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Michelangelo e i lavori nella fabbrica di S. Pietro

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Lettera dell’artista al vescovo di Cesena

Quando nel 1547 Michelangelo Buonarroti venne nominato da Paolo III sovraintendente alla Fabbrica della basilica di S. Pietro, succedendo ad Antonio da Sangallo, non poteva certo immaginare che, di lì a poco, sarebbe rimasto senza il suo potentissimo committente e protettore. Papa Farnese moriva infatti il 10 novembre 1549. Nell’attesa del nuovo pontefice, il 22 novembre di quell’anno, con decreto dei responsabili della Fabbrica, vennero interrotti i lavori in S. Pietro ed il cantiere e i materiali di lavoro confiscati e chiusi a chiave.

La nuova situazione determinò, come ovvio, la sospensione dei salari per tutti gli artigiani, carpentieri e muratori che a quella impresa stavano lavorando. Il Buonarroti dunque si trovò in gravi difficoltà economiche e, preoccupato anche della sorte dei suoi collaboratori, fu costretto a ricorrere all’aiuto dei suoi mecenati ed amici. Tra questi, scelse di rivolgersi anche a Cristoforo Spiriti, allora vescovo di Cesena e futuro patriarca di Gerusalemme, al quale, in una breve lettera, espose le circostanze che avevano portato ad una situazione per lui tanto umiliante e difficile.

L’artista scrisse che i suoi operai erano rimasti nella Fabbrica «a guardarla e a difender l’ammunitione e l’altre cose da soldati, con pericolo della vita»; ma non potendo provvedere egli stesso alla paga, temeva che dalla situazione ne potessero derivare un «danno di parechi migliara di scudi» e un probabile «scandolo». Eletto Giulio III il 7 febbraio 1550, la vicenda trovò una soluzione e il 13 marzo successivo il presidente della Fabbrica di San Pietro intimò ed ottenne che a Michelangelo fossero restituite le chiavi del cantiere.

La regina sul patibolo

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L’ultima lettera di Mary Stuart a papa Sisto V

Fin dal giorno in cui aveva cinto la corona d’Inghilterra, nel 1558, Elisabetta percepì come una pericolosa rivale colei che fu ben presto ribattezzata dalla corte inglese come il «mostruoso drago scozzese»: sua cugina Maria Stuart. Regina di Scozia, nipote della sorella di Enrico VIII e fedele alla Chiesa di Roma, Maria costituiva davvero una minaccia per la sovrana d’Inghilterra, che aderiva in pieno alla dottrina protestante ed era considerata dai cattolici del Regno la figlia «bastarda» di Enrico VIII e della sua «concubina» Anne Boleyn. Ad Elisabetta, dunque, non restava che attendere il momento propizio per rendere inoffensiva la cugina.

L’occasione si presentò nel 1568, quando Maria fu costretta dalla rivolta della nobiltà scozzese a fuggire dal proprio Regno. In quel drammatico frangente, Elisabetta le offrì conforto e protezione, ma appena la «scozzese» giunse a Carlisle, trovò un pretesto per farla arrestare. Ebbero così inizio i diciotto lunghi anni di detenzione di Maria, trascorsi in diversi luoghi, non sempre confortevoli: Bolton, Tutbury, Wingfield Manor, Chatsworth, Chartley Hall e infine Fotheringhay.
Qui, alla fine di un difficile processo che la vide accusata di alto tradimento per concorso nella congiura ordita da Antony Babington per uccidere Elisabetta d’Inghilterra, Maria ricevette l’ordine di prepararsi a morire.

Era il 23 novembre 1586. Nel giorno stesso in cui apprese la notizia della propria condanna, l’esule regina di Scozia decise di scrivere a papa Sisto V, per informarlo del suo inesorabile destino. «Ora, santissimo padre, è piaciuto a Dio permettere, per i peccati miei e di quelli di questa sfortunata isola, che io (unica della stirpe d’Inghiterra e di Scozia a professare questa fede), dopo vent’anni di prigionia, venga rinchiusa in una stretta prigione e infine condannata a morire dagli Stati e dall’assemblea eretica di questo paese». Nella lunga lettera in lingua francese la regina descrisse poi le sofferenze patite, professò ancora la propria fede cattolica e raccomandò a Dio la salute della propria anima.

Passarono più di due mesi prima che il tragico destino di Maria si compisse. Elisabetta infatti esitò a lungo prima di firmare l’ordine di esecuzione: mai prima di allora era stato giustiziato un sovrano «unto» da Dio. Alla fine, la regina d’Inghilterra ruppe gli indugi e sottoscrisse il decreto. L’8 febbraio 1587, Maria salì coraggiosamente sul patibolo. La scure dovette accanirsi più volte sul collo della regale vittima, prima che il boia potesse mostrare alla folla il capo mozzato della sovrana.

La morte di Maria Stuart, tuttavia, non segnò la fine della sua dinastia. Suo figlio Giacomo VI, ne raccolse le sorti, realizzando il sogno da sempre vagheggiato dai sovrani inglesi: l’unione sotto un unico scettro dell’Inghilterra e della Scozia. Si compì così alla lettera il motto che Maria Stuart aveva ricamato sulle proprie vesti durante i lunghi anni di prigionia: En ma fin gît mon commencement («Nella mia fine risiede il mio principio»).

Privilegium Ottonianum

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La tutela imperiale sulla sovranità del papa

Il 2 febbraio dell’anno 962, Ottone I di Sassonia fu incoronato imperatore nella basilica di S. Pietro di Roma da papa Giovanni XII, dopo circa un sessantennio di vacanza del trono imperiale: l’ultimo imperatore ad essere incoronato da un papa era stato infatti Ludovico III di Provenza nel 901. Sceso in Italia per la terza volta nel 961, Ottone era finalmente riuscito ad ottenere la corona in cambio del suo intervento armato in favore del papa, che vedeva minacciata da Berengario d’Ivrea, re d’Italia, la sua autorità e i territori della Chiesa di Roma, il nascente Stato Pontificio. Il Sassone in cambio della Corona avrebbe garantito la sicurezza e l’autonomia del papa.

Circa dieci giorni dopo l’incoronazione imperiale (13 febbraio), in concomitanza con un sinodo che doveva trattare di varie questioni, Ottone emana il Privilegium Ottonianum. L’esemplare giunto fino a noi ha una forma particolarmente solenne, che richiamava il gusto e la manifattura dei codici di lusso di epoca carolingia: un’elegantissima minuscola carolina vergata non ad inchiostro, ma in oro, su una pergamena purpurea! Certamente destinato ad essere esposto durante le pubbliche cerimonie di quei giorni, il Privilegium confermava al papa le precedenti donazioni che i sovrani franchi Pipino il Breve e Carlo Magno avevano fatto alla Sede Apostolica; concedeva in perpetuo a Giovanni XII e ai successivi pontefici il dominio su gran parte della Penisola italiana, consentendo l’unificazione fisica dei domini pontifici dal Veneto alla Campania; dichiarava l’impegno di Ottone e dei suoi successori a mantenere fede agli impegni assunti, con l’obbligo – per lui stesso e per i suo successori – di difendere il pontefice da eventuali attacchi e aggressioni.

Nonostante ciò, tuttavia, l’imperatore riservava per sé l’alto dominio su tutti i territori concessi al papa, e richiamava in vigore la Costituzione di Lotario dell’824, una serie di regole che disciplinavano i rapporti tra Impero e Papato, e che prevedevano, tra l’altro, la ratifica imperiale sull’elezione del papa, e il giuramento di fedeltà del neoeletto pontefice all’imperatore. Una serie di condizioni estremamente vincolanti, che ponevano il papa in una situazione di profonda soggezione rispetto all’imperatore. Poteva Giovanni XII accettare di buon grado quelle pesanti condizioni? Lui che oltre ad essere papa era anche «principe e senatore di tutti i romani»? Non era infatti lui il figlio di Alberico II di Spoleto? Suo padre per oltre un ventennio aveva governato saggiamente Roma, controllando le elezioni di diversi papi, e tenendo testa allo stesso Ottone, quando questi, nel 951, aveva invano intavolato i negoziati con Roma per la corona imperiale…

Giovanni XII tradì il patto con l’imperatore. Si alleò con Adalberto, il figlio di Berengario d’Ivrea, e cercò con ogni mezzo di screditare Ottone, incitando altri sovrani a muovergli guerra. Venuto a conoscenza delle intenzioni del papa – colpevole anche di condurre una vita dissoluta che mal si addiceva alla sua figura di capo spirituale della Chiesa – Ottone, nel 963, avrebbe convocato un Sinodo a Roma, facendolo deporre per indegnità e imponendo l’elezione al soglio pontificio di Leone VIII. Ma la lotta sarebbe continuata a colpi di scomuniche, accuse reciproche di spergiuro e tradimento, elezioni di antipapi e altro ancora, fino alla morte di Giovanni XII.
Alcuni storici avanzano l’ipotesi che il Privilegium, nella sua prima redazione, non contenesse i pesanti vincoli che assoggettavano il papa all’imperatore, e che quelle pesanti clausole fossero state aggiunte dall’entourage di Ottone dopo la deposizione di Giovanni XII, per garantire l’elezione di un papa che fosse gradito all’imperatore.

Chinon, agosto 1308: l’assoluzione sacramentale
dei dignitari del Tempio.

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Nell’agosto 1308 era passato quasi un anno da quando, a insaputa di papa Clemente V,  i Templari di Francia erano stati arrestati per ordine del re Filippo il Bello.
Le accuse contro l’Ordine erano gravi: eresia, sodomia, idolatria. I Templari, interrogati dagli inquisitori di Francia - e senz’altro torturati - ammisero le colpe loro addossate. Poi il gran maestro Jacques de Molay ritrattò pubblicamente la deposizione nella quale aveva dichiarato di aver rinnegato Gesù Cristo e aver sputato sulla croce. Clemente V, il solo a poter giudicare un ordine religioso, sospese allora i poteri all’Inquisizione di Francia, annullandone le inchieste. Ma gli uomini del re tornarono alla carica accusando apertamente il papa di voler favorire i Templari.
Dopo incessanti richieste da parte dei suoi legati, il pontefice, allora a Poitiers, ottenne di poter interrogare 72 Cavalieri,
poi assolti in un pubblico concistoro il 2 luglio 1308. Ma Filippo negò al papa di incontrare il gran maestro, e i quattro più importanti dignitari dell’Ordine: a suo dire i cinque, stanchi e malati, non avrebbero potuto sostenere le poche decine di miglia che li separavano dal papa e, per questa ragione, erano stati «ospitati» dagli uomini del re nel castello di Chinon!
Tra il 17 e il 20 agosto 1308 quindi, Clemente V inviò sul posto tre cardinali, incaricati di interrogare il gran maestro e gli altri: Hugues de Perraud, visitatore dell’Ordine, Raymbaud de Caron e Geoffroy de Charny, precettori di Oltremare e Normandia, Geoffroy de Gonneville, precettore di Poitou e Aquitania. I cinque, confessate le loro colpe, ottennero l’assoluzione sacramentale e vennero reintegrati nella comunione cristiana. Da quel momento in poi solo il papa avrebbe potuto interrogarli, vincolandoli alla loro deposizione; ritrattare, infatti, li avrebbe resi relapsi, cioè ricaduti negli errori commessi prima di essere assolti. E la pena prevista per i relapsi era la morte sul rogo.

La lettera su seta dell’imperatrice Elena-Wang di Cina

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Nel 1644 la città di Pechino cade nelle mani degli invasori provenienti dalla Manciuria, che da anni avanzano contro la Cina. Le truppe del khan Dorgon, signore del Mancesi, assaltano la Città Proibita, il palazzo imperiale! L’imperatore cinese Chongzen, della dinastia Ming, non vuole consegnarsi al nemico. Si uccide. Dorgon proclama suo nipote nuovo imperatore della Cina, con il nome di Shunzhi, dando inizio alla dinastia dei Qing, che rimarrà al potere fino al 1912.

Gli esponenti superstiti della dinastia Ming scappano a sud. Si stabiliscono a Nanchino, dove rioganizzano la loro corte. Grazie all’appoggio di numerosi governatori locali, che considerano i Mancesi come barbari invasori, cercano di tamponare l’inesorabile avanzata dei nemici, decisi a prendersi tutta la Cina. Ma l’Impero dei Ming Meridionali avrà vita breve. L’ultimo imperatore, Yongli, sarà costretto a ripiegare sempre più a sud, per stabilirsi a Guangzhu.
In questa nuova sede l’imperatrice Wang, madre adottiva di Yongli, si converte al Cristianesimo grazie alla predicazione di alcuni Gesuiti, tra i quali il poligrafo Michele Boym. Il prestigio dell’imperatrice apre la corte imperiale alla nuova religione: Wang assume, da cattolica, il nome di Elena, in omaggio alla madre dell’imperatore Costantino il Grande (306-337 d.C.); allo stesso modo suo figlio Yongli, abbracciata la fede cristiana, prende il nome di Costantino, primo imperatore romano e cristiano della storia.

Nel complesso frangente storico in cui gli epigoni della dinastia Ming si trovano a vivere, Elena trova nella sua conversione una sorta di epocale intervento divino, provvidenziale per la Cina e per le sorti della stessa dinastia. Nella sua mente, con il battesimo suo, di suo figlio, e della sua corte, si sarebbe aperta la via alla futura conversione di tutta la Cina al Cristianesimo e, al pari del romano Costantino, il nuovo imperatore cinese avrebbe avuto la meglio sui suoi nemici «pagani», restaurando l’unità e la grandezza dell’Impero Ming. Inoltre, l’adesione alla Chiesa di Roma poteva costituire un valido argomento per sperare nella solidarietà dei regni cattolici europei nella lotta contro gli invasori mancesi.

Con queste aspettative, nel 1650 l’imperatrice-vedova Elena scrive a Innocenzo X, comunicandogli la notizia della conversione sua e di suo figlio, l’imperatore Yongli-Costantino. Il messaggio imperiale, datato all’anno IV, decima luna e undicesimo giorno del regno di Yongli (4 novembre 1650), sarebbe però arrivato a Roma solo alla fine del 1655, recato in Curia dal padre Boym. Esso era conservato in un tubo di bambù con finimenti in oro e decorato a inchiostro nero su sfondo dorato con il tema del dragone, simbolo dell’impero.
Su di esso era scritto, in lingua cinese e a inchiostro cinabro, il destinatario della missiva: «A Innocenzo santissimo pontefice della religione cattolica, vicario di Gesù Cristo e Santo Padre». Anche la lettera, sui bordi ornati da pizzi, era decorata con lo stesso motivo del drago e corroborata con il sigillo tradizionale cinese in cinabro, il cosiddetto chop.

Ricevuta la lettera, Alessandro VII - nel frattempo succeduto a Innocenzo X - espresse la propria soddisfazione per il grandioso avvenimento, e inviò ai sovrani la propria benedizione (il documento papale di risposta alla lettera è conservato in Archivio Segreto Vaticano, nel fondo Epistolae ad Principes, Reg. 60, f. 303r).

Dictatus Papae

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Il potere del papa in 27 affermazioni

Fede ardente, tensione mistica verso la persona di Gesù, incorruttibile forza di volontà, innato senso della giustizia. Questa la straordinaria personalità di Ildebrando di Soana, eletto papa il 22 aprile 1073 con il nome di Gregorio VII, l’ultimo tra i papi a ricevere la conferma della sua elezione da parte di un imperatore germanico. Ma Gregorio avrebbe presto avuto ragione anche di quella che certamente aveva considerato un’umiliazione: quello stesso imperatore infatti, Enrico IV, si sarebbe umiliato di fronte a lui, attendendo per tre giorni e tre notti fuori il castello di Canossa la revoca della scomunica inflittagli da papa Gregorio.

L’episodio avrebbe segnato il primo passo verso l’affrancamento della Chiesa (libertas Ecclesiae) dalla tutela imperiale, e verso la rivendicazione delle prerogative della sovranità pontificia, tra le quali Gregorio VII reclamava con forza quella di nominare le alte gerarchie della Chiesa: la lotta per le investiture tra papato e impero per la nomina di vescovi e abati si sarebbe infatti risolta con una vittoria della Chiesa (Concordato di Worms del 1122). Ma fu grazie a Gregorio VII che si innescò il processo di riscatto ed emancipazione dei papi dal potere laico.

In 27 proposizioni, raccolte sotto il titolo di Dictatus papae, papa Gregorio, artefice di quella grande riforma della Chiesa che porta il suo nome (la cosiddetta “riforma gregoriana”) sintetizzò i principi fondamentali della supremazia papale nei confronti di ogni altro potere terreno, laico o spirituale che fosse. Scritte nel 1075, le proposizioni sono inserite nel registro originale della Cancelleria di Gregorio, e furono dettate dal papa, dalla sua viva voce: è infatti in questo senso che deve intendersi la parola dictatus

La quasi totalità delle asserzioni (24 su 27) riguarda la persona del papa e le sue prerogative, con precetti di nuova formulazione, che contraddicono la consuetudine normativa della Chiesa, affermando, di fatto, la superiorità del papa sui vescovi, gelosi delle libertà godute fino a quel momento e ora puniti in caso di disobbedienza al pontefice.
Il dictatus apre con il principio del primato di Roma, e cioè “che la Chiesa è stata fondata da Dio e da Dio solo” (n.1),
da cui discendono poi le sovrane prerogative del papa, l’unico che, di diritto, può essere considerato universale (n.2);
solo il papa può usare le insegne imperiali (n.8), promulgare leggi, fondare congregazioni o abbazie, smembrare o unire diocesi (n.7); a lui solo i principi devono baciare i piedi (n.9), e nessuno lo può giudicare (n.19).
Ma l’affermazione più forte, che capovolge le dinamiche dei rapporti di forza tra papi e imperatori - e consolidati fino all’elezione di Gregorio al pontificato - è la proposizione n.12: «Quod illi liceat imperatores deponere»: a lui - al papa - è lecito deporre gli imperatori; a questa asserzione fa seguito la facoltà del papa di sciogliere i sudditi dal vincolo di fedeltà prestato all’imperatore (n.27).

Il Sommario del processo a Giordano Bruno

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Gli atti originali del processo romano contro il filosofo Giordano Bruno (1548-1600) non sono mai stati rintracciati: la loro sorte fu comune agli oltre 2600 processi dell’Archivio della Congregazione del Sant’Uffizio - più conosciuta come Inquisizione - che nel 1810, per ordine di Napoleone, erano stati trasportati a Parigi insieme agli altri archivi papali. Nella capitale francese, sette anni dopo, i documenti venivano distrutti in minutissimi pezzi, macerati in acqua e poi venduti ad una locale fabbrica di cartoni: la prassi archivistica dell’epoca ammetteva infatti lo scarto indiscriminato della documentazione criminale, giudicata priva di valore storico e, anzi, lesiva per i discendenti delle persone condannate.

Nel 1886 il benedettino Gregorio Palmieri, secondo custode dell’Archivio Vaticano, ritrovò negli Armadi delle Miscellanee, situati in una stanza della Sale Chigiane, un volume privo di segnatura archivistica, che dal foglio 202 riportava un compendio (summarium) del processo originale, compilato presumibilmente nei primi mesi del 1598, ad uso dell’assessore del Tribunale del Sant’Offizio Marcello Filonardi.
Erano passati settant’anni dal ritorno degli Archivi Vaticani da Parigi, più che mai viva era la «Questione Romana»: la contrapposizione fra Regno d’Italia e Santa Sede successiva all’estinzione dello Stato Pontificio, avvenuta con la presa di Roma nel 1870. In quel clima di forti contrapposizioni, il ritrovamento venne mantenuto segreto; se ne fece perdere memoria anche all’interno degli Archivi Pontifici. Intanto tre anni più tardi in Campo de’ Fiori veniva inaugurata la statua di Giordano Bruno, opera dello scultore massone Ettore Ferrari.

Dopo la presa di Roma papa Pio IX aveva fatto predisporre nelle Sale Chigiane una piccola stanza per contenere il suo «archivio particolare». Quella stanza rimase chiusa e sigillata, inaccessibile anche ai prefetti dell’Archivio Vaticano che si avvicendarono per oltre mezzo secolo. Fu solo nel 1927 che Pio XI permise al prefetto dell’Archivio Segreto di accedere liberamente nell’«Archivio di Pio IX»: qui, nel 1940, il prefetto monsignor Angelo Mercati rintracciò il sommario del processo, pubblicandone finalmente l’edizione due anni dopo.

Pur non avendo la freschezza e la completezza che possiede un processo originale, il Sommario, con i suoi continui riferimenti ai perduti atti, ha permesso di conoscere da una fonte primaria la vicenda inquisitoriale di Giordano Bruno nella sua fase romana, con la descrizione della ripresa del processo a suo carico dopo l’estradizione da Venezia (1593) fino alla censura dei libri del filosofo nel 1597 (il Sommario termina infatti con responsiones ad censuras di Bruno).

Quando il Sommario era stato approntato e il processo sembrava prossimo alla conclusione, l’annessione del Ducato di Ferrara e il trasferimento dell’intera Curia al seguito di Clemente VIII nella nuova legazione (aprile - dicembre 1598) paralizzarono l’attività del Sant’Uffizio: Giordano Bruno era il prigioniero che risiedeva da più tempo nelle prigioni dell’Inquisizione romana. Con la ripresa delle attività processuali, sia a febbraio (ventesimo interrogatorio) che a settembre del 1599 (ventunesimo interrogatorio), Giordano Bruno si era dichiarato disposto all’abiura delle proposizioni considerate eretiche. Ma il 16 settembre, improvvisamente, inviava un memoriale al papa, mettendo nuovamente in discussione le proposizioni incriminate, riaprendo le contestazioni e rivelando un’ostinazione smentita, in predecenza, solo a parole. Il Tribunale gli intimò allora il termine perentorio di quaranta giorni per ritrattare. Trascorso il termine, nel suo ultimo interrogatorio (dicembre 1599) il filosofo, invitato a sottomettersi, replicò che non voleva né doveva ritrattare. L’8 febbraio 1600 seguiva, invitabile, la sentenza con cui la Chiesa lo dichiarava eretico, condannandolo alla degradazione ed espellendolo dal foro ecclesiastico. Arso vivo in Piazza Campo de’ Fiori all’alba del 17 febbraio 1600, divenne così il simbolo della contrapposizione tra libertà e autorità, ritenuta inconciliabile ancora all’alba di quel nuovo secolo.

Un biglietto dal carcere di Maria Antonietta di Francia

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«I sentimenti di coloro che partecipano al mio dolore, mio caro cognato, sono la sola consolazione che io possa ricevere in questa triste circostanza. Ricevete i miei auguri per il nuovo anno e l’assicurazione del mio sincero attaccamento con il quale io sono, mio caro signor cognato, la vostra affezionata cognata e cugina Maria Antonietta». Un biglietto senza data, poco più di dieci righe in francese tracciate in una calligrafia chiara e ordinata su un piccolo foglio di carta, firmato dall’ultima regina di Francia. Il contenuto di questo sconsolato messaggio, privo di qualsiasi elemento di ufficialità, suggerisce di collocarne la stesura in uno dei periodi più drammatici dell’esistenza di Maria Antonietta: fra il dicembre del 1792 e il gennaio del 1793, all’indomani della sentenza di condanna a morte pronunciata dal tribunale rivoluzionario contro il consorte Luigi XVI ridotto al semplice rango di «cittadino Luigi Capeto» e poco prima della sua esecuzione capitale, avvenuta il 19 gennaio 1793. Maria Antonietta è prigioniera con tutta la famiglia reale alla Tour du Temple un’antica fortezza edificata dai cavalieri Templari nel XIII secolo. In preda all’angoscia per la sorte funesta che attende il marito e presagendo certamente l’approssimarsi della sua stessa fine, la regina scrive questo biglietto ad un destinatario identificabile forse il fratello di Luigi XVI, Carlo Filippo, conte d’Artois e futuro re di Francia con il nome di Carlo X. Dieci mesi dopo la data presunta di questo biglietto, si compì il triste destino di Maria Antonietta: la mattina del 16 ottobre 1793 fu condotta alla ghigliottina su uno squallido carretto. Seduta impettita, febbricitante, con gli occhi iniettati di sangue e i capelli bianchi rozzamente tagliati che sporgevano dalla cuffietta. Giunta al patibolo, vi salì con spavalderia e si affidò al boia. Alle 12.15 la testa mozzata dell’ultima regina di Francia fu mostrata alla folla che gridava: «Lunga vita alla Repubblica!».

La scomunica di Lutero

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Gli antefatti: lo scandalo delle indulgenze

Nel 1514 Alberto di Hohenzollern, arcivescovo di Magdeburgo e amministratore apostolico della diocesi di Halberstadt ottiene da Roma anche il ricco vescovato di Magonza, giungendo ad un cumulo di benefici ecclesiastici senza precedenti. Per ottenere quest’ultima provvista Alberto ha pagato alla Camera Apostolica 29.000 ducati. Una cifra assai considerevole, che gli è stata fornita dai potentissimi banchieri Fugger. L’escamotage per onorare l’ingente prestito, gli viene suggerito dagli ambienti della Curia pontificia: Alberto avrebbe fatto predicare le indulgenze nelle sue diocesi, trattenendo per sé una minima parte del denaro incamerato e inviando il resto a Roma per la nuova fabbrica di S. Pietro.

La predicazione è affidata al frate domenicano Johan Tetzel, che nella primavera del 1517 inizia ad operare nei territori brandeburghesi, stimolando la generosità dei fedeli all’insegna di una coeva cantilena: «Tosto che’l soldo tintinna nella cassa, l’anima d’un balzo il Purgatorio lassa» (Sobald das Geld in Kasten klingt, die Seele aus dem Fegfeuer springt). Altre occasioni per lucrare elemosine vengono offerte a Wittemberg, dove il lunedì successivo alla seconda domenica di Pasqua è possibile visitare la collezione delle reliquie dell’elettore Federico di Sassonia, oppure il giorno di Ognissanti, quando i fedeli, debitamente confessati ed elargendo un’offerta, possono accedere all’indulgenza plenaria della Porziuncola di Assisi.

Nel pieno fervore dei predicatori e dei devoti, il 31 ottobre 1517, Lutero, scandalizzato dalla remissione dei peccati dietro pagamento di un obolo, non riesce a contenere più il suo sdegno. Sulla porta laterale della cappella del castello di Wittemberg affigge 95 tesi, introdotte da un avviso che recita le seguenti parole: «Per amore della verità, perché essa possa trionfare, le seguenti proposizioni saranno discusse a Wittemberg sotto la presidenza del reverendo padre Martin Lutero, maestro in arti, dottore in teologia, lettore ordinario dell’Università. Quanti non potranno partecipare oralmente alla discussione sono pregati di intervenire per iscritto. In nome di Nostro Signore Gesù Cristo. Amen». Le 95 tesi sono ormai una realtà. Inizia lo scontro con Roma.

Lo scontro con Roma: al rogo i libri di Lutero!

«Il mio dado è tratto: io disprezzo l’ira dei Romani come il loro favore!». Con queste parole il monaco agostiniano Martin Lutero, il 10 luglio 1520, in una lettera al suo amico Georg Burckhardt, detto Spalatino, commenta il definitivo strappo consumato con Roma e con papa Leone X. La bolla Exsurge Domine, con la quale gli è stato intimato di ritrattare le sue 95 tesi è già stata pubblicata il 15 giugno e spedita in Germania. Il documento pontificio ha avuto una lunga preparazione. Se già dal giugno 1518 a Roma si è proceduto in giudizio contro di lui per sospetta eresia, il processo è poi stato sospeso in nome della ragion di stato: morto l’imperatore Massimiliano I, il papa non vuole compromettere la successione al trono imperiale del suo candidato Carlo d’Asburgo; così, per non stizzire Federico di Sassonia, il grande protettore di Lutero che è anche uno dei sette principi tedeschi che ha diritto di voto nell’elezione del nuovo imperatore, Leone X accantona temporaneamente il «caso Lutero».

Ma una volta eletto Carlo V (giugno 1519), la questione torna subito tra le priorità del pontefice. La commissione incaricata di esaminare la grave questione è formata dallo stesso papa, dai cardinali Benedetto Accolti e Giulio de’ Medici, futuro Clemente VII e da Johann Eck. Quest’ultimo classifica eretiche 41 delle 95 proposizioni di Lutero.
La minuta della bolla è formulata dal cardinale Accolti, mentre spetta ad Eck presentare il testo del documento al papa. L’incontro tra i due avviene nel casino di caccia del papa, sulla Magliana, dove Leone X è intento a coltivare la sua passione per le feste e l’arte venatoria. Il documento apre con un lungo preambolo - definito tecnicamente arenga - intessuto di un mirabile intreccio di citazioni bibliche, allo scopo di enfatizzare la gravità dei danni inferti dal Lutero alla Chiesa di Cristo. Sono poi enumerate le 41 proposizioni giudicate eretiche. Si passa infine alla dispositio, cioè alla parte dispositiva del documento - qui strutturata in tre parti - nella quale il papa manifesta la sua volontà: condannando gli errori del monaco in materia di fede; ordinando di bruciare i suoi scritti; concedendogli un termine perentorio di 60 giorni per ritrattare le sue affermazioni, trascorso il quale incorrerà nella scomunica.

La bolla viene esaminata in 4 concistori, le assemblee plenarie del papa con il Sacro Collegio dei cardinali; una di queste riunioni dura ben otto ore! Giunta in suolo tedesco, la bolla non ottiene l’accoglienza sperata: a Lipsia è coperta di fango e lacerata, a Erfurt gli studenti della facoltà teologica, dopo averla stracciata, la gettano nel fiume Gera, e oltraggi simili le riservano altre città tedesche. Nel frattempo il papa nomina esecutori apostolici del documento il nunzio apostolico presso l’imperatore Girolamo Aleandro e Johann Eck, con l’incarico di far sì che il dispositivo della bolla venga rispettato in tutti i territori dell’Impero. Tra il 21 e il 29 settembre 1520, Eck fa affiggere personalmente il documento in tre città della Germania: Meissen, Merseburg, Brandeburg. Da quel momento si considera ufficialmente il conteggio dei 60 giorni concessi a Lutero per ritrattare.

Lutero scomunicato

In Germania alcuni vescovi cattolici cercano di rimandare l’esecuzione della bolla. Anche altri prelati tedeschi difendono Lutero. La situazione è molto delicata. Il nunzio apostolico Aleandro arriva in Germania con precise istruzioni: esortare l’imperatore e il suo entourage alla cattura di Lutero e alla sua estradizione a Roma una volta scaduti i termini previsti dell’Exurge Domine, perseguendo inoltre i seguaci e gli stampatori degli scritti dell’eretico.

Ma ancora una volta interviene Federico di Sassonia. Questi, il 6 novembre 1520 si è appellato al diritto germanico, che prevede l’impossibilità di condannare un tedesco che non sia stato sottoposto a giudizio. Lo stesso Carlo V in un primo momento si mostra garantista nei confronti di Lutero, concedendogli la possibilità di comparire alla dieta (assemblea) imperiale di Worms prevista per il gennaio 1521. Il nunzio Aleandro protesta, dichiarando la potestà pontificia superiore a qualsiasi forma di garanzia del diritto germanico. Poi però la notizia recata da Johann Eck, che i sessanta giorni sarebbero presto scaduti, e che la bolla di scomunica contro Lutero è di imminente pubblicazione (sarà pubblicata il 3 gennaio 1521) inducono l’imperatore a recedere dalle proprie decisioni: sul monaco tra poco peserà la massima pena ecclesiastica, e i luoghi dove si recherà saranno colpiti da interdetto; inoltre, le persone che comunicheranno con lui incorreranno automaticamente nella scomunica. Il 17 dicembre quindi Carlo V autorizza Federico di Sassonia a condurre a Worms un Lutero intenzionato soltanto a ritrattare.

Il 3 gennaio dell’anno seguente, con bolla Decet Romanum Pontificem, il papa fulmina la scomunica contro Martin Lutero. Nella stessa data sono spedite speciali facoltà ad Alberto, arcivescovo di Mainz, nominato inquisitore per la Germania, e ai nunzi Caracciolo, Aleandro ed Eck, ai quali si conferiscono i poteri necessari per perseguire tutti i luterani, quale che sia la loro condizione, e restituire alla comunione ecclesiale i pentiti. Il testo della bolla è trascritto nel registro del papa Medici, poco dopo quello della Exsurge Domine. Dopo un’arenga dal tenore squisitamente giuridico, dove poco spazio è lasciato ai testi biblici, il papa riassume le disposizioni stabilite nel documento, fino a comminare la massima pena ecclesiastica a Lutero e ai suoi seguaci, riservando a sé l’eventuale assoluzione del monaco e ordinando a tutte le autorità ecclesiastiche di combattere l’eresia luterana in difesa della fede cattolica.

La deposizione di Federico II

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L’evento più significativo del pontificato di Innocenzo IV è il Concilio di Lione (26 giugno - 17 luglio 1245), convocato a partire dal 3 gennaio 1245 per affrontare varie questioni, fra le quali l’aiuto alla Terrasanta, caduta l’anno precedente in mano ai Turchi che agivano soldo del sultano d’Egitto, e la ricomposizione delle vertenze tra l’imperatore Federico II e la Chiesa.

Pochi mesi prima, il 13 aprile 1245, il papa aveva rinnovato a Federico II la scomunica impartitagli da Gregorio IX, per poi revocare il provvedimento nel mese successivo, quando Federico si era dichiarato disposto ad andare a combattere per tre anni in Terrasanta. Inizialmente, da entrambe le parti, si era cercato di raggiungere un accordo che avesse posto fine ai pesanti attriti tra papato e impero. Innocenzo IV, non appena eletto (25 giugno 1243), aveva avviato trattative per ricomporre la vertenza, e Federico si era mostrato ben disposto a chiudere una lotta che logorava le forze di entrambi i contendenti. Ciononostante rimaneva irrisolta la questione lombarda. I territori dell’Italia del nord erano formalmente sotto il dominio imperiale; alle istanze autonomistiche dei Lombardi, forti di una gloriosa tradizione comunale che aveva loro permesso di sfidare e vincere anche Federico I Barbarossa, nonno paterno di Federico, si aggiungevano i timori del papa, che non voleva l’accerchiamento dello Stato della Chiesa da parte delle terre imperiali.

Successivamente, la situazione era pian piano precipitata, nonostante alcuni piccoli gesti di distensione da parte di entrambi i contendenti. L’insurrezione di Viterbo, ordita nel settembre 1243 dal cardinale Raniero Capocci, acerrimo nemico di Federico, innescò un meccanismo che pose fine ad ogni possibilità di pacificazione. Il cardinale si adoperò con ogni mezzo per evitare che si tornasse alla pace con l’imperatore, organizzando una campagna libellistica che già affrontava il tema della deposizione. Il papa, dal canto suo, rimaneva a guardare. Sapeva dell’azione del Capocci, ma aveva anche dato facoltà ad un suo legato di poter sciogliere dalla scomunica l’imperatore.

Dopo alterne vicende, tra le quali è senz’altro da ricordare il mancato incontro chiarificatore di Narni tra Federico e Innocenzo e la successiva fuga del papa a Genova e poi a Lione, si arrivò alla convocazione del Concilio in questa città francese, di fatto sotto il controllo del re di Francia. Federico non fu in grado di fermare il Concilio, come aveva già fatto sotto Gregorio IX (1241) quando aveva intercettato per mare i cardinali diretti a Roma e li aveva tratti in arresto; questa volta infatti non fu sufficiente minacciare i religiosi di Germania e Sicilia di non partecipare all’assise lionese.

Avviati i lavori conciliari il papa dichiarò che le vertenze con l’imperatore costituivano il male che più lo affligeva, nonostante la corruzione dei costumi, la situazione della Terrasanta, lo scisma con la Chiesa Greca e altre gravi questioni. Nella sentenza di deposizione, la bolla Ad Apostolice dignitatis del 17 luglio 1245, dinanzi allo stupore degli stessi padri conciliari, Innocenzo IV depone formalmente l’imperatore dalla dignità imperiale. Federico, tra i suoi tanti mali, si è posto al di fuori del disegno di Dio, che pone il papa, come vicario di Cristo, ai vertici della Chiesa e della società umana. Federico quindi, oltre ad essere considerato spergiuro, sacrilego, violatore della pace, è anche eretico. A questa ed altre accuse tradizionali - per così dire - dello scontro dialettico tra papato e impero si accompagna una nuova concezione che intende ridefinire i rapporti tra papa e imperatore: quest’ultimo e il suo impero sono ora posti in una situazione di dipendenza dal papato, anzi, dal papa in persona, vicario di Cristo in Terra.

La rinuncia al trono di una regina anticonformista

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Quando nel 1650, all’atto di salire al trono, Cristina di Svezia (1626-1689) si sentì nel pieno potere di disporre liberamente della sua vita e dei suoi beni, cominciò ad attuare con cautela, ma anche con convinzione, il suo progetto di lasciare il regno e la corte. Ritirandosi a «vita privata» avrebbe meglio potuto coltivare i suoi interessi culturali e quegli stessi dotti cenacoli da lei promossi a Stoccolma. Proprio in questi ambienti maturò la sua conversione al cattolicesimo.
Un percorso che la portò alla rinuncia al trono di Svezia, formalizzata nel giugno di quattro anni dopo. Lasciato il Regno a suo cugino Carlo Gustavo (che divenne Carlo X di Svezia), nonostante l’opposizione del Senato, il 1° giugno 1654 fece stilare nel castello di Uppsala l’atto di rinuncia, il cui esemplare più solenne è oggi custodito in Archivio Segreto Vaticano.
L’ex regina si assicurò un livello di vita futura degno della sua nascita e ricevette territori in Svezia e in Pomerania, con le isole di Öland, Gotlkand e Ösel (quest’ultima oggi parte dell’Estonia).
Appresa la disponibilità dell’ex sovrana a professare pubblicamente la sua nuova fede, il 10 ottobre 1655 papa Alessandro VII informò Cristina che Luca Holste (celeberrimo umanista e allora prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana) si sarebbe recato ad Innsbruck per incontrarla e ricevere la sua abiura del protestantesimo e l’adesione al Cattolicesimo. Il 3 novembre 1655, pronunziata la professione di fede, Cristina potè finalmente mettersi in viaggio per Roma, dove giunse il 23 dicembre, entrando in città da Porta del Popolo, ornata con maestosi apparati scenografici. Dopo un iniziale soggiorno nei Palazzi Vaticani (più precisamente nella Torre dei Venti, ora facente parte dei locali dell’Archivio Segreto), Cristina si stabilì a Palazzo Farnese e poi in un edificio in via della Lungara. Qui raccolse la sua ricca biblioteca e la sua pinacoteca, aprendo il suo salotto romano ad artisti, filosofi e scienziati.
Alla sua morte, il 19 aprile 1689, la biblioteca e i documenti in suo possesso - tra questi l’atto di rinuncia al trono - furono acquisiti dal Vaticano. Il solenne atto di abdicazione oggi custodito nell’Archivio Segreto è l’esemplare più sontuoso tra quelli relativi alla rinuncia al trono di Cristina. Si tratta di due bifogli, uniti da un cordone di fili intrecciati di seta gialla e azzurra (i colori della bandiera reale) che fuoriesce dal documento in dieci punti, formando 18 trecce cui sono appese 307 teche di legno tornite, destinate ad accogliere altrettanti sigilli di cera dei sottoscrittori (65 teche sono però vuote e sembra non abbiano mai accolto sigilli; altre 242 contengono cera rossa sulla quale doveva essere impressa l’impronta dei sigilli dei sottoscrittori, apposta soltanto in 129 casi).
L’altro esemplare della rinuncia - non del tutto identico a quello vaticano e con il solo sigillo della sovrana - si trova nel Riksarkivet di Stoccolma.

Enrico VIII

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Una supplica minacciosa e lo scisma anglicano

Anno 1530. Da alcuni mesi il caso matrimoniale di Enrico VIII d’Inghilterra e Caterina d’Aragona era nelle mani di papa Clemente VII. Il re, più che mai ossessionato da quello che lui stesso definiva il suo «affare segreto», desiderava ad ogni costo ottenere da Roma l’annullamento del suo primo matrimonio per sposare la giovane Anne Boleyn, da cui sperava di ottenere il sospirato erede al trono. Era dunque necessario intensificare le pressioni sul papa. Così Enrico convocò il 12 giugno a corte un certo numero di suoi sostenitori, per la maggior parte membri della Camera dei Lords, esortandoli a redigere una lettera di sollecito a Clemente VII, affinché concludesse la causa matrimoniale con una sentenza di annullamento. Ai convenuti fu letta una bozza della lettera, ma alcuni ne criticarono i toni troppo aggressivi: vi si evocava addirittura il ricorso ad un concilio contro il papa, se questi non avesse concesso ad Enrico VIII ciò che chiedeva.

Dopo una sospensione di alcuni giorni, resa forse necessaria per la stesura di un nuovo testo, si tenne una nuova riunione il 16 giugno, la domenica del Corpus Domini. Questa volta, però, Enrico giocò d’astuzia: per evitare il pericolo di ulteriori dilazioni, interpellò ciascuno dei convocati separatamente. Resistere alle pressioni e alla veemenza del sovrano era impossibile e quel giorno la lettera ricevette gran parte delle sottoscrizioni. Ma il re non era soddisfatto: il documento avrebbe dovuto essere sottoscritto e sigillato anche da quanti non avevano potuto presentarsi a corte. Gli assenti furono allora raggiunti nelle proprie case da alcuni commissari reali spediti in lungo e in largo per tutto il Regno.

Fu così che, ad esempio, nella notte del 16 giugno, il cardinale Thomas Wolsey si vide presentare nella sua tenuta di Esher la vistosa pergamena, su cui appose la propria firma nella parte riservata agli arcivescovi, imprimendo il proprio sigillo nella teca di latta che i messi reali avevano frattanto riempito di cera. Circa un mese dopo, corredato di tutte le sottoscrizioni e dei relativi sigilli, il documento fu datato e spedito. Fra i suoi sottoscrittori vi erano tutti i duchi, i marchesi e i conti e la gran parte dei baroni e degli abati delle principali abbazie del Regno: quasi il 70% dei membri della Camera dei Lords. Nessuno dei sottoscrittori poteva immaginare quale sorte sarebbe toccata ad alcuni di loro di lì a pochi anni: George Boleyn, visconte di Rochford e fratello della futura regina Anna, sarebbe stato giustiziato con lei per alto tradimento, con l’aggravante di incesto con la sorella; l’abate di Glastonbury, Richard Whiting, condannato a morte per non aver consentito a cedere l’abbazia e i suoi beni alla Corona, sarebbe stato impiccato e squartato, mentre il cadavere dell’abate Hugh Cook di Reading, impiccato come traditore nella sua stessa abbazia, sarebbe stato lasciato marcire sulla forca; Henry Courtenay marchese di Exeter ed Henry Pole, barone di Montague, convinti oppositori dello Scisma Anglicano, furono decapitati per aver partecipato ad una congiura contro il sovrano. Nelle 83 sottoscrizioni del documento, che è stato definito come «il più impressionante mai messo in circolazione dai Tudor», sono dunque racchiuse le storie di protagonisti e vittime di alcuni fra i decenni più sanguinari della storia d’Inghilterra.

Gli angeli del Ponte: la Via Crucis di Gian Lorenzo Bernini

L’angelo con il cartiglio della croce (INRI) e l’angelo con la corona di spine, le due statue scolpite dal maestro Bernini: sono troppo belle per essere esposte alle intemperie, non possono essere collocate sul Ponte S. Angelo. Così ha deciso papa Clemente IX Rospigliosi, così ci narra Domenico Bernini, figlio di Gian Lorenzo: «non altrimenti volle che opere così belle rimanessero esposte alle ingiurie del tempo et ordinò che due copie se ne facessero, per doverle poi, in vece loro, collocar sul ponte». Le due statue sarebbero state inviate a Pistoia, città natale di papa Clemente. Per il ponte sarebbe bastato che gli allievi della bottega dell’artista avessero scolpito due copie di quei capolavori.

La scenografia di Ponte S. Angelo era stata ideata da Bernini sotto il pontificato di Alessandro VII, a cui era succeduto, nel giugno 1667, Giulio Rospigliosi, amico da lunga data dell’artista. Poeta, drammaturgo, sensibile alle arti, il nuovo pontefice Clemente IX accolse con favore il progetto del suo predecessore, anche in virtù dell’amicizia che lo legava da oltre trent’anni allo scultore. Molti anni prima infatti, nel 1634, Bernini aveva disegnato le scenografie di un’opera teatrale dell’allora monsignor Rospigliosi, il Sant’Alessio, messo in scena per l’inaugurazione del teatro di Palazzo Barberini alle Quattro Fontane.

Per Ponte S. Angelo Bernini pensa quindi ad una sceneggiatura marmorea, dentro la città, con il fiume, la fortezza, il ponte, la cupola di Michelangelo, il verde dei colli vaticani. Il titolo della rappresentazione è Via crucis, un itinerario di purificazione verso la basilica vaticana, centro della Cristianità. Ad ogni angelo è assegnato un simbolo della passione di Gesù: la colonna, i chiodi, la croce, e altro ancora. Inizialmente il progetto prevede otto statue, ma poi Bernini ci ripensa. Nell’aprile 1668 aumenta a dieci il numero degli angeli. È la struttura del ponte che lo richiede. In quell’epoca la Via crucis è oggetto di studio e i papi ne incoraggiano la diffusione, ma il numero e la scelta dei momenti della Passione di Cristo da venerare non sono stati definiti con certezza. Solo verso la metà del secolo successivo papa Benedetto XIV avrebbe fissato a 14 – così come sono ancora oggi – il numero delle “stazioni”. Il maestro fa dunque costruire due piloni con contrafforti (che saranno demoliti alla fine dell’800) e sostituisce i parapetti a lastre di travertino con balaustre a grate, per permettere al visitatore di vedere le acque e ottenere per il “teatro” del Ponte S. Angelo una nuova fluidità scenografica. Una fluidità che Clemente IX non avrebbe visto ultimata. Il papa muore infatti il 9 dicembre 1669. Il giorno dopo Bernini redige l’avviso di pagamento che il maestro dei Sacri Palazzi Apostolici Bernardino Rocci avrebbe contrassegnato, firmato e spedito al computista del Palazzo papale. Ne sarebbe seguito un mandato di pagamento in favore del mercante Giovanni Battista Marcone, che aveva trasportato a Roma i due marmi necessari per realizzare le copie dei due angeli.

Dopo aver affidato al suo allievo Paolo Naldini la scultura dell’angelo con la corona di spine, Bernini, forse in omaggio al papa defunto che tanto aveva ammirato i colpi del suo scalpello, forse per firmare con le sue mani quella scenografia marmorea che aveva ideato, progettato e seguito dall’inizio alla fine, si rimette all’opera… e per la seconda volta scolpisce l’angelo con il cartiglio della croce.

Tra l’ottobre e il novembre 1671 le due copie sono collocate sul ponte: la scenografia è conclusa. Nel frattempo le prime due statue degli angeli che Bernini aveva scolpito – e il papa aveva voluto per sé – non avevano più lasciato Roma. Rimaste a Palazzo Rospigliosi dopo la morte del papa, nel 1729 Prospero Bernini, nipote di Gian Lorenzo e figlio di Paolo, forse le riacquista e le dona alla chiesa di S. Andrea delle Fratte, situata nei pressi di Palazzo Bernini, dove l’artista, tutte le mattine, per circa quarant’anni, aveva ascoltato la messa prima di dirigersi al lavoro. Gli angeli, ad oggi, sono ancora lì.

I Templari alla sbarra: il processo contro l’Ordine
in terra di Francia.

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Con la bolla Faciens misericordiam dell’agosto 1308, papa Clemente V, dopo aver annullato tutte le precedenti inchieste condotte dall’Inquisizione di Francia contro i Templari - arrestati a sua insaputa per ordine del re di Francia Filippo il Bello - avocò a sé la conduzione del processo a carico dell’Ordine. I suoi commissari apostolici avrebbero avviato inchieste contro il Tempio in tutti i regni cristiani, mentre con inchieste diocesane, presiedute dai vescovi locali, sarebbero stati inquisiti i singoli Cavalieri. Il successivo Concilio di Vienne (1311-1312) avrebbe vagliato i risultati delle indagini dei commissari, decidendo delle sorti dell’Ordine, mentre i concili provinciali, presieduti dai vescovi, avrebbero considerato i casi dei singoli Cavalieri. Il papa si riservò infine la facoltà di giudicare il gran maestro e gli altri quattro dignitari del Tempio. La sua tattica, d’altronde, non era nuova.

Sin dal giorno dell’arresto dei Templari di Francia (13 ottobre 1307), Clemente V aveva tentato con mille stratagemmi di porre freno alle mire del re: facendo arrestare preventivamente i Cavalieri del Tempio, dovunque si trovassero, sottraendoli così all’arbitrio delle autorità secolari (22 novembre 1307); annullando poi tutti i procedimenti promossi dall’Inquisizione di Francia e dagli uomini del re, che avevano barbaramente torturato i Templari, costringendoli a confessare (o, meglio, ad accettare le accuse formulate a loro carico); assolvendo infine settantadue Cavalieri e i cinque grandi dignitari. Ma sarebbe ora riuscito ad accertare la verità dei fatti, e fare in modo che il processo non subisse interferenze? In altre parole, sarebbe riuscito ad evitare - pur agendo secondo giustizia - la condanna dell’Ordine, una condanna che il re di Francia voleva a tutti i costi? Filippo dalla soppressione del Tempio avrebbe ottenuto soltanto benefici: gli ingenti debiti contratti con i Templari, banchieri della Corona francese, sarebbero stati azzerati; successivamente - e dopo averne smascherato le nefandezze - sarebbe riuscito, con qualche stratagemma, ad incamerare i beni di quell’ordine ricco e potente, ma ormai corrotto ed eretico. Non era forse Filippo, erede di una tradizione quasi millenaria, l’«unto dal signore», il monarca di diritto divino? A lui, nuovo campione dell’ortodossia religiosa, spettava quindi difendere e garantire in prima persona le libertà della Chiesa gallicana, anche contro la Chiesa di Roma, anche contro i Templari, che di quella Chiesa non erano che il braccio finanziario. Un potere che Filippo, nel suo  regno, non voleva e non poteva riconoscere a nessun altro fuorché a se stesso. Il processo, iniziò formalmente il 22 novembre 1309, ma i commissari papali presero a lavorare ininterrottamente e in maniera costante solo dal marzo 1310, perfezionando anche l’impianto accusatorio: 127 articoli per accertare le responsabilità dell’Ordine. In città i Templari pronti a testimoniare erano circa 600, detenuti nelle prigioni, nelle abbazie, in case di privati! Tutti volevano difendere l’Ordine.

Tutti tranne il gran maestro Jacques de Molay, che dichiarò di voler deporre solo in presenza del papa, nonostante il processo dovesse giudicare l’Ordine nel suo complesso, e lui non fosse l’imputato, ma sono un testimone. Ma il gran maestro aveva le sue ragioni: era stato messo in guardia dagli uomini del re a non contraddirsi. A Chinon, nell’agosto 1308, dopo aver ammesso la sua colpevolezza e aver abiurato i suoi errori, Molay era stato assolto e reintegrato nella comunione cristiana. Ormai non poteva più ritrattare: ciò lo avrebbe reso relapso, cioè ricaduto nell’eresia. E per i relapsi la pena era il rogo. Nonostante la defezione del gran maestro, la difesa dei Templari si fece man mano più solida; tutti i testimoni parlavano in favore dell’Ordine. E a questo punto intervenne il re, boicottando magistralmente il procedimento. L’arcivescovo Philippe de Marigny, fratello di Enguerard, fedelissimo di Filippo e membro del suo Consiglio, attingendo in mala fede alle informazioni provenienti da due distinte inchieste, quella diocesana di Sens da un lato, e quella generale del processo contro l’Ordine dall’altro, l’11 maggio 1310 convocò il concilio provinciale della sua diocesi a Parigi, facendo condannare i cinquantaquattro Templari soggetti alla sua giurisdizione. Il verdetto? Relapsi, perché nell’inchiesta diocesana avevano confermato le confessioni rilasciate dopo l’arresto del 1307, ma  dinanzi ai commissari papali avevano ritrattato. Dopo il rogo dei cinquantaquattro, gli altri Templari terrorizzati, sconvolti, gettarono la spugna: tra il novembre e il giugno 1311, circa un terzo dei seicento Cavalieri comparirono spontaneamente di fronte ai giudici, e solo per riconfermare quanto dichiarato nelle precedenti deposizioni. Ritrattare significava morire. Quelle duecentotrentuno strazianti deposizioni, rese tra il timore di non contraddirsi e il frustrato desiderio di difendere l’Ordine, sono contenute nei circa 60 metri lineari del rotolo pergamenaceo.

Gli angeli del Ponte: la Via Crucis di Gian Lorenzo Bernini

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L’angelo con il cartiglio della croce (INRI) e l’angelo con la corona di spine, le due statue scolpite dal maestro Bernini: sono troppo belle per essere esposte alle intemperie, non possono essere collocate sul Ponte S. Angelo. Così ha deciso papa Clemente IX Rospigliosi, così ci narra Domenico Bernini, figlio di Gian Lorenzo: «non altrimenti volle che opere così belle rimanessero esposte alle ingiurie del tempo et ordinò che due copie se ne facessero, per doverle poi, in vece loro, collocar sul ponte». Le due statue sarebbero state inviate a Pistoia, città natale di papa Clemente. Per il ponte sarebbe bastato che gli allievi della bottega dell’artista avessero scolpito due copie di quei capolavori.

La scenografia di Ponte S. Angelo era stata ideata da Bernini sotto il pontificato di Alessandro VII, a cui era succeduto, nel giugno 1667, Giulio Rospigliosi, amico da lunga data dell’artista. Poeta, drammaturgo, sensibile alle arti, il nuovo pontefice Clemente IX accolse con favore il progetto del suo predecessore, anche in virtù dell’amicizia che lo legava da oltre trent’anni allo scultore. Molti anni prima infatti, nel 1634, Bernini aveva disegnato le scenografie di un’opera teatrale dell’allora monsignor Rospigliosi, il Sant’Alessio, messo in scena per l’inaugurazione del teatro di Palazzo Barberini alle Quattro Fontane.

Per Ponte S. Angelo Bernini pensa quindi ad una sceneggiatura marmorea, dentro la città, con il fiume, la fortezza, il ponte, la cupola di Michelangelo, il verde dei colli vaticani. Il titolo della rappresentazione è Via crucis, un itinerario di purificazione verso la basilica vaticana, centro della Cristianità. Ad ogni angelo è assegnato un simbolo della passione di Gesù: la colonna, i chiodi, la croce, e altro ancora. Inizialmente il progetto prevede otto statue, ma poi Bernini ci ripensa. Nell’aprile 1668 aumenta a dieci il numero degli angeli. È la struttura del ponte che lo richiede. In quell’epoca la Via crucis è oggetto di studio e i papi ne incoraggiano la diffusione, ma il numero e la scelta dei momenti della Passione di Cristo da venerare non sono stati definiti con certezza. Solo verso la metà del secolo successivo papa Benedetto XIV avrebbe fissato a 14 – così come sono ancora oggi – il numero delle “stazioni”. Il maestro fa dunque costruire due piloni con contrafforti (che saranno demoliti alla fine dell’800) e sostituisce i parapetti a lastre di travertino con balaustre a grate, per permettere al visitatore di vedere le acque e ottenere per il “teatro” del Ponte S. Angelo una nuova fluidità scenografica. Una fluidità che Clemente IX non avrebbe visto ultimata. Il papa muore infatti il 9 dicembre 1669. Il giorno dopo Bernini redige l’avviso di pagamento che il maestro dei Sacri Palazzi Apostolici Bernardino Rocci avrebbe contrassegnato, firmato e spedito al computista del Palazzo papale. Ne sarebbe seguito un mandato di pagamento in favore del mercante Giovanni Battista Marcone, che aveva trasportato a Roma i due marmi necessari per realizzare le copie dei due angeli.

Dopo aver affidato al suo allievo Paolo Naldini la scultura dell’angelo con la corona di spine, Bernini, forse in omaggio al papa defunto che tanto aveva ammirato i colpi del suo scalpello, forse per firmare con le sue mani quella scenografia marmorea che aveva ideato, progettato e seguito dall’inizio alla fine, si rimette all’opera… e per la seconda volta scolpisce l’angelo con il cartiglio della croce.

Tra l’ottobre e il novembre 1671 le due copie sono collocate sul ponte: la scenografia è conclusa. Nel frattempo le prime due statue degli angeli che Bernini aveva scolpito – e il papa aveva voluto per sé – non avevano più lasciato Roma. Rimaste a Palazzo Rospigliosi dopo la morte del papa, nel 1729 Prospero Bernini, nipote di Gian Lorenzo e figlio di Paolo, forse le riacquista e le dona alla chiesa di S. Andrea delle Fratte, situata nei pressi di Palazzo Bernini, dove l’artista, tutte le mattine, per circa quarant’anni, aveva ascoltato la messa prima di dirigersi al lavoro. Gli angeli, ad oggi, sono ancora lì.

Alessandro VI, Cristoforo Colombo
e la scoperta del Nuovo Mondo

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Il 12 ottobre 1492, dopo sessantanove giorni di navigazione, Cristoforo Colombo gettava l’ancora della sua caravella, la Santa Maria, presso l’isola Guanahani (futura isola di San Salvador). Fu così che, nel tentativo di raggiungere via mare il Catai ed il Cipango (le attuali Cina e Giappone) per una nuova e inesplorata via, l’ignaro navigatore fece dono alla Spagna e all’Europa del Nuovo Mondo. La scoperta dell’America infatti avrebbe segnato l’irruzione nella storia di una nuova umanità (e anche di una nuova Cristianità), ponendo l’Europa di fronte a uomini e culture diverse, di fronte al problema dell’«Altro»; si usciva insomma dal Medioevo per approdare nei secoli della modernità.

Cristoforo Colombo era nato a Genova nel 1451. Eccellente navigatore, si era stabilito in Portogallo, appassionandosi alle esplorazioni e studiando un modo più rapido per raggiungere via mare il Cipango e altre terre sconosciute. Intorno al 1484, aveva proposto il suo progetto al re del Portogallo; al rifiuto del sovrano, Colombo si era rivolto ai monarchi di Castiglia e Aragona. Il primo rifiuto dei re spagnoli, nel 1487, non scoraggiò Colombo, che pochi anni dopo, nel pieno fervore della guerra di riconquista cristiana della Spagna, riuscì ad accordarsi con i reali per il finanziamento dell’impresa. Era la primavera del 1492. Il 3 agosto di quello stesso anno Colombo salpava verso Occidente da Palos con tre imbarcazioni: la «Niña», la «Pinta» e la «Santa Maria». Dopo una sosta alle Canarie, l’8 settembre la piccola flotta iniziava la traversata dell’Oceano Atlantico.

Dopo il rientro di Colombo in Europa, avvenuto nel marzo 1493, papa Alessandro VI (lo spagnolo Rodrigo de Borja), su richiesta dei sovrani spagnoli, timorosi delle rivendicazioni territoriali avanzate dal re Giovanni II di Portogallo, emanò una serie di documenti, tra i quali il più importante è la bolla Inter cetera del 4 maggio 1493. Il documento è contenuto nel Registro Vaticano 777 dell’Archivio Segreto Vaticano. La Inter cetera (di cui esistono due redazioni) venne retrodatata, nella sua versione definitiva al 4 maggio, anche se composta, spedita e registrata solo alla fine del giugno 1493. Con quel documento, definito anche «bolla di partizione», il papa – in virtù dell’autorità apostolica sulle terre occidentali dell’ex Impero Romano, esercitata in forza delle prerogative attribuite ai papi dalla falsa donazione di Costantino – concedeva ai sovrani spagnoli il possesso di tutte le isole e le terre scoperte e di quelle che sarebbero state scoperte in futuro, a ovest di una linea di confine ideale Polo Nord/Polo Sud, idealmente tracciata a circa cento leghe dalle isole Azzorre e dalle isole di Capo Verde.

Con questo atto il pontefice delimitava il dominio marittimo e coloniale di Spagna e Portogallo. Il papa chiedeva poi ai sovrani di provvedere al più presto all’invio di missionari cattolici che operassero per convertire alla vera fede di Cristo le popolazioni indigene: bolla di partizione del mondo e bolla missionaria dunque, che tante ripercussioni avrebbe avuto negli anni a venire.

Nel documento papale s’incontra fra l’altro l’esplicito riferimento alla missione svolta da Cristoforo Colombo (chiamato nella bolla Cristoforus Colon), “uomo particolarmente degno e assai raccomandabile, nonché capace di compiere una così grande impresa”, incaricato dai sovrani spagnoli “di cercare non senza fatiche e pericoli certe isole lontanissime e terre mai scoperte prima”.

Il Trattato di Tordesillas del 1494 tra i re di Portogallo e di Spagna avrebbe spostato i confini delle rispettive zone di influenza a 370 miglia dalla linea ideale tracciata dal papa.

Lettera di Bernadette Soubirous a Pio IX

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Poco più di dieci anni prima della Bolla Ineffabilis Deus, il 7 gennaio 1844, presso Lourdes, nasce Marie-Bernarde Soubirous. La piccola Bernadette è poco più che quattordicenne quando, l’11 febbraio 1858, presso la grotta di Massabielle, le appare «una piccola signora giovane», con veste e velo bianco, cinta di blu, con una rosa dorata su ciascun piede e un rosario in mano, che le chiede di tornare in quei luoghi, ogni giorno, per due settimane. Nelle successive apparizioni la «bellissima signora» invita alla preghiera ed alla penitenza. Non svela però la sua identità fino al 25 marzo quando, mostratasi alla pastorella, le si rivolge dicendo «Que soy era immaculada concepciou» (Io sono l’Immacolata Concezione). Bernadette è interdetta, non sa che quell’espressione esprime un dogma di fede definito pochi anni prima: sarà l’abate Peyramale a spiegarle non senza profondo turbamento il significato di quell’espressione così incomprensibile per lei.

L’incontro con la Vergine lascia il segno sulla fanciulla, che nel luglio del 1866, entra come novizia nel monastero di Saint-Gildard a Nevers, per nascondersi - così ella dice - a quelle morbose attenzioni che la gente le riservava da quando aveva avuto la apparizioni. Nei 13 anni trascorsi in convento svolge le sue mansioni con generosa dedizione, spinta dall’unico desiderio di non trascorrere un solo istante della sua vita senza amare. Proprio dal suo convento, il 17 dicembre 1876, mentre la sua salute già cagionevole va peggiorando progressivamente, Bernadette indirizza una lettera a Pio IX, nella quale, definendosi un «piccolo zuavo di Vostra Santità, armato di preghiera e sacrificio», auspica per il pontefice «che dal cielo la Santissima Vergine getti spesso il suo sguardo materno su di Voi, Santo Padre, perché l’avete proclamata Immacolata».

La scrittura segreta del Papa

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Fra il 27 e il 31 dicembre 1494 le truppe francesi invasero Roma al seguito di Carlo VIII, deciso ad aver ragione di papa Alessandro VI, che ostacolava i suoi progetti di conquista del Regno di Napoli. Temendo il peggio, il 7 gennaio 1495, il papa si rifugiò con un piccolo gruppo di cardinali nella fortezza di Castel S. Angelo attraverso il «Passetto di Borgo», un lungo corridoio coperto che ancora oggi collega lo Stato della Città del Vaticano con Castel S. Angelo. Alessandro VI aveva fatto trasferire nella fortezza tutti gli oggetti di valore della curia e i documenti di maggiore importanza: fra questi vi era certamente l’ampio bifoglio cartaceo contenente il nomenclatore per la corrispondenza del papa con il nunzio apostolico in Spagna, don Francisco Desprats. Da allora, questo imprescindibile strumento di lavoro per la decifrazione e la stesura di dispacci diplomatici criptati rimase nell’Archivio di Castel S. Angelo e da lì giunse nell’Archivio SegretoVaticano alla fine del 1700.

Il nomenclatore contiene diversi sistemi crittografici: due differenti alfabeti cifranti di sostituzione, cui si aggiunge una terza opzione sostitutiva per le sole vocali; una griglia, disposta su tre righe di testo, contenente verbi, pronomi e articoli con i relativi simboli di sostituzione: ad esempio una lettera dell’alfabeto greco, il lambda (λ) per la parola «tacere»; una «c» rovesciata (ɔ) per la parola «cavalcare»; infine, su tre colonne, una serie di parole e frasi - probabilmente le più ricorrenti, le più «delicate», le più «segrete» - sostituite da numeri nella prima colonna e da sillabe nella seconda e terza colonna: così 23 sostituisce la parola «pappa» (papa), 46 «facto d’arme» (cioè scontro armato), «cc» significa «la figlia del pappa», «gu» «i figli del pappa», «nu» «Fiorentini», «no» «Venetiani», e così via.
L’assoluta segretezza dei cifrari, spesso non conservati per non lasciare tracce e periodicamente rinnovati, impedisce ancora oggi di interpretare correttamente alcuni dispacci, destinati per sempre a rimanere segreti.

Il Dogma dell’Immacolata Concezione

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Il 1° giugno 1848 Pio IX istituì una commissione speciale di venti teologi incaricati di sottoporgli il proprio parere circa l’opportunità di definire il dogma dell’Immacolata Concezione. I voti trasmessi al papa furono per la maggior parte favorevoli. Il medesimo quesito fu posto alla congregazione cardinalizia istituita per mandato pontificio il 6 dicembre. I cardinali si espressero a favore della definizione, raccomandando però che si richiedesse prima il parere dell’episcopato per mezzo di un’enciclica. Il 2 febbraio 1849 Pio IX pubblicava tale documento (Ubi primum), nel quale si rivolgeva ai vescovi chiedendo loro di informarlo circa i sentimenti del clero e del popolo delle rispettive diocesi in merito alla definizione dell’Immacolata Concezione: su 603 risposte pervenute, 546 si pronunciarono a favore della proclamazione del dogma. Una cinquantina di vescovi si divideva fra l’astensione, un’assoluta opposizione e la propensione per una definizione indiretta: di quest’ultimo avviso era anche Gioacchino Pecci, vescovo di Perugia e futuro successore di Pio IX col nome di Leone XIII.

Nel 1850 la commissione teologica presentò un primo progetto di costituzione dogmatica ma verso la fine del 1851 il pontefice maturò un nuovo schema della bolla, nella quale desiderava che alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione si unisse la condanna degli errori moderni. A tale scopo, nel 1852, costituì una commissione speciale incaricata di esaminare un progetto di costituzione che rispondesse a tale proposito. Dopo diciotto mesi di lavoro, però, la commissione non aveva potuto esaminare che la parte relativa al dogma, producendo uno schema che non riscosse ancora il favore di Pio IX. Il 22 marzo 1854 il papa, deciso a pubblicare la bolla entro quell’anno, istituì una congregazione cardinalizia consultiva, che elaborò altri quattro schemi per il documento, sottoposti ad ulteriore discussione. Furono mosse diverse critiche al testo, che pareva più simile ad un trattato di teologia che ad un’atto del supremo magistero: si procedette così a modificare l’impostazione del documento, che si apriva ora con le parole Ineffabilis Deus. Il 20 novembre del 1854 erano giunti a Roma un centinaio di vescovi di diversi paesi. Fino al 24 novembre si tennero lunghe sedute di cardinali e vescovi, dalle quali provennero molte osservazioni al testo della bolla. Pio IX, tuttavia, desiderava che le opinioni dell’episcopato riguardassero i soli aspetti formali senza intervenire sul contenuto del testo in preparazione.

Nel concistoro segreto del 1° dicembre 1854 si esaminarono le osservazioni mosse dai cardinali, apportando diverse modifiche al documento pontificio. Il papa, avocata a sé l’intera questione, ordinò a mons. Luca Pacifici, segretario dei brevi, di redigere il testo definitivo della bolla, sottoponendolo poi a lui solo. La complessità del documento non ne consentiva la completa stesura entro l’8 dicembre; così, per quella data fu preparata la sola parte relativa al decreto definitivo che sanciva il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine. Nel corso della grandiosa celebrazione liturgica in San Pietro, alla presenza di quasi duecento prelati e di un’affollatissima assemblea di fedeli, Pio IX lesse il testo dispositivo della bolla, interrompendosi più volte per la forte commozione. Alla fine di dicembre fu ultimata la redazione dell’intero documento, tradotto in diverse lingue e comunicato poi all’episcopato. La proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, che stabiliva l’immunità della persona di Maria, dal primo istante della sua esistenza, dal peccato originale in virtù dei meriti di Cristo, oltre ad accrescere nei fedeli la devozione per la Vergine, costituì anche un passo decisivo per la definizione dell’infallibilità papale: Pio IX infatti, pur avendo consultato vescovi e cardinali nella preparazione della bolla, non accennava minimamente al loro consenso nella definizione del dogma. L’atto pontificio si poneva dunque come iniziativa del papa e, raccogliendo la spontanea adesione dei fedeli, quasi dimostrava l’autorità sovrana della Chiesa nella dottrina e nell’infallibilità del vicario di Cristo in terra.

La stessa impostazione che il pontefice volle conferire al documento è significativa: in esso si poneva in risalto la persuasione diffusa nella Chiesa dell’epoca circa la verità del dogma dell’Immacolata Concezione, mentre la dottrina dei Padri, i dati della tradizione e gli interventi dei pontefici precedenti erano conglobati in un’esposizione generale: Pio IX affermava così l’importanza del magistero attuale della Santa Sede e della gerarchia confermato dal sensus fidelium.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine

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Il 24 marzo 1944, in risposta all’azione partigiana che il giorno prima a via Rasella aveva lasciato sul terreno 33 soldati del SS Polizeiregiment “Bozen”, le forze di occupazione tedesche organizzano una spietata rappresaglia sulla popolazione civile: saranno fucilati 10 italiani per ogni tedesco ucciso.
Dal carcere di Regina Coeli e dalla prigione fascista di Via Tasso vengono prelevati 330 prigionieri: antifascisti, partigiani, ebrei, detenuti comuni, semplici passanti caduti nei rastrellamenti successivi all’attentato. Nella fretta di compilare le liste dei condannati, il maggiore Herbert Kappler - che l’anno precedente aveva guidato il rastrellamento del Ghetto di Roma - aggiunge cinque persone in più nei suoi elenchi, portando così il totale a 335.
Il luogo dove compiere la vendetta viene individuato nell’immediata periferia romana: a poco più di un chilometro dalla chiesetta del Quo Vadis, vicino le Catacombe di San Calisto, dove la via Ardeatina incrocia via delle Sette Chiese, c’è una vecchia cava di arenaria: le Fosse Ardeatine.
Quello stesso pomeriggio, i condannati, a bordo di alcune auto e camion militari vengono trasportati sul luogo del loro martirio. Con le mani legate dietro la schiena sono spinti o trascinati a forza nei cunicoli cui si accede attraverso due aperture delle dimensioni di circa 4 metri. Questi gli avvenimenti successivi, tratti dagli atti processuali: «cinque militari tedeschi prendevano in consegna cinque vittime, le facevano entrare nella cava, debolmente illuminata da torce tenute da altri militari posti ad una certa distanza l’uno dall’altro, e le accompagnavano fino in fondo, facendole svoltare in un’altra cava che si apriva orizzontalmente; qui costringevano le vittime ad inginocchiarsi e ciascuno di essi sparava alla vittima che aveva in consegna». Ulteriori modalità saranno precisate dallo stesso Kappler: «dissi […] che per la ristrettezza del tempo, si sarebbe dovuto sparare un sol colpo al cervelletto di ogni vittima e a distanza ravvicinata per rendere sicuro questo colpo, ma senza toccare la nuca con la bocca dell’arma». Così, di cinque in cinque, fino al computo finale: 335. Alle 19 cessano gli spari. Ora bisogna nascondere le prove.
Con due cariche esplosive, una alle 20, l’altra alle 21 (altre ne seguiranno nei giorni successivi), si cerca di chiudere gli accessi. Il giorno successivo, tuttavia, il fetore è già così forte che i nazisti decidono di far brillare altre mine. Alle 11,45 di domenica 26 marzo don Nicola Cammarota, salesiano, impartisce l’assoluzione. Il 30 marzo tredici sacerdoti si recano alle fosse. Comprendono l’enormità della tragedia. Alcuni corrono in Vaticano. Riferiscono a monsignor Montini, sostituto della Segreteria di Stato, al quale, il 3 aprile successivo, Luigi Pedussia, della Procura generale dei Salesiani, fa recapitare un pro memoria sugli avvenimenti, arricchendolo di particolari raccapriccianti: «si riscontra un mucchio di cadaveri: sei sono ben visibili […]; dietro si prolunga la galleria tutta piena di altri cadaveri in atteggiamenti penosi»; e ancora: «uno era un uomo alto, distinto, con baffi neri all’insù ed occhiali con stanghette d’oro». «Un giovane […] lascia vedere tre dita scarnificate da precedente tortura […] un altro tiene le unghie conficcate nel petto del compagno caduto sotto di lui, quasi facesse uno sforzo ultimo di ergersi».

La condanna di Galileo Galilei

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Nato a Pisa il 15 febbraio 1564, Galileo non studiò medicina, come avrebbe voluto il padre Vincenzo, ma fisica e matematica, appassionandosi ben presto allo studio della natura e dei suoi fenomeni, fissando lo sguardo sull’esistente terreno ed elevandolo poi nei cieli alla scoperta della legge che doveva reggere il cosmo, architettura di Dio onnipotente, come credeva da buon cattolico. Professore di matematica a Pisa dal 1588, si trasferì all’università di Padova nel 1592, accolto di buon grado dal Senato veneziano. Nel 1604 osservò ad occhio nudo la comparsa di una supernova e due anni dopo perfezionò il telescopio (inventato in Olanda) per poter scrutare meglio le orbite celesti. Nel 1609 volse il suo strumento verso la luna osservandone i crateri e nel gennaio del 1610 individuò alcune piccole «stelle» luminose nei pressi di Giove, denominandole «pianeti Medicei» in onore dei granduchi di Toscana, della cui corte liberale e mecenate ambiva mettersi al servizio. Lo stesso anno, infatti, dopo la rinuncia alla cattedra padovana, si stabilì a Firenze col titolo di «Primario Matematico e Filosofo» del granduca. La Firenze dei dotti si rivelò però per Galileo piena di insidie, specie per quella parte del clero cittadino che mal sopportava le tesi astronomiche filo-copernicane avanzate nel Sidereus Nuncius che Galileo aveva poco prima pubblicato.

Nel corso del 1611 cominciarono a circolare in città diversi libelli contro Galileo e alcuni domenicani di S. Maria Novella - tra questi Raffaello Delle Colombe, Tommaso Caccini e Nicolò Lorini - presero a predicare contro le dottrine da lui sostenute, facendo giungere a Roma denunce di eterodossia sul conto di Galileo. Dopo alcune esitazioni, il pontefice Paolo V fece convocare lo scienziato - divenuto nel frattempo accademico dei Lincei - davanti al potente cardinale teologo Roberto Bellarmino che il 26 febbraio 1616 ingiunse al matematico di non sostenere, né difendere, né insegnare (a voce o in iscritto) la teoria cosmologica copernicana, condannata dalla Chiesa come contraria alla Sacra Scrittura ed alla sua divina ispirazione. Tornato a Firenze nel giugno di quell’anno, Galileo proseguì i suoi studi di astronomia, venendo in conflitto con alcuni ecclesiastici romani fra i quali Francesco Ingoli, avversario di Copernico, e il gesuita Orazio Grassi che, in risposta al precedente Discorso delle comete di Galileo, nel 1619 avrebbe pubblicato la Libra astronomica. Al divampare della polemica Galileo rispose al Grassi con Il Saggiatore, pubblicato a Roma nel 1623. E proprio nella Città Eterna Galilei si recò il 1° aprile dell’anno successivo, fiducioso che il suo amico d’un tempo, il cardinale fiorentino Maffeo Barberini, ora papa con il nome di Urbano VIII, potesse comprendere le sue ragioni scientifiche e, forse, difenderlo. Tutto però fu inutile ed anzi il viaggio romano del 1624 peggiorò le cose, poichè le rispettive posizioni si irrigidirono, sia da parte della Chiesa, sia da parte di Galileo, che forse troppo presto aveva dimenticato il precetto del cardinal Bellarmino - e Bellarmino era inquisitore - del 1616.

Tornato a Firenze, Galileo prese a lavorare al Dialogo sopra i due massimi sistemi, pubblicato a Firenze nel febbraio 1632; quest’opera al principio del 1633 sarà causa della sua denuncia formale per sospetta eresia e lo condurrà davanti ai giudici del Sant’Officio. Urbano VIII, infatti, lette alcune parti del Dialogo, riconobbe in esso la difesa aperta
e anzi assertiva del sistema copernicano, e ritenendo un «raggiro» gli espedienti utilizzati da Galileo per averne l’imprimatur, il 25 settembre 1632 convocò lo scienziato a Roma perché si difendesse dalle accuse che si andavano addensando sul suo capo: prima tra tutte, l’aver scritto apertamente in difesa del sistema copernicano, contrario alla Scrittura, malgrado la proibizione che ne aveva avuto dal Bellarmino nel 1616. Galileo, che in quel periodo era malato, poté arrivare a Roma soltanto il 13 febbraio 1633, ospite a Villa Medici dell’ambasciatore fiorentino Francesco Niccolini. Lo stesso ambasciatore e altri amici di Galileo, anche ecclesiastici, tentarono di mitigare l’ira di Urbano VIII, ma inutilmente. Galileo dovette sostenere ben quattro interrogatori di fronte al Sant’Officio (12, 30 aprile e 10, 21 giugno 1633), ripercorrere le sue vicende, giustificare la stampa del Dialogo, la disubbidienza al precetto di Bellarmino, e infine chiarire pro veritate s’egli credeva e teneva per vere le opinioni del Copernico. Giustificatosi alla meglio, fidando spesso nell’età (aveva circa 70 anni) e nei più volte asseriti vuoti di memoria, non venne però creduto. Fu giudicato colpevole e fortemente sospetto di eresia e dunque condannato all’abiura delle sue opinioni, alla sottomissione alla dottrina della Chiesa, e infine a compiere alcune «penitentie salutari». La sentenza di condanna fu pronunciata dai cardinali inquisitori nella sala capitolare del convento domenicano di S. Maria sopra Minerva il 22 giugno 1633; dopo brevi parole rivolte ai giudici, Galileo - tenendo con la mano sinistra una candela accesa e toccando con la destra le Sacre Scritture - si inginocchiò e pronunciò la sua abiura, accettando la sentenza emanata contro di lui.

Il maestoso sigillo d’oro di Filippo di Spagna

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Nel gennaio 1554 il principe Filippo, figlio dell’imperatore Carlo V e infante di Spagna, fu nominato re di Sicilia. Come nuovo sovrano di quel Regno avrebbe dovuto inviare al papa Giulio III il previsto omaggio di fedeltà: la Sicilia era infatti uno stato vallasso della Santa Sede, fin dal 1059, da quando, con il Concordato di Melfi del 23 agosto di quel lontano anno, Roberto il Guiscardo si era riconosciuto vassallo di papa Niccolò II. La spedizione del documento fu però impedita dagli eventi. Scomparso Giulio III il 23 marzo 1555, gli era succeduto Marcello II, morto il 1° maggio dello stesso anno. Finalmente, con l’elezione di papa Paolo IV Carafa, eletto il 23 maggio 1555, Filippo – richiamandosi ai suoi obblighi nei confronti dei pontefici predecessori – inviò al nuovo papa il dovuto giuramento, corroborato dall’apposizione di un sigillo d’oro di 800 grammi, prezioso, maestoso e di eccelsa qualità incisoria: una raffinata testimonianza sfragistica della pregevole collezione dei sigilli d’oro dell’Archivio Segreto Vaticano, considerata tra le più importanti al mondo.
Il sigillo di Filippo di Spagna, in perfetto stato di conservazione, presenta interessanti caratteristiche di tecnologia costruttiva: a differenza di altre bolle d’oro, impresse da una matrice, sembra essere fabbricato per fusione, con ritocchi eseguiti dopo la colata dell’oro nello stampo, con una particolare tecnica detta a cera persa. La cura del particolare tecnico-artistico si può cogliere anche nella tessitura dei cordoni di appensione, realizzati con fili d’oro intrecciati che terminano su due puntali aurei. Dal punto di vista iconografico lo sforzo mediatico di rappresentare la potenza del principe di Spagna si manifesta attraverso la raffinata arte incisoria cinquecentesca. Nella facciata anteriore della bolla (recto) il personaggio è raffigurato in atteggiamento di maestà: siede sul trono costituito da un sontuoso baldacchino con braccioli a testa di chimera. Lo schienale è rivestito da un drappo damascato. Filippo, con il volto caratterizzato dai particolari propri della ritrattistica personale del tempo, ha la corona sul capo, indossa l’armatura ricoperta da un ampio mantello e impugna la spada con la mano sinistra; in basso, ai suoi piedi, è collocato un elmo con la visiera chiusa. L’altra mano è appoggiata al grande scudo di Spagna sormontato da una corona, che mostra le tipiche partizioni araldiche con le armi di Castiglia e León, Granada, Aragona, Gerusalemme, Ungheria antica, Sicilia, Austria, Borgogna, Brabante, Fiandra e Tirolo.
Con la stessa eleganza incisoria si presenta la facciata posteriore (verso), che raffigura una scena di tipo equestre, dove Filippo II è raffigurato con armatura, elmo coronato a visiera alzata, in sella ad un cavallo al galoppo e con la gualdrappa, mentre brandisce la spada. Anche qui, come nell’altra faccia, sono presenti due insegne araldiche. Un altro scudo di Spagna, a sinistra del cavallo, è arricchito dell’insegna del Toson d’Oro; alla destra è raffigurato uno stemma sormontato da corona e diviso in quattro parti con gli emblemi di Francia ed Inghilterra, e circondato dalla decorazione dell’Ordine della Giarrettiera.
Le leggende che appaiono sulle due facce della bolla, incise in modulo sobrio ed elegante, enumerano i molteplici titoli del personaggio. Sul recto, preceduta da una croce, l’epigrafe recita: PHILIPPUS DEI GRATIA ANGLIAE FRANCIAE CITERIORIS SICILIAE ET HIERUSALEM REX («Filippo per la grazia di Dio re di Inghilterra, Francia, Sicilia Citeriore e Gerusalemme»); la scrittura prosegue nel verso, preceduta da un piccolo scudo con aquilotto: PRINCEPS HISPANIARUM ET ULT(erioris) SICILI(ae) ARCHIDUX AUSTRIAE DUX BURGUNDIAE ET MEDIOLANI («principe delle Spagne e della Sicilia Ulteriore, arciduca d’Austria, duca di Borgogna e Milano»).

Una lettera degli Indiani d’America su corteccia di betulla

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Erano soliti calzare mocassini di pelle cuciti e arricciati sul davanti. Da questo fatto sembra derivare il nome di uno tra i più numerosi gruppi di nativi americani: gli Ojibwa (da ojiib wab we) appellativo che significa, appunto, arricciato.
Altre tradizioni vogliono che così venissero indicati perché erano soliti utilizzare una scrittura pittografica per conservare il ricordo di fatti e avvenimenti, ma anche visioni e sogni (ozhib ii’iwe); altri, infine, che il nome della tribù fosse legato al loro caratteristico modo di parlare (ojiib we). Quale che fosse l’origine del nome, fra loro preferivano chiamarsi Anishinabag, il cui senso è, probabilmente, primi uomini. Da questa coscienza di sé derivava il proprio mito fondativo e la propria “teologia”. Era stato infatti Dio a crearli, disseminandoli sulla terra e rendendoli così i progenitori di tutte le tribù indiane del Nord America.

Penetrando da oriente giunsero nel territorio canadese procedendo verso i grandi laghi e stabilendo i loro primi accampamenti presso Sault Saint Marie, sulla riva meridionale del Lake Superior. Alla fine del XVIII secolo, grazie anche all’appoggio dei francesi, erano diventati i signori incontrastati di quasi tutto il territorio dell’attuale Michigan, della parte settentrionale del Wisconsin e del Minnesota, compresa la regione del Red River, fino alle Turtle Mountains del Nord Dakota.
Vivevano primariamente di pesca e di caccia, dedicandosi tuttavia periodicamente anche alla raccolta dei mirtilli rossi e alla produzione del miele di acero. Abitavano sotto tende assai particolari - le cosiddette wigwam - costituite da pali di legno ripiegati ad arco e ricoperti con cortecce e pellami.

I nativi entrarono in contatto con i primi europei già negli anni immediatamente seguenti il viaggio di Colombo, verso la fine del XV secolo. Fu tuttavia solo nel XVII secolo che - grazie alle alleanze stipulate tra i coloni francesi e le tribù canadesi - alcuni nuclei di missionari gesuiti poterono iniziare la loro azione evangelizzatrice e, per certi versi, umanitaria. I missionari infatti agirono da freno contro le mire di mercanti e cacciatori, la loro influenza corruttrice dei costumi e la trasmissione di malattie letali per la popolazione.

Certo i rapporti tra indiani ed europei non furono sempre improntati alla tolleranza, soprattutto quando le popolazioni locali furono in modo spregiudicato utilizzate da inglesi e francesi per i loro interessi geopolitici. Nate dai conflitti nazionali europei, le cosidette Guerre Intercoloniali del 1689-1763 videro fronteggiarsi la Francia e Inghilterra, con le tribù indiane spesso schierate su fronti contrapposti. La vittoria degli inglesi, che con il trattato di Parigi del 1763 acquisirono il controllo del territorio canadese, non bastò tuttavia a garantire una pace duratura, giunta quasi un secolo più tardi, nel 1867 quando, con il British North America Act, nacque il Canada moderno.

La nuova situazione politica determinò ovviamente nuove possibilità anche per l’azione della Chiesa cattolica.
L’11 luglio 1882 venne eretto il Vicariato Apostolico del Pontiac; pochi anni dopo, nel 1887, Pierre Pilsémont, capo tribù degli indiani Ojibwa (noti anche come Chippewa), scrive a Leone XIII definendolo «Grande Maestro della Preghiera, colui che fa le veci di Gesù», ringraziandolo per aver inviato alla sua tribù un «guardiano della Preghiera», il primo vicario apostolico del Pontiac Narcisse Zéphirin Lorrain. La lettera, in lingua indiana con caratteri occidentali, è scritta su corteccia di betulla e datata «Là dove vi sono le Grandi Erbe [Grassy Lake], nel mese dei fiori [maggio]».
Si tratta di un documento molto particolare, scritto su un supporto inusuale e molto fragile.

Il papa del gran rifiuto: Celestino V

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«Chi sono io per farmi carico di un così grande peso, di così tanto potere? Io non sono in grado di salvare me stesso, come potrò salvare il mondo intero?». Con queste parole che sembravano già preludere a quello che Dante nella Divina Commedia, precisamente nel terzo Canto dell’Inferno, avrebbe definito «il gran rifiuto» Pietro del Morrone, il futuro Celestino V, reagì - narra il suo biografo - alla notizia della sua elezione a pontefice, perfezionata dopo un conclave lungo e sofferto, convocato e interrotto più volte.

La scelta del pio eremita giungeva dopo 27 mesi di vacanza della Sede Apostolica, quando finalmente gli undici cardinali elettori, riunitisi nella città di Perugia, riuscirono ad appianare i loro in-sanabili contrasti per convergere unanimi - nolenti o volenti - sul nome dell’ottuagenario Pietro, la cui fama di santità aveva ormai superato le montagne d’Abruzzo per riecheggiare con silente fragore tanto negli ambienti della Curia romana quanto nelle corti dei sovrani europei. Tra questi, Carlo II d’Angiò sembra aver avuto un ruolo determinante nell’incitare i cardinali ad eleggere un successore al soglio di Pietro, interessato com’era a riottenere dagli Aragonesi quella Sicilia che i Vespri Siciliani nel 1281 gli avevano sottratto, e che sarebbe tornata in suo possesso solo grazie alla mediazione del papa di Roma, nominalmente sovrano dell’Isola.

La lettera che Pietro, prima della sua elezione, aveva inviato al cardinale Latino Malabranca, decano del Sacro Collegio, incitando i cardinali ad una condotta più onesta e coscienziosa del bene della Chiesa, e la successiva visione dello stesso cardinale Latino, carica di foschi presagi, avevano permesso di superare le aspirazioni personali, i contrasti dottrinali tra Francescani e Domenicani e l’eterna rivalità - interna anche al conclave - tra Colonna e Orsini. La crescente apprensione dei cardinali per la stabilità della Chiesa e dello Stato e la prospettiva di un pontificato breve avevano fatto il resto. La lettera recante la notizia dell’elezione - munita di undici sigilli in cera rossa, uno per ogni cardinale elettore - fu consegnata al neoeletto pontefice da quattro cardinali e due notai che inerpicatisi sul monte Morrone si trovarono davanti un uomo santo, dal vestito e dalle membra logore, gli occhi scavati e gonfi dal pianto, la barba incolta e lo sguardo confuso. Il papa angelico si inginocchiò umilmente di fronte ai suoi ospiti.