Sacco di Roma

 Clemente VII 

 Francesco I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Carlo V cinque anni dopo (1532)

 

 

 

 

 

Non era passato molto tempo, appena tre anni, che Roma vide l’oscura presenza della guerra in casa!

Nel 1527 l’Italia vide eventi che culminarono nella clamorosa e drammatica presa della città di Roma, la prigionia di papa Clemente VII, la rapina e la devastazione delle ricchezze che conteneva la città. Tutto ciò non accadde per fatalità, ma  per errori politici, per la supponenza, leggerezza e  doppiezza di scelte e disegni.  La politica italiana nell’anno immediatamente precedente al sacco fu dominata, sopra ogni altra cosa, da una grande confusione e tutto ciò congiurò a sfavore della Città Eterna. Con Roma cadeva un simbolo millenario, oscurato prima di allora soltanto dall’invasione dei Visigoti di Alarico nell’anno 410. Insieme al centro della cristianità d’Occidente, gli imperiali travolsero la culla degli studi e delle arti, in cui si erano formate, ormai da decenni, generazioni dei più illustri artisti e umanisti del tempo.

Il 6 maggio 1527, le truppe imperiali, guidate da Carlo di Borbone, composte da diecimila lanzichenecchi tedeschi e da circa seimila spagnoli - a cui si aggiungevano gruppi di mercenari italiani guidati da capitani di ventura e da nobiluomini come Ferrante Gonzaga - penetrarono nella città dalla parte di Borgo, tra Castel Sant’Angelo e il Vaticano, e diedero inizio al saccheggio. Carlo di Borbone morì quasi subito, colpito da una palla d’archibugio mentre guidava la seconda ondata d’assalto a Porta Torrione, ma ciò non fermò il sacco che avrebbe avuto termine poco meno di un anno dopo, nel febbraio 1528, allorché, carichi di oro, i soldati si incamminarono alla volta di Napoli.
In quei mesi terribili la popolazione cosmopolita della città, che poco prima del sacco contava circa 50.000 abitanti, venne praticamente decimata, papa Clemente VII fu stretto d’assedio in Castel Sant’Angelo, mentre nobili, prelati e mercanti vennero catturati come ostaggi, torturati e costretti al pagamento di enormi riscatti. I beni ecclesiastici, così come i loro custodi, furono oggetto della rabbia delle truppe luterane, i giovani fatti schiavi, le donne sistematicamente stuprate, gioielli di ogni genere razziati, opere d’arte ed intere biblioteche vendute o distrutte.

 L’eco delle vicende fu enorme in tutta Europa, i luterani tedeschi gioirono alla caduta di Roma. Altri levarono grida di oltraggio, mentre molti tra principi e signori si mantennero in disparte per le loro evidenti responsabilità. Erasmo, il propugnatore della pace universale, non fece commenti. Carlo V, il difensore della cristianità, colui che aveva organizzato il tutto, si era tolto tutti i sassolini dalle scarpe! E chi doveva difendere la Chiesa le arrecò danno, molte e distruzione.
Furono necessari più di dieci anni prima che la Città Eterna tornasse a una parvenza di normalità.  Ma perché accadde tutto ciò? Nei primi anni Venti del Cinquecento si assiste, in tutta Europa, ad un profondo mutamento del clima spirituale, che tendeva a sminuire l’autorità di Roma. La teologia luterana infiammava le città e le campagne tedesche…,L’Italia inoltre era teatro delle guerre tra il re di Francia Francesco I e l’imperatore Carlo V, due giovani e ambiziosi sovrani, che si contendevano il predominio della Penisola, vero e proprio “eldorado” d’Europa. Le vicende militari trascorsero, con alterni successi, fino al 24 febbraio del 1525, giorno in cui, durante la battaglia di Pavia, Francesco I venne fatto prigioniero dalle truppe imperiali, spianando così la strada verso il dominio di Carlo V sull’Italia. Fu proprio questo evento fortuito a convincere Clemente VII, il fiorentino Giulio de’ Medici, ad avviare un’alleanza con la Francia, secondo il consolidato principio della politica dell’equilibrio, di cui era stato maestro proprio lo zio di Clemente, Lorenzo il Magnifico. Nel maggio del 1526 venne così stipulata la famosa Lega di Cognac che univa la Francia e il papato, insieme a Venezia, Genova, Milano e Firenze, contro l’imperatore.