Biografia di Lucia Bosé

Commessa in una pasticceria milanese, Lucia Bosé (pseudonimo di Lucia Borloni) partecipa vittoriosamente, ancora giovanissima, al concorso di Miss Italia del 1947. Interprete di un cortometraggio di Dino Risi sulle Cinque giornate di Milano ("1848", realizzato nel 1948-1949 con la consulenza artistica di Alberto Lattuada e Giorgio Strehler), la Bosé esordisce come protagonista di un lungometraggio in "Non c’è pace tra gli ulivi" (1950) di Giuseppe De Santis, l’ultimo capitolo della trilogia "contadina" del maestro neorealista, nel ruolo di una pastorella ciociara, affiancata da attori prestigiosi come Raf Vallone e Folco Lulli. Sempre nello stesso anno, la Bosé fornisce una significativa prova in "Cronaca di un amore" calandosi con estrema efficacia nei panni di Paola Molon, la protagonista della splendida opera prima di Michelanglo Antonioni, la cui vicenda dai toni "gialli" corre parallela all’indagine sui sentimenti condotta dal regista nell’ambiente dell’alta borghesia milanese.
La collaborazione della Bosé con De Santis e Antonioni si rinnova di lì a poco: col primo nel 1951, quando l’attrice viene chiamata a interpretare il ruolo di Simona in "Roma ore 11", film che, affrontando il problema della disoccupazione femminile, fornisce una serie di efficaci ritratti di donne (tra le interpreti vi sono anche Carla Del Poggio, Lea Padovani e Delia Scala). Col secondo nel 1953, quando Antonioni affida alla Bosé il compito di impersonare Clara Manni, storia di una ex commessa che, diventata attrice, conosce immediatamente il successo andando poi incontro a un duplice fallimento – sentimentale e professionale – nell’amarissimo "La signora senza camelie", film sulla dimensione inautentica della macchina cinematografica, specchio fedele dell’aridità che governa i rapporti reali tra gli esseri umani. Nello stesso periodo la Bosé prende parte, sempre nel ruolo di protagonista, a numerosi film che ne confermano la duttilità di adattarsi con apprezzabili risultati alle diverse esigenze espressive. L’attrice si cimenta con la commedia rosa tardo-neorealista interpretando due dei titoli più apprezzati nella filmografia di Luciano Emmer: il divertente "Parigi è sempre Parigi" (1951), con Aldo Fabrizi e, soprattutto, "Le ragazze di Piazza di Spagna" (1952), in cui impersona con misura il ruolo di una sartina che, divenuta mannequin, non dimentica la sua modesta origine e l’amore per il fidanzato, semplice ma simpatico. La Bosé è anche l’interprete di una serie di film di carattere comico-farsesco accanto a Walter Chiari, tra i quali "E’ l’amor che mi rovina… (1951) nella parte di una giovane maestra di sci al Sestriére con la garbata regia di Mario Soldati su un soggetto e sceneggiatura di Monicelli, Steno e Zapponi.
Il 1955 è un anno fondamentale per l’attrice; la Bosé, infatti, è protagonista di tre importanti titoli, degno coronamento di una carriera breve ma intensa e già ricca di soddisfazioni professionali. Ne "Gli sbandati" di Francesco Maselli, tratteggia con estrema sensibilità una figura femminile, la graziosa sfollata Lucia, di cui si innamora il giovane conte Andrea (Jean-Pierre Mocky). Ne "La muerte de un ciclista" (Gli egoisti), fornisce una convincente prova in quello che rimane una delle opere più interessanti realizzate sotto la dittatura franchista da Juan Antonio Bardem; mentre in "Cela s’appelle l’aurore" (Gli amanti senza domani), che segna il temporaneo ritorno in Francia del regista Luis Buñuel trasferitosi in Messico, dà vita al personaggio di Clara, la giovane vedova italiana residente in Corsica, protagonista di una purissima storia d’amore con il medico Valerio (George Marchal), in una vicenda a lieto fine che costituisce un caso isolato nella filmografia del geniale cineasta aragonese. Nel 1956 la Bosé si sposa con il celebre torero spagnolo Luis Domingín, ritirandosi temporaneamente dalla carriera fino alla separazione dal marito, dalla cui unione nascerà anche Miguel, futuro attore e divo internazionale della canzone.
Negli anni che vanno dal 1968 al 1976, la Bosé riprende a lavorare, aprezzata e richiesta in Italia e all’estero da maestri affermati come Fellini, i Taviani, Bolognini,   così come da registi più giovani quali Liliana Cavani, Nelo Risi e Giulio Questi, ma anche intensa protagonista di originali vicende "al femminile", dirette dalla scrittice e regista Marguerite Duras e dalla collega Jeanne Moreau.
Il suo ritorno al cinema è tenuto a battesimo dal catalano Pedro Portabella, esponente di spicco della scuola di Barcellona, con "Nocturno 29" (1968), interpretato insieme a Gabriele Ferzetti; sempre in Spagna, la Bosé prende parte ad alcuni altri film, tra i quali "Jurtzenka, un invierno en Mallorca", (1970) di Jaime Camino e "Cerimonia sangrienta" (Le vergini cavalcano la morte, 1972), un horror-erotico diretto da Jorge Grau.
In "Fellini-Satyricon" (1969) di Federico Fellini, la Bosé compare in una sola, memorabile sequenza, mentre in "Sotto il segno dello Scorpione", il lucidissimo apologo aperto a molteplici chiavi di lettura che i fratelli Paolo e Vittorio Taviani dirigono nello stesso anno, la Bosé è protagonista a fianco di Gian Maria Volonté e a Giulio Brogi. Più articolata la collaborazione dell’attrice milanese con Mauro Bolognini, che conosce un primo significativo momento in occasione di "Metello" (1970), con Ottavia Piccolo e Massimo Ranieri; un seguito con "Per le antiche scale" (1975), con Marcello Mastroianni e Françoise Fabian e con lo sceneggiato per la televisione "La Certosa di Parma" (1982), nel ruolo della marchesa Del Dongo. Tre titoli contrassegnati dal raffinato gusto compositivo del regista pistoiese e caratterizzati dalla comune matrice letteraria, essendo le fonti costituite, rispettivamente, dai romanzi di Vasco Pratolini, Mario Tobino e Stendhal. Nello stesso periodo, sempre in Italia, la Bosé prende parte a titoli interessanti che costituiscono per lei uno stimolo per fornire brillanti prove: come avviene, nel 1971 con "L’ospite" di Liliana Cavani, accanto a Glauco Mauri nel ruolo di una malata di mente; nel 1972 col bizzarro "Arcana" di Giulio Questi, nella parte di una vedova che esercita la professione di magia e nel 1972 con "La colonna infame" di Nelo Risi, tratto dall’opera di Alessandro Manzoni. L’attrice fornisce convincenti prove della sua maturità artistica e della sua capacità di introspezione psicologica in "Nathalie Granger" (1972) con la regia di Marguerite Duras, in cui la Bosé è Isabella, la madre della bambina che dà il titolo al film.
Il 1976 è l’anno che segna, dopo la prova offerta in "Violanta" di Donald Schmid, una seconda cesura nella carriera della Bosé la quale si riavvicina al cinema solo alla fine del decennio, tratteggiando due figure materne, dapprima in "Cronaca di una morte annunciata" (1987) di Francesco Rosi (tratto dal romanzo di Gabriel García Márquez), poi in "Volevo i pantaloni" (1990) di Maurizio Ponzi, trasposizione del best-seller omonimo di Lara Cardella; infine, e sempre nel 1990, prendendo parte a "L’avaro", versione cinematografica del capolavoro di Molière diretto da Tonino Cervi con Alberto Sordi e Laura Antonelli. Nel 1994 la Bosé torna a lavorare per la televisione con la mini-serie "Alta società".

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