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Cose di Mafia

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Il fiato sul collo della Procura antimafia

Speciale Talpe alla DDA, quarta puntata. Dalle false soffiate di Ciuro all´arresto

30/06/2008

 

90011.it - Il fiato sul collo della Procura antimafia                                                                                                                                                                                                                     Man mano che passano i mesi, la situazione di Michele Aiello diventa sempre più pesante. I sospetti della Procura sono gravi, gravissimi. Le indagini coprono sempre più campi. Ormai si indaga sui suoi rapporti con i mafiosi di Bagheria, sulle sue imprese edili, sulle “carte false” delle sue cliniche. I riscontri ci sono. Eccome se ci sono. Giuseppe Ciuro – che “è del mestiere” – lo sa benissimo, ma cerca di indorare la pillola al suo “assistito”. A poco a poco, infatti, prende l’abitudine di raccontare ad Aiello l’attività in Procura in modo distorto. E la sua diventa – in pochi mesi – una versione edulcorata e rassicurante della realtà.

Nell’estate 2003, con decine di telefonate, Pippo Ciuro rassicura Aiello: “Tranquillo – gli dice – gli investigatori sono a mare. I carabinieri sono scoraggiati perché non trovano riscontri, e spingono di archiviare il caso. I magistrati invece sono più accaniti. Non ne vogliono sapere di gettare la spugna”. Ma presto si dovranno ricredere, assicura. “Vedi che faranno la figura dei perecottari”. Tutto sarà archiviato, perché in mano non hanno “assolutamente niente”. Tutto falso, ovviamente.


Ciuro riferisce all’imprenditore di Villa Santa Teresa il numero e la durata delle riunioni in cui i magistrati della Dda discutono del suo caso. Ed in questo ha gioco facile, visto che il suo ufficio si trova lì vicino, nello stesso edificio. Sui contenuti delle riunioni, però, diventa sempre più difficile informarsi. Gli incontri, ovviamente, avvengono a porte chiuse, e poi i magistrati ormai stanno molto attenti. Non parlano più davanti agli impiegati di quell’ufficio, e quindi nemmeno davanti a Rosa Torres e Antonella Buttitta, le due “orecchie” di Ciuro in Procura. Così, a poco a poco, Giuseppe Ciuro comincia ad inventare di sana piante le loro discussioni, per “compiacere e rassicurare il ricco imprenditore sempre ben disposto a elargire denaro ed altri favori” scrivono i pm.

Anche Giorgio Riolo, col passare del tempo, comincia ad inventare qualcosina. Aldo Carcione, invece, che dà una mano alle due “talpe”, una volta dice ad Aiello di avere incontrato un magistrato della Procura e di aver ricevuto una versione rassicurante. Dopo l’arresto, rivelerà che lui sì conosceva il magistrato, ma che non lo aveva mai contattato. Anche lui ha inventato la notizia per tranquillizzare Michele Aiello.

Col passare dei mesi, dunque, Ciuro, Riolo e Carcione cominciano a capire che l’arresto e il successivo processo è quasi inevitabile. Con Aiello, spesso chiamano i suoi legali, si mettono a tavolino e cominciano a studiare le strategie difensive da adottare durante il dibattimento. Questo è un segno nefasto per l’imprenditore, che però resta in gran parte all’oscuro delle nubi che si addensano sopra la sua testa.

La sera del 4 novembre 2003, alle 19.46, Pippo Ciuro chiama un suo collega della Dia. È venuto a sapere di un incontro improvviso tra il Procuratore della Repubblica, i magistrati della Dda e il dirigente del centro operativo. Preoccupatissimo, Ciuro chiede al collega di cosa si tratti. Il carabinieri gli fornisce una versione rassicurante (totalmente fittizia, come stabilito dalla Dda) e lo tranquillizza. Ciuro allora conclude: “Allora posso andare a mangiare tranquillo. Perché non ci arrestano… per stasera”. Ma le cose vanno diversamente. Pippo Ciuro, insieme a Giorgio Riolo e Michele Aiello, vengono arrestati l’indomani alle prime luci dell’alba.


Nino Fricano

(4/16 continua)




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Ninni 30/06/2008 22.47
Anche se questi vigliacchi, hanno ucciso Borsellino e Falcone, non morira´ mai il loro modo di combattere la mafia, le loro idee. I loro insegnamenti non moriranno mai. Mi preme ricordare anche tutte quelle persone ,agenti di polizia, carabinieri, caduti chi in servizio,o comuni civili, che come il nostro conterraneo Peppino Impastato si sono battuti contro il sopruso del mal´affare .

cas 30/06/2008 15.18
poveri falcone e borsellino...non avevano alcuna possibilita´ di restare vivi...figuriamoci di andare avanti con le loro indagini con tutte quest persone indegne

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