il battezzante fu l'arciprete don Francesco Lucidi, zio di Ludovico. La sua famiglia abitava il palazzo Accoramboni nel rione Spada. Una sorella, Maria Giovanna, si fece suora nel monastero di S. Flavia Domitilla, situato proprio dove oggi c'è l'edificio scolastico. Dagli Scolopi fece le classi elementari e da esterno frequentò il seminario tuscolano. Proprio in questo ambiente, si maturò la sua vocazione. A diciotto anni entrò nel convento dei padri Cappuccini che era a Frascati fin dal 1575. Indossando il saio prese il nome di Ludovico da Frascati. Al termine andò a studiare a Roma. I suoi studi furono turbati dalle campagne napoleoniche del 1798. Il Micara, essendo stata proclamata la Repubblica, terminò gli studi a Napoli, ove, alla fine del 1798, venne ordinato sacerdote. Dopo l'ordinanza napoleonica del 1810 Ludovico ritornò a Frascati non con il saio, per l'abolizione dei conventi, ma con quello talare dei sacerdoti e assunse le veci di arciprete della cattedrale in quanto il titolare era stato esiliato. A sua volta venne fatto oggetto di persecuzione, perché si oppose ai Te Deum per le vittorie napoleoniche, e dovette fuggire per le campagne come un bandito, cercando ogni giorno un tetto ed un fuoco. Fu arrestato, imprigionato, ma riuscì a fuggire e si andò a nascondere nel non facile lido di S. Severa. Sconfitto Napoleone e calmatesi le acque, padre Ludovico indossò nuovamente il saio cappuccino e si dette alla predicazione. Nel 1819 venne destinato all'ufficio di Postulatore per la santificazione dei Cappuccini e nel frattempo venne eletto ministro provinciale. Nel 1820 Pio VII (1800-23) lo nominò predicatore del S. Palazzo Apostolico. Leone XII (1823-29) aveva avuto padre Ludovico come suo teologo, quando era ancora cardinale, e divenuto Papa onorò della sua amicizia il buon Ludovico. Il suo abituale modo di dire «pane al pane e vino al vino» non piacque ad alcuni eminentissimi cardinali, i quali chiesero al Papa che gli decretasse una giusta punizione. Il Papa per tutta risposta il 1824 nominò Ludovico ministro generale dell'ordine dei Cappuccini e lo fece con una procedura rara. Nel 1826 lo elevò alla porpora assegnandogli il titolo della diaconia dei SS. Quattro Coronati. Non solo Ludovico restò ministro generale e predicatore apostolico, ma fu nominato anche membro di Congregazioni importanti. Chiese ed ottenne dal Papa di vestire l'abito cardinalizio di color marrone anziché rosso porpora. Prese parte a tre conclavi. Sotto Gregorio XVI (1831-46), il 2-10-1837, fu nominato cardinale vescovo della diocesi di Frascati. Il Capitolo tuscolano gli fece pervenire le più sincere e vive congratulazioni e così fece la municipalità tuscolana. Il Consiglio Comunale stabilì due giorni di festa per la circostanza. Anche da cardinale il Micara non cessò di alloggiare nel convento dei Cappuccini in piazza Barberini. Volle ricevere la sua consacrazione a vescovo nella cattedrale di Frascati. A consacrarlo, il 15-10-1837, fu il cardinal Bartolomeo Pacca, che era stato vescovo di Frascati dal 1818 al 1821. Subito dopo prese possesso canonico nella cattedrale tuscolana. Divenuto vescovo egli riservò la sua eloquenza alla diocesi. Si mise al servizio dei suoi figli spirituali, ma esigeva, come lui stesso faceva, precisione e disponibilità. Si oppose in tutti i modi al progetto di radere al suolo la chiesa di Capocroce per fare al suo posto una piazza e una scalinata. Criticò con asprezza la spesa di 50-60 mila scudi per quell'opera. Lo scopo recondito di questa impresa, era quello di stornare una conduttura di ottima e salutevole acqua per farla cadere in mano di interessati speculatori. Sosteneva che i denari «gettati» per una nuova via di accesso potevano essere utilizzati, molto meglio, nella costruzione di un mulino, che avrebbe fruttato alla comunità dai due a tre mila scudi annui. Per questo motivo accusò gli amministratori di peculato. Propose una lista delle necessità: Ospedale, ricovero per fanciulle povere, orfane ed abbandonate, riparare le mura della città e le case, riparare le strade interne rese impraticabili, riparare la campana di S. Rocco ed eliminare l'umidità esistente dietro l'abside della stessa chiesa, diminuire le tasse imposte per lavori non essenziali, salvaguardare il Santuario di Capocroce. Nel 1839 fece iniziare i lavori con 12.000 scudi per la costruzione dell'ospedale S. Sebastiano Martire e ne stilò il regolamento. Con i residui di una colletta fatta dal suo predecessore card. De Gregorio e con un suo personale e sostanzioso contributo fece riparare la campana di S. Rocco. Era sua intenzione di isolare sia la chiesa che il campanile di S. Rocco, eliminando le costruzioni addossate, ma non gli fu possibile. Il perdurare di questa situazione di rifiuto di intervento da parte delle autorità comunali provocò la perdita dell'affresco rinascimentale che occupava tutto il catino dell'abside. Si deve al card. Micara se le venerate immagini di S. Rocco e S. Sebastiano, scopertesi prodigiosamente nel 1656 si sono salvate. Il cardinale provvide a dare, nella cattedrale, una sistemazione al cosiddetto «Stanzone», sito nella parte opposta delle sacrestia, ricavandone una cappella sul cui altare fu posta la sacra immagine della Madonna Addolorata, venerata in cattedrale fin dai primi del 1700, e a far sistemare la cappella, o «coro invernale», per i canonici e i beneficiati. Sopra la cappella, ora del «Santissimo Sacramento», fece costruire un fabbricato di vari piani, le cui stanze furono messe a disposizione del Capitolo. Acquistò personalmente il calice d'oro, la patena, le ampolline ed il piattino donati dal cardinale Stuart alla cattedrale e messi in vendita dal card. Cesarmi per venerare la memoria dello Stuart da lui conosciuto, amato e stimato quando da ragazzo frequentava il seminario tuscolano. Alla sua morte ne fece dono alla cattedrale stabilendone l'uso per le sole feste solenni e proibendone assolutamente la vendita. Poi, nel 1894, con il permesso pontificio, questi oggetti così preziosi furono venduti per far fronte alle ingenti spese di decorazione della cattedrale. Dette nuovo impulso al seminario Tuscolano che fu, per lui, la sua famiglia: ne fu direttore e Padre. Alieno da ogni forma di fasto vestiva sempre il saio e manteneva gli usi dei Cappuccini. Ripristinò il Monte di Pietà e, per provvedere alla ristrutturazione dei locali, chiese al Papa l'aumento del tasso d'interesse dal 3 al 5%, cosa che gli venne concessa, ma per soli 5 anni. Allora, al fine di evitare spese, ospitò il «Monte di Pietà» nel palazzo Vescovile, in due stanzette e, poiché non esisteva fondo cassa, lo dotò di tasca sua di 2 mila scudi. Ogni anno, dal bilancio del «Monte» fece versare una dote di 10 scudi per due ragazze meritevoli, una per parrocchia. Una preoccupazione pastorale fu quella che la gioventù frascatana partecipasse ogni domenica alle lezioni di Dottrina Cristiana. Organizzò una società di studiosi che si interessavano del Tuscolo antico e nuovo e la chiamò «Accademia Tuscolana». Provvide ad una più congrua distribuzione delle prebende tra canonici e beneficiati. Nonostante la sua paziente opera di mediazione non riuscì a sanare la questione sul diritto di tumulazione fra i due parroci. Dopo la sua morte fu promossa l'opera del «Ricovero per le fanciulle orfane e abbandonate». Il Moroni scrive che fu amorevole con la famiglia che beneficò con preziosi vitalizi, destinando la parte più cospicua dell'eredità al conservatorio di Frascati e ad altri Pii Istituti. Era di aspetto solenne, con una bella barba. Praticamente visse o nel Seminario Tuscolano o presso i Cappuccini a Roma. Morì il 24 maggio 1847 all'età di 72 anni. Quando morì era decano e vescovo di Velletri fin dal 1844. Fece una visita pastorale nella diocesi. La relazione è in data novembre 1843. Da essa si ricava che i confini della diocesi sono; da est a sud con Preneste, Segni, Velletri e Albano; da sud ad ovest con Roma; da ovest a nord con Roma e Tivoli. In ogni città stabilì che ci fossero i ludi magistri per i ragazzi e, per le fanciulle, le maestre pie, che dovevano abitare in pii istituti, vestire di nero ed essere scelte dal vescovo. Nel seminario, ampliato e dotato di biblioteca, c'erano 14 alunni e 57 convittori. Le agostiniane erano 27, i Cappuccini 21, i francescani osservanti 20, gli Scolopi, che insegnano ai fanciulli erano 5, i Teatini 1. L'ospedale, fino al 1816, era amministrato dalla confraternita del Gonfalone, poi, fu amministrato dal municipio. Il cardinale, come già detto prima, lo amplierà e migliorerà. Per gli altri paesi nulla di nuovo. Ha ritenuto di non convocare un sinodo. Loda parroci e clero per il lavoro che svolgono. Loda anche il popolo che non gli procura preoccupazioni se non in rare e piccole eccezioni.

Torna all'inizio

Mario Mattei (1844-54)

Nacque a Pergola (PZ) nel settembre del 1792. Delle sue origini non si hanno notizie, come non se ne hanno della sua carriera. Fu creato cardinal vescovo della Diocesi suburbicaria di Frascati nel 1844, da Gregorio XVI (1831-46). Poche anche le tracce che ha lasciato della sua attività di Pastore. Si può desumere però che operò molto e bene, se la popolazione di Frascati, quando egli, nel 1854, optò per la chiesa di Porto e Santa Rufina, rivolse un istanza al Papa perché il Mattei fosse nominato «Protettore della città di Frascati». Ed egli dovette amare questa terra, se intervenne a mediare varie volte a favore della città. Durante il suo vescovato riorganizzò il Monte di Pietà, con atto ufficiale e legale, riaprendolo e riservando al cardinal vescovo la piena autorità e giurisdizione. Nell'ottobre del 1857 egli, invitato dal Gonfaloniere Vincenzo del Grande, intervenne presso il suo successore nella cura della sede tuscolana, il card. Cagiano, perché riaprisse al culto la cattedrale di Frascati, che era stata chiusa perché in stato di abbandono. La sua opera mediatrice dette ottimi risultati. Riuscì a mettere d'accordo vescovo e comune con il benestare del Papa. Il Mattei intervenne una seconda volta su richiesta dello stesso Cagiano per condurre a più miti consigli il grande contestatore Vincenzo del Grande, affinchè ritirasse la diffida contro il Capitolo tuscolano, inoltrata per «l'apparatura», a suo parere indecente e disdicente, della cattedrale. Fece una visita pastorale, la cui relazione porta la data dell'ottobre 1852. In essa rileva che la città più importante è Frascati. Ci sono due Monti: Porzio e Compatri, due Rocche: Priora e Papa, altre due città, Colonna e Grottaferrata con le zone rurali di Pantano, Castiglione, Lunghezza, Lunghezzina, Terranova e Molara. Dichiara che in tutte le parrocchie è presente la confraternita del S.mo Sacramento; che non ci sono collegi, ma i sacerdoti si danno da fare per sostituire i maestri per i fanciulli. In quasi tutte le città ci sono le Maestre Pie che accolgono le fanciulle nelle loro case, le vestono con abiti neri e le istruiscono. Chiarisce che le Sorelle della Carità di S. Vincenzo de' Paoli si riuniscono nella chiesa di S. Gregorio Magno; che la chiesa della Madonna della Neve è vicino alla porta che conduce al suburbio; che la chiesa di S. Maria della Sciadonna è curata dalla famiglia De Santis. L'Oratorio di S. Lorenzo, presso la porta Romana, è il luogo di riunione della confraternita del S.mo Sacramento. Il seminario conta 21 alunni e 11 convittori. Enumera i conventi: le agostiniane vivono in clausura e sono 30, i Camaldolesi 12, i Cappuccini 20, i Passionisti 13, i Carmelitani Scalzi 5, i Francescani osservanti 28, gli Scolopi, che educano i fanciulli, sono 6. L'ospedale, restaurato ed ampliato, è sotto la costante vigilanza del vescovo. Circa il cimitero, si è pensato di farne uno nuovo. I sussidi dotali sono: Loquenzi 20 scudi, quelli istituiti dalle confraternite ed uno del principe Auria. Riguardo alle altre parrocchie vicine rileva che a Rocca Priora è stato eretto, a cura del medico Gioacchino Brunetti, un ospedale retto dalle sorelle della Carità; che a Rocca di Papa, nel 1845, il 29 settembre, consacrò la chiesa parrocchiale che era stata restaurata, e che l'ospedale è stato abbandonato; che a Grottaferrata il cimitero, in pessimo stato, deve essere trasferito più lontano. Asserisce che i parroci, oltre a risiedere sul posto, fanno scrupolosamente il proprio dovere ed il popolo osserva i sacramenti e si dedica alle opere di pietà. Morì a Roma il 7 ottobre 1870.

Torna all'inizio

Antonio Maria Cagiano de Azevedo (1854-67)

Nacque il 14 dicembre 1797 a Santopadre (FR), figlio di Ottavio. Benché il suo cognome lo indicasse spagnolo di origine, egli era italiano. Da giovane studiò sotto il celebre abate Clary, e completò i suoi studi all'Accademia dei nobili ecclesiastici. Fu un sacerdote molto pio, stimato ed amato da Gregorio XVI (1831-46). Fin da giovanissimo ebbe cariche di fiducia e di grande importanza. Nel 1832 fu nominato governatore di Spoleto, benché avesse solo 35 anni. L'anno successivo divenne Preside della provincia di Perugia, ove strinse amicizia con il Re di Baviera. Nel 1836 fu prolegato pontificio a Ferrara. Ovunque si accattivò affetto, simpatia e stima, tanto che in segno di riconoscenza gli fu concessa la nobiltà di Todi, Ferrara e Foligno. Quest'ultima nobiltà fu estesa a tutta la famiglia, tanto che il suo stemma fu riprodotto tra quelli delle famiglie nobili folignati, sulla volta del palazzo Brinci e, precisamente, sulla porta presso la seconda finestra. Il 22 gennaio 1844 fu eletto cardinale e nominato vescovo di Sinigaglia, ove restò fino al 1848, quando ne fu cacciato in seguito alla rivoluzione. Seguì il Papa a Gaeta. Ebbe il titolo di S. Croce in Gerusalemme. Fu prefetto della S. Congregazione del Concilio, Penitenziere Maggiore, Protettore dell'ordine francescano. Promosse lo studio del catechismo. Nel 1854 fu nominato vescovo tuscolano e per ben 13 anni resse la diocesi suburbicaria. Non appena arrivò a Frascati, constatando lo stato di abbandono e di squallore della cattedrale, indirizzò all'amministrazione una lettera di protesta. In essa si legge: «Il card. Cagiano, venuto nella sede suburbicaria di Frascati, trovò l'interno della cattedrale in uno stato veramente indecente e ne sentiva lo stupore, l'incredulità, non solo dei cittadini, ma anche dei forestieri». Che i restauri fossero necessari e non una invenzione del cardinale, lo si può rilevare dal registro degli Atti Capitolari che, alla data del 21-6-1854, ossia un mese prima che l'Azevedo fosse nominato vescovo di Frascati, parla di una lettera inviata al Comune di Frascati per richiedere riparazioni alla cattedrale e nelle stanze sopra la cappella dell'Addolorata. Il cardinale capì anche che qualunque riparazione comportava un restauro sia dei muri che delle volte. La manutenzione spettava al Comune, in quanto proprio il Comune l'aveva fatta edificare. Comprese, però, la grave situazione deficitaria in cui il Comune versava a causa di molte opere pubbliche in corso: fondi stradali, nuovo cimitero, palazzo comunale, per dire solo i più grossi. Allora ricorse alla raccolta di offerte volontarie. Raccolse scudi 320 dalla Università dei Boattieri, scudi 180 da vari genovesi e, con decreto pontificio, fece devolvere scudi 500, già destinati al Comune per opere pie: il tutto fu destinato per il restauro della cattedrale. A questo punto sorse il dissidio tra il cardinale e il gonfaloniere circa il modo di intendere il «diritto di patronato». Del Grande lo intendeva come diritto di proprietà, il cardinale come dovere di protezione ed obblighi vari. Il Cagiano aveva formato una commissione mista di sacerdoti e cittadini, la quale si era messa al lavoro ed aveva non solo stabilito, ma già affidato i lavori di sistemazione della cappella dell'Addolorata, ora del S.mo Sacramento, e nello stesso tempo aveva fatto pressione, affinchè il Comune desse il via per il restauro del resto della chiesa. Il gonfaloniere, il sindaco di allora, non solo si rifiutò di intervenire alle riunioni della commissione, ma dichiarò di non voler mettere mano ai lavori di restauro. Al Cagiano, a questo punto, non restò altro che rivolgersi al Presidente della Congregazione del Buon Governo, che era il card. Roberti, e sottoporgli i lavori da farsi, nonché la richiesta di far aggiungere, da parte del Comune, la somma di scudi 2.000 ai 1.000 del cardinale, da pagarsi anche ratealmente. La risposta fu negativa, in quanto il Roberti rispose che solo il Papa poteva dare disposizione. Il Cagiano intuì una certa connivenza tra il gonfaloniere e il card. Roberti, e dopo aver confutato punto per punto le osservazioni negative del Roberti, terminò con il dire che come il gonfaloniere trovava i denari per le feste profane, o per la sistemazione delle sale della magistratura, era suo dovere trovare i denari anche per il decoro del tempio di Dio. Il card. Roberti si trovò stretto in una morsa e cercò di uscirne suggerendo al Cagiano di rivolgersi direttamente al Papa, il che fu fatto immediatamente e fu aggiunto anche che si sottostava a qualunque perizia che il Papa richiedesse. Il Papa chiese perizia e parere al dicastero competente e avutoli, constatando la veridicità dei fatti sottoposti dal Cagiano, autorizzò l'esecuzione dei lavori. Era difficile sia per il gonfaloniere che per il card. Roberti, inghiottire questo rospo, per cui fecero orecchie da mercante e il perito, che doveva eseguire il preventivo, non arrivò mai. La contromossa del card. Cagiano fu quella di chiudere la cattedrale. A questo punto il card. Roberti si vide perso e ricorse al card. Mattei, predecessore del Cagiano, che si trovava a villeggiare a Grottaferrata, per farlo intervenire presso il Cagiano e fargli riaprire la cattedrale. La questione si appianò anche perché lo stesso Papa intervenne e la cattedrale fu riaperta per le celebrazioni della Pasqua del 1857 e poi richiusa per lavori fino al maggio 1858. Le spese, come era da prevedere, superarono il preventivo, tanto che il Del Grande minacciò di far eseguire, dopo le riparazioni murarie, solo una semplice imbiancatura, anziché la decoratura prevista. Il Cagiano per evitare altre discussioni, con relative perdite di tempo, aprì una nuova sottoscrizione che fruttò la somma di scudi 300 che furono versati al Del Grande al fine di non fare eseguire una «gretta» imbiancatura. Il Comune però doveva accollarsi la spesa della ripulitura e doratura del trono pontificale. Il 14 maggio 1858 il cardinale vescovo, ricevette nella chiesa del Gesù, S.S. Pio IX (1846-78), che era venuto a Frascati per osservare di persona la carrozza a vapore della ferrovia Roma-Frascati. Dal 24 al 26 maggio 1858, nella cattedrale, riportata a dignità e decoro, fu tenuto il sinodo diocesano, che non si celebrava dal 1776. Furono invitati come «testi speciali» il governatore di Frascati, il gonfaloniere Del Grande, gli assessori Giacomo De Nicola e Vincenzo Volpi, che, con il notaio Michele Gianmarioli, sottoscrissero l'atto finale. Subito dopo si verificò un fatto inconcepibile. Il gonfaloniere, dopo aver assistito al Sinodo, dopo aver firmato l'atto finale, all'ottavo giorno si ricorda che gli addobbi all'interno della cattedrale avrebbero potuto danneggiare la recente imbiancatura e diffida il capitolo a non farlo più, pena azione legale. Il tono era proprio quello del padrone di casa. Il Cagiano, per evitare dannose e spiacevoli conseguenze e far cessare questa pressante ingerenza, si rivolse al Mattei perché persuadesse il Del Grande a smetterla e a ritirare l'atto. Anche questa volta il Mattei riuscì a comporre la lite ed il Cagiano potè rassicurare il capitolo che il Del Grande aveva consegnato l'atto al Mattei, e che questo lo aveva stracciato. Il 25 aprile 1863 il card. Cagiano partecipò alla processione di trasferimento del quadro di Maria Santissima di Capocroce, dalla sua chiesa alla cattedrale, insieme con i cardinali Altieri e Pentini. Il corpo degli zuavi, con in testa il colonnello e gli ufficiali, chiudeva il corteo. Il 2 maggio celebrò il pontificale in cattedrale. Da questi festeggiamenti si ebbe un attivo di 120 scudi, che il cardinale propose al Papa di utilizzare per la costruzione del nuovo campanile della chiesa di Capocroce. La proposta fu accettata. Operò tre visite pastorali. I risultati, dalle relazioni del 1858-1861-1864 furono più che soddisfacenti. Tra alunni e convittori in seminario erano in 500. Fece rifare il pavimento della Chiesa del Gesù. Morì a Roma il 13 gennaio 1867. Fu sepolto a Roma in S. Croce in Gerusalemme.

Torna all'inizio

Nicola Parracciani Clarelli (1867-72)

Forse sarebbe meglio chiamarlo Nicola Garelli-Paracciani. Nacque a Rieti. Fu creato cardinale dal titolo di S. Pietro in Vincoli il 22-2-1863. Morì a Vico Equense il 7 luglio 1872. Altro di lui non si è riuscito a sapere, anche dal Vicariato di Rieti.

Torna all'inizio

Filippo Guidi (1872-79)

Nacque ad Argenta (FE) il 18 luglio 1815. Degli anni della sua giovinezza e dei suoi studi non si sa niente. L'Opera dell'Oldoino era già finita da vario tempo e così quella del Guarnacci, mentre quella del Moroni termina con il 1850. L'Enciclopedia Cattolica è avara di notizie. È difficile quindi attingere notizie, oltre quelle che si possono recuperare localmente. Forse la ragione principale va ricercata nel fatto che verso il 1870 termina il potere temporale del Papa e quindi l'interesse per i principi della Chiesa diminuisce enormemente. Fin da giovane il Guidi entrò nell'ordine dei Predicatori. Sotto Pio IX (1846-78) fu nominato cardinale vescovo di Frascati, nel 1872. Partecipò, il 28-4-1877, in forma solenne, alla processione per il quinto cinquantenario dell'apparizione di Maria Ss.ma di Capocroce con tutto il clero secolare e regolare, con i seminaristi e tutto il popolo. Il 1° maggio 1877, ricorrendo la festa dei Patroni, S. Filippo e Giacomo, celebrò la messa pontificale. Dopo l'Omelia impartì la solenne benedizione papale, ottenuta «de speciali gratia» del Papa, proprio per l'occasione. Da tener presente che questo 250° anniversario dell'apparizione si solennizzava in un clima non favorevole. Il Papa, Pio IX, era già da sette anni in esilio volontario al Vaticano e in Italia le sètte e le cosche antireligiose e massoniche dominavano, osteggiando qualsiasi forma di manifestazione religiosa. Ora, una processione con una grandissima partecipazione di fedeli, e non solo Tuscolani, le celebrazioni di Sante Messe per tutto l'ottavario con una partecipazione alla S.ma Eucarestia di circa 20.000 (alcuni dicono 30.000) fedeli, può ben rispecchiare cosa volesse significare, per tutta la Diocesi Tuscolana, Maria Ss.ma di Capocroce. Tutto si svolse nell'ordine e raccoglimento più perfetto. Alla fine delle celebrazioni fu murata, nella sacrestia della chiesa di Capocroce, un'epigrafe, che oltre a ricordare questo anniversario, asseriva anche che i partecipanti alla Comunione furono 30.000 fedeli. Il cardinal Guidi morì a Roma il 27 febbraio 1879.

Torna all'inizio

Giovanni Pitra (1879-84)

Nacque il 1° agosto 1812 a Champforgeuil. Studiò dai Benedettini. In un primo tempo fu professore al seminario di Autun, poi entrò nel monastero di Solesmes. Grande erudito. Venne nominato priore di Saint-Germain di Parigi nel 1843, vi compilò sia l'elenco che i testi e vi scelse anche le edizioni dei Padri greci e latini per le due Patrologie del Migne. Viaggiò dal 1845 al 1850 per cercare di porre un rimedio al disastro finanziario di Solesmes. Nel 1858 è chiamato a Roma. È nominato Bibliotecario di S. Romana Chiesa. Scrisse vari volumi sulla Patristica, sul diritto canonico bizantino e sulla poesia ecclesiastica greca. Dal 1859 al 1860 viaggiò, per incarichi, in Russia e in Austria. Nel 1861 fu creato cardinale e nel 1879, cardinale vescovo di Frascati. Preso possesso della sede suburbicaria, trovò che la proprietà Accoramboni era passata nelle mani delle suore francesi di S. Carlo di Nancy e immediatamente sollecitò il sindaco di allora, Giovan Battista Ianari (1879-84) ad istituire presso il casamento delle suore, un ospedale femminile, che sostituisse quello della sala Vittori, sito nei pressi dell'Ospedale S. Sebastiano Martire, costituito con l'eredità Vittori. Fece fare al vicario generale Alberto Battandieri una visita pastorale per la diocesi e dalla relativa relazione, stesa in data marzo 1884, si viene a conoscere che nel territorio ci sono 20.600 abitanti con 48 sacerdoti. Gli ordini religiosi erano le agostiniane o monache di clausura, i Calasanziani, ai quali sono affidate le scuole pubbliche, i Camaldolesi all'eremo, i Fatebenefratelli, che curano l'ospedale, i francescani osservanti, i Francescani riformati o Cappuccini, i Gesuiti al collegio Mondragone che ha più di 100 alunni provenienti da tutta Italia, le suore del Sacro Cuore, i Teatini, le Figlie della Carità, che accolgono e curano le orfanelle, le Sorelle di S. Carlo con l'ospedale femminile, le Maestre Pie che hanno scuole in tutta la diocesi, i Passionisti, i Trinitari, le Pie Sorelle della Presentazione con scuole femminili, i Pallottini, i Carmelitani Scalzi a S. Silvestro. Frascati contava 7.500 abitanti con 27 sacerdoti. Il seminario contava 15 interni e 40 esterni. Rocca di Papa aveva 3.500 abitanti e 4 sacerdoti; Rocca Priora 2.000 abitanti e 3 sacerdoti; Montecompatri 4.000 abitanti e 8 sacerdoti; Monteporzio Catone 1.500 abitanti e 3 sacerdoti; Colonna 800 abitanti e 1 sacerdote. Grottaferrata 1.300 abitanti e 2 sacerdoti. Pubblicò alcuni volumi anche quando era già vescovo tuscolano. Quando morì era vescovo di Porto e S. Rufina. Morì a Roma il 9 febbraio 1889.

Torna all'inizio

Edoardo Howard de Norfolk (1884-92)

Nacque a Brigthon il 16 settembre 1829. Appartenente alla nobile famiglia dei duchi di Norfolk. Poco o nulla si sa di questo cardinale. Anche l'Enciclopedia Cattolica è avara di notizie. Fu fatto vescovo tuscolano da Leone XIII (1878-1903). Fece una prima visita pastorale, come risulta dalla relazione datata novembre 1886. In essa si legge che nella diocesi ci sono 11 tra conventi e monasteri e 20 confraternite con reddito proprio. Nella cattedrale di Frascati urgono restauri. Il seminario ha 35 alunni. Anche la chiesa di Rocca Priora ha necessità di restauri. Alla fine il cardinale dichiara di aver predicato al popolo e amministrato ovunque le cresime; che il clero scrupolosamente attende agli uffici spirituali e i parroci obbediscono all'obbligo della residenza; che il popolo è molto legato alla religione, ma non mancano gli scandali. Il cardinale dovette ammalarsi seriamente o quanto meno non fu, poi, in buona salute, se la visita pastorale successiva, con relazione in data novembre 1888, fu fatta dal card. La Valletta. La relazione è breve e il La Valletta si limita a dire che si è recato più volte a Frascati, che ha amministrato le cresime, ha predicato al popolo e che non potendo visitare tutti i luoghi, si è fatto sostituire dal vicario generale Pencilli, che gli ha comunicato che in ottobre è morto il canonico teologo della cattedrale. A Rocca di Papa è stata aperta una casa d'istruzione per fanciulle e fanciulli affidati alla carità. I seminaristi sono in numero di 33 e le scuole elementari, un tempo degli Scolopi, sono state affidate dal Comune ai laici. Anche la visita pastorale, di cui parla la relazione del 1891, fatta da Luigi Canestrari, amministratore apostolico in sostituzione del card. Howard, malato, riferisce poche cose. Serve più alla storia delle chiese, oratori, confraternite della diocesi, ma poco riferisce dell'azione pastorale del cardinale. «Per quanto riguarda i fedeli, considerati i tempi che corrono, il popolo è generalmente religioso e saldo nella fede. Pochi sono i matrimoni civili, pochissimi i casi di concubinato. Ci sono tentativi, anche attraverso la stampa, di allontanare il popolo dalla fede, di impedire i battesimi ai bambini, gli ultimi soccorsi morali ai moribondi. La Massoneria è sempre in agguato». Così chiudeva la relazione. Dalla stessa relazione si apprende che i volumi della Biblioteca lasciata dal duca di York ammontano a 10.000, che il collegio di Mondragone accoglie 400 alunni; che le figlie del Sacro Cuore eseguono due volte l'anno gli esercizi spirituali per fanciulle; che le figlie della Carità dirigono l'orfanotrofio Micara con 30 orfani e l'asilo infantile con 300 bambini dai 3 ai 6 anni; che l'opera di S. Filippo Neri, fondata dal canonico Graziani, impartisce l'educazione religiosa ai fanciulli. Il municipio ha dato ad una congregazione di carità il Monte di Pietà, eretto nel 1844 dal card. Micara. Rocca di Papa ha 3.500 ab., nel 1889 il principe Colonna ha fatto costruire un osservatorio e i Passionisti, chiusa la chiesa hanno sloggiato per altri luoghi. I Pii istituti sono quello delle Figlie della Carità, delle Maestre Pie Filippini, l'orfanotrofio delle sorelle della Compassione, l'asilo infantile, la pia unione Figlie di Maria, le suore della Carità che assistono gli infermi a domicilio. Rocca Priora ha 2.000 ab. Esistono gli istituti pii delle Maestre Pie, della Società Cattolica Operaia, di S. Vincenzo de' Paoli. Montecompatri ha 4.000 ab. ed ha il Pio istituto delle figlie di Maria. Monteporzio ha 1.800 ab. con i Pii istituti delle suore della Croce di S. Andrea con scuola per fanciulle, il Collegio Inglese, la Società Cattolica Operaia. Colonna ha 800 ab. Le Maestre Pie Filippini che erano rimaste sono state costrette a partire per mancanza di mezzi. Grottaferrata ha 1.800 ab. con la Pia unione Figlie di Maria, la Società Cattolica Operaia.

Torna all'inizio

Tommaso Maria Zigliara (1893-93)

Nacque a Bonifacio (Corsica) il 29 ottobre 1833. Il Biasotti-Tomassetti ignorano questo cardinale. Uomo virtuoso, dotto e modesto. Studiò a Perugia, dove fu anche ordinato sacerdote nel 1857. Fu professore di filosofia e teologia a Roma, alla Minerva, dove fu pure reggente degli studi «Collegium S. Thomae». Nel 1879 fu creato cardinale da Leone XIII (1878-1903) e nel 1893 egli optò per la sede suburbicaria di Frascati, che mai raggiunse in quanto morì prima di ricevere la consacrazione episcopale. Forse per questa ragione Biasotti-Tomassetti lo omettono. Noto e stimato in tutto il mondo cattolico, fu tenuto in particolare considerazione da Leone XIII, che di lui si servì per la stesura di diverse encicliche. Lo Zigliara si distingueva per l'eccellenza e l'armonia delle sue doti intellettuali e morali, tanto che fu caro agli amici e non inviso agli avversari. Fu autore di opere pregiate. Di lui nella cattedrale resta una preziosa mitria. Morì a Roma il 10 maggio 1893.

Torna all'inizio

Serafino Vannutelli (1893-1904)

L'archivio della cattedrale riporta le date 1893-1903. Nacque a Gennazzano (Roma) il 26 novembre 1834. Fu ordinato sacerdote nel 1860. Fu insegnante di diritto canonico e civile all'Apollinare e di teologia dogmatica al Seminario Vaticano. Nel 1864 partì per il Messico e fu testimone di tutti gli avvenimenti che originarono la caduta di quell'impero e fece ritorno a Roma solo dopo la fucilazione di Massimiliano d'Austria nel 1867. Successivamente fu inviato come Uditore a Monaco di Baviera. Nel 1869 fu eletto vescovo titolare di Nicea e delegato apostolico nel Perù, nell'Equador, a Nuova Granada, nel Venezuela, in Costarica, nel Salvador e nell'Honduras. Nel 1875 fu trasferito nel Belgio e là dovette fronteggiare le pretese laicistiche del governo liberale presieduto da Frère Orban, che culminarono, nel 1879, con l'approvazione della legge presentata dal ministro della Pubblica Istruzione Van Humbeech, per l'abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole. Il nunzio dimostrò tutto il suo coraggio e la sua fermezza nella lotta che condusse. L'approvazione della legge suscitò aspre contese e determinò la rottura delle relazioni diplomatiche e il conseguente richiamo del nunzio a Roma. Passò, poi, a Vienna nel 1880 e continuò la preziosa opera del card. Iacobini per il riavvicinamento della Germania alla Santa Sede. Nel 1887 fu creato cardinale da Leone XIII (1878-1903) ed ebbe le cariche di Segretario di Memoriali nel 1891, di Prefetto della Congregazione dell'Infanzia nel 1893 e dei vescovi Regolari nel 1896. Fu eletto vescovo di Bologna nel 1893, ma optò subito per la sede di Frascati, divenuta nel frattempo vacante. Fu il Vannutelli che accettò nel seminario tuscolano un giovane monteporziano, molto pio, silenzioso e devoto, rivelatosi il futuro mons. Giuseppe Picco, amato, stimato e benvoluto da tutti i diocesani. Questi fece gli studi ginnasiali come avveniva allora, al collegio di Mondragone, poi a Villa Sora, ma il corso di filosofia lo frequentò, come accadeva a quei tempi, presso il convento di S. Bonaventura. Il Vannutelli, nel 1903, optò per la sede di Porto e S. Rufina. Nel 1913, divenuto Decano del Sacro Collegio, passò alla sede di Ostia. Morì a Roma il 19 agosto 1915.

Torna all'inizio

Francesco Satolli (1904-10)

L'archivio della cattedrale riporta le date 1903-10. Nacque a Marsciano (PG) il 21 luglio 1839. Studiò nel seminario di Perugia. Conseguì la laurea in filosofia ed ebbe la nomina a priore parroco di Marsciano. Nel 1880 Leone XIII (1818-1903) lo chiamò a Roma come professore di teologia dogmatica al seminario Romano e al collegio Urbano di Propaganda Fide. Fu uno dei collaboratori del Papa nella restaurazione del «Tomismo», nelle scuole cattoliche. Fu presidente dell'accademia dei Nobili Ecclesiastici, ove insegnava nel 1886. Nel 1888 fu eletto arcivescovo titolare di Lepanto e, nel 1892, fu inviato all'inaugurazione dell'Esposizione mondiale di Cicago in occasione del centenario colombiano. Nello stesso anno fu nominato primo delegato apostolico negli Stati Uniti d'America. Tenne apprezzate lezioni all'università Cattolica, attese alla risoluzione di importanti problemi e dette incremento al movimento cattolico. Nel 1895 fu nominato cardinale e, nel 1896, arciprete della Basilica Lateranense. Nel 1897 divenne prefetto della congregazione degli studi. Ebbe una parte preminente nel conclave del 1903, in cui venne eletto Papa Sarto col nome di Pio X (1903-14). I suoi trattati sul tomismo servirono per circa due decenni a diffondere il pensiero di s. Tommaso in vari ambienti ecclesiastici. Nel 1904 passò alla diocesi tuscolana e partecipò alle celebrazioni per il primo centenario del miracolo del movimento degli occhi dell'immagine della Madonna di Capocroce, avvenuto il 10 luglio 1796. Una imponente e solenne processione prese l'avvio dalla chiesa di Capocroce e il quadro della Vergine fu trasportato nella cattedrale tra una folla plaudente. Il 19 settembre il Satolli impartì la cresima e la comunione a 300 bambini. Poiché, a causa di leggi demaniali, furono espulse le suore Agostiniane, che custodivano il convento e la chiesa di S. Flavia Domitilla, il card. Satolli, prima che si iniziasse ad abbattere tutto il complesso dette ordine di smontare e trasportare nella chiesa cattedrale non solo gli arredi sacri, le reliquie, le lapidi, ma anche tutti i quadri, alcuni dei quali di valore, che ornavano gli altari. Tra questi quello del Cappuccino Giuseppe da Parma, raffigurante la Vergine col Bambino e quello di Antonino Accordi, datato 1726, raffigurante s. Nicola da Tolentino e santa Chiara da Montefalco. Fece ottenere al seminarista Giuseppe Picco, da una sua benefattrice di Washington, Sig.ra Mc Caddis, una borsa di studio per potergli far continuare il corso di studi di filosofia e teologia presso il collegio Capranica di Roma. Durante la campagna elettorale per il rinnovo dei deputati, andava in voga un sonetto riferito ad un noto e accanito liberale di Frascati, che, per ottenere voti, si recò perfino a baciare la mano al buon Satolli.

Morì a Roma l'8 gennaio 1910.

Torna all'inizio

Francesco Paolo Cassetta (1911-19)

Nacque a Roma il 12 agosto 1841. L'Enciclopedia Cattolica lo chiama Francesco di Paola Cassetta. Compiuti gli studi nelle scuole del Seminario romano, si laureò in teologia e in giurisprudenza. Fu ordinato sacerdote il 10-6-1865. Suo desiderio era quello di partire per le missioni, ma per obbedienza restò a Roma, ove si dedicò all'educazione religiosa dei giovani in qualità di presidente delle scuole serali di religione. Fu eletto vescovo di Annata nel 1884 e, l'anno successivo, presidente dell'Accademia Pontificia dell'Immacolata Concezione. Nel 1887 fu promosso arcivescovo di Nicodemia. Fu elemosiniere segreto di Leone XIII (1878-1903). Nel 1895 divenne patriarca titolare di Antiochia. Preziosissimo collaboratore del card. Parocchi nel governo ecclesiastico della città. Nel 1899 conferì l'ordinazione sacerdotale ad Eugenio Pacelli. Leone XIII lo creò cardinale dell'ordine di s. Crisogono. Nel 1899 divenne vescovo di Sabina, ove visitò due volte la diocesi. Fu Prefetto della Congregazione del Concilio e degli studi, nonché bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Il 28 gennaio 1911 il card. Cassetta faceva il suo solenne ingresso nella diocesi di Frascati. Era molto facoltoso ed anche molto generoso. Quando si trattò di dare un successore al buon Satolli tanto il clero che il popolo tuscolano si rivolsero a Pio X (1903-14), pregandolo di volersi degnare di nominare cardinale vescovo di Frascati il card. Cassetta. A questa richiesta il Papa, con la sua proverbiale bontà, in chiave umoristica chiese: -Ma voi volete il card. Cassetta e la cassetta del cardinale?-. La risposta fu immediata e schietta: - Tutte e due, Santità!- Pio X li accontentò. Una delle prime azioni, giunto in diocesi, fu quella di risolvere la questione dell'affidamento ai Salesiani del santuario di Capocroce, cosa richiesta e dal popolo e dal clero. A quel tempo il santuario era affidato alle cure di un giovane sacerdote di Rocca di Papa, don Silvio De Angelis, che in seguito diventerà arciprete-parroco della Cattedrale e, con il card. Cagliero, vicario generale. In questo santuario le funzioni venivano celebrate solo la domenica e le feste principali, in quanto, poca era la gente che dimorava nei paraggi. Con l'arrivo dei Salesiani venne aperto un oratorio maschile: per ringraziare il Papa di queste concessioni, il cardinale e i Salesiani, intitolarono l'Oratorio al papa Pio X, nome che è restato fino ai giorni d'oggi. Il Cassetta fece costruire, a sue spese, annesso alla casa parrocchiale, il teatro che i Salesiani intitolarono a lui. Il teatro, allora, era situato nello stesso luogo ove oggi è la «Casa del clero». Nel 1913, ricorrendo il III Centenario della dedicazione del tempio a «Maria Ss.ma di Capocroce», il Cassetta assunse la presidenza del comitato d'onore, e non a titolo onorifico, come si usa ora; al suo fianco, come vice ci fu il principe Giuseppe Aldobrandini. Egli puntò tutto sulla riuscita dei festeggiamenti, ridimensionando l'annuale festa di aprile in onore della Madonna di Capocroce, sollecitando la raccolta dei fondi, pubblicandone le oblazioni su cartelloni affissi nei punti più in vista della città. I festeggiamenti durarono per tutto il mese di settembre. Donò a tutti i reduci della Libia una medaglia della Ss.ma Vergine di Capocroce, coniate per l'occasione. Fece, a piedi e sotto il sole, il percorso della processione sia all'andata che al ritorno, solo perché riteneva suo dovere dare il buon esempio. Il 14 settembre, nella cattedrale, celebrò un solenne pontificale. In cattedrale fece dare «alloggio» al quadro di s. Francesco di Sales, suo protettore, sopra la sacrestia e anche quelli di s. Chiara da Montefeltro e di s. Nicola da Tolentino, all'ingresso della cappella dell'Addolorata, oggi del Crocefisso. Attualmente i due quadri si trovano nella cappella del Gonfalone. Donò alla cattedrale tre quadri ad olio di cui due rappresentano i pontefici Pio X e Benedetto XV (1914-22), il terzo è il suo ritratto. Regalò anche un'ottima edizione del Pontificato Romano in diversi volumi, formato mezzo foglio, stupendamente rilegati in marocchino rosso con titoli e stemmi dorati impressi a fuoco. Durante il suo cardinalato si verificò una protesta dei cittadini di Montecompatri che impedirono al loro nuovo parroco, nominato dal Cassetta, il bravo e buon sacerdote di Monteporzio don Giuseppe Picco, di presentarsi al popolo e predicare dall'altare. Essi lo ricusavano e chiedevano che la parrocchia fosse retta dai Giuseppini, come era stata curata e retta fino allora. Il povero don Picco fu colpito da tale shock che non gli fu, mai più, possibile di predicare in chiesa. Il Cassetta morì a Roma il 23 novembre 1919. Fu generoso ed ardente propulsore di tutte le più moderne forme di azione cattolica, avendo per emblema della sua operosa esistenza la più soffusa carità. Il suo ricco patrimonio familiare fu da lui lasciato con testamentaria disposizione alla Congregazione di Propaganda Fide per le missioni povere.

Torna all'inizio

Giulio Boschi (1919-20)

Nacque a Perugia il 2 marzo 1838. Fu eletto vescovo di Todi il 1-6-1888 sotto il papato di Leone XIII (1878-1903). Il 29-11-1895 gli fu assegnata la sede di Sinigallia. Alcuni anni dopo ottenne quella di Ferrara. Pio X (1903-14) lo creò cardinale. Sotto Benedetto XV (1914-22) gli fu affidata la diocesi suburbicaria di Frascati. In questa sede visse pochi mesi, ma durante il suo cardinalato l'episcopio, dopo molti anni, tornò ad essere la dimora stabile del cardinale vescovo della diocesi. Fu un pastore di esemplare semplicità evangelica, di una bontà paterna verso tutti, specialmente verso gli umili e gli infermi. Ogni sacerdote che a lui si rivolse, trovò sempre ascolto, consiglio e conforto. Poiché riteneva, giustamente, che tra il vescovo e i sacerdoti non ci doveva essere un'anticamera per espressa sua disposizione il postulante veniva subito ammesso all'ascolto. Fece dono alla cattedrale di una croce astile dorata, finemente lavorata, e di un suo quadro ad olio, per l'aula capitolare. Vicino alla cappella di S. Isidoro esiste un'iscrizione commemorativa fatta fare da un suo amico, il marchese Antonio de Paria. Morì in Roma il 15 maggio 1920.

Torna all'inizio

Giovanni Cagliero (1920-26)

Nacque a Castelnuovo l'11 gennaio 1838. Nel 1850, nel suo paese natio, incontrò, a Natale, don Bosco. Volle seguirlo nelle opere d'apostolato. Nel 1851 entrò nell'oratorio di Torino e progredì rapidamente negli studi. Fu un appassionato studioso di musica, tanto che ci restano alcune operette come lo Spazzacamino, l'Esule, il Marinaio, che fino a qualche anno fa venivano ancora eseguite nei teatri Salesiani. Nel 1862, fu ordinato sacerdote e svolse il suo ministero a fianco di don Bosco. Nel 1875, da Genova con il primo drappello salesiano, partì missionario in Argentina, ove lavorò a Buenos Aires, nel popolare quartiere «Boca», tra gli emigrati italiani. Nel 1879 i Salesiani, tra i quali il Cagliero, penetrarono nella Patagonia. Operò così santamente tra gli Indios che ancora oggi è ricordato come «l'apostolo e il civilizzatore», di quella terra. Il famoso cacico Manuel Namuncurà, detto «El rey de las Pampas», che con tutta la famiglia si convertì al cattolicesimo, gli affidò il suo figliolo CEFERINO. Fu tanto fruttuoso il suo lavoro, che Leone XIII (1878-1903), nel 1884, al rientro in Italia, lo nominò primo vicario, con il titolo di vescovo di Mogiolo. Aveva portato con sé il figlio del Cacico che sistemò nel convitto di Villa Sora a Frascati. Questo giovane all'età di 19 anni, mentre si preparava al sacerdozio, morì e fu sepolto nella tomba dei salesiani nel cimitero di Frascati. Nel 1885 lasciò la direzione spirituale della Pia Società Salesiana e partì per nuova destinazione. Divenne l'apostolo sollecito di condurre anime a Cristo. Sotto il suo governo furono amministrati 47.000 battesimi di cui 15.000 ad indigeni. Nel 1904, Pio X (1903-14) lo nominò visitatore apostolico per Bobbio, Piacenza, Savona, Tortona, promuovendolo arcivescovo di Sebaste. Nel 1909, lo inviò come delegato apostolico a Costanza, Nicaragua e Honduras. Per la sua opera si accattivò le simpatie di quelle popolazioni e il compiacimento della Santa Sede. Benedetto XV (1914-22), nel 1915, lo creò cardinale con il titolo di S. Bernardo alle Terme. Fu così il primo cardinale Salesiano. Lavorò per la chiesa e promosse e prese parte a molte manifestazioni religiose in varie parti d'Italia. Nel 1920, resasi vacante la sede suburbicaria di Frascati, optò per questa. Promosse e organizzò nella diocesi l'azione cattolica, che si sviluppò a macchia d'olio specie tra i giovani. Riaprì il seminario tuscolano, anche se per pochi anni e per il solo ginnasio, che si frequentava allora a Villa Sora, affidandone la direzione a don Giuseppe Picco. Nel 1921 nominò mons. Silvio De Angelis, arciprete della cattedrale, e vicario generale della Diocesi. Nel 1923 celebrò, nella cattedrale, il 1° Congresso Eucaristico e fu nominato dal Papa suo legato. La riuscita del congresso fu stupenda e terminò con una imponente processione eucaristica, alla quale presero parte il clero diocesano, i religiosi, i vari circoli giovanili parrocchiali e gli esploratori di Capocroce. Ormai quasi ottantenne, nel 1924, indisse la visita pastorale ed evidentemente, dalle relazioni ottenute, ricavò quella penosa o profonda impressione circa le condizioni disagiate di parrocchie e sacerdoti, tanto che nell'ultimo anno della sua vita fu indotto a vendere parecchie proprietà ecclesiastiche per aiutare il seminario e i sacerdoti. Il 22 marzo 1925 guidò a Roma un folto pellegrinaggio diocesano in occasione dell'anno Santo. Il Papa, nel salutarlo disse:- Benedica il Signore e renda ognora feconda di meriti l'opera sua di bene in mezzo al suo gregge. Pur nella sua tarda età la conservi a voi sempre nel rigoglio di questa sua primavera di azione, di fervore e di pensiero. Noi spesso pensiamo a Frascati e diremo che, quando nelle quotidiane passeggiate in giardino, al nostro occhio, candida e bella, nella verdeggiante collina, si presenta la vostra Frascati, il nostro cuore non può fare a meno di inviarle una benedizione accompagnata dalla più santa comunione di spirito.- Durante l'ultimo periodo del suo cardinalato, data la tarda età, era quasi sempre a Roma. Ma non per questo scemava il suo amore pastorale per i suoi figli. Morì a Roma il 28 febbraio 1926, all'età di 88 anni.

Torna all'inizio

Michele Lega (1926-35)

Nacque a Brisighella - Faenza (RA), il 1° gennaio 1860. Laureato in filosofia e teologia, nel 1888 si laureò all'Apollinare anche in scienze giuridiche. In un primo tempo si dedicò all'insegnamento ove emerse la sua profonda preparazione di giurista; nel 1904 venne nominato Sottosegretario ed Uditore nella Sacra Congregazione del Concilio. Nel 1908, quale decano, fu chiamato a reggere il rinnovato Tribunale della Sacra Rota. Scrisse molte ed importanti opere giuridiche. Fu uno dei più notevoli compilatori di diritto canonico. Nel 1914 venne eletto cardinal diacono e nello stesso anno divenne Prefetto del supremo Tribunale della Signatura Apostolica. Nel 1920 passò a reggere la Santa Congregazione dei Sacramenti, alla cui organizzazione apportò importanti modifiche. Nominato vescovo, gli venne affidata la cura della diocesi suburbicaria di Frascati nel 1926. Svolse una intensa attività per la felice riuscita della Conciliazione della Santa Sede con lo stato italiano, nel 1929. Arrivato a Frascati, si trovò immediatamente impegnato nella celebrazione del IV centenario del miracolo della Madonna di Capocroce. Presiedette il comitato d'onore composto dal card. Laurenti di Monteporzio Catone, dal card. Galli di Frascati e dal nunzio apostolico in Belgio, S.E. mons. Clemente Micara di Frascati. Fu tale l'attaccamento che dimostrò verso la diocesi tuscolana, che molti in vita, ed anche dopo la morte, lo paragonarono al duca di York. In un primo tempo veniva in treno da Roma ogni sabato, poi ritenne più utile dimorare a Frascati. In tal modo presenziò a tutte le funzioni solenni in cattedrale e in tutte le chiese della diocesi. Il 6-1-1928, sul sagrato della chiesa dei frati, in occasione del centenario della 1° incoronazione, onorò il Santo Bambino e, nel 1929, celebrò il centenario della Madonna della Pietà a Rocca Priora. Dette il suo aiuto economico alle parrocchie, alle associazioni di Azione Cattolica, alle istituzioni religiose e cattoliche. Creò il «Bollettino della diocesi tuscolana» e lo mantenne finanziariamente. Fin dal suo primo apparire il cardinale esternò l'intenzione di riaprire il seminario tuscolano. Ed infatti lo fece, profondendo ingenti somme. Lo riaprì il 15 ottobre 1927 e mons. Biagio Budelacci venne nominato rettore. Da qui, dei ragazzi che vi entrarono come seminaristi nell'anno scolastico 1927-28, molti ne uscirono sacerdoti: Valerio Cascia, Luigi De Angelis, Tobia Dominicis, G. Battista Proia, Ermenegildo Botti, Angelo Favale, Giuseppe Buttarelli, Ruggero Sorgi, Pietro Ribis. Sotto lo sprone del cardinale Lega le associazioni di A.C., già vive ed operanti, ebbero nuovo impulso, tanto da riuscire prime in Italia nella gara nazionale catechistica. Fu l'epoca d'oro dell'associazionismo cattolico tuscolano. Fece restaurare la cattedrale e la sua sacrestia. Fece togliere nel coro invernale della cattedrale, situato allora nella cappella dell'Addolorata, gli stretti stalli dei canonici e la trasformò in cappella del Ss.mo Sacramento. Ne fece rifare il pavimento, fece costruire un bellissimo altare con un bel tabernacolo, che, successivamente, fu sostituito con quello stupendo del card. duca di York. Fece erigere un'artistica balaustrata in marmo e sulle due colonnine centrali fece scolpire il suo stemma. Fece sostituire le vetrate superiori della cattedrale con lastre di cristallo lavorato raffiguranti Gesù che istituisce l'Eucarestia. Corredò la cappella di un artistico inginocchiatoio. Per suggerimento di mons. Silvio De Angelis, arciprete parroco della cattedrale di Frascati, istituì l'associazione «Lampade viventi» tendenti a promuovere l'adorazione al S.mo Sacramento. Nel presbiterio della cattedrale fece rifare il pavimento di marmo. Rinnovò, la sacrestia e nel pavimento risulta il suo stemma gentilizio. Corredò la sacrestia di armadi moderni per i canonici e i beneficiari. Fece abbattere alcuni locali dietro la sacrestia e in quello spazio ricavò un'aula capitolare per le riunioni dei sacerdoti e la corredò del necessario. A Grottaferrata condusse a termine la costruzione della chiesa del S. Cuore. A Poggio Tulliano riscattò dal proprietario la chiesa con l'annesso fabbricato. A Monte Porzio Catone fece rinnovare la copertura delle sale parrocchiali, e della canonica. A Montecompatri fece rifare la torre, dette moderno assetto alla chiesa parrocchiale e fece costruire una ampia sala per l'associazione giovanile. A Rocca Priora dette valido appoggio per la costruzione della canonica e del campanile e finanziò la sistemazione della facciata della chiesa e relativa vetrata. A Rocca di Papa fece ripulire la facciata della chiesa. A Frascati provvide anche a far restaurare e consolidare l'Episcopio e ad acquistare il terreno per allargare il cortile di Capocroce. L'opera sua più grande fu la costruzione di un'ampia e decorosa chiesa, con la canonica, a Colle di Fuori. Nel 1932 inaugurò il corso di studi per la gioventù femminile presso la casa delle Figlie del S. Cuore a Frascati e volle partecipare al 25° sacerdotale di mons. Silvio De Angelis. Morì a Roma il 16 dicembre 1935.

Torna all'inizio

Francesco Marchetti Selvaggiani (1936-51)

Nato a Roma il 1° ottobre 1871 e ordinato sacerdote il 4-4-1896. Eletto titolare alla chiesa arcivescovile di Selencia di Isonrea il 18-2-1918 e consacrato dal cardinal Gasparri il 14-4-1918. Fu creato cardinale da Pio XI (1922-39) con il titolo di Santa Maria Nova nel concistoro del 30-5-1930 e nominato Vicario Generale di Roma Il 15-6-1936 optò per la sede suburbicaria di Frascati che tenne fino alla sua morte avvenuta il 13 gennaio 1951 a Roma. Dati i suoi molteplici impegni, essendo anche vicario generale della diocesi di Roma e Segretario del S. Uffizio, elesse a suo vescovo ausiliare mons. Biagio Budelacci, vescovo titolare di Nizza, che per 10 anni era stato il braccio destro del card. Lega e conosceva la diocesi come nessun altro. Il cardinale, in 15 anni, venne a Frascati solo per la presa di possesso. La supplenza fu tenuta con grande efficacia, dignità, generosità ed umiltà, e continuò anche con il card. Tedeschini e Gaetano Cicognani, da mons. Budelacci. Nel 1941, per difficoltà economiche e per i razionamenti di viveri e vestiario, il cardinale fu costretto a chiudere di nuovo il Seminario Tuscolano. Si era in tempo di guerra. Durante il suo cardinalato ebbe luogo il bombardamento di Frascati dell'8 settembre 1943. Nel periodo immediatamente successivo giganteggiò l'opera paterna e amorosa di mons. Biagio Budelacci. Nel 1949 la chiesa cattedrale, sommariamente sistemata dal Genio Civile, venne riaperta al culto ed il cardinale fece dono del coro ligneo, con i seggi per i canonici, e del trono vescovile, in sostituzione di quello antico, andato distrutto con il bombardamento, come molte altre cose. I disegni furono eseguiti dall'ing. Adelfo Zingaretti, cattolico tutto d'un pezzo, frascatano. Manualmente i lavori furono eseguiti dall'artigiano frascatano Ugo Zingaretti. Il cardinale fece costruire a Vermicino la chiesa dedicata ai SS. Cuori di Gesù e Maria e la elevò a parrocchia.

Torna all'inizio

Federico Tedeschini (1951-59)

Nacque ad Antrodoco (RI) il 12 ottobre 1873. Entrò nel seminario diocesano a 11 anni e vi rimase cinque anni, per passare poi al Seminario Pontificio Romano e, dopo un anno, al Seminario Pio. Qui restò fino al 1900. Si laureò in filosofia, teologia, diritto canonico e civile con ottime valutazioni. Frequentò poi, sempre ottenendo ottimi risultati, l'Istituto di alta letteratura, fondato da Leone XIII (1878-1903). Da mons. Rinaldi, vescovo di Montefiascone, fu ordinato sacerdote il 15 luglio 1896, ed il giorno seguente celebrò la sua prima messa ad Antrodoco. Vinse il concorso per teologo della cattedrale di Rieti nel 1898 ed ebbe l'autorizzazione a risiedere in Roma, all'Apollinare, per completare i suoi studi. Mons. Volpini, nel 1900, lo chiamò in Vaticano e, da Leone XIII (1878-1903), ebbe l'affidamento di uno studio particolare che portò a termine con successo. In seguito fu nominato minutante della Segnatura di Stato alle dipendenze di mons. Della Chiesa, che apprezzò moltissimo le sue doti di latinista insigne. Sotto Pio X (1903-1914) il Tedeschini fu nominato Cancelliere dei Brevi apostolici, al quale egli dette un nuovo ordinamento che è quello attuale. Nominato Papa il Della Chiesa e segretario di Stato il cardinal Ferrato, il Tedeschini fu nominato Sostituto della Segreteria di Stato. Durante la «Grande Guerra» diresse con grande umanità e pietà l'ufficio dei prigionieri e delle vittime della guerra. Come assistente generale dell'Azione Cattolica Italiana dette ai dirigenti consiglio, comprensione, conforto ed incoraggiamento per un maggior impulso verso l'apostolato cattolico. Fu collaboratore di Benedetto XV (1914-1922), nella preparazione remota della Conciliazione fra Stato e Chiesa. Nel 1922 il Tedeschini fu nominato nunzio apostolico a Madrid. In questa attività fu instancabile, visitando tutta la regione e propugnando ovunque il bene religioso e la Santa missione della Chiesa. La sua opera venne riconosciuta sia dalla monarchia, che dalla repubblica di Spagna. Basta dire che lo stesso ministro degli esteri repubblicano ebbe a dirgli: - Lei ha evitato l'inevitabile; se lei fosse partito, noi non avremmo mai saputo dove saremmo arrivati -. Quando ricevette la nomina a cardinale, nel 1933, il governo repubblicano spagnolo lo insignì della Gran Croce di Isabella la cattolica. Prese parte alla soluzione della questione riguardante la Terra Santa e per speciale mandato della Santa Sede, nel 1929, operò la visita apostolica nella Catalogna. Fu il fondatore dell'Azione Cattolica spagnola. Per questa sua attività l'episcopato, nel maggio 1930, gli tributò a Madrid un omaggio di affetto e gratitudine. Benché lontano, non dimenticò il suo paese natio. Richiamò ad Antrodoco le Figlie di S. Anna, alle quali affidò oltre l'asilo anche l'assistenza ai poveri e ai malati. Donò la villa settecentesca detta Menticcia alla Congregazione spagnola dei Figli del Cuore Immacolato di Maria del Beato Claret, per farvi svolgere dai padri un'azione morale e religiosa verso gli abitanti di Antrodoco. Nel 1938 il cardinal Tedeschini venne nominato alla Dataria e, nello stesso anno, anche protettore della Società Antischiavistica. Fra gli altri protettorati affidatigli ebbe cari quello della Pia Società di S. Giovanni per la diffusione del Santo Vangelo e quello del Santuario di Montallegro, ove si recava ogni anno e ove volle concludere le celebrazioni del IV centenario dell'apparizione della Vergine. Molte città gli concessero la cittadinanza onoraria. Nel 1938 partecipò alla manifestazione mariana per l'arrivo della Madonna di Fatima. Nel 1939 Pio XII (1939-58) lo nominò arciprete della Basilica Vaticana. Nel 1946 celebrò il suo 50° di sacerdozio e il 25° di Episcopato. Nel 1951 fu eletto vescovo suburbicario di Frascati. Fu legato papale a latere in occasione delle grandiose celebrazioni di Fatima. Nel 1953 fu legato del Papa al Congresso Eucaristico internazionale di Barcellona. Fu legato papale nel Perù e, nel 1955, presiedette le solenni celebrazioni a Malta. Nonostante ciò egli non dimenticò mai la sua diocesi e vi fu pastore pio e zelante. Non mancò mai alle celebrazioni nelle borgate anche se per lui faticose; si adoperò per l'ospedale che, per suo merito, fu dotato di modernissima e ben attrezzata sede; incrementò l'Accademia Tuscolana; cercò di far risorgere il Seminario distrutto, ne benedisse la prima pietra e, il 5-10-1958, lo fece riaprire. Alla fine di giugno 1957 il card. Tedeschini, sul sagrato della cattedrale, consacrò la città di Frascati e tutta la Diocesi Tuscolana al S. Cuore di Gesù. Erano presenti le autorità sociali, politiche, civiche e religiose. La stessa benevolenza ricevuta da Pio XII (1939-58), la ebbe anche da Giovanni XXIII (1958-63), che si recò a visitarlo il 9-9-1958 nella clinica ove il cardinale era degente. Potè essere presente all'inaugurazione della nuova grande chiesa a S. Giovanni Rotondo, ove potè incoronare Maria Santissima delle Grazie. Morì il 2 febbraio 1959 nel palazzo della Dataria in Roma. Il suo fac-totum fu S.E. mons. Biagio Budelacci, vescovo ausiliare della diocesi tuscolana. In verità, senza togliere meriti a nessuno, molte realizzazioni furono curate da questo modesto e santo vescovo.

Torna all'inizio

Gaetano Cicognani (1959-62)

Nacque a Brisighella - Faenza (RA) il 26-11-1881, primo di quattro figli, da Guglielmo ed Anna Serani. Dopo gli studi teologici al seminario romano ebbe incarichi in Curia finché, terminati gli studi anche all'Accademia Ecclesiastica, entrò nella diplomazia pontificia. Ebbe varie nunziature e, fatto vescovo nel 1925, venne inviato come nunzio apostolico in Bolivia. Successivamente passò nel Perù ed infine in Austria, ove restò fino all'Anschluss, ossia all'occupazione tedesca, del 1938. Fece ritorno a Roma, da dove venne inviato in Spagna, dove ancora non era stata dichiarata la fine della guerra civile. Concluse la sua missione nel 1952, anno in cui riuscì a stipulare il Concordato con il generalissimo Franco, capo di quello Stato. Nel 1953 fu creato cardinale del titolo di S. Cecilia e, nel 1959, gli venne assegnata la diocesi suburbicaria di Frascati. Un quadro più preciso e più reale del card. Cicognani lo fece il papa Giovanni XXIII (1958-63) che disse di lui: «Ne rievochiamo la esemplare vita sacerdotale, l'opera indefessa svolta nella rappresentanze pontificie, l'azione vigorosa e proficua di alacre Nunzio Apostolico, e per lunghi anni, in Spagna, nonché l'attività saggia e meritoria nella direzione dei Sacri Dicasteri nella Curia Romana. I preziosi servigi resi da lui alla chiesa Universale e alla Santa Sede costituiscono nobile titolo che ne consacra il nome alla riconoscenza, alla venerazione, alla preghiera». Alla sua morte, Giovanni XXIII (1958-1963), stabilì che dal maggio 1962 le diocesi suburbicarie avessero un cardinale vescovo che ne conservasse il titolo, ma senza l'impegno pastorale, mentre la direzione e la cura delle diocesi veniva affidata «pleno jure», a pieno diritto, ad un vescovo. Il primo cardinale ad avere il solo titolo e non il governo della diocesi fu Amleto Cicognani, fratello di Gaetano e Segretario di Stato. Il primo vescovo «senza scarabocchi» come disse bonariamente il papa Giovanni XXIII, fu S.E. mons. Luigi Liverzani. Gaetano Cicognani dette inizio ai lavori di restauro dell'Episcopio, portati a termine dal fratello Amleto.

Torna all'inizio


© 2001-2008 Diocesi Tuscolana - Tutti i diritti riservati - Credits