mercoledì 16 settembre 2015

Quiche al salmone, porri e aneto

    Ogni tanto torna impellente la voglia di fare una quiche. Certe volte è una voglia studiata, per cui mi scelgo accuratamente cosa metterci e mi procuro diligentemente quello che mi serve. Altre volte, nasce come semplice svuotafrigo. Questo è il secondo caso.
    Disco di pasta sfoglia e tranci di salmone fresco, ibernati nel freezer. Diciamo pure che il loro destino era pressoché segnato...


    E' sempre buona, facile e veloce da preparare, pronta a mille usi, che si tratti di un buffet, o un aperitivo, un picnic o una cena veloce davanti alla televisione, una quiche è sempre gradita, comunque la si faccia. E questa era veramente buona!


    • 1 disco di pasta sfoglia
    • 250 g di salmone fresco
    • 200 g circa di panna acida (+ 3 cucchiai)
    • 3 uova
    • 8-10 cm di porro
    • 6 cucchiaini di parmigiano grattugiato
    • 1 cucchiaino raso di semi di aneto
    • qualche grano di pepe bianco
    • qualche grano di sale rosa dell'Himalaya
    • olio evo

    Affettare sottilmente il porro e farlo appassire in padella con un po' di olio evo. Insaporire con una macinatina di sale rosa dell'Himalaya.
    Affettare il più sottilmente possibile, max 1/2 cm di spessore, i tranci di salmone.


    Passare al tritatutto, fino a ridurre in polvere, l'aneto, il pepe e i grani di sale rosa.
    Adagiare il disco di sfoglia in uno stampo da crostata col fondo rimovibile, con tutta la carta in cui è avvolta e spalmare sul fondo 3 cucchiai di panna acida
    Adagiare le fettine di salmone una di fianco all'altra, a formare un unico strato, e distribuirci sopra il porro.


    Battere le uova con la panna acida, il parmigiano, il trito di aneto pepe e sale rosa e versare sulla quiche, dando delle lievi scossettine per aiutare una distribuzione uniforme.
    Con eventuali ritagli di pasta sfoglia ricavare delle formine per decorare la superficie della quiche.


    Infornare in forno preriscaldato a 180° ventilato per 35 minuti, eventualmente abbassando a 170°, comunque fino a doratura.
    Far stiepidire, sformare e far finire di raffreddare su una gratella. Che poi, pure tiepida è bona! ;-)

    Andare in bagno lasciando fuori il gatto... chi ne ha uno sa bene a cosa potrebbe andare incontro!

    sabato 12 settembre 2015

    Amarene sciroppate

      ... e dopo aver messo mano alle amarene per fare la Ratafìa, e conseguente marmellata, di cui ai post precedenti, vi pare che non cogliessi l'occasione per fare anche un po' di amarene sciroppate???


      In effetti, è una cosa a cui mi correva il pensiero ogni volta che compravo le amarene sciroppate già pronte, finendo sempre per chiedermi ma perché ridurmi ogni volta a comprare quelle industriali, e non provvedere da me al mio fabbisogno???
      Bé, quest'anno, finalmente, mi sono decisa! Oltretutto, c'è da dire che non richiede un impegno esagerato, al di là dell'operazione di snocciolamento, che è uno smarronamento interminabile, e per giunta pure imbrattante (non credo che questa parola esista sul vocabolario, ma sono ragionevolmente convinta che renda bene l'idea... ): quando ho finito, gli schizzi rossi sparsi dappertutto rendevano la mia cucina molto più simile al set di un film di Dario Argento, e io stessa sembravo Kay Scarpetta(*) dopo un'autopsia particolarmente laboriosa :-D

      (*) La coroner protagonista dei romanzi thriller di Patricia Cornwell
       

      Comunque, ad esclusione di questo passaggio noioso e sanguinolento, il resto è veramente una passeggiata.

      La stagione più indicata per fare questa conserva è quella in cui le amarene sono mature, parliamo dunque di fine giugno. Ovvio quindi, che ormai sia troppo tardi, ma potete sempre segnalibrarvi la ricetta, se per caso vi venisse in mente di volerci provare l'anno venturo.
      • 1 kg di amarene mature da agicoltura biologica a km 0
      • zucchero fino a volontà

      Togliere il picciòlo alle amarene, lavarle, asciugarle delicatamente e snocciolarle, conservando il succo che, inevitabilmente, ne fuoriuscirà. Se proprio uno si volesse risparmiare la noia e la fatica, i noccioli si possono pure lasciare, ma trovo sia abbastanza snervante doverli sputacchiare mentre si mangiano, per non parlare del fatto che se si offrono e non si fa in tempo ad avvisare, qualcuno potrebbe anche lasciarci un dente. Il mio consiglio è fare un piccolo sacrificio, e toglierli anzitempo ;-)

      Disporle in un contenitore di vetro a chiusura ermetica, stratificando come di seguito: un bello strato di zucchero sulla base, amarene, zucchero e via di seguito, colando l'eventuale succo ricavato dalla snocciolatura e terminando con un generoso strato di zucchero in cima. Con lo zucchero bisogna abbondare, quindi tra uno strato e l'altro di amarene, ce ne dev'essere proprio una coltre!
      Esporre il contenitore al sole per 40 giorni, agitando tutti i giorni per aiutare lo zucchero a sciogliersi  e fare in modo che tutte le amarene rimangano immerse nel liquido che, lentamente, si formerà.
      C'est tout! Trascorsi i 40 giorni, le vostre amarene saranno pronte, alla faccia di quelle industriali ;-)
      Qualche suggerimento per l'utilizzo? bé, perché non per un bel gelato? oppure per questo favoloso dolce lievitato
      Ah! quasi dimenticavo! i noccioli non vorrete mica buttarli??? no eh, dopo tutto quel lavoro per toglierli dai frutti!!! I noccioli si mettono a macerare per 3 mesi nell'alcool etilico, poi si filtra l'infusione e si allunga con uno sciroppo di acqua e zucchero, ottenendo così un liquore simil-maraschino, utilizzabile nei dolci, nelle macedonie e in quello che si vorrà. Certo, non sarà trasparente com'è di solito il maraschino, anzi, verrà abbastanza rosso, ma tanto è solo per uso gastronomico ;-)


      Bene, e per quest'anno direi che con le amarene, tra ratafìa, marmellata e sciroppate, con pure il fuori-programma del simil-maraschino, abbiamo dato a sufficienza. Ci si ribecca l'anno prossimo, amarene permettendo! ;-)

      Una foto della mia Pepperina pensierosa... chissà cosa le frullava nella testolina?

      lunedì 7 settembre 2015

      Marmellata di amarene "di risulta"

      Come promesso nel post precedente, ecco come ho fatto la marmellata di amarene usando le stesse amarene di risulta, che son servite, cioè, a fare la ratafìa.
      Chi ha letto al ricetta della ratafìa avrà notato che le amarene vanno usate intere, senza togliere neanche il nocciolo. Per questo, quando le si tira via dal vino in cui sono state a macerare per almeno 40 giorni, è vero sì che hanno rilasciato molto del loro succo, però sono ancora perfettamente intatte... impossibile buttarle facendo finta di niente!


      Dunque, ecco come farci una deliziosa marmellata. Difficile dare delle dosi precise, poiché tutto dipende da quante se ne sono usate per fare la ratafìa. Cominciamo intanto, col metterle in un pentolone di acciaio inox e un bel doppio fondo, copriamole con acqua fino a circa due dita oltre il loro livello, e portiamole a bollore, lasciando che il liquido restringa ben oltre la metà.
      Ora che sono ammorbidite, snoccioliamole mettendole in un colapasta, in modo da raccogliere il succo che rilasceranno in un recipiente posto al di sotto. Questa è la parte più antipatica. Se si preferisce, si possono snocciolare prima della cottura, con uno snocciolatore. Dipende da quel che si pensa essere il metodo più veloce, è una scelta del tutto soggettiva, Per me, in entrambi i modi è un gran scassamento di maroni, ma s'ha da fà.
      Una volta tolti tutti i noccetti, pesare l'insieme di succo e polpa, e su questo peso calcolare circa un terzo di succo d'amarena e un terzo di zucchero. Per calarsi nella pratica, le mie amarene pesavano 920 g dopo lo snocciolamento. Perciò io ho aggiunto 300 g di sciroppo d'amarena e 300 g di zucchero.


      Perché lo sciroppo d'amarena? Sarò onesta: in circostanze normali, non l'avrei messo. Dato però che, come ho scritto più sopra, queste amarene sono rimaste in infusione nel vino per almeno 40 giorni, gran parte del loro sapore è stato estratto, perciò con lo sciroppo si restituisce un po' di quel gusto che era stato ceduto al vino. E, dato che lo sciroppo è già abbastanza dolce di suo, aggiungere zucchero pari a un terzo del peso della composta mi pare più che sufficiente.
      Per addensare, ho usato l'agar agar. Avrei usato il Fruttapec, ma ne ero sfornita, perciò mi sono armata di agar agar in misura dell'1% sulla capacità totale del fluido, vale a dire che, su 1 litro circa di composta (benedetta pentola con la scala graduata, con le tacche che mostrano i litri!) ho messo 10 g di agar. Si potrebbe pensare di metterne un po' di più, se si preferisce una marmellata più soda, ma certo non di meno.
      E dunque, ho aggiunto lo sciroppo alla frutta denocciolata e ho rimesso la pentola sul fuoco. Come ha cominciato a fare le bollicine ai bordi, ho aggiunto lo zucchero a cui avevo miscelato l'agar, ho mescolato bene per farlo sciogliere, l'ho riportato a ebollizione e l'ho fatto cuocere per un'oretta a partire da quel momento. Comunque, è sempre consigliabile fare la prova della goccia sul piattino.


      Invasare bollente, incoperchiare e capovolgere i vasetti per la formazione del vuoto.
      Per me che amo la marmellata di amarene, una delizia semplicemente goduriosa! L'anno prossimo aumenterò le dosi ;-)

      E mangiare va bene, a patto di sapere COSA si mangia... 



      mercoledì 2 settembre 2015

      Ratafìa (o Ratafià? taratà-tà-tà!)

      La ratafìa, femminile con l'accento sulla "i", o il ratafià, maschile con l'accento sull'ultima "a"???
      E' l'eterno dilemma. Chi lo pronuncia (e scrive) in un modo, chi nell'altro. Chi asserisce che la radice etimologica impone che sia corretto il primo, e chi giura e spergiura che no! il nome giusto è il secondo!


      Io lo confesso: per anni ho continuato a chiamarlo, con grande convinzione, nel secondo modo: maschile e con l'accento sull'ultima "a". E a chi mi contestava, opponendo che il nome giusto era il primo, rispondevo "perché? tu dammi una spiegazione linguisticamente plausibile, e io comincerò a chiamarlo come dici tu!"
      La spiegazione non arrivava mai, o meglio, non è arrivata fino a qualche tempo fa, quando qualcuno mi ha riferito che il nome di questo delizioso liquore, dolce e fruttato, deriva direttamente dall'espressione latina rata fiat (da cui deriverebbe anche il termine ratificato), e vale a dire sia fatta (presa) la decisione.
      Forse adesso qualcuno si starà chiedendo "ma decisione in merito a che? se farsi un bicchierino oppure no?"
      No, la decisione era quella che si prendeva davanti a un notaio, la conclusione di un atto, che veniva suggellata con un brindisi con un liquore dolce, vinoso e dalla forte caratterizzazione fruttata, e pare che fosse il notaio stesso a tirare fuori bottiglia e bicchierini da un mobile nello studio per celebrare il momento. Rata fiat, per l'appunto.
      Da questa spiegazione, dall'innegabile sapore popolare, ho potuto desumere due cose: la prima è che la pronuncia corretta è Ratafìa, con l'accento sulla "i", almeno per me che ho trovato molto verosimile questa evoluzione lessicale da un'antica espressione latina, per cui da quel momento, io questo liquore lo chiamo così.
      La seconda è che... non ci sono più i notai di una volta!!! :-D
      Comunque, il nome Ratafìa ha una valenza abbastanza estesa, nel senso che, secondo il luogo dove si produce, si può caratterizzare per l'uso di ingredienti diversi. Posto che i principali sono sempre vino e frutta, ogni tradizione userà preferibilmente vino e frutta che, in qualche modo, ne sottolineano la tipicità geografica.
      In Abruzzo, sono il vino Montepulciano d'Abruzzo e le amarene, ed è di questa ratafìa che sto parlando il questo post. Il periodo in cui è possibile avviare la produzione è la stagione in cui si trovano le amarene mature, parliamo dunque di fine giugno.


      Quaranta giorni per l'infusione, quindi si filtra, più o meno verso gli inizi di agosto, e poi si lascia maturare in bottiglia, l'ideale sarebbe per 3 mesi. In pratica, Natale sarebbe un buon momento per degustare la produzione dell'anno. Lo so, si tratta di una lunga attesa, ma il risultato premia. In ogni caso, ormai siamo a settembre, quindi decisamente fuori tempo massimo per dare inizio ai lavori, ma potete sempre mettervelo in scadenza per l'anno prossimo! ;-)
      Fonte della ricetta è il sito L'Abruzzo è servito.
      • 1 kg (1,15 nel mio caso) di amarene mature da agricoltura biologica a km 0
      • 1 litro (1,15 nel mio caso) di vino Montepulciano d'Abruzzo
      • 1 stecca di cannella
      • 1 bacca di vaniglia (o un chiodo di garofano)
      • 300 g di alcool etilico (ho arrotondato un po' per eccesso, 345g=>350g)
      • 300 g di zucchero (ho arrotondato un po' per difetto, 345g=>300g)
      Togliere il picciòlo alle amarene (ma, udite! udite! una bella notizia... NON il nocciolo, yeppa!!!), lavarle bene ma delicatamente, metterle a scolare lasciandole all'aria per una giornata.
      Disporle quindi in un contenitore di vetro bello capiente (dev'essere grande abbastanza da garantire un 10-15 cm di spazio vuoto tra il livello del liquido e il collo), versarci sopra il vino, aggiungere la cannella e la bacca di vaniglia (la ricetta che ho linkato non mette vaniglia ma chiodi di garofano, direi che si possa scegliere secondo preferenza), chiudere solo poggiando il tappo o il coperchio, più che altro va coperto per proteggere l'infusione dalle impurità, annodarci sopra un telo e mettere al sole per 40 giorni, NON UNO DI MENO.
      Trascorso tutto il periodo di infusione, filtrare il liquido, togliere la cannella e la vaniglia e strizzare le amarene in un telo non troppo fitto, per cercare di tirare fuori quanto più succo possibile. Quindi aggiungere l'alcool e lo zucchero. Chiudere e lasciar riposare ancora un giorno, infine imbottigliare.


      Lasciar maturare in bottiglia per tre mesi, dice la ricetta. Lo so, è un tempo lunghissimo, impossibile aspettare! Tuttavia, la raccomandazione è cercare di resistere: più a lungo si fa riposare, più buono diventa.

      P.S. no, non avete le allucinazioni... nelle foto, con le bottiglie di ratafìa, ci sono anche dei vasetti di marmellata d'amarene. Il fatto è che non ce l'ho fatta a buttare via le amarene tenute in infusione nel vino, e allora, secondo la miglior filosofia del non si butta via niente, ho fatto una marmellata di amarene di risulta. Come l'ho fatta ve lo spiego nel prossimo post ;-) 

      E voi, la passata notte di San Lorenzo, le avete osservate le stelle cadenti? ;-P



      venerdì 28 agosto 2015

      Tortino di riso filante allo zafferano

      Questa ricetta l'ho avvistata casualmente su un aggregatore di foodblog e, sarà stato perché avevo voglia di riso, ma non del solito risotto, l'ho subito afferrata al volo perché mi sembrava un buon compromesso per placare la mia voglia con qualcosa di nuovo.


      Che poi, non è che sia niente di troppo originale... gli ingredienti sono tutti molto comuni e di uso frequente in cucina ma, non so come spiegarlo... forse mi ha catturato proprio per la sua semplicità.
      Il blog da cui ho preso spunto è quello di Nonna Paperina, senza tuttavia prestare l'attenzione che fa lei a usare ingredienti per intolleranze varie, non avendone la necessità, e riducendo le dosi. 


      Per un tortino sufficiente per 3 porzioni, occorre procurarsi:
      • 210 g di riso carnaroli
      • 130 g di scamorza a fettine sottili
      • 100 g di prosciutto cotto
      • 2 uova (erano piuttosto piccole)
      • 50 g di parmigiano grattugiato
      • una bustina di zafferano
      • olio evo, sale e pepe nero al mulinello
      Lessare il riso e scolare molto al dente (non ho guardato l'orologio, sinceramente... direi più o meno 5 minuti di cottura da quando prende a bollire), conservando una tazzina da caffé dell'acqua di cottura.


      Sciogliere lo zafferano nell'acqua conservata, versare sul riso e mescolare finché non diventa tutto giallo. Far raffreddare.
      Mescolare con le uova, il parmigiano, sale e pepe.
      Versare metà del riso in una pirofila di 22 cm circa di diametro, leggermente unta con olio evo, livellare e adagiare uno strato di fettine di formaggio, il prosciutto tagliato a strisce, e un altro strato di formaggio a fette.
      Versare il resto del riso e livellare, colare un filo di olio e infornare nel forno caldo a 180° ventilato per 20-30 minuti, comunque fino a doratura.


      Lasciar assestare 5 minuti prima di porzionare.
      Che dire? Facile, veloce e buono! :-) 

      Pepper è decisamente una fanatica della tintarella, appena trova una lama di sole... ecco 3 foto prese in 3 diversi momenti 


      La mia patata!

      domenica 23 agosto 2015

      Sagne con farina di grano arso

      Finalmente, dopo tanto promettere e ripromettere, mi sono decisa a fare la pasta fresca con la farina di grano arso.
      Cos'è la farina di grano arso? Ne avevo già parlato qui, quando ho fatto la mia prima pizza. E dopo quella prima volta, l'ho riutilizzata ancora per fare il pane e per fare la focaccia.


      Però persisteva sempre il desiderio di usare questa farina per fare la pasta, solo che non riuscivo a focalizzare che tipo di pasta e in che modo condirla.
      Poi, un giorno che decido di rifare sagne e fagioli, ho l'illuminazione! Perché non fare le sagne con la farina di grano arso??? Era l'occasione perfetta: preparare un tipo di pasta esageratamente rustica, da abbinare a un condimento esageratamente rustico. Un piatto tipicamente abruzzese (perché le sagne sono roba di casa nostra, non ce n'è per nessuno ;-) ) con un piccolo tocco innovativo.
      Era deciso: che siano sagne di grano arso!


      Per una quantità di sagne compresa tra i 300-350 g:
      • 160 g di semola rimacinata biologica
      • 40 g di farina di grano arso
      • 100 g di acqua
      • 1 cucchiaino raso di sale
      • 1 cucchiaio d'olio evo

      Nella ciotola dell'impastatrice, miscelare le due farine e il sale. Fare una cavità al centro e versare l'acqua e l'olio. Iniziare ad impastare con la frusta a K, e quando gli ingredienti sono tutti ben combinati, sostituire la K col gancio e far impastare finché il tutto non si compatta. Non serve aggiungere ancora acqua, dare il tempo che serve e l'impasto si compatterà, risultando bello sodo.


      Formare il panetto, avvolgere nella pellicola e mettere in frigo per almeno mezz'ora. Io, come sempre, l'ho preparato la sera e l'ho lasciato riposare in frigo per tutta la notte.
      La mattina dopo, ho tirato con la sfogliatrice dell'Imperia, arrivando fino alla tacca 4, continuando, all'occorrenza, a infarinare con la semola per renderla ancora più soda e ruvida.


      Una volta tirate le sfoglie, le ho passate all'accessorio per tagliare le tagliatelle, che ho allineato sulla spianatoia infarinata con la semola e ho diviso in segmenti lunghi circa 5-6 cm.
      Buttare nell'acqua bollente salata e scolare appena cominciano a venire a galla, tenendo da parte un po' della loro acqua. Hanno una cottura davvero rapida, non più di un paio di minuti da che l'acqua riprende il bollore, quindi non perderli di vista.
      Mantecare col condimento di fagioli (qui una proposta, qui un'altra), aggiungendo l'acqua tenuta da parte se dovesse risultare troppo denso. 


      Impiattare e servire portando in tavola anche il peperoncino piccante, che con le sagne e fagioli è davvero un must ;-)


      Oltre ad essere indicatissime per la pasta e fagioli, l'istinto mi dice che le sagne di grano arso sono buone anche con pomodoro fresco, basilico e cacioricotta, comunque ci provo e poi vi racconto ;-) 

      Guardami negli occhi... fissami... ora farai tutto quello che ti dirò... lascia stare quel piatto di pasta e fagioli, alzati e vai a riempirmi la ciotola di croccantini. Quando avrai finito, conterò fino a 3, e tu ti sveglierai e non ti ricorderai di nulla...

       

      martedì 18 agosto 2015

      Torta vasetto alle pesche profumate al lime e zenzero, con crumble di mandorle

      Prendi il solito yogurt bianco, che avevi preso per farci qualcosa che alla fine non hai più fatto, scaduto da due giorni e che riposa in frigo. Aggiungi qualche pesca (da agricoltura biologica, ça va sans dire) di quelle che hai comprato che lasciano un po' a desiderare sulla dolcezza. Metti mano allo zenzero, sia quello sciroppato che avevi preparato per fare gli hot cross buns, che quello triturato che tieni nel congelatore che è sempre meglio avercelo che non si può mai sapere. Compra un bel lime per aggiungere una fresca nota tropicale... et voilà! Il risultato è una deliziosa torta da colazione-té-caffé-merenda-spuntinodimezzanotte-hopiùvogliadiqualcosadibuono che però... però... manca ancora di qualcosa, mumble mumble... ma certo!!! un bel crumble di mandorle on top, anche lui leggermente profumato allo zenzero!
      Una torta che non è solo buona, ma mette allegria a ogni morso. Una torta che ha in sé il sole dell'estate, il fascino dell'oriente, la carica di una samba brasiliana... irresistibile!


      Per la torta:
      • 3 uova
      • 1,5 vasetti di zucchero di canna
      • 1 vasetto scarso di olio di semi (arachidi nel caso mio)
      • 3 vasetti di farina (1 di farina 00 e 2 di farina integrale)
      • 1 bustina di lievito in polvere per dolci
      • 1 vasetto di yogurt bianco
      • un po' della marinata delle pesche
      • 4 rondelle di zenzero sciroppato

      Per le pesche marinate:
      • 250 g circa di pesche bio (peso al netto delle bucce e dei noccioli)
      • 1 lime (succo e scorza)
      • 1 cucchiaio raso di zucchero di canna
      • una generosa grattugiata di zenzero fresco

      Per il crumble:
      • 90 g di mandorle (o granella se ce l'avete già pronta)
      • 45 g di zucchero di canna
      • 3 cucchiai rasi di farina
      • 55 g di burro di centrifuga biologico
      • una generosa grattugiata di zenzero fresco 

      Preparazione del crumble
      Sbollentare le mandorle per pochi minuti, per poterle spellare con facilità. Passarle per 3-4 minuti al microonde, a colpi di 1 minuto per volta, agitando tra un colpo e l'altro, oppure saltare per qualche minuto in una padella rovente. Non devono tostare, serve solo per farle asciugare. Farle raffreddare, quindi metterle in un mixer con un cucchiaino raso di zucchero di canna e, a brevi colpetti di pulse, ridurle in granella (no farina! si devono vedere i pezzettini).
      Ovviamente, tutto questo gran sfrantumamento di maroni testé descritto ve lo potete risparmiare, se vi procurate la granella già pronta ;-P
      Passare la granella in una ciotola e, con un cucchiaio di legno, mescolarla col burro morbido, lo zucchero, la farina e lo zenzero. Amalgamare bene e tenere da parte, a temperatura ambiente.


      Preparazione delle pesche marinate
      Sbucciare le pesche, privarle del nocciolo e tagliarle a spicchi né troppo sottili, né troppo spessi. Mettere gli spicchi in una ciotola, spolverizzarli con lo zucchero e la scorza grattugiata del lime, quindi irrorarli col succo di lime, mescolare bene e tenere in frigo fino al momento di usarli, mescolando di tanto in tanto.


      Preparazione della torta
      Accendere il forno a 180° ventilato.
      Tritare al coltello le rondelle di zenzero sciroppato.
      Mescolare insieme le due farine col lievito.
      Nelle ciotola dell'impastatrice mettere lo zucchero e i tuorli. Con la frusta a K, iniziare a mescolare finché non prendano un aspetto chiaro e spumoso. Aggiungere a filo l'olio e lo zenzero sciroppato a pezzettini. Aggiungere anche lo yogurt, quindi la farina a cucchiaiate. Infine, colare un po' del succo della marinata delle pesche.
      In ultimo, a mano, incorporare gli albumi montati a neve ferma, delicatamente mescolando dal basso verso l'alto per non farli smontare.
      Versare metà dell'impasto in una tortiera a cerniera da 22 cm, precedentemente unta e infarinata, distribuirci sopra metà degli spicchi di pesca, quindi colare il resto dell'impasto e finire di distribuirci sopra gli spicchi di pesca. Sbriciolarci sopra il crumble, cercando di coprire il più uniformemente possibile.


      Infornare e far cuocere per 40 minuti con la ventilazione, e altri 35 minuti senza ventilazione, coprendo con un foglio d'alluminio se la superficie dovesse colorire in fretta. Comunque, controllare già dopo 45-50 minuti e fare sempre la prova stecchino per verificare la cottura. A me sono stati necessari un'ora e un quarto, ma potrebbe volerci di meno.
      Far stiepidire, quindi togliere dalla tortiera e far finire di raffreddare su una gratella.

      Tanti posses... ehm, schiavi di gatti lamentano il fatto che i loro felini non li lasciano dormire di notte. Io posso dire di essere abbastanza privilegiata, i miei mi lasciano tranquilla, tranne i casi in cui Alex mi si spalma talmente vicino da impedirmi ogni movimento, e quelle rare volte in cui Pepper vuole unirsi a noi sul lettone, e lui la scaccia tra urla, ringhi, soffiate e chi più ne ha, più ne metta...



      LinkWithin

      Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...