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Digital Cultural Heritage School

Il digitale che aiuta la crescita

Irene Pivetti: ripensare i management models capaci di incidere sulla valorizzazione del patrimonio culturale

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Quale ruolo strategico svolge il digitale nella economia italiana?
Il digitale sta rivoluzionando anche la nostra cultura e i nostri comportamenti, sta trasformando completamente le modalità di trasmissione e condivisione del sapere, senza tralasciare il nostro modo stesso d’interagire con esso; l’ingresso della società globale nella smart era oggi è ormai divenuta una realtà. Le Istituzioni culturali italiane sono attrezzate per trarre il meglio della rivoluzione tecnologica in atto e farne uno strumento formidabile di crescita individuale e sociale, di organizzazione della produzione e della vita, di conservazione, diffusione, promozione del nostro patrimonio culturale e sociale. Di ciò che abbiamo da offrire e rilanciare anche nel XXI secolo.
I vantaggi immediati per le imprese dove si registrano in maniera più accentuata?
E’ evidente che i vantaggi siano mutevoli. Condividere e padroneggiare le risorse del digitale permette alle aziende di poter organizzare il proprio lavoro sulla base di un nuovo linguaggio. Viviamo in una smart era e il passaggio dall’analogico al digitale è ormai compiuto. Per una impresa, esprimere il proprio potenziale organizzativo attraverso i processi del fare digitale, è ormai una esigenza irrimandabile. Altrimenti la sua struttura, il suo modo di misurarsi col mercato, resteranno obsoleti. L’urgenza di programmare un sistema formativo in grado di formare competenze adeguate ad affrontare la costruzione, valorizzazione e sostenibilità della smart society, con conoscenze e professionalità adeguate al livello della difficoltà che essa ancora presenta, è ormai assurta a vera e propria emergenza per la quale sono necessari interventi seri, organici e condivisi a livello strutturale, politico e istituzionale.
Come intervenire per aumentare la cultura del digitale?
La Digital Cultural Heritage School nasce proprio in questa ottica. Per creare, a un livello diffuso e di formazione universitaria superiore, una formazione digitale fra i lavoratori del futuro. Pensiamo, dunque, a una scuola organizzata come un modello reticolare, caratterizzata da un’ampia distribuzione sul territorio nazionale ed internazionale. A poli formativi baricentrati sulle Università a essa aggregate, che condivideranno tra loro funzioni, compiti e competenze tali da assicurare elevati standard di qualità, innovazione e flessibilità formativa. Vogliamo dotare i discenti di una serie di strumenti culturali e scientifici in grado di stimolare l’interdisciplinarità, l’inserimento in comunità di pratiche nazionali e internazionali attraverso la partecipazione a progetti avanzati.
C’è un asset economico dove si riscontrano maggiori vantaggi dal digitale?
La cultura e l’industria creativa rappresentano importanti risorse economiche di un settore che non ha conosciuto crisi ed è stimato oggi al 4 per cento del PIL dell’Unione europea. Sviluppare una cultura del digitale per la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale nelle arti e nelle scienze umane è importante sia per aggiornare coloro che già operano nelle organizzazioni culturali, sia per preparare le future generazioni in questo settore. La digitalizzazione, infatti, non è solo un fatto tecnico ma impone un ripensamento dei management models capaci di incidere sulla valorizzazione, sull’effettiva comunicazione e fruizione dell’arte e del patrimonio culturale.
Le informazioni economiche viaggiano sul web stravolgendo il paradigma del XX secolo. Qual è il valore aggiunto?
Per rispondere, occorre una premessa. Nella vita quotidiana siamo ancora abituati a pensare al digitale in termini tecnologici. Ma dobbiamo pensare anche a orientare il digitale in modo di pensiero. Cioè, spiegato banalmente, non dobbiamo pensare in modo analogico. Ovvero pensare in termini circolari, in termini reticolari. Nei temi ipertestuali. Un tema rimanda a un altro. Un tema rimanda a uno sviluppo, a una trattazione, a uno sviluppo in rete. Analogico è un modo di pensare sequenziale. Dobbiamo imparare a pensare in modo digitale. E ciò vale anche per le notizie economiche che viaggiano sulla rete. Dobbiamo intrecciare le possibilità delle cose, avere una visione reticolare delle informazioni che arrivano a noi. Il mondo richiede alla popolazione di stare su un concetto inteso come rete, come tema. Di sapere comprendere una questione economica mettendo assieme i vari aspetti, i differenti materiali che la animano. Da una questione economica a un’altra, di stare sui temi, senza uscire dalle rete. Dobbiamo imparare a uscire dagli schemi, dalla unicità dei temi.
Gli altri Paesi europei come vivono l’approccio alla cultura digitale?
Valga qui ricordare, tra i diversi importanti progetti di ricerca internazionali in corso, il progetto per la definizione di una Digital Cultural Heritage – Roadmap for Preservation coordinato dall’Iccu, o il consorzio Ariadne impegnato a integrare in un’unica piattaforma le infrastrutture di dataset relative alla ricerca archeologica esistenti in rete. In questi ultimi anni, l’Italia sembra finalmente essersi resa conto dell’importanza fondamentale che la promozione e la valorizzazione del proprio patrimonio culturale rivestono per uscire definitivamente dalla crisi economica e riavviare la ripresa del Paese; è scesa in prima linea nel guidare iniziative e progetti di ricerca europei sul Digital Cultural Heritage. In questa direzione, un’azione strategica prioritaria che ogni Stato membro dell’Unione europea deve intraprendere, è sostenere le attività di Europeana, uno dei pilastri dell’Agenda Digitale Europea, e tutte le forme di aggregazione di contenuti culturali in essa attualmente esistenti.

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