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SENTI QUESTA CHITARRA… GLI ANNI ’60

La prima parte di questo volume affronta un percorso che ha per riferimento e punto di partenza uno dei più grandi eventi dello scorso secolo e cioè la nascita del Rock & Roll a livello internazionale. E’ un percorso lungo e tortuoso che si interseca con quello di ciò che noi usualmente denominiamo canzone pop (popular). Evitando al lettore avvitamenti e rimandando a una serie di testi inevitabili a monte (vedi appendice) ci preme sottolineare il carattere tutto italiano che guida alla nostra più precisa intenzione e cioè documentare, iniziando dai tardi anni cinquanta, la realtà, prima sommersa, poi sempre meno, di artisti e generi sempre più vicini a chi scrive, lavora e vive questa materia in prima persona in questa area. Questi sono eventi, che evolvendosi , hanno portato ai nostri giorni e alla nascita di festival, eventi, manifestazioni rinomate in tutto il mondo e alla ricerca in oggetto. La cultura tutta italiana della canzone melodica incontrando le vie di un suono internazionali, inevitabilmente, ha dato alla luce molti talenti, alcuni dei quali sono documentati qui per la prima volta con il desiderio di sottolineare il ruolo leader nella musica della Toscana. E’ un viaggio che copre città, province e hinterland con i loro eroi locali, dischi passati inosservati e luoghi di aggregazione. E’ un viaggio avvincente, unico. Gli anni 1958-1970 e poi 1970-1980 (a cura di Bruno Casini) sono affrontati qui per la prima volta. Per una riflessione di più ampia portata sugli eventi musicali nazionali qui citati rimando a due miei precedenti volumi, Il Rock & Roll in Italia (Pendragon, Bologna 2000) e Mondo Beat (Fuori Thema, Bologna 1993 scritto con Luciano Ceri) mentre per il periodo 1980-1990 saranno di utile consultazione i Cd Firenze Sogna (vol 1 e 2, distribuiti entrambi dalla Materiali Sonori) , il catalogo della mostra a cura di Bruno Casini, Giancarlo Cauteruccio e del sottoscritto Un Week End Postmoderno (Tenax-Prince srl/Aida, Firenze 2002) e il documentario dello stesso titolo del videomaker Paolo Donati. La tesi di Fabio Turchetti Il Jazz in Toscana dal dopoguerra alla fine degli anni ‘70 (Università degli studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di Laurea in D. A. M. S, relatore prof. Giampiero Cane, anno accademico 1984-1985) è stata consultata come utile riferimento ad alcune sezioni di questo volume mentre per i ringraziamenti gli autori rimandano alla pagina degli stessi. Buona lettura.
Ernesto De Pascale

Il nostro caro amico Fred
Fred Buscaglione A mettere d’accordo tutti nei tardi anni ’50 ci pensa il nostro caro amico Fred Buscaglione. Il torinese, classe 1922, è abbastanza folle per piacere ai giovani con le sue “criminal songs” ma sufficientemente maturo e “dritto” grazie alle sue jazz ballads da diventare un modello per quelli della sua generazione. Buscaglione coniuga classe e sregolatezza ma con il piglio del duro che la sa lunga. E’ così che le canzoni scritte con il suo paroliere di fiducia ed amico, Leo Chiosso, colpiscono nel centro, lasciandoci oggi piccoli capolavori di stile come Eri piccola, Whisky facile, Che notte, Che bambola! e numerose altre. Durante le brevi stagioni del gran successo Fred ha un particolare rapporto con Firenze e la Toscana: il 30 Maggio 1959 inaugura la stagione estiva al Dancing Il Poggetto, due settimane dopo gli impegni lo portano in Versilia per l’apertura estiva de La Bussola di Focette se la Ford Thunderbird rosa non fosse rimasta in panne sull’Aurelia, nel Settembre si esibisce per un intero mese a Le Panteraie di Montecatini con tanto di diretta televisiva (18 settembre) . A Firenze Buscaglione scende preferibilmente all’Hotel Baglioni dove ad attenderlo trova sempre qualche fans. Un giorno, presso il negozio di dischi Lira, in piazza del Duomo, firma il libro degli ospiti. I più attenti lo trovano affaticato dai troppi impegni ma sempre in gran forma, professionale come nessun altro. R. S. su”Il Giornale del Mattino”del 1° Giugno scrive ”Un concerto per sera, spostamenti continui da una città all’altra, e la mente sempre in effervescenza per nuove idee, lo rendono l’uomo più irrequieto del momento”. Ma l’irrequietezza di Fred è causata da ben altro: ad ottobre Buscaglione si separa dalla ventiseienne moglie Fatima Robin’s alla qual è legato da otto anni. Le illazioni sono molte, forse tutte sbagliate. Certo è che il 24 Gennaio 1960 Fred e i suoi Asternova’s si esibiscono al River Club e in quella occasione Buscaglione rivede Fatima, proprio negli stessi giorni attrazione per un intero mese allo Chez Moi, accompagnata dall’orchestra Quirinetta. L’artista torinese si trattiene in città e tornato nella capitale più volte ammetterà ad amici, giornalisti e conoscenti di aver lasciato il cuore “sulle rive dell’Arno”. Voci accreditate assicurano che Fred torna a Firenze durante la settimana successiva all’esibizione. Un’esibizione che il fato volle sarebbe diventata l’ultima della sua splendida e fulminante carriera terminata alle 5 e 30 del mattino all’incrocio fra via Paisiello e Viale Rossini nel quartiere romano dei Parioli quando un autocarro Lancia Esatau carico di porfido e guidato dal 24enne Bruno Ferretti ferma la folle corsa di Fred e della sua Ford Thunderbird Rosa, la“criminalmente bella”. Questo accadde il 3 febbraio del 1960 mentre Fatima rientrava nel suo hotel sulle rive dell’Arno che ancora rispettosamente conserva un segreto che forse nessuno ci svelerà mai.

Mina al River Club
Mina La stagione 1960 segnò l’avvento di un nuovo ballo che avrebbe sconvolto il panorama internazionale e che avrebbe mietuto un successo internazionale capillare con canzoni satellite in tutte le lingue e giovanissimi interpreti: il twist. Di questo ballo però ancora non si sentiva parlare nella sede Rai di Firenze quando Carlo D’Onofrio il 18 Febbraio 1960 presentò una spettacolo di nuovi talenti che vide la partecipazione fra gli altri di Riccardo del Turco e di Franco Godi. Lo spettacolo fu il segno tangibile che le propaggini del Rock & Roll, un’onda lunga durata pochi anni, si erano andate stemperando nelle necessità commerciali di renderlo fruibile a un pubblico sempre più vasto e se ne erano perse le istanze rivoluzionarie degli esordi. Era comunque servito a dare la spinta necessaria e sufficiente a una nuova generazione di artisti anche qui da noi. L’ultima giovanissima artista a trarne chiari benefici da esso fu Anna Maria Mazzini, Mina. L’esuberante cremonese, figlia di una solida famiglia di industriali “emigrati” a Busto Arsizio, era musicalmente cresciuta nell’ambiente milanese del Santa Tecla e della Taverna Messicana, templi del Rock & Roll italiano, ma si era ampiamente nutrita di buona musica, ogni estate nessuna esclusa, alla Bussola di Bernardini alle Focette. La famiglia Mazzini aveva infatti un tavolo riservato lì e la giovane Anna Maria era una habitué del locale, conosciuta da tutti. Intorno ai 16 anni si era iniziata a farsi notare con improvvisate esibizioni notturne, alcune tese a impressionare i non impressionabili musicisti stranieri che si esibivano nel club e che di buon grado si prestavano al gioco. La Ghenga di Celentano, notatala, per primo la assoldò trascinandosela appresso e appellandola, un po' maldestramente, Baby Gate, appellativo che si porta con sé in film come Urlatori alla Sbarra, ma era certo che la strada di Anna Maria puntava altrove e poco ci volle perché la procace e impavida ragazza trovasse il proprio personalissimo marchio di fabbrica. Fu così che attraverso alcune canzoni come Nessuno, con una audace revisione delle regole della metrica italiana, la Mazzini diventa Mina, o meglio“La Mina”e incide alcuni brani memorabili che sono giunti intatti fino ai nostri giorni: Una zebra a Pois, Renato (era l’epoca delle canzoni con i nomi propri nei titoli) e Le Mille Bolle Blu, che porterà a San Remo. Queste sono canzoni che le fanno prendere le distanze dal rock degli esordi pur senza tradirlo. Il merito di questa accelerazione fu di poche selezionate persone: il fratello Geronimo, anche lui artista (perirà nei primi anni ’60 in un incidente stradale), Fulvio Bernardini, padrone de La Bussola e saggio consigliere di sempre e il manager Elio Gigante, uomo fondamentale nella carriera della cantante. Grazie a queste persone Mina trova il coraggio per iniziare la carriera che tutti conosciamo. Le sue prime uscite sono del 1960 e il debutto ufficiale è dell’8 Agosto proprio a La Bussola delle Focette. Ma pochi sanno che la Tigre aveva preparato minuziosamente quello spettacolo esibendosi nei mesi precedenti nei night di tutta Italia e facendo tappa anche a Firenze dove si era presentata con successo al River Club, su suggerimento proprio di Bernardini. Sarebbero stati gli esordi di un luminoso percorso. Nessuno poteva immaginare che da lì a pochi anni sarebbe stato impossibile rivedere Mina in concerto in un ambiente così intimo.

Chet Baker, lo scandalo
Chet Baker Firenze e la Toscana tutta avevano vissuto senza particolari traumi gli anni musicali 1958-1960. Sergio Bernardini, sulla costa, svolgeva un forte lavoro di unione fra musica colta, canzone moderna italiana e trasgressione. Durante l’estate 1960 un po’ di clamore lo si ebbe proprio dalla costa da dove giungeva la eco delle infuocate notti al Bussolotto, l’attiguo after hours del più celebre night club, animate dalla tromba dell’ombroso Chet Baker e dei suoi amici jazzisti. Baker non era un santo anche se aveva la faccia d’angelo. Aveva messo la sua bella faccia dell’Oklahoma (e la sua tromba, accompagnato dal nonetto di Piero Umiliani) in filmetti sulla gioventù bruciata come Urlatori alla sbarra (1958, regia di Lucio Fulci con Mina e Celentano, Liuto records LRS 0063/1) o registrando la colonna sonora de L’audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy (1959, stessi accompagnatori, stesso -rarissimo oggi- cd) ma soprattutto si era fatto qui da noi molti amici pronti a comprenderlo. Baker in Italia aveva trovato una seconda casa, lasciandosi alle spalle, appena trentenne un matrimonio e andava insegnando il lessico del west coast jazz. A Milano aveva inciso alcuni dischi importanti per la sua carriera e per quella di coloro i quali parteciparono alle registrazioni (si ascolti Chet Baker in Milan, OJC Jazzland 370, tra il settembre e l’ottobre 1959 e Chet Baker + fifty italian strings, OJC Jazzland 492, nelle stesse date) . Il 31 luglio 1960, però, Chet crolla per overdose a Lucca. Ecco il ricordo di Gian Maria Maletto: "La sera di giovedì, il custode di una stazione di servizio di San Concordio Contrada, si insospettisce del lungo silenzio di Baker, che si era fermato chiedendo della toilette, e fa accorrere la polizia. La porta viene sfondata. Chet è riverso a terra, coperto di sangue. Nella frenesia di farsi un ineizione di stupefacente, si è ripetutamente colpito il braccio”. Ventidue giorni dopo sarà arrestato e rinviato a giudizio. Il processo, assai seguito, si svolge, a Lucca, a metà aprile del 1961, e coinvolge la seconda moglie Halima, due medici lucchesi e un avvocato, accusati tutti di avere aiutato Chet nella sua caccia alla droga. Poiché l'imputazione parla anche di falso di ricette, il Pubblico Ministero chiede per Baker la pena di sette anni di reclusione. Ma la sentenza verrà mitigata: diciannove mesi, che la corte di appello di Firenze, in settembre, ridurrà ulteriormente a sedici. Tornò in libertà il 15 dicembre 1961 ed ebbe una lieta sorpresa: Giovanni Tommaso, Franco Mondini, Antonello Vannucchi e Amedeo Tommasi avevano organizzato per quella stessa sera al Teatro Comunale di Lucca un concerto del quale fu l'ospite d'onore. Seguì poi una serie di concerti in giro per l'Italia, e una sera a Livorno si unirono alla compagnia Bobby Jaspar e Renè Thomas arrivati dal Belgio. Fu allora che ricominciarono, purtroppo, le iniezioni. Ma solo pochi giorni dopo, (5. 1/’62) tornerà a far parlare di sé questa volta per le sue indiscutibili doti musicali con un disco inciso a Roma, Somewhere Over The Rainbow (RCA Bluebird 61060) .

Il boom dei complessi
I Califfi Con il 1965 e l’avvento di nuove strutture i cantanti e professionisti locali della prima onda avevano già tutti trovato una propria dimensione nazionale. Eppure, mentre ciò accadeva, una nuova onda, quella dei primi grandi gruppi anglo americani quali Beatles, Rolling Stones, Kinks, Who, Animals, Yardbirds e Them iniziava a fare proseliti ovunque lanciando qui in Italia, grazie sopratutto alla breve ma applauditissima tournee primaverile dei Beatles, una vera e propria mania: quella dei “complessi”. Oramai lontani erano i tempi dei cantanti solisti, delle orchestre da ballo. C’era una nuova generazione che si affacciava al mondo della musica suonata e per loro un solo termine riusciva a distinguerli. Quel termine era la parola beat, battito, ritmo, vitalità, scossa. Se i capelli non erano ancora cresciuti abbastanza e “l’abito non faceva il beatnik” qualcosa di speciale distingueva questi diciassettenni o poco più che si affacciavano sulle scene con una forza inusitata rispetto perfino a quella dei rockers dei tardi cinquanta. In Inghilterra era il momento dei mod, uno stile di vita, che sarebbero stati cantati qui da noi da Ricky Shaine, uno dei tanti mitici “collettoni” del Piper di Roma, il club più moderno della nostra penisola che apre proprio in quell’anno. La radio nazionale si accorge dei giovani, la commedia all’italiana inizia una lunga serie di “musicarelli”sceneggiando canzoni giovanilistiche con improbabili soggetti. A Firenze e dintorni è tutto un pullulare di complessi: oltre a “Gli Spettri”, nascono“Giannetto e gli Etruschi” (parte dl gruppo era maremmana) , ”I quattro Califfi”che anticiperanno di poche stagioni i più famosi “Califfi”, ”I quattro Barboni” (tutti questi ben documentati con registrazioni appena successive nel volume 6 della serie “Magic Bitpop” prodotta dalla On Sale Music) e poi ancora”Gli Antenati”, ”I Delfini di Siena”e i “Noi Tre”, mentre si affacciano sulle scene timidamente altri giovanissimi musicisti. Porteranno una ventata d’aria nuova e importante in città esibendosi in nuovi locali e in dancing riadattati alle esigenze di questa più recente generazione.

Dal Beat al Rock
La nascita di gruppi internazionali di impostazione prevalentemente rock a dispetto del beat imperante all’epoca aveva dato immediatamente una sferzata alla musica. All’epoca dei primi Beatles solo i Rolling Stones e i Pretty Things potevano essere annoverati fra i gruppi di successo come alfieri di tale genere ma l’esordio sul mercato dei Cream con Eric Clapton e della Jimi Hendrix Experience fece balzare in piedi i complessi fiorentini. Nel 1965 il gruppo dei “Black Angels” era stato minato e le loro promesse spezzate sul nascere dalla fuoriuscita del talentuoso Richard Ursillo alla volta de “I Tremendi” lasciando i fratelli Manno a domandarsi sul da farsi ma lasciando sopratutto spenta la voce di una delle più potenti chitarre fiorentine di quel periodo: quella del giovanissimo Flavio Cucchi, un musicista già all’epoca dotati di grande capacità. Cucchi e i suoi amici, quando si ripresero dallo choc (e pare capire che un po’ ce ne volle) cambiarono saggiamente nome alla formazione prendendo quello ben più mite di “Chewing Gum”. Grazie agli offici di quel Moreno Polidori che con intraprendenza andava proponendo il beat fiorentino alla sede della RCA di Roma (dove altri fiorentini lo potevano ascoltare, da Ruggero Cini ad Ennio Melis, a Cesare Natale) i “Chewing Gum” trovarono presto l’opportunità di fare un disco opportunità che come abbiamo visto avevano avuto anche i “Noi Tre” di Falsini ma che non si realizzò per la loro determinazione a non venire a patti con la casa discografica. Per i “Chewing Gum”, in cui è rientrato Richard Ursillo, le cose vanno in maniera differente: il gruppo pubblica un singolo, Senti Questa Chitarra/Tu Sei al Buio, che viene inserito nella serie “giovane”, la linea “talent”. Si cerca di far leva su un nuovo ballo - tutti tentavano di lanciare nuovi balli, pensate che Celentano ci provò con un non meglio spiegato “Grep!”- che si chiamava Yum Yum . Eccolo spiegato: ”Nello Yum Yum il movimento coreografico non dipende dal ritmo, ma dall’onda melodica proposta dalle corde di una chitarra. Ballo quindi basato non sul ritmo, ma sulla melodia, senza”passi”definiti. Il collegamento coreografico dei ballerini è assicurato da una camera d’aria di bicicletta che cinge la vita di ogni coppia: Questo curioso ed originale elemento dello Yum Yum è stato scelto per la sua elasticità che consente ad ogni coppia , nel magico cerchio della camera d’aria, la più completa libertà di movimento”. Questo bizzarro hula hop a due e il brano che lo lanciò, una composizione di impostazione psichedelica non certo semplice, non andò da nessuna parte ma segnalò prepotentemente la presenza sonora di Flavio Cucchi che in entrambi i brani si cimenta in micidiali assoli assolutamente fuori dai canoni standard. Con lo scioglimento de i “Chewing Gum” Flavio fonderà nel 1969 un nuovo complesso, le “Madri Superiori”, che saranno il primo gruppo locale a lasciarsi davvero il beat dietro le spalle e la cui nascita coinciderà con l’apertura di uno dei più innovativi locali italiani di quel periodo, lo Space Elctronic di via Palazzuolo.

L’evoluzione dei locali
Abbiamo dunque visto l’atmosfera bollente del dopo beat e la presa di coscienza di almeno due generazioni dei cambiamenti di stile e di genere non solo nella musica ma anche nel costume. Spostandoci dal tardo beat, al jazz, al rock, eventualmente alla musica da cinema e pubblicità abbiamo voluto evidenziare queste evoluzioni locali che non esclusero le sale da ballo dove l’atmosfera sempre carica era e resta termometro dei cambiamenti. Siamo insomma in pieno 1969. A proposito di sale da ballo sempre più frequentemente appare il nome del nuovo locale fiorentino che cambiò definitivamente le abitudini dei seguaci della musica, del ballo e della musica dal vivo negli anni a venire: lo “Space Electronic” di via Palazzuolo. Intanto altrove le cose si evolvono secondo le nuove tendenze: Barbetti aveva formato gli “OttoNovo” che si esibivano agli Assi, prima formazione con una sezione fiati che basava il proprio suono su di essi, i “Califfi” continuavano sull’onda di Così ti amo partecipando al disco per l’estate 1969 con Fogli di quaderno sempre richiestissimi (Marcovecchio ci ricordò con orgoglio un ingaggio da 1.200.000 dilire l’ultimo dell’anno1969, proprio mentre gli “Antenati” di Savelli si riformano dopo vari servizi militari assolti. Ma è di un altro protagonista di quei giorni, il chitarrista Bob Rose (Roberto Rosati), già con Barbetti nel “Jazz Beat Group” e sporadicamente con “I Califfi”che vogliamo documentare questa settimana l’evoluzione. Infatti, in sintonia con I cambiamenti in corso, Bob Rose, proprio nel 1969, scioglie il suo ”Quartet” per formare un’altra di quelle formazioni “moderne” pensate proprio per le sale da ballo. Il suo nuovo gruppo prenderà il nome di “Pico & Bob Rose”. La formazione comprendeva oltre a Rosati alla chitarra il cantante Ernesto Canino detto “Pico” (padre di Alessandro, del quale ricordiamo il casuale successo a San Remo con”Brutta”nel 1990) , Ivan Cammelli detto “Gegè” alla chitarra e Giancarlo Flauto al basso. Roberto tiene a ricordare la valenza della formazione dedita prevalentemente al genere “commerciale”, nella migliore accezione del termine. ”Pico & Bob Rose” crearono un folto seguito locale e suonarono per due anni consecutivi, riscuotendo grande successo, al River Piper Club in Casentino ”Pico & Bob Rose” pur non lasciando alcuna testimonianza discografica furono l’anticamera di un’altra importante orchestra, la notissima”Bob Rose Family” (1971-1978) e in cui confluì, dai “Califfi”, il batterista cantante Marcovecchio. Quest’ultimo e Bob Rose svolsero anche attività professionale alla RCA di Roma, chiamati dagli amici”Foffo”Bianchi (ex“Players”e già affermato tecnico del suono) ed Ezio de Gradis, registrando fra l’altro l’album “Bufalo Bill”di Francesco de Gregori (1974) e partecipando a una sua sfortunata tournee interrotta al Palalido di Milano dagli autoriduttori. L’unione della “Bob Rose Family” con gli “Antenati” avrebbe generato gli”Extra” poi con Claudio Baglioni. Ma, intanto, c’erano ancora quasi dieci anni di musica da suonare e avventure da raccontare per Rosati e compagni.

Epilogo
Gli anni 1967-1969 sono quelli di maggior ricerca, consolidamento e affermazione di alcuni dei migliori gruppi toscani. La trasformazione dei luoghi deputati al ballo, la nascita delle prime discoteche, il timido apparire sui palcoscenici italiani (ma non toscani!) di alcuni giganti rock dell’epoca (Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, Animals, Procol Harum, Jimi Hendrix) sono i principali fattori di trasformazione in una città dove iniziano a fiorire i primi negozi di dischi ma che deve comunque, rispetto a tutte le altre riprendersi dalla batosta dell’alluvione. Oltretutto quello che lo storico rileva nell’annotare i cambiamenti è che Firenze vive in quei giorni il primo impatto con il mondo sotterraneo ed oscuro degli stupefacenti che però si infiltreranno solo parzialmente nell’ambiente musicale locale. Quel che viene agli occhi è che Firenze, come già specificato in passato, è nei tardissimi ’60 una città di chitarristi e in quella direzione la ricerca punta. “Noi Tre”, ”Madri Superiori”ne sono l’esempio. Solo nel decennio successivo alcuni di questi talentuosi suonatori di sei corde intraprenderanno strade più ardite (Falsini con i Sensation’s Fix, Tofani con gli Area, Sidney con il Perigeo, Cucchi spostandosi nella classica) mentre, contemporaneamente, appariranno sulle scene le prime formazioni progressive che, prendendo campo, accentueranno ancora di più il divario fra locali da ballo e da ascolto. Il nuovo gruppo del chitarrista Flavio Cucchi rappresenta l’evoluzione che stiamo tracciando seguendo il grafico. Mentre Falsini è lontano dall’Italia Cucchi con le “Madri Superiori” cerca una chiave differente per declinare la parola rock. L’avvento dei gruppi come I Led Zeppelin e la fascinazione per le esperienze d’oltre oceano come la musica proveniente dalla lontana west coast, velata di psichedelia, prendono piede . Con lo scioglimento dei Cream (fine 1968) il mito del trio traballa proprio mentre Jimi Hendrix cerca nuove pulsioni altrove. Le Madri Superiori che nascono, e forse sono il primo gruppo, nell’accogliente e futurista ambiente del nuovissimo Space Electronic, sono un po’ figli diretti di questa nascente esperienza, un locale antesignano della multimedialità, un luogo per il corpo e per la mente. La musica del gruppo è interessante come d’altronde sempre Cucchi, musicalmente, lo è stato. Nel loro unico 45 giri (Fresco/Mary Flying) , inciso per l’etichetta dello Space Electronic e distribuito solo in città, dopo un intero album realizzato e mai pubblicato presso la RCA di Roma, si sente che i settanta sono alle porte e nuove idee e suoni sono all’orizzonte. Ma Cucchi lascerà presto la formazione che cambierà subito nome perché già attratto dalla musica classica per chitarra (di cui diventerà un’autorità) e nella prima stagione del locale di via Palazzuolo si esibirà addirittura in un recital interamente classico. Quale locale avrebbe il coraggio di fare altrettanto oggi?