Fausto Schiavetto, ricercatore del Dipartimento di Studi Storici e Politici dell’Università di Padova

Alma Bevilacqua  “Anna Zangrandi” e la Resistenza (1943-45) nelle montagne bellunesi

 

Con questo intervento mi propongo di tratteggiare alcuni aspetti del quadro storico della resistenza bellunese in cui si situa la vicenda individuale, il percorso umano e politico, che portò la bolognese Alma Bevilacqua, professoressa di Scienze Naturali a Cortina, a divenire, per sempre, la cadorina Giovanna Zangrandi, la compagna “Anna”, staffetta partigiana combattente della Brigata “Pier Fortunato Calvi”.

Ha rilevanza, per lo storico della Resistenza veneta, l’opera della Zangrandi?  “I giorni veri”, il suo diario partigiano, ha rilevanza come memoria storica? Si tratta di un libro di memorie prodotto da una scrittrice di romanzi, a vent’anni di distanza dai fatti raccontati. In esso rara è la datazione degli avvenimenti, mancano riferimenti ai nomi veri dei protagonisti, nulli i riscontri documentari. La resistenza sembra più un momento illuminante, in cui la drammaticità degli accadimenti strappa le corazze e costringe la protagonista al contatto con gli altri; è il momento del confronto e dell’unione nella sua storia individuale di sofferenza, ricerca, ripiegamento; è una memoria dei suoi giorni più veri.

Ma quelli tra l’agosto del 1943 e il maggio del 1945 sono stati “giorni veri” anche per molti altri e Giovanna  Zangrandi ne ha colto l’essenza.  Una prima conferma di ciò è data dalla stima, dal rispetto generale, dall’affetto dimostrati verso la scrittrice e la sua opera da parte dei partigiani bellunesi.[1] Elemento importante questo, visto quanto difficili e critici sono gli ex combattenti verso chi scrive sugli avvenimenti di cui essi sono stati compartecipi. La loro simpatia ha il preciso significato  dell’aver essi ravvisato nell’opera qualcosa di profondamente vero, oltre al sentimento di “fratellanza” d’armi con la partigiana “Anna”. A documentare storicamente la sua appartenenza e il suo modo di essere nella resistenza in posizione di protagonista, basterebbe la foto pubblicata nel bel libro di memorie di Fornasier e scattata a Pieve di Cadore la mattina del 3 maggio 1945. [2]  Anna viene ritratta nel gruppo di partigiani della “Calvi” in posa nel momento della vittoria. Compresi della situazione gli altri, le armi bene in vista, guardano il fotografo; Anna invece, la piccola robusta figura arcuata in avanti, con le mani nelle tasche del suo impermeabile aperto, sta conversando, perfettamente a suo agio, con “Alberto” il commissario della Brigata. Recentemente ho trovato nell’Archivio dell’Istituto Bellunese di Storia della Resistenza due documenti, due brevi comunicazioni, scritte allora come lettere accompagnatorie e lasciapassare.  Nella prima, in data 14 febbraio 1945, il comando della brigata “Calvi” invia Anna al Comando Divisione Belluno per la sua “assunzione nella mansione che le è destinata”. Nella seconda il Comando Divisione “Belluno” invia Anna, “già staffetta e collaboratrice di Garbin e della brigata “Calvi”, al comando zona, “come da accordo verbale con De Luca”.[3]

La comunicazione del Comando Divisione Belluno esplicitamente richiama la militanza di “Anna”, la sorellanza nella lotta di “Anna” con “Garbin”, l’iniziatore e il principale protagonista della lotta di liberazione nel Cadore. Questo riconoscimento, avvenuto in epoca non sospetta, dimostra l’appartenenza, il rilievo di Anna nella Resistenza[4]. Ma qual è la caratteristica, la qualità, l’importanza della sua testimonianza? A una rilettura attenta “I giorni veri” si rivelano come un quadro esatto della resistenza in Cadore. Un particolare tipo di esattezza. Richiamo qui la descrizione di una notte che Anna (nei convulsi giorni prossimi alla Liberazione) trascorre in attesa del passare delle colonne tedesche su una strada che lei ha cosparso di chiodi a quattro punte. Sta in un colle presso il torrente Rusecco, dov’era avvenuta una battaglia tra Veneziani e Imperiali tedeschi nel 1508:

“Un attimo miracoloso di sosta in questa notte di ritirata: in un breve fortuito silenzio si sente rumore d’acqua qua sotto, di ruscello gonfiato dalle piene di primavera Non un granché veramente, ma ora che ci ripenso è proprio il RuseccoQuiete e silenzio e frusciar d’acque in quest’attimo incredibile non un ricordo che affiori lento, ma come un lampo rossigno, come se mi fossi addormentata e affondassi in un intensissimo agitato violento sogno, dettato da cose viste, udite, che forse un tempo fecero impressione, che credevi di aver dimenticato del tutto, quasi che fossero inutili o addirittura ridicole zavorre, in questo tempo brutale e nuovo. Il disegno di un grande affresco di Tizianoarmature lucenti e cavalli impennati su scoscese vie, un rio d’alpe e un ponte ad arco, alabarde e spade e cataste di morti e sangue che corre fuori dall’acqua rossa. Un paesaggio che non è questo esatto, ma Tiziano era un pittore non un fotografo. Ma pure aveva lasciato, aveva sentita vera quella battaglia di allora del Rusecco nel marzo del 1508: dai nevai della forcella Cibiana erano calati gli stradioti barbari di Bartolomeo d’Alviano con una marcia pazza e spietata per sorprendere le truppe di Massimiliano. … e  fu battaglia rossa, infernale. Ho steso le mani all’erba bagnata, aggiustato l’impermeabile: era questo il colle, era questo da dove Ranieri della Sassetta balzò fuori col suo cavallo e, sulla riva, lì sotto, scontrò Sisto Alamanno, guerriero degli imperiali: gran rumore di ferri dicono e lo fece fuori. Grida e fragori. E i cadorini arrivarono sui fianchi e gli imperiali si arrendevano

Chissà com’era quel Talamini delle bande cadorine che poi andò a casa a vergar la sua cronaca? Forse un viso lungo adusto e tipico come ha ancor oggi la gente di Valle. Di solito capita di ridere e scansare queste storie e stavolta sono balenate fuori, come un fumo uscito da questa terra notturna fumante nebbia sotto le mie mani aperte, sotto l’impermeabile bucato, davanti ai miei occhi vivi, ai sensi pronti tesi nel buio. Al posto dei cavalli sventrati quel camion rovesciato là, sotto la scarpata...” [5]

Questa lunga citazione permette di cogliere il valore dell’opera della Zangrandi, la qualità del suo scrivere, della sua memoria complessa, sincera e insieme costruita, che assorbe nel suo individuale sentire tutta l’elaborazione culturale di un intera classe dirigente della resistenza.  Anna parte da uno degli episodi, registrati anche dal diario della brigata, di sabotaggio alle colonne tedesche sulle strade del Cadore. [6]  Anna sente, percepisce nel paesaggio, dai fumi della terra notturna, la continuità le battaglie del 1943-45, le battaglie contro i tedeschi dell’inizio del 1500 e quelle risorgimentali del Talamini e di Calvi.   Anna, forse proprio a causa della sua ferita interiore, come erano ferite le sacerdotesse degli antichi oracoli, riesce a percepire, porta alla superficie degli eventi, come fumo uscito da terra notturna, l’inconscio collettivo di tutto un popolo;  non cronache pignole, ma quel lampo corrusco e sanguigno, ben percepito dal cadorino Tiziano, la battaglia coi Tedeschi, rossa infernale, decisiva, quel sangue che corre fuori nell’acqua rossa, quelle grida, quel fragore che accompagnano gli scontri decisivi a cui un popolo va e deve andare, se vuole sopravvivere, se vuole diventare o restare un popolo libero. Al posto di Ranieri della Sassetta Pier Fortunato Calvi, al posto di Calvi “Garbin”. Da questo punto di vista si può ben vedere la connessione de “I giorni veri” con gli altri lavori della Zangrandi sulle leggende delle Dolomiti, dove le voci del popolo, la vera tradizione orale dei novellatori cadorini ricompone la storia e le sue vicende epiche. [7] Nel episodio citato la Zangrandi focalizza l’elemento principale della resistenza Bellunese: la persistenza nella lotta di un antica aspra contraddizione con il Tedesco. Ma molti altri motivi di spessore storico e sociale emergono nelle pagine del libro: le differenti fasi della lotta, gli accadimenti, i combattimenti, i cambi organizzativi e di comando; i diversi stati d’animo collettivi, dalle emozioni e dalle ingenuità iniziali, all’esaltazione dell’estate del ‘44, alle tragedie dell’autunno. In pagine memorabili la Zangrandi tratteggia la vita di uno di quei nuclei partigiani sopravvissuti ai rastrellamenti dell’autunno e abbarbicati in alta montagna. L’irrompere delle donne sulla scena: forti ed efficaci sono i ritratti femminili, specie quelli delle grandi madri della resistenza, quelle che organizzano i recapiti, la rete delle staffette, dei rifornimenti, gli aiuti da far arrivare ai detenuti. Indimenticabili i paesaggi, le montagne, i paesi, le atmosfere. Fino ai giorni della Liberazione, pieni di slancio e di fierezza e insieme di dolore, di lutto e di premonizione. Il valore de “I giorni veri” è dunque questo: la ricostruzione filtrata, sintetica dell’anima degli avvenimenti; un punto di vista non solo individuale, ma di tutto un insieme di persone, i partigiani, i collaboratori, i parenti, i ragazzi, uomini e donne che furono i suoi punti di appoggio; punti di arrivo e di partenza nell’instancabile andare della staffetta Anna in quel vasto movimento di popolo che fu la resistenza. Qui risiede il valore storico (e non cronachistico) dell’opera della Zangrandi.

 

Guerra di liberazione

 

La prima parte de “I giorni veri” è incentrata sulla situazione di subalternità, discriminazione etnica, emarginazione in cui vennero a trovarsi la Zangrandi e tutti gli italiani a Cortina dopo l’8 settembre 1943. Di qui il loro tentativo di reagire, praticando le molte strade della solidarietà: un “risorgimento povero” lo definisce la scrittrice. Vien subito colto l’aspetto che spiega la precocità, l’ampiezza del consenso popolare alla resistenza nelle Alpi Orientali. Subito dopo l’8 settembre del 1943 le tre provincie di Belluno, Trento e Bolzano vennero annesse al Grande Reich tedesco come zona di Operazioni Alpenvorland, mentre Udine, Gorizia e Trieste vennero annesse come Zona di Operazioni Adriatische Künsterland, capo della prima il gauleiter del Tirolo Hofer, capo della seconda il gauleiter della Carinzia Reiner. Fu un’annessione che rovesciava i risultati del Risorgimento e della prima guerra mondiale, un atto revanscista inserito in una precisa linea politica e diplomatica tedesca espressione di una tendenza imperiale che vede attorno a un forte Reich tedesco non delle solide nazioni, ma una serie frammentata di marche, di staterelli satelliti. Nel 1943 l’accettazione, da parte dei fascisti repubblichini, dell’annessione di tante terre italiane svelò la strumentalità del loro patriottismo e fece perdere loro quasi ogni consenso. Buona parte della loro stessa base li abbandonò per sempre, la retorica patriottarda gli si rivolse contro. La federazione fascista bellunese aveva nel febbraio del 1944 200 tesserati e, verso la fine della guerra, la brigata nera  bellunese Gasparri poteva disporre di 18 unità.[8]  La decisine tedesca cozzava contro molti secoli di lotta. Le etnie veneto-illiriche, quelle slave opponevano all’espansione tedesca una resistenza millenaria. Era impensabile che accettassero ora, nelle Alpi Orientali, il fatto compiuto, nel 1943, quando il conflitto generale era ancora aperto e con esito sfavorevole ai tedeschi. E infatti immediatamente si sviluppò un vasto movimento spontaneo di resistenza. In molti paesi si formarono dei gruppi di giovani reduci dalle zone di guerra o comunque in età militare, i quali si organizzarono per non continuare la guerra coi tedeschi, spesso portandosi in alta montagna, nelle baite e nelle casere sopra i paesi.[9] Nel corso delle mie ricerche sono venuto via via constatando l’ampiezza e l’importanza del fenomeno, sostenuto con più insistenza dalla storiografia azionista[10]  rispetto a quella garibaldina. In linea generale si può affermare che questi gruppi, dopo qualche settimana, ritornarono ai paesi, ma non si sfaldarono e furono gli embrioni delle future formazioni partigiane. A determinare la loro crisi immediata furono l’arrivo dell’inverno, il prolungarsi della guerra, l’inesperienza della lotta partigiana e soprattutto, l’insufficienza del soggetto politico, dell’organizzazione politica che doveva dirigerli, amalgamarli, portarli allo scontro.

 

La resistenza moderata: le Forze Armate Della Patria (FADP)

 

Al loro sorgere i gruppi popolari di resistenza si appoggiarono quasi ovunque a elementi dei ceti dirigenti, che erano in qualche modo contrari al proseguimento della guerra col tedesco. Ma qui le difficoltà, le differenze, le cautele erano grandi. Gli accidenti nel percorso unitario della resistenza sono noti, la strada fu molto più ardua di quanto la retorica istituzionale resistenzialista non ammetta.[11]  Anzitutto si registrò il fallimento del tentativo di costituzione della Guardia Nazionale, promosso dai partiti antifascisti, subito dopo l’8 settembre. I Comitati antifascisti, gli esponenti azionisti in prima fila, praticarono in tutti i capoluoghi del Veneto e anche a Belluno, una linea del tutto utopistica, quella di cercare l’appoggio delle gerarchie militari per contrastare l’invasione tedesca e formare assieme ad esse la Guardia Nazionale. Era solo un retaggio risorgimentale e comunque finì peggio che nel 1848, Vittorio Emanuele III e Badoglio essendo ben diversi da Carlo Alberto. I Comitati antifascisti, lontani ancora dalla guerra per bande, rimasero ancorati a una strategia in cui il popolo, i “volontari” erano truppe di appoggio subalterne all’esercito regolare. Sbaglio di valutazione più grande non si poteva fare; adesso che l’istituzione militare italiana è stata ben studiata, sappiamo quanta strada il già non molto popolare esercito sabaudo aveva fatto contro i pastori di Libia e di Abissinia, contro i repubblicani spagnoli, contro i partigiani di Tito e le popolazioni balcaniche; sappiamo come le sue gerarchie fossero state profondamente fascistizzate. [12] Non un comando, non un generale comandante di qualche Zona, Armata o Divisione assunse un atteggiamento attivo di resistenza.

Un altro fallimento fu, nel tardo autunno del ‘43,  il primo tentativo di organizzare le Forze Armate Della Patria, un’organizzazione regionale armata di resistenza messa in piedi da un gruppo di ufficiali intermedi e di complemento patriottici e antitedeschi di sentimenti, alcuni filomonarchici , altri repubblicani (come Pierotti  e Tessari) o  cattolici (come Zancanaro e Pizzinato). Essi formarono una rete informativa e di resistenza in appoggio all’iniziativa del Governo del Sud e degli Alleati. Il punto di avvio più significativo di questo tentativo fu la riunione, avvenuta nell’ottobre del 1943 nella canonica di Bavaria, una frazione di Nervesa della Battaglia, luogo simbolico posto sulla linea del Piave, di una serie di questi ufficiali. [13]Per i Bellunesi era presente il colonnello degli alpini  feltrino, Angelo Zancanaro, già combattente della prima guerra mondiale.  Essi elessero a loro comandante il capitano di vascello Jerzy Sas Kulczyncky. Gli ufficiali ebbero un vivace confronto politico col CLN regionale che, soprattutto nella componente azionista (Meneghetti e Trentin), rivendicò con forza la direzione dell’iniziativa. Essi accettarono di mettersi a disposizione del CLN stesso e ne divennero l’interlocutore, l’esperto militare privilegiato. Le FADP come organizzazione di resistenza regionale durarono poco. Ebbero le caratteristiche di un’ampia missione informativa per l’esercito del Sud. Inviarono informazioni, cominciarono a predisporre campi di lancio, aiutarono i prigionieri alleati, si adoperarono per il mantenimento dell’ordine. Furono, però, ben presto individuati e neutralizzati dai servizi fascisti. [14] L’organizzazione si sfaldò. Qua e là sopravvissero degli spezzoni, anche consistenti, come la “Libera Italia” del maggiore Pierotti sul Grappa, l’organizzazione di Zancanaro nel Feltrino e altri ancora. [15]  La critica più forte e anche fondata, che venne subito lanciata contro di essi dagli ambienti del Partito Comunista, era che si trattava di un organizzazione attendista, che si proponeva di aspettare il “momento buono”, più attenta a mantenere l’ordine di classe favorevole a quei ceti superiori della società dai quali provenivano gli ufficiali in questione, che a preoccuparsi di colpire il tedesco subito e di mobilitare le masse. Ma questa iniziativa delle FADP non era da sottovalutare, come non erano da sottovalutare le vecchie gerarchie sociali e religiose, la loro capacità e abilità di imputare a qualche capro espiatorio tutti i mali, di richiedere cambiamenti di facciata del potere politico che diano a vedere che si cambia tutto senza che nulla in realtà cambi. Capacità e abilità nello stabilire alleanze, nel manipolare e affossare tutti i tentativi seri, non diremmo di rivoluzione, ma di riforma della realtà sociale esistente. Alla fine del processo resistenziale, dopo la crisi garibaldina dell’autunno inverno ’44, fu questa la linea vincente, ed essa fu sostanziata da uomini e ambienti che avevano costituito le FADP, vero inizio di una ricomposizione della classe dirigente moderata veneta a egemonia democratico – cattolica, con importanti agganci col governo nazionale e soprattutto con gli alleati anglo-americani.

 

I comunisti e il movimento garibaldino

 

Da subito dopo l’8 settembre i comunisti stavano lavorando ovunque nel territorio regionale alla costruzione di un “proprio” movimento, raccogliendo le loro forze e, attorno a queste le migliori energie popolari. Gettarono nella mischia quadri molto sperimentati, che provenivano dal carcere, dall’emigrazione e dall’esperienza della guerra di Spagna. [16] La forza dei comunisti stava non solo nella capacità organizzativa clandestina e nella struttura fortemente accentrata e insieme compartimentata (quindi adatta all’uso militare); ma anche nei passi in avanti teorici e politici che avevano compiuto dal VII° Congresso dell’Internazionale Comunista in poi e che portarono nelle loro file alcuni tra i più importanti elementi intellettuali delle nuove generazioni ( per il Veneto basti citare Eugenio Curiel). Li aiutavano infine le difficoltà in cui si trovarono i vecchi ceti dirigenti nella loro opera di ricucitura e recupero politico, in presenza di un così disastroso esito del vecchio stato e delle sue istituzioni, inerti o paralizzate.  I partiti antifascisti di tendenza liberale, centrista, cattolica non avevano ancora, nell’autunno - inverno del 1944, una linea che mordesse, che desse indicazioni urgenti sul da farsi, che fosse praticabile subito da parte di quelli che non potevano aspettare inerti il momento buono, ad esempio tutti i giovani in età militare e le loro famiglie. In questa crisi si inserì l’iniziativa comunista. 

L’organizzazione militare comunista nell’Italia occupata dai tedeschi era fortemente centralizzata. A Milano Luigi Longo era assieme comandante militare delle Garibaldi e responsabile del Partito; Pietro Secchia era il commissario delle Garibaldi.  Una piccolo numero di ispettori centrali trasmetteva le direttive. Le zone erano poche, dirette da quadri molto esperti. Il Veneto dipendeva da Bologna, dal responsabile Antonio Roasio, che inviò a Padova Amerigo Clocchiatti. Fu quest’ultimo il motore dell’iniziativa garibaldina in Veneto, fu lui che impose la direttiva dell’apertura immediata delle ostilità e la formazione delle organizzazioni armate, in particolare la formazione dei distaccamenti d’assalto Garibaldi, la vera proposta organizzativa su cui si era orientato il vertice comunista di Milano. Essi traevano ispirazione dalle esperienze slave e sovietiche della guerra partigiana di popolo che prevedeva la mobilitazione delle più ampie masse in una combinazione di varie forme di lotta dagli scioperi, alle azioni più violente e dirette. Forti anche delle influenze del pensiero di Antonio Gramsci, dopo gli anni di pratica dei fronti popolari e della guerra di Spagna, il vertice di Milano e molti altri quadri comunisti della resistenza avevano avuto il tempo ( negli anni fra il 1941 e il 1943 che avevano passati assieme nell’università del carcere) di elaborare una linea di intervento concreto nella realtà storica italiana.

Per i veneti, a Ventotene, Eugenio Curiel curò dei corsi cui parteciparono diversi reduci dalla Spagna (da Piero dal Pozzo a “Nicolotto Raveane Rizzieri, a “Amedeo” Marino Zanella, al cadorino “Marte” Vecellio, a “Monteforte” Silvestri, a “Mostacetti” Rossetto, al “Venezian” Erminio Ferretto, ad altri). Resta testimonianza di quell’elaborazione una serie di appunti conservati da suoi allievi [17] e il saggio sullo sfortunato tentativo rivoluzionario democratico mazziniano operato in Veneto nel 1864. E’ questo uno scritto chiave nell’individuazione delle forze e dei percorsi portanti della rivoluzione democratica nel Veneto, della tendenza democratico azionista veneta. L’università di Padova, le forze popolari avanzate, spesso i paesi, Longarone, Vittorio Veneto, Spilimbergo, gli ambienti, i luoghi della ribellione del 1864 sono quelli stessi dove si formò il primo battaglione Garibaldi friulano e il primo distaccamento Garibaldi veneto. L’importanza del saggio di Curiel stava nel aver studiato ed individuato nella realtà veneta la contraddizione storica di classe, le concrete forze presenti, nell’aver collegato le guerre di classe e civile ( la guerra centenaria che si svolge in Europa tra forze della democrazia e le forze della reazione, tra la rivoluzione francese e l’impero tedesco). Curiel diede così ai suoi compagni proletari, divenuti poi iniziatori di quasi tutte le organizzazioni di resistenza garibaldina (da Marghera alla pianura trevigiana alle montagne bellunesi), un aiuto ideologico potente, una vera grande arma, la possibilità di rompere l’isolamento in cui erano confinati i comunisti dagli anni ’20, la possibilità di alleanze con i gruppi democratico borghesi di ascendenza risorgimentale e repubblicana.

Nel Bellunese questa linea portò alla formazione del primo distaccamento mobile garibaldino, al suo radicamento,  al suo sviluppo [18].  Una piccola cerimonia di inaugurazione si svolse il 7 novembre del 1943, alla Spasema, una casera sopra Lentiai. Alla costruzione di questa esperienza concorsero quadri comunisti che avevano dovuto abbandonare da subito le città. Da Venezia giunsero Giuseppe Gaddi ( poi segretario della federazione comunista di Belluno) ed Enrico Longobardi ( poi rappresentante del PCI nel CLN di Belluno). Da Padova arrivarono  “Monteforte” Manlio Silvestri e “Mostacetti” Beniamino Rossetto. Sul terreno c’era l’appoggio di antifascisti locali e delle loro famiglie, come Tagliapietra di Lentiai, Deon di Longarone, Checco Da Gioz delle Roe e soprattutto Eliseo dal Pont “Bianchi” di Pez. Un proletario feltrino ex combattente di Spagna, uno degli allievi di Curiel a Ventotene, “Nicolotto” Rizzieri Raveane fu il primo comandante del distaccamento, commissario fu “Monteforte”. La formazione prese il nome di “Buscarin”, un caduto feltrino nella guerra di Spagna[19]. A causa di uno scontro coi carabinieri di Mel che avevano arrestato “Bianchi” essa fu costretta a spostarsi dapprima nella valle del Mis, dove si registrarono altri arrivi, fra i quali quelli di due ex militari che già lavoravano nella resistenza nel Padovano e che avrebbero avuto un grande ruolo nel movimento bellunese: “Carlo” Mariano Mandolesi e “Bruno” Paride Brunetti. Arrivarono in Val del Mis anche i primi bolognesi. La formazione poi traversò il Cordevole, passando da Pian Cajada scese a Longarone, traversò il Piave ed andò ad annidarsi sotto il Monte Toc in Val Mesazzo e in Val Vajont e lì restò fino a marzo del 1944. La stazione di Faé -  Fortogna divenne il punto di riferimento per l’arrivo dei rifornimenti e delle nuove reclute partigiane, molte delle quali arrivavano da Bologna. Furono oltre un centinaio i bolognesi che combatterono nel Veneto. Come mai arrivarono qui? La questione è ancora aperta sul piano storiografico. Già nel 1944 essi furono accusati all’interno del CLN di Belluno, di essere meri strumenti politici del PCI e questa accusa fu ripresa dalla storiografia moderata.  Viceversa essi hanno affermato che il loro arrivo nel Veneto fu quasi casuale, che i nuclei sull’Appennino si sfaldarono e fu deciso di far salire i giovani, che non volevano andare con i repubblichini, sulle Alpi per poi ritornare a Bologna nella primavera successiva.[20] Esaminando i documenti e le relazioni del periodo mi sono formato un’opinione mista. Senza dubbio ci fu una difficoltà di ambientazione sull’Appennino[21], ma non fu la sola causa dell’arrivo dei bolognesi, né, forse la principale.  Vi fu anche una precisa iniziativa del centro di Milano, preoccupato per l’affiorare di tendenze attesiste nel Veneto e desideroso di rafforzare il movimento in questa regione, vista l’importanza strategica dei luoghi (lì sarebbe passata la ritirata delle forze tedesche e, inoltre, si presentava la questione dei confini orientali).[22] Furono inviati di rinforzo da Milano quadri come Antonio Tominez e Bruno Venturini e vennero inviati i bolognesi, tra i quali con funzioni di commissario e ispettore dei GAP (non solo per la zona bellunbese)Giuseppe Landi De Luca, mentre il comandante era Libero Lossanti “Lorenzini”. Proprio da loro partirono le prime azioni gappiste,  supervisionate dal grande comandante dei gap “Dario” Barontini.[23] In una di esse morì Tino Fergnani, al cui nome – leggermente cambiato in Ferdiani- fu intitolato il Distaccamento. La formazione, che ora aveva come comandante “Bruno” e come commissario “De Luca” e come segretario del partito comunista il medico ravennate Mario Pasi “Montagna”, col passare del tempo andò irrobustendosi, pur tra mille difficoltà e stenti. Cominciarono le azioni: i primi sabotaggi alle ferrovie e alle linee elettriche e le prime azioni contro le spie e i repubblichini, tra l’altro fu giustiziato, su indicazione del CLN, il colonnello Perico, che stava organizzando gli Alpini della Repubblica di Salò e l’azione ebbe una vasta risonanza. Momenti di crescita decisivi furono le azioni di sabotaggio in appoggio dello sciopero dei primi di marzo del 1944, che ebbe un grande successo nel Veneto e segnò l’avvio della resistenza di massa dalle fabbriche di Marghera, di Padova e di Schio a molte piccole aziende[24]. Dopo che in un’azione a Cimolais fu catturato e fucilato un generale tedesco, il “Ferdiani” fu ripetutamente sottoposto a rastrellamento; dovette spostarsi in Cansiglio e poi di nuovo in Val Vajont e in Cajada. Da lì le varie compagnie in cui si era suddiviso partirono autonomamente per zone diverse: per il Trentino la “Mameli”, per le Prealpi trevigiano - bellunesi la “Mazzini”  e per le montagne sopra Agordo la “Pisacane”. Queste compagnie divennero in seguito battaglioni e brigate. Attorno a loro si costituirono altri gruppi: il “Vittorio Veneto” in Cansiglio, il “Tollot” sopra Revine Lago, il “Calvi” in Cadore, il “Monte Grappa” tra Cismon e Seren e altri. All’inizio del giugno 1944, dopo la spettacolare azione, comandata da “Carlo”, con cui vennero liberati tutti i detenuti politici del carcere  di Belluno, l’organizzazione garibaldina inquadrò l’intera mobilitazione partigiana. Tutto il movimento partigiano bellunese dell’estate del ‘44 fu garibaldino: era la grande “Nannetti”, divisione Garibaldi con migliaia di partigiani, che attuarono una guerriglia imponente dal Cadore al mare. In quel momento tutti i gruppi di paese autonomi, i gruppi che erano stati promossi dal colonnello Zancanaro nel Feltrino, dagli autonomi sulle Prealpi trevigiano bellunesi, dagli azionisti e dal CLN nel Bellunese, vennero assorbiti pur con qualche frizione. Comandante della Divisione fu un ex militare di carriera il maggiore “Filippo” Albertelli, commissario “Ugo” Clocchiatti, capo di stato maggiore “Nievo”( poi “Milo”) Francesco Pesce, ex tecnico militare del CLN di Belluno[25].  L’unità monolitica di tutti nelle Garibaldi non doveva durare molto, realizzata nel luglio essa saltò alla metà di settembre sotto l’incalzare dei rastrellamenti tedeschi. Gli alleati non sfondarono la linea gotica; gli inglesi accettarono la linea americana dell’attacco principale in Francia: importanti forze americane e tutto il gruppo francese che aveva sfondato a Cassino lì vennero dirottati. I tedeschi ebbero così la possibilità di concentrare notevoli forze contro le roccaforti partigiane.   Tra la fine di agosto e la metà di settembre 1944 i tedeschi rastrellarono tutte le Prealpi trevigiane e il Cansiglio. Le brigate della “Nannetti”, accerchiate, si salvarono frazionandosi in piccoli gruppi.  Scoppiò violenta la critica del CLN di Belluno: esso proclamò il decadimento del Comando Divisione e la sua sostituzione con l’Esecutivo Militare del CLN stesso. Pochi reparti attuarono la scissione, altri ritornarono autonomi, si sfiorò lo scontro armato. A questo punto avvenne  a Padova una riunione drammatica in seno alla dirigenza garibaldina. Era presente Giorgio Amendola, come ispettore generale delle Garibaldi.[26] “Ugo” Clocchiatti venne rimosso da commissario della “Nannetti”, si decise di “sbolognare”, di ridurre il peso dei bolognesi e dei quadri comunisti, di fare largo ai giovani locali, alle nuove leve garibaldine. Si trovò una soluzione di compromesso, in accordo specialmente col P d’A. che era stato appena estromesso dalle “Osoppo”: si diede vita a un Comando Zona unitario, con comandante “Abba” Manzini, un ex osovano azionista e commissario il comunista “De Luca”. Dentro al Comando Zona si ricomposero tutte le tendenze (c’erano anche i cattolici, i socialisti, i liberali). La “Nannetti” venne divisa in due, la divisione “Belluno” sulla destra Piave e la nuova “Nannetti” sulla sinistra Piave. Altre forze, come la “VII° Alpini”, la “Piave” e la “Valcordevole” restarono autonome, ma all’interno del Comando Zona. Questo quadro tenne e bene fino alla fine della guerra. Era stato gestito in modo razionale un passaggio politico molto importante, di segno indubbiamente moderato, ma corrispondente ai grandi equilibri politici nazionali e internazionali che si erano andati determinando.

 Non vanno dimenticate le terribili difficoltà dell’inverno, quando in montagna restarono solo le ossature delle formazioni, spesso soggette a rastrellamenti. Le perdite furono molto elevate. Cominciarono però in questo periodo copiosi lanci, grazie al migliorato rapporto con gli Alleati che avevano in zona diverse missioni, la più importante delle quali fu quella del maggiore Tilman.[27] Nell’ultima fase della lotta, le formazioni del Comando Zona Piave, in particolare quelle della nuova “Nannetti”, coi materiali dei lanci, attuarono una serie di attacchi e sabotaggi micidiali sulle vie di comunicazione stradali e ferroviarie tra Italia e Germania e contro i presidi tedeschi e fascisti. La resistenza si dotò anche di strumenti politici: CLN di paese, giornali, organizzazioni di appoggio. Nella pianura intanto si consolidò l’egemonia di un nuovo blocco cattolico - moderato che prese in mano CLN, enti economici, giornali,  il comandante regionale e che disponeva anche di importanti forze partigiane, dove riemersero, vecchie conoscenze, molti militari badogliani della primissima resistenza. Le brigate della pianura, molte delle quali apparse nell’ultima ora, potevano contare sul solido tessuto sociale moderato dei paesi veneti.

Nei giorni della Liberazione, i vari reparti del Comando Zona Piave  riuscirono a far fallire completamente i piani tedeschi di una ritirata ordinata sulle Alpi. Le colonne tedesche vennero ovunque attaccate, spezzate, costrette dall’insurrezione popolare ad arrendersi prima dell’arrivo degli alleati. Vennero fatte decine di migliaia di prigionieri e furono salvati tutti gli impianti industriali in primo luogo le preziose centrali elettriche.

 

La Resistenza in Cadore

 

E nel Cadore di Giovanna Zangrandi quali sono le caratteristiche, i punti nodali della  Resistenza? Voglio mettere l’accento anzitutto sulla “modernità” del Cadore; accanto ad elementi arcaici ed arretrati, vi era del nuovo. La composizione di classe era più avanzata di quella nazionale e regionale; basti pensare che nel 1936 ben il 35 % dei cadorini era impiegato nel settore secondario contro il 26,4% regionale. Le occhialerie occupavano, già negli anni ‘30, molte centinaia di addetti e fornivano i ¾ della produzione nazionale, inoltre era nata e si sviluppava attorno al polo cortinese l’industria turistica. Nel 1938 il risparmio postale era quintuplo rispetto a Padova e quadruplo rispetto a Treviso.[28] In Cadore l’analfabetismo era la metà che nel resto della regione. Metto in luce questi elementi per contrastare la visione pauperistica, prevalente fino a qualche anno fa, di un Cadore depredato, ignorante, poverissimo, soggetto ai preti. Visione che non spiega assolutamente come mai la resistenza armata cadorina fu garibaldina, guidata da elementi comunisti. Certo il vecchio blocco sociale non era  sparito, persisteva, diede prova di capacità politica organizzandosi nel CLN di Pieve. Larese e Carniel, elementi di spicco di questo CLN, fin dal settembre del 1943 furono in contatto con gli ufficiali delle FADP. [29] Il movimento partigiano cadorino invece fu organizzato  da “Garbin”, un comunista veneziano che conosceva il Cadore per avervi fatto l’ufficiale degli alpini e poi l’insegnante e che era già stato in carcere e al confino. Attorno a lui altri elementi: giovani ex militari,  ferrovieri, ex- emigranti, la professoressa Alma Bevilacqua.  Qualcuno di loro, in contatto con il “Ferdiani”, partecipò ai sabotaggi contro le linee elettriche in appoggio agli scioperi dei primi di marzo del 1944. Un primo gruppo salì in montagna sul monte Vedorcia, sopra Pieve, nel maggio del 1944. “Marte” Vecellio, un proletario di Domegge, ex emigrante, ex combattente nella guerra di Spagna fu il comandante di questo nucleo, mentre Garbin (che era anche rappresentante del PCI nel Esecutivo Militare del CLN di Belluno) continuava il lavoro “a terra”[30]. Le prime azioni furono di propaganda (distribuzione di volantini per il primo maggio del 1944 davanti alle occhialerie di Calalzo) e di sabotaggio; seguirono, all’inizio di giugno, le azioni contro la coscrizione nelle forze territoriali tedesche: vennero fermate le corriere che portavano i coscritti a Belluno. I pochi giovani  arrivati a Belluno in Distretto Militare, scapparono. La formazione ebbe il suo battesimo del fuoco  a metà giugno sul passo della Mauria, dove si era trasferita per ricevere un lancio. Accorsero i tedeschi da Pieve. Quattro partigiani morirono nello scontro. Dopo questo combattimento il comando della formazione venne fatto segno di un ingeneroso attacco da parte del CLN di Pieve. Vi fu un inchiesta del superiore comando partigiano, che diede sostanzialmente ragione a quelli della “Calvi”.[31] Un’altra azione di quel periodo, molto simbolica e significativa, fu l’attacco e la distruzione del presidio di Dogana Vecchia. Nello stesso luogo in cui si era svolta una battaglia risorgimentale fu attaccato il posto di guardia di Dogana Vecchia. Sulla barra di confine divelta, Garbin lasciò un cartello con scritto: “Riportatela al Brennero!”.  La “Calvi” si sviluppò rapidamente da distaccamento a brigata organizzata su tre battaglioni: il “Bepi Striss” dal Boite al valle del Piave verso  Termine; l’ “Oberdan” tra Auronzo e Sappada; il “Cadore” sopra Calalzo. La lotta si sviluppò in guerriglia con attacchi ai convogli dapprima e poi, dalla fine di agosto con la conquista dei presidi e il brillamento dei ponti. In questa fase a Lozzo, il 20 settembre del 1944, cadde in combattimento con due altri partigiani il comandante “Garbin”. Lo sostituì il fratello “Paolo” Gallo. L’offensiva della “Calvi” continuò con forza. Alla fine di settembre, quasi tutto il Cadore era libero e si saldava alla zona libera di Carnia. Sembra, questa offensiva, una follia tattica, se si tiene conto che erano in corso i grandi rastrellamenti antipartigiani, ma c’erano le precise assicurazioni della missione alleata (che stava allora a Lorenzago): vi sarebbero stati grandi lanci, la zona libera Carnia – Cadore sarebbe stata un caposaldo alpino raggiunto in poche ore dalle forze alleate, che sarebbero sbarcate in Alto Adriatico (a Ronchi).  La stessa missione forse non sapeva che tutto era stato annullato, che lo sbarco non ci sarebbe stato, che Churchill, dopo la visita a Mosca, era molto più tranquillo per le assicurazioni di Stalin sulla competenza dell’Italia agli Alleati.   I lanci non arrivarono, la missione alleata se ne andò da Lorenzago in un clima tempestoso.  A quel punto il CLN di Pieve riprese la sua offensiva; chiese la testa dei dirigenti della brigata, a partire da “Spartaco” Barcelloni, il commissario. Nella situazione di crisi le posizioni del CLN ebbero un eco negli uomini, soprattutto tra quelli di Auronzo, ma non solo. [32]  “Paolo” il comandante si dimise, in solidarietà con il suo commissario. La “Calvi” si liquefece; della grande brigata dell’estate non restarono che pochi nuclei tra i quali quello della Memora (località nel gruppo delle Marmarole) in cui stava Anna. Molti partigiani avevano dovuto andarsene, alcuni furono catturati, altri si fecero assumere nella Todt. L’inverno fu tremendo. I gruppi di alta montagna si ridussero ulteriormente. Fu allora che Anna venne inviata al Comando Zona, che la utilizzò come importante staffetta. La “Calvi” ebbe molte difficoltà a riorganizzarsi. Nel marzo del ’45 vi furono segni di ripresa: dalla Todt diversi ritornarono in formazione; ci furono di nuovo azioni. In aprile poi ci furono mitragliamenti, blocchi, combattimenti. Ad Auronzo cadde, pochi giorni prima della liberazione, Severino Rizzardi, il comandante “Renato”. Lo sostituì “Aldo” De Luca . L’ultima battaglia fu a Pieve di Cadore il 2 maggio. Un reparto, al comando di “Celso”Sala, liberò a Braies gli ostaggi di guerra tedeschi più preziosi e che servivano da moneta di scambio e garanzia nelle trattative che i capi delle SS stavano conducendo con gli alleati. Tra questi il nipote di Churchill, l’ex cancelliere Schussnig, il figlio di Badoglio, il generale Sante Garibaldi, Leon Blum, il nipote di Molotov e altri. La “Calvi” liberò poi tutta la Pusteria. A Dobbiaco venne occupato l’Istituto Geografico Militare, lì trasferito da Firenze, e ne venne salvato tutto l’ingente patrimonio. Il Cadore combatté ancora una volta con dignità e forza e questa volta, a differenza del 1848, vinse. Anche qui il prezzo della normalizzazione postbellica fu alto per gli ex partigiani, ma restò in loro e nelle popolazioni l’orgogliosa sicurezza e serenità di una grande battaglia vinta.

Questa serenità, questo orgoglio, si ritrovano intatti nelle pagine della partigiana Anna, a fondamento della sua capacità di capire la vita e le persone, di affrontare tutti i successivi inverni e di rivolgersi alle nuove generazioni. “I giorni veri” non sono solo un diario partigiano, una buona memoria storica; la vastità, la profondità del movimento[33] resero la Resistenza un fattore di lunga durata,  vero motore del cambiamento del mezzo secolo successivo. Afferma lo studioso americano Roger Absalom nella prefazione al suo bellissimo studio sui prigionieri alleati in fuga a decine di migliaia per monti e per valli d’Italia, a proposito della sovversiva capacità dei partigiani e dei contadini italiani di aiutarli:

“In prospettiva storica è evidente che fattore decisivo nella grande mobilitazione di risorse umane necessaria per la ricostruzione e per il successivo periodo di spettacolare crescita economica, comunemente denominato “miracolo economico italiano” fu la positiva attitudine al cambiamento che si era sviluppata durante la guerra tra la popolazione delle campagne del centro e del Nord.”[34]

 Questa vasta mobilitazione delle risorse umane, questa positiva attitudine alla lotta, questo grande movimento reale di emancipazione viene per il Cadore mirabilmente descritto da Giovanna Zangrandi.

 



[1] Tra tutti  “Paolo” Gallo, ex comandante della Brigata “Calvi”: “Anna  Zangrandi donna partigiana, valorosa scrittrice, che ha saputo raccontare la Resistenza, la lotta per la libertà, senza retorica.”  - Gallo ricorda poi un episodio in cui Anna, nell’autunno del 1944, salì in Val d’Oten al loro gruppo - “ piccola figura di donna con un agnello sulle spalle... Piccola grande figura di donna, ci portava una pecora per sfamarci, un sorriso per rallegrarci, parole volutamente brusche e sbrigative per tirarci su il morale. Aveva il cuore più saldo di noi tutti messi assieme.”  GIAMPAOLO GALLO, Aforismi partigiani, Udine, 1995, pag. 41

[2] A. FORNASIER, Il nonno racconta. Memorie autobiografiche sulla vita in Cadore, la guerra e la Resistenza, Belluno, 1994, Quaderno di “Protagonisti”, n.7, p. 137. Fornasier è stato non solo un compagno di lotta, ma poi a lungo un amico, un estimatore, a suo modo un discepolo della Zangrandi.

[3] Entrambe le comunicazioni si trovano nell’Archivio dell’Istituto Storico Bellunese di Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea (d’ora in poi AISBREC), busta FR 5 bis, fasc. Calvi.

[4] Per la partigiana “Anna” è un riconoscimento pieno ufficiale, sottoscritto da alcuni dei maggiori esponenti del partigianato bellunese: “Alberto” Orler e “Renato” Severino Rizzardi (rispettivamente commissario e comandante della brigata “Calvi” nell’inverno del 1944-45), l’ingegner “Gianni” Lanzarini vicecomandante della Divisione “Belluno” e “Radiosa Aurora” Mario Bernardo, capo di stato maggiore della stessa. “Radiosa” pubblicherà, qualche anno dopo “I giorni veri”,  un importante volume storico sulla resistenza nel Bellunese (M. BERNARDO, Il momento buono. Il movimento garibaldino bellunese nella lotta di liberazione del Veneto, Roma, 1969, ed. Ideologie. I due libri sono stati tra i momenti più importanti di educazione, di comunicazione del messaggio e dell’esperienza della resistenza da una generazione all’altra, da quella della resistenza a quella del ’68. Oltre al  valore letterario e documentario, questi lavori ne hanno indubbiamente avuto uno culturale, generazionale, politico. Del resto ciò era l’esatta intenzione della Zangrandi, vedi la dedica della sua opera ai giovani nella lettera riportata nell’introduzione della nuova edizione G. ZANGRANDI, I giorni veri, Genova, Le Mani,1998 [prefazione di M.RIGONI STERN, a cura di W.ROMANI],pp.15-16

[5] G. ZANGRANDI, I giorni veri, cit., pp. 212-214. Nell’introduzione è riportato un documento di grande interesse: le risposte della Zangrandi a tre domande postele da Marco Forti dell’Ufficio Stampa Mondadori nel 1963 sul significato e sui valori del suo libro.

[6]   AISBREC, b. 2 FR, fasc. Calvi, RELAZIONE sull’attività svolta dalla Brg. “P.F.CALVI”.

[7] Cfr. G. ZANGRANDI, Leggende delle Dolomiti, 1951, ripubblicato ora da Nordpress, Chiari (Brescia), 1998. In particolare per quel che ci interessa vedi la Postfazione a pag.78

[8] T.MERLIN – A. SIRENA, Sulle motivazioni della rivolta popolare bellunese all’occupazione tedesca, in AA.VV., Tedeschi , partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland (1943 –1945), Venezia, 1984, p.441-469;  Venti mesi di dominazione tedesca. Contributo del Cadore alla guerra di Liberazione, [a cura della Magnifica Comunità Cadorina e dell’ingegner E. Da Re], s.l.e., 1945. In questa pubblicazione a p. 26 sta scritto: “I Cadorini sono sempre stati antitedeschi!”

[9] Sui gruppi spontanei della prima resistenza nel Veneto esistono ottimi studi, a cominciare da quello di T. TESSARI, Le origini della Resistenza militare nel Veneto (settembre 1943 – aprile 1944), Venezia, 1959. Numerose sono le ricerche di studenti contenute nelle tesi di laurea soprattutto degli anni ’70. Nel Bellunese i gruppi di paese sono stati molto rivalutati (anche in polemica con lo schema interpretativo e con la storiografia garibaldina-comunista) da Aldo Sirena. Cfr. per esempio:  A. S. , Forme e motivazioni  del reclutamento partigiano, in AA. VV., Aspetti militari della resistenza bellunese e veneta. Tra ricerca e testimonianza, Belluno, 1991. In particolare per il Cadore vanno citati i gruppi di Borca di Auronzo, di Domegge. (Testimonianza di Lino De Luca “Aldo”, ultimo comandante della brigata “Calvi” al sottoscritto – Borca di Cadore primavera 1998.

[10] Per tutti: G. QUAZZA, Resistenza e storia d’Italia, Milano,1976.

[11] Particolarmente significativo il gravissimo episodio avvenuto, negli ultimi giorni del 1944, a Fontanelle di Conco, alle pendici dell’Altopiano di Asiago vicino a Bassano, dove quattro partigiani comunisti ex-garibaldini di Spagna ed ex carcerati politici vennero uccisi dalla base locale del distaccamento, più legata a un ex ufficiale badogliano e al parroco. Errori forse di settarismo ideologico, permisero che un ex carabiniere e altri elementi di ideologia cattolico-integralista fossero istigati a compiere il crimine, su cui, a differenza di Porzus, calò il più completo silenzio e la più completa impunità. Nel Vicentino non fu mai possibile costruire un comando partigiano unitario. (Cfr. Landi a Pietro(Roasio) in: INSMLI-IG, Le Brigate Garibaldi nella resistenza. Documenti, I, Milano, 1977, p. 178; A. CLOCCHIATTI, Cammina frut, Milano, 1972, pp.223-226.

[12] G. ROCHAT – G. MASSOBRIO, Breve storia del esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, 1978; G. ROCHAT, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Bari, 1967; A.DEL BOCA, Gli italiani in Africa Orientale  VI vol., Roma-Bari, 1985-6; guerra di Spagna

[13] L’organizzazione logistica e la protezione del Convegno di Bavaria era affidata agli ufficiali di complemento del luogo Mario Schiavetto di Nervesa, Toni Adami di Valdobbiadene e Livio Morello di Ciano del Montello

[14] I servizi fascisti non erano altro che gli ex colleghi degli ufficiali passati con Mussolini. Tipico il caso, in zona trevigiano bellunese, del colonnello Perico, ex comandante del battaglione alpino “Cadore” passato ai repubblichini dopo iniziali contatti con quelli delle FADP, specificamente con Zancanaro (ex comandante del battaglione alpino Val Fella. Sas Kulczyncky fu individuato dai fascisti repubblichini, che perquisirono il suo comando, posto non in una casera sui monti, ma nel palazzo del Conte Arrivabene a Venezia. Egli riuscì a sottrarsi in quel momento alla cattura e lasciò il Veneto (fu preso prigioniero in seguito e morì nel campo di concentramento di Fossoli presso Modena

[15] Per le FADP vedere lo studio già citato di T. TESSARI e L. URETTINI, La costituzione delle FADP e la strategia militare di Teolfo Tessari, in AA.VV., Aspetti militari della resistenza bellunese e veneta cit., pp.93-106. In AIVSR, b.14, Carte Bortolotto, Relazione dell’onorevole Guido Bergamo. Relazione di uno dei partecipanti del Convegno di Bavaria che dà ampie notizie sull’impegno suo e dei suoi amici in questa iniziativa.

[16] GIUSEPPE GADDI, I comunisti nella Resistenza veneta, Milano, 1977; A. CLOCCHIATTI, Cammina frut, cit.; P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943 –45, Milano, 1973; INSMLI – IG, Le Brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, I, Milano, 1979; G.LANDI, Rapporto sulla Resistenza nella zona del Piave, Milano, 1984.

[17]  Cfr “A lezione da Curiel” in:  I. DALLA COSTA, Pietro Dal Pozzo. Un testimone del nostro tempo, Treviso, 1987, pp. 54-57.

[18] Tra la molta memorialistica vedi G. GADDI, Dalle Vette al Piave: piccola storia di un grande movimento, Venezia, 1946; M. BERNARDO, Il momento buono cit.; A. CLOCCHIATTI, Cammina frut, Milano, 1972; G.GADDI, Ogni giorno, tutti i giorni, Milano, 1974; G. LANDI, Rapporto sulla Resistenza nella zona Piave, Milano, 1984.

[19] Boscarin Luigi, nato nel 1907, emigrante in Francia nel 1931. In un primo tempo fu aderente a “Giustizia e Libertà”. Aderì poi, nel 1934 al PCI. Si arruolò ai primi di ottobre del 1936 nel battaglione Garibaldi. Combattè al Cerro de Los Angeles e alla Casa de Campo a Madrid.  Morì per infezione tetanica all’ospedale di Madrid il 3.12.1936.  (P. ZANGRANDO, Spagna grande amore. Volontari antifascisti bellunesi a difesa della repubblica Spagnola( 1936 – 1939), Belluno, p. 70).

[20]  E’ molto significativo già dal titolo un articolo a questo proposito di EZIO ANTONIONI, Un lungo parcheggio “provvisorio”, apparso in “Resistenza oggi” [pubblicazione a cura dell’ANPI], Bologna, 1981

[21]  A favore di questa tesi depone il documento: DA BOLOGNA RAPPORTO DEL TRIANGOLO. DAL SETTEMBRE AL DICEMBRE DEL 1943, P. SECCHIA, Il Partito Comunista cit., pp.127-132.

[22] Secchia presenta, nel suo poderoso lavoro, due documenti provenienti dal Veneto, da Venezia e dal Bellunese e una risposta di Longo che si dimostra molto preoccupato per l’affiorare di tendenze attesiste in seno al partito ( P: SECCHIA, Il PCI e la guerra di Liberazione cit., pp. 141 e seg.) Clocchiatti parla di una riunione a Padova con dirigenti comunisti slavi in cui essi avanzano pretese sul Friuli (A. CLOCCHIATTI, Cammina frut cit., p.219).

[23]  INSMLI – IG, Le brigate Garibaldi nella resistenza cit., p. 219.

[24] M. MANDOLESI, Testimonianza, Gaeta,1979; G.VICCHI, Testimonianza, Bologna, 1994.

[25] Francesco Pesce, poi comandante della seconda “Nannetti”, era un giovane ufficiale di carriera. Arrestato nella primavera del ’44, fu tra i liberati dal carcere di Baldenich. Inizialmente era di tendenze azioniste, poi nell’estate passò su posizioni  comuniste Si deve a lui una spinta decisiva nel senso della mobilitazione unitaria della “Nannetti”. Organizzatore di grandissime capacità fu più volte elogiato dagli alleati per le imprese delle sue formazioni. Può essere visto come un simbolo della riuscita della linea delle alleanze di Curiel. Naturalmente nel dopoguerra fu estromesso dall’Esercito, nonostante le sue capacità, le decorazioni, i meriti acquisiti.

[26] Su questa storica riunione c’è stata una vera è propria querelle storiografica garibaldina iniziata con la pubblicazione del “Rapporto dal Veneto” in:  G. AMENDOLA, Lettere a Milano. Ricordi e documenti (1939-1945), Roma, 1973, pp.420 e seg.. A questo “Rapporto”  Clocchiatti rispose con il  suo libro A. CLOCCHIATTI, Cammina frut cit.. In seguito venne pubblicato il fondamentale  G. LANDI, Rapporto cit., che già si conosceva in dattiloscritto e che in parte era già stato pubblicato da M. BERNARDO, Il momento buono cit....

[27] Tilman, grande alpinista, esploratore, uomo colto e audace, ha lasciato un importante diario della sua esperienza partigiana: H.W. TILMAN, When men & mountains meet, Cambridge, 1946.

[28]  IRSEV, Le provincie venete nell’ultimo cinquantennio. II, Venezia, 1960, p. 167.

[29] Cfr  Dichiarazione del colonnello A. Bortolotto in AIVSR, b.38. Bortolotto era uno degli organizzatori delle FADP.

[30] Per le notizie sulla Calvi mi sono servito principalmente dei fondi archivistici conservati a Belluno e a Padova: AIVSR, buste 60 e 62 (Fondo Clocchiatti) e AISBSR, FR, busta 5 bis e busta 2 Fondo Resistenza, fascicolo Calvi.

[31] Le carte originali dell’inchiesta, varie relazioni, si trovano nel Fondo Clocchiatti, Padova AIVSR, b.62, Pratica lancio Cadore.

[32]  Vedi in AIVSR, b.60 una interessante serie di relazioni sul Cadore e sulla “Calvi” nell’autunno del 1944 giunte al Comando Militare Veneto dal Comando Alta Italia di Milano in fotocopie portanti il timbro dell’organizzazione Franchi e redatte da Dery (Grava) “addetto politico alla brigata”, vistate anche dal commissario di battaglione Katiuscia.

[33] “la resistenza ebbe caratteri risorgimentali ma anche una sua tipica nuova caratteristica: fu più vasta spontanea, popolare, non sorse solo dai salotti, ma tanto di più dalle cucine dai casolari dalle fabbriche, questo movimento sul filo antico della parola libertà affiancò allora, mirabilmente, intellettuali e masse e deve tanto alle donne, alle donne delle cucine, alle scalcinate soldatesse dei pedali” (G. ZANGRANDI, I giorni veri ed. 1998 cit., pag.16.)

[34] R. ABSALOM, A strange alliance. Aspects of escape and survival in Italy 1943-45, Firenze, 1991, p.3