Ricordo critico
di Murray Bookchin

            Murray Bookchin[1] è morto, il 30 luglio 2006 all’età di 85 anni, nella sua casa di Burlington nel Vermont [2].
Che eredità ci ha lasciato? E’ una tragedia che la maggior parte del movimento anarchico non abbia colto gli aspetti veramente fondamentali del suo pensiero. Innanzitutto la maggior parte degli anarchici non si è neppure posta il problema che Bookchin vada “necessariamente” letto e con attenzione. Beninteso non per forza di cose va letto integralmente, ma almeno in quelle parti dove effettivamente elabora, in chiave anarchica, idee e concetti assolutamente nuovi. Ciò accade anche perché, generalmente, l’anarchico, nel suo emergere,  si basa su idee intuitive e su un background culturale  giustamente “autogestito” che però si limita alle problematiche più elementari e visibili, mixate secondo le “mode” del momento o attraverso i paradigmi precostituiti, incarnati dalle organizzazioni politiche già esistenti, senza un effettivo interesse per l’elaborazione teorica. Questo metodo poteva (forse) essere sufficiente in passato ma oggi le problematiche sociali coinvolgono, in maniera sempre più invadente, la questione della scienza e volenti o nolenti bisogna essere in grado di dare una risposta a questo livello di complessità. In secondo luogo,  quasi tutti gli anarchici che hanno effettivamente preso in considerazione Bookchin, sia coloro che lo hanno accettato che quelli che lo hanno respinto, si sono basati sugli aspetti secondari del suo pensiero. Per costoro Bookchin significa “municipalismo libertario”, “democrazia diretta”, “economia morale” piuttosto che “sensibilità non gerarchica”, “razionalità libertaria”, “epistemologie del dominio”. Ciò è purtroppo anche una ovvia conseguenza del fatto che la maggior parte degli anarchici ha scarse basi di cultura scientifica e quindi si confronta con quello che gli risulta maggiormente intelleggibile e cioè con gli aspetti socio-politici di una teoria. Devo anche dire che Bookchin non mi pare abbia fatto molto per evitare questo equivoco anzi lo ha forse alimentato, legittimando che i concetti sopra accennati (soprattutto il municipalismo libertario)  erano parte integrante delle applicazioni politiche ufficiali dell’ “ecologia sociale”. Tali applicazioni non sono certo prive di una loro dignità e di un certo legame logico con la teoria generale, (nel senso che non sono in contraddizione con essa), ma sono ben lungi da esserne la sola espressione politica. Anzi direi che l’ecologia sociale non dovrebbe neanche dare suggerimenti politici troppo elaborati e preconfezionati e ciò per due ragioni: 1) perché non necessariamente questo le compete; 2) perché non è una buona tattica per la sua diffusione; infatti così si è finiti a parlare dei suoi eventuali aspetti “politici” e non si è affatto discusso di quelli “teorici”. La politica dell’ecologia sociale è innazitutto quello che dimostrano di saper fare gli ecologisti sociali e non si diventa tali per via “politica”, cioè indiretta, e tantomeno in modo surrettizio. Che senso ha che si applichino le strategie e i metodi del municipalismo libertario senza che si siano assimilati i fondamenti dell’ecologia siociale? E’ successo e succederà che si applicheranno idee politiche simili al municipalismo libertario ma inevitabilmente snaturate e misitificanti.
Né Bookchin né i suoi seguaci si sono accorti di questo spostamento concettuale che di fatto ha impedito che ci si avvicinasse all’ecologia sociale effettivamente nel giusto modo. Non si deve prendere paura che l’ecologia sociale obblighi tutti a diventare scienziati ed epistemologi, si può facilmente procedere per gradi e nel campo che ci è più confacente, purchè si tengano presenti alcuni principi basilari quale per esempio: “riordinare la sensibilità per riordinare il mondo reale”.
Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di mettere a frutto questo principio che è una garanzia di longevità e di creatività politica. Ho visto sotto i miei occhi varie generazioni di “militanti” insterilirsi ed abbandonare il campo, spesso non senza avere creato situazioni psicologicamente pesanti. L’ecologia sociale ancor prima (e contestualmente) di “costringerci” a cambiare il mondo esterno deve insegnarci a cambiare noi stessi e ciò finalmente senza retorica, verbalismi affettivi e strategie psicoanalitiche. La prospettiva nuova è collocata sul piano epistemologico cioè su quello della effettiva conoscenza dell’intero mondo reale: mente, natura e società vengono a trovare finalmente un contesto organico e coerente in cui specchiarsi.
 
 
Murray Bookchin a S. Giorgio di Nogaro nel novembre 1984

Dal punto di vista più strettamente teorico il principio (legittimato da Bookchin nel seminario del novembre 1984 a S. Giorgio di Nogaro[3]) secondo cui l’ecologia sociale è “con l’anarchismo, ma oltre l’anarchismo” ha posto contemporaneamente due questioni molto delicate; da un lato la necessità di superare i limiti non solo politici, ma anche filosofici, dell’anarchismo classico e dall’altro di non combinare pasticci come è successo negli ultimi 25 anni, con varianti del tutto arbitrarie dell’anarchismo quali il primitivismo, l’anarco-insurrezionalismo, e varie tipologie di neo-induividualismo più o meno stirneriano.
Verso Bookchin dal punto di vista strettamente teorico si può osservare quanto segue. Pur accettando ed assimilando le sue critiche alla “scienza paradigmantica”[4], devo dire che il suo approccio è carente proprio per quanto riguarda le strategie di trasformazione delle scienze “dure”  del dominio ed in particolare la fisica. Su questo fronte sono direttamente impegnato ed ho inteso ricordare Bookchin proprio nel lavoro che sto facendo cioè nella mia tesi in fisica[5] (che la militanza politica mi ha sempre costretto a rinviare) che ha un titolo estremamente significativo “Strategie per una didattica generalizzata della termodinamica”.
Bookchin non aveva particolare competenze in questo campo che è sempre stato coperto da ecologi neo-scientisti quali Barry Commoner o Amory Lovins o da divulgatori interessati quali Jeremy Rifkin. Ma è sulla questione energetica e sulla risoluzione della crisi ecologica del pianeta che l’anarchismo può e deve spendere le sue proposte politiche. Su questo fronte ho purtroppo il dubbio che l’ecologia sociale, così come formulata da Bookchin, si dimostri insufficiente in quanto non in grado di affrontare le “epistemologie del domino” ad armi pari. Bookchin ha gettato le basi filosofiche ma ora bisogna rafforzare gli strumenti operativi.
 E’ bene che gli anarchici comincino ad uscire dai loro ghetti ideologici ed inizino ad affrontare problemi di più vasto respiro. Bookchin, oltre venti anni fa,  per tentare di scuotere le coscienze e le intelligenze, aveva lanciato lo slogan “se non faremo l’impossibile vedremo l’incredibile” ma oggi dobbiamo dire che stiamo incominciando a vedere l’incredibile e forse ci stiamo anche facendo l’abitudine.
Paolo De Toni dicembre 2006
Articolo scritto per il giornale anarchico Germinal


Murray Bookchin e Paolo De Toni
a S. Giorgio di Nogaro nel novembre 1984
 
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Note

[1] Per la biografia di Bookchin si veda:
http://dwardmac.pitzer.edu/Anarchist_Archives/bookchin/Bookchinarchive.html

 
[2] Per un tributo a Bookchin si veda:
http://www.social-ecology.org/staticpages/index.php?page=mb_trib&topic=mb_trib

 
[3] Per i nostri rapporti con Bookchin si veda:
 http://www.ecologiasociale.org/pg/seminario.html

 
[4] Per la critica della scienza di Bookchin si veda
http://www.ecologiasociale.org/pg/seminario1.html
 

[5] Chi voglia informazioni in merito può richiederle al seguente indirizzo e-mail
cespuglio@ecologiasociale.org