Worky
    Numero 9
 


Etienne Cabet
Viaggio in Icaria

Testi scelti e commentati da Aris Accornero

 

Snobato da Marx, ma destinato a influenzare, più di Marx, gli esperimenti sovietici, Cabet vagheggia un mondo liberato dal lavoro, dove il dilettevole viene dopo l'utile e l'utile viene dopo il necessario, dove, aboliti i negozi, lo Stato provvede a tutto, compreso i cappellini e i profumi

Etienne Cabet (Digione 1788 - Saint Louis 1856) è un personaggio controverso ma di indubbia grandezza il cui progetto utopico - ancor più completo e analitico della Repubblica di Platone - offre la visione di una società collettivizzata e pianificata che anticipa vari tratti del comunismo sovietico.
Figlio di un bottaio e laureato in legge, diventa un giovane avvocato di grido che vince cause difficili, non senza screzi e guai con la corporazione forense. Repubblicano e giacobino, nel 1820 si trasferisce a Parigi dove diventa procuratore e frequenta ambienti politici liberali e radicali; entra nella carboneria, della quale rimane deluso, e scrive il suo primo saggio sulla rivoluzione. Partecipa attivamente ai moti del 1830, rompe con gli ambienti liberali ed esprime dissenso al sovrano in persona, pur accettando la carica di procuratore generale in Corsica; ma presto viene destituito.
Diventato deputato (della Costa d'Oro), fonda l'Associazione per l'educazione del popolo e il settimanale Le Populaire. Suo referente diventa per un po' il cenacolo di Filippo Buonarroti che si ispira alla "congiura degli eguali" di Gracco Babeuf. I successi che colleziona in politica gli procurano guai con la giustizia; anche se è assolto da accuse tipo tumulti, cospirazione e insurrezione, nel 1834 viene condannato ed esiliato per avere leso, in due articoli, la maestà di Luigi Filippo.
A Londra intrattiene rapporti con l'industriale tessile Robert Owen, filantropo e riformatore, ed è attratto dagli elementi comunistici di varie utopie, a cominciare da quella di Thomas More.
Come Marx, passa le giornate nella biblioteca del British Museum, dove mette a punto un articolato disegno di società comunista sotto forma di romanzo filosofico. Il Viaggio in Icaria esce in Francia nel 1840 sotto pseudonimo, suscita un enorme scalpore e viene ristampato più volte. L'autore si rivela nel 1842 con un pamphlet intitolato Come sono diventato comunista.
In pochi anni il movimento "icariano" raggiunge dimensioni di massa, con epicentro a Lione.
Il fermento sociale cresce ma Cabet non vuole seguire una via rivoluzionaria; pubblica un libro sulle miserie degli operai, prepara un'inchiesta sul lavoro salariato, propone piccole comunità sperimentali.
Visto che i tempi stringono, nel 1847 lancia il manifesto Allons en Icarie! per cui, ottenuta la concessione di un terreno nel Texas, un drappello di seguaci lascia la Francia agli inizi del 1848 per fondare Icaria.
In patria Cabet si impegna a fondo nei moti di quell'anno fatidico, organizzando anche una manifestazione di 150 mila persone. Ma la sinistra viene sconfitta, Cabet non viene rieletto e anzi è minacciato di morte e i suoi fedeli perseguitati. Cosicché parte per l'America. Trova che nella comunità-modello le cose non vanno bene e si insedia quindi in Illinois con altri seguaci.
Condannato in contumacia per truffa agli "icariani", Cabet torna in patria per discolparsi e viene assolto. Fonda anche Le Républicain ma lo sorprende il coup d'état di Luigi Napoleone, che lo fa arrestare e imbarcare per l'Inghilterra. Da lì torna a Icaria, dove la colonia langue per i pochi mezzi e le troppe divisioni: una fazione contesta il leader, un'altra vuole spostarsi nell'Iowa. Cabet decide di insediarsi con i suoi fedeli nel Missouri, dove morirà.

L'America e il fatidico '48.
Nell'Ottocento, l'America fu il luogo dove furono sperimentate quasi tutte le utopie pensate in Europa. Non sorprende che i loro adepti andassero a impiantare colonie nel nuovo mondo, sulle orme delle sette protestanti che avevano popolato il New England: nessuno Stato avrebbe consentito tali esperimenti, neppure in piccolo, e tentarli in grande significava imbarcarsi in un'altra rivoluzione francese. Persino Owen, dopo avere creato in Scozia il villaggio operaio più noto di quei tempi, New Lanark, attraversò l'Atlantico per fondare una "vera" comunità di lavoro: New Harmony.
Il fatto è che i "cabetiani" se n'erano andati nonostante lampi e tuoni preannunciassero l'insurrezione, e che Cabet stesso aveva lasciato il vecchio mondo dopo che era già scoppiato "il '48".
Nel celeberrimo Manifesto dei comunisti, uscito in quell'anno, Karl Marx e Friedrich Engels criticano coloro i quali "continuano a sognare la realizzazione sperimentale delle loro utopie sociali", indicando espressamente la "piccola Icaria, edizione in dodicesimo della nuova Gerusalemme"; e l'autore non viene manco nominato, a differenza di Owen, di Saint-Simon che era fautore di un socialismo tecnocratico, e di Fourier che aveva proposto i "falansteri".
In un testo precedente, L'Ideologia tedesca, i due giovani fondatori del "socialismo scientifico" avevano però citato Cabet mostrando di apprezzare i suoi scritti politici; del suo romanzo utopico si erano limitati a dire: "Chi crede in Francia all'Icaria?". Il bello è che iniziavano il libro parlando di una società che "regola la produzione generale in tal modo che mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi viene voglia". Al confronto, Icaria sembrava più credibile.
E più organizzata: secondo Cabet, il lavoro sarebbe stato emancipato infatti da un apparato produttivo tecnologicamente avanzato al servizio di un assetto sociale rigorosamente egualitario. L'idea di trasfigurare il modello comunista in una società industriale ebbe una presa che Marx e Engels non sognavano neppure, anche se non resse alla prova della storia. Infatti, se la comunità-modello di Icaria lasciò ben poche tracce, nello sterminato territorio russo quell'esperimento socio-politico fu ben più d'un romanzo: come notò acutamente Lewis Mumford nella sua Storia dell'utopia, già fin dagli inizi "c'erano più influenze di Cabet che di Marx". Il denaro era stato abolito, sebbene per poco, e già si parlava di "emulazione patriottica" nel lavoro.

Una tecnologia che libera l'uomo.
Pur credendo anch'egli ad una originaria uguaglianza naturale degli uomini, Cabet vedeva la tecnologia in modo opposto a Rousseau e a Proudhon ritenendola il mezzo per liberare il lavoro, e quindi l'uomo. Nel Viaggio in Icaria la presenza della tecnica è dominante insieme a una dimensione d'azienda e una scala di produzione invero enormi.
All'ammirato viaggiatore straniero, tipico della letteratura utopica, il giovane "icariano" Valmont mostra o descrive una stamperia con 5.000 tipografi, una sartoria con 2.500 operaie (fra cui la consorte del Presidente della Repubblica), e un panificio che consiste in "5 o 6 edifici immensi". Quando si è al lavoro si tace nelle prime due ore, si conversa nelle due ore successive e si può cantare in quelle rimanenti. Sono grandi non soltanto gli stabilimenti ma anche i magazzini, i quali "hanno liberato Icaria dai negozi e dai negozianti", poiché lo Stato fa lì trovare gratis, tutto calcolato, quanto serve agli abitanti della zona, dal vestiario all'arredo, senza dimenticare il giornale popolare perché i cittadini siano sempre informati. Gli alimenti no: per consentire alle masse di "fraternizzare" e per abolire il lavoro domestico,
i pasti vengono serviti in porzioni uguali presso dotatissime mense collettive da 1.000-2.000 persone; alla domenica, un pranzo freddo per tutti lascia riposare chi cucina e consente di farsi un picnic.
A Icaria l'educazione comincia dalla prima infanzia, le giovani coppie vengono assistite e il sistema sanitario è all'avanguardia; inoltre, scienze e scienziati, arte e artisti sono generosamente finanziati.
In giro non si vedono nudità, cabaret, bettole, casinò o casini, mentre la varietà di stoffe, colori, fogge e confezioni lascia piena libertà sebbene non vi sia la "moda" (lo Stato provvede anche i cappellini a veletta, e perfino i profumi). Per le strade ha la precedenza chi viene da destra.

Esperimenti "comunistici" piccoli e grandi.
La socializzazione dei mezzi di produzione, l'abolizione del mercato e l'organizzazione collettivista poggiano in Cabet sulla fiducia nella tecnologia, sul planismo grand-industriale e sull'ostracismo per la piccola intrapresa. Basati su un modello di società ancor prima che di impresa, questi elementi utopici di Icaria si ritroveranno poi nel marxismo ortodosso, nei programmi socialdemocratici (artigiani, contadini e commercianti non erano forse destinati a scomparire?) e soprattutto nell'esperienza sovietica. "Sovietica" è la convinzione che abolendo la proprietà, cioè "liberando i rapporti di produzione", le "forze produttive" crescano meglio, a cominciare dalle dimensioni. "Sovietico" è il meccanismo di stimoli, incentivi, "onorificenze pubbliche e onori nazionali" concessi all'operaio che "fa più del proprio dovere": basti ricordare la notorietà mondiale di Andrej Stachanov, l'eroe del lavoro per antonomasia. "Sovietica" è la mania dei dettagli con cui dal centro viene steso per ogni azienda un minuzioso piano di produzione che definisce gli obiettivi e assegna gli organici. (Qui fanno capolino la grande économie nationale di Babeuf e gli atéliers nationaux di Louis Blanc.)
"Sovietiche" sono anche le forme istituzionali della rappresentanza politica, che consentono a molti cittadini di ricoprire cariche pubbliche e a tutti quanti di progettare e di decidere tutto quanto, passando da un'assemblea all'altra. "Sovietica" è la scala dei bisogni - "prima il necessario, poi l'utile, infine il dilettevole" - anche se, dopo oltre mezzo secolo di esperienza e dopo aver mandato il primo uomo nello spazio, il buon Cabet avrebbe sicuramente allentato quelle priorità. "Sovietica" è infine la consapevolezza che non sarà facile chiedere "a ciascuno in base alle possibilità" per dare "a ciascuno in base ai bisogni" (obiettivo che era già nella Città del Sole di Tommaso Campanella); nonostante le ingenuità di Icaria, Cabet prevede infatti "un regime transitorio di 30 o 50 o 100 anni, a seconda dei paesi". Quel che Cabet non prevede è tipico degli utopisti: la coercizione necessaria a realizzare il luminoso ridisegno del futuro.

Viaggio in Icaria di Etienne Cabet .
Valmor mi aspettava. Partimmo subito per andare a visitare la fabbrica edile e passeggiando conversammo un po'.
- Poiché stiamo andando a visitare dei lavoratori - mi disse - vi spiegherò la nostra organizzazione dei lavori e dell'industria; infatti, il lavoro è una delle prime basi del nostro sistema sociale.
Ricordatevi innanzi tutto di alcuni fatti principali che sono la chiave di tutti gli altri. Ve l'ho già detto e ve lo ripeterò in poche parole: noi viviamo in una comunità di beni e di lavoro, di diritti e di doveri, di benefici e di oneri.
Non abbiamo proprietà, né soldi; non esistono vendite né acquisti.
Siamo uguali in tutto, per ciò che è possibile. Lavoriamo tutti in egual misura per la repubblica o la comunità. È lei che raccoglie tutti i prodotti della terra e dell'industria e che li divide tra di noi in parti uguali; è lei che ci nutre, ci veste, ci istruisce, ci dà l'alloggio e ci fornisce, in egual modo, tutto ciò che ci è necessario.
Ricordatevi ancora che lo scopo di tutte le nostre leggi è di rendere il popolo il più felice possibile, cominciando col necessario, poi coll'utile e finendo con il gradevole senza mettervi alcun limite.
Per esempio, se si potesse dare a ciascuno una carrozza, ognuno avrebbe una carrozza, ma poiché la cosa è impossibile, nessuno ne possiede una, ma ciascuno però può servirsi di vetture comuni rese il più possibile comode e confortevoli.
Vedrete ora l'applicazione di questi principi nell'organizzazione del lavoro.

La repubblica o la comunità stabilisce ogni anno tutti gli oggetti che è necessario produrre o fabbricare per il nutrimento, il vestiario, l'alloggio, l'arredamento del popolo; è la repubblica, solo lei, che li fa fabbricare dai suoi operai; è lei che fa costruire le industrie, scegliendo sempre le posizioni più convenienti e le costruzioni più perfette, organizzando fabbriche immense, riunendo tutte quelle la cui concentrazione può risultare vantaggiosa e non indietreggiando mai davanti ad alcuna spesa indispensabile al conseguimento di un risultato utile; è la repubblica che sceglie i procedimenti di fabbricazione, cercando i migliori, e preoccupandosi sempre di pubblicare tutte le scoperte, le invenzioni e i perfezionamenti; è lei che istruisce i suoi numerosi operai, che fornisce le materie prime e gli attrezzi, e che distribuisce il lavoro, dividendolo nel modo più produttivo e pagando i dipendenti in natura invece che con denaro; è lei infine che riceve tutti i manufatti, che li depone nei suoi immensi magazzini per dividerli, in seguito, tra tutti i suoi lavoratori o meglio i suoi figli.
E questa repubblica, che vuole e dispone in questo modo, è il Comitato dell'industria, è la Rappresentanza nazionale, è il popolo stesso.
Dovete rendervi subito conto dell'incalcolabile economia e degli enormi vantaggi, da ogni punto di vista, che devono necessariamente derivare da questo primo assetto generale!
Tutti sono operai nazionali e lavorano per la repubblica. Tutti uomini e donne, senza alcuna eccezione, esercitano una delle attività, delle arti o delle professioni previste dalla legge.

I ragazzi cominciano a lavorare solo a 18 anni (i maschi) e a 17 (le femmine), poiché i loro primi anni di vita sono dedicati allo sviluppo fisico e all'educazione. I vecchi sono esonerati, a 65 anni gli uomini e a 50 le donne: ma il lavoro è così poco faticoso e persino piacevole, che pochi ne chiedono l'esenzione continuando nella loro abituale occupazione o venendo utilizzati in tutt'altro modo.
Inutile dirvi che il malato è esonerato dal lavoro; ma per evitare ogni abuso, egli deve recarsi o farsi trasportare all'ospizio, che d'altronde è un bel palazzo. Inutile ancora aggiungere che ogni lavoratore può ottenere un congedo nei casi previsti dalla legge e col consenso dei collaboratori.
Vi ho appena detto che il lavoro è piacevole e poco faticoso: le nostre leggi, infatti, non risparmiano nulla per renderlo tale poiché non si è mai visto un imprenditore così benevolo verso i suoi operai come la repubblica nei confronti dei suoi lavoratori. Le macchine si sono moltiplicate senza limite al punto di poter sostituire duecento milioni di cavalli o tre miliardi di operai; sono esse che eseguono tutti i lavori pericolosi, o faticosi, o insalubri, o sporchi o disgustosi, in questo soprattutto brilla la ragione e l'intelligenza dei miei compatrioti, tutto ciò che, per esempio, genera solo disgusto è nascosto con la massima cura o è circondato da maggiore pulizia. In questo modo, non solo non vedrete mai, per le strade, né sangue né letame, ma non vedrete mai nemmeno la mano di un operaio toccare, in una fabbrica, qualche oggetto repellente.
Tutto concorre a rendere il lavoro gradevole: l'educazione che fin dall'infanzia insegna ad amarlo e a stimarlo, la pulizia e la comodità delle fabbriche, il canto che anima e rallegra le masse dei lavoratori, l'uguaglianza del lavoro, per tutti, la sua durata moderata e la dignità con cui tutti i lavori, in egual misura, sono considerati dall'opinione pubblica.
- Che cosa! - esclamai, - tutti i mestieri sono ugualmente valutati, quello del calzolaio come quello del medico?
- Sì, certo, e cesserete di stupirvene; infatti è la legge che stabilisce i mestieri e le professioni esercitabili e tutti i prodotti da fabbricare: non è tollerata nessuna altra industria né d'altra parte è consentita alcuna altra fabbricazione.
Non esiste per esempio la professione del bettoliere, né nelle nostre coltellerie si fabbricano pugnali. Tutte le nostre professioni e le nostre produzioni sono allo stesso modo legali e giudicate da un certo punto di vista ugualmente necessarie: nel momento in cui la legge ordina che ci devono essere calzolai e medici, è necessario che ci siano gli uni e gli altri; e poiché tutti non possono essere medici, per far sì che alcuni vogliano diventare calzolai occorre che i calzolai siano altrettanto felici e contenti dei medici; di conseguenza, bisogna stabilire tra di loro, per quanto possibile, la più perfetta uguaglianza; ma non solo, è necessario che sia gli uni che gli altri, poiché dedicano lo stesso tempo alla repubblica, siano allo stesso modo stimati.

- E non fate distinzione di intelligenza, di spirito, di genialità?
- No! tutto ciò non è infatti un dono della natura? Sarebbe dunque giusto punire, in qualche modo, chi non è stato privilegiato dalla sorte? La ragione e la società non devono forse rimediare all'ineguaglianza prodotta da una cieca casualità? Colui che può rendersi più utile grazie alla sua genialità non è già sufficientemente gratificato dalla soddisfazione che prova? Se volessimo fare una distinzione, sarebbe in favore delle professioni o dei lavori più faticosi, al fine di indennizzarli in qualche modo e di incoraggiarli. In breve, le nostre leggi rendono il medico quanto mai onorato e felice: perché dunque dovrebbe lamentarsi se il calzolaio è altrettanto contento e stimato? Comunque, sebbene già l'educazione generi sufficientemente in ciascuno il desiderio di rendersi sempre più utile alla comunità, al fine di esercitare un'utile emulazione, qualsiasi operaio che, per patriottismo, fa più del suo dovere o che nella sua professione fa una scoperta utile, ottiene un riconoscimento particolare o delle onorificenze pubbliche o persino degli onori nazionali.
- E i pigri? ...
- I pigri! non ne conosciamo ... Come volete che ce ne siano dal momento che il lavoro è così gradevole e che l'ozio e la pigrizia nel nostro popolo sono considerati infamanti come in altri paesi lo è il furto?
- Non è dunque vero quello che ho sentito dire in Francia e in Inghilterra, che ci saranno sempre ubriachi, ladri e pigri?
- È vero con l'organizzazione sociale di quei Paesi: ma è impensabile con l'organizzazione d'Icaria.
La durata della giornata lavorativa che inizialmente andava dalle dieci alle diciotto ore e che successivamente è stata diminuita, è fissata adesso a sette ore in estate e a sei in inverno, dal mattino presto fino all'una. Sarà ancora ridotta, per quanto possibile, se nuove macchine sostituiranno operai o se la minore necessità di prodotti (le abitazioni per esempio) renderà inutile un gran numero di lavoratori.
Ma è probabile che la durata del lavoro sia adesso minima; infatti se anche alcune industrie diminuiscono vengono sostituite da altre nuove visto che lavoriamo continuamente per aumentare il nostro benessere. L'anno passato, ad esempio, quando fu stabilito che a tutti i nostri mobili ne veniva aggiunto uno nuovo e che, a tale scopo, erano necessari centomila operai, furono scelti questi centomila tra la massa del popolo lavoratore e la durata della giornata lavorativa fu accresciuta di cinque minuti.
In ogni famiglia le donne e le ragazze fanno assieme tutti i lavori domestici dalle cinque o sei del mattino fino alle otto e mezzo; dalle nove fino all'una si dedicano ai lavori della loro professione, in fabbrica.
- Le donne incinte o quelle che allattano sono naturalmente esonerate dal lavoro?
- Certo, e così anche tutte le donne che sono capofamiglia poiché curare la casa e la famiglia è anch'essa un'occupazione utile alla repubblica.
Tutti gli operai dello stesso settore lavorano assieme in immense fabbriche comuni dove brillano l'intelligenza e la ragione del nostro governo del popolo.
- Ne ho visitate moltissime che mi hanno riempito di ammirazione.
- Non rimarrete stupito dalla perfezione delle nostre fabbriche quando vi ricorderete che il progetto di ognuna di esse è stato deciso con una gara d'appalto dopo aver consultato tutti gli operai della professione, tutti gli scienziati e il popolo intero. Le fabbriche mobili, per tutti i lavori che vengono eseguiti all'aria aperta, presentano anch'esse tutte le possibili comodità, come potrete vedere; adesso arriveremo nel cantiere edile che vi volevo mostrare. Si trattava di una strada interamente in costruzione: vi si trovavano riuniti cinque o seicento operai di tutti i tipi. A fianco c'era un vasto capannone mobile coperto di tela impermeabile, con dentro uno spogliatoio e un refettorio come in una normale fabbrica. Tutte le impalcature sulle quali lavoravano i muratori erano coperte per proteggere dal sole o dalla pioggia. I materiali, pietre e mattoni, pezzi di legno e di ferro, cemento e malta, erano gia preparati e pronti per essere utilizzati.
- Tutte le pietre - mi disse Dinaros - sono lavorate in enormi fabbriche vicino alle cave, con l'aiuto di macchine che le segano e le levigano. Anche i mattoni di tutte le dimensioni sono fatti con l'aiuto di macchine, in enormi officine, sollevate sul terreno, da cui si preleva la sabbia. Il cemento e la malta vengono preparati in grandi quantità in altri capannoni e a volte anche sul posto ma sempre con procedimento industriale.
Tutti questi materiali, condotti, attraverso canali, in grandi magazzini di deposito, vengono in seguito trasportati su carri di ogni tipo vicino agli edifici da costruire.
Guardate come tutti questi carri sono ben disposti per caricare e scaricare e perché nulla sia guastato o lasciato cadere! Guardate questi nastri trasportatori dove i più pesanti carichi rotolano o scivolano senza sforzi e queste innumerevoli macchine, grosse e piccole, che trasportano di tutto, in alto e in basso, da ogni parte! Così in questa folla di operai in azione, non scorgerete nessuno con un peso sulla testa o sulle spalle: tutti hanno come unico compito quello di dirigere le macchine o di sistemare i materiali. Vedete anche quali precauzioni vengono prese per evitare la polvere e il fango!
E come tutti gli abiti da lavoro hanno un aspetto lindo!
Questa mattina, tutti questi operai, cioè tutti questi cittadini, sono arrivati alle sei, quasi tutti con carrozze pubbliche. Hanno deposto i loro abiti abituali per prendere quelli da lavoro che erano nello spogliatoio: all'una, quando termineranno il lavoro della giornata, si ricambieranno e riprenderanno le carrozze pubbliche; se capitasse di incontrarli, voi che conoscete solo i muratori degli altri Paesi, non li prendereste certamente per muratori che ritornano dal loro lavoro.

- Capisco ora - gli dissi - perché qui si desidera essere muratori o esercitare qualsiasi altra professione.
- Tutti gli operai che lavorano all'esterno sono trattati dalla repubblica con lo stesso riguardo; tutti trovano in ordine la loro fabbrica, i loro attrezzi e gli abiti da lavoro e tutto ciò che è loro necessario. Come potete vedere il carrettiere ha sempre un posto sulla sua carrozza.
Ricordate anche l'ordine che regna in questo movimento universale? Qui, come in tutte le nostre aziende, ognuno ha il suo posto, il suo impiego, e per così dire il suo grado; gli uni guidano gli altri, questi forniscono i materiali a quelli e tutti assolvono il loro compito con precisione e piacere.
Non è quindi lecito affermare che questo insieme forma un'unica vasta macchina di cui ogni congegno svolge regolarmente la propria funzione?
- Sì, questa disciplina mi sembra straordinaria.
- Ma perché straordinaria? In ogni fabbrica i regolamenti sono deliberati e i funzionari vengono eletti dagli operai stessi mentre le leggi comuni a tutte le aziende sono fatte da persone scelte da tutto il popolo, cioè dai delegati dei lavoratori di tutte le fabbriche. Il cittadino può solo eseguire regolamenti o leggi che sono opera sua, e di conseguenza li esegue sempre senza esitazione e senza ripugnanza……
…..Avete notato il movimento regolare della nostra popolazione? Alle cinque tutti si alzano; verso le sei le strade e le carrozze sono tutte piene di uomini che si recano al lavoro; alle nove ci sono donne e bambini; dalle nove all'una la popolazione è in fabbrica o a scuola; all'una e mezza la massa degli operai lascia le fabbriche per riunirsi con i familiari e i vicini nelle mense popolari; dalle due alle tre tutti pranzano; dalle tre alle nove la popolazione affolla i giardini, le terrazze, le strade, le passeggiate, le assemblee popolari, le corti, i teatri e tutti gli altri luoghi pubblici; alle dieci tutti dormono e durante la notte, dalle dieci alle cinque di mattina, le strade sono deserte.
- Avete dunque la legge del coprifuoco, questa legge che sembra così tirannica?
- Imposta da un tiranno sarebbe indubbiamente un'intollerabile vessazione: ma adottata dal popolo intero, nell'interesse della sua salute e della disciplina nel lavoro è la legge più ragionevole e più utile e quella meglio rispettata.
- Sì, capisco, e capisco anche come i vostri operai debbano essere felici.
- Lo sono a tal punto che i discendenti della nostra antica nobiltà sono fieri dei loro titoli di fabbro, di tipografo ecc. che sostituiscono quelli di duca e di marchese…
…Tutti vestono allo stesso modo, il che non dà spazio all'invidia e alla civetteria. Tuttavia sarebbe sbagliato credere che in questo caso l'uniformità sia priva di varietà; anzi, è proprio nell'abbigliamento che la varietà sposa più felicemente la sua ricchezza con i vantaggi dell'uniformità. Non soltanto v'è differenza di abbigliamento fra i due sessi ma, nei due casi, ogni individuo cambia sovente abito a seconda dell'età e della condizione; i particolari dell'abbigliamento indicano infatti tutte le circostanze e le posizioni delle persone. L'infanzia e la giovinezza, la pubertà e la maturità, il celibato o i matrimonio, la vedovanza o le seconde nozze, tutto viene indicato dall'abbigliamento. Tutte le persone nella stessa condizione portano la stessa uniforme; ma migliaia di uniformi diverse corrispondono a migliaia di condizioni diverse.
E la differenza fra queste uniformi riguarda sia le stoffe che i colori, sia la foggia complessiva dell'abito che i dettagli. Aggiungi che quando la stoffa o la foggia è la stessa, ad esempio le ragazze della stessa età, a variare è il colore a seconda dei gusti e della convenienza: un colore sta meglio alle bionde, come ben sai, un altro alle brune. Inoltre per ciascun individuo sono diversi il semplice e comodo abito da lavoro e quello da camera, l'elegante abito da salotto o da pubblica riunione e lo splendido vestito da festa o da cerimonia.
Capisci allora che la varietà di abbigliamento risulta pressoché infinita. Tieni conto anche che i fiori non sono ammessi come ornamento che a una certa età e così i cappelli, le piume, i gioielli, le pietre, le stoffe pregiate lo sono solo ad altre età determinate; ti spiegherai così più facilmente come la repubblica possa farne fabbricare abbastanza per il piccolo numero di persone delle diverse età.
Immagina ora tutta la popolazione riunita in abito di gala nei circhi, sulle passeggiate, agli spettacoli; ti renderai conto che i palchi dell'opera di Parigi o di Londra, ma anche i salotti e persino le corti di queste capitali non possono offrire niente di altrettanto splendente e magnifico, e che i loro minuscoli circoli privilegiati non sono che pigmei in confronto a tutta la popolazione di Icara.
Vuoi ora che ti parli della fabbricazione e della distribuzione dei vestiti?
Capisci quanto è facile per la repubblica conoscere la quantità di materie prime, di stoffe e di vestiti che le è necessaria; far produrre queste materie prime nel suo territorio dagli agricoltori o acquistarle all'estero; fare in seguito fabbricare le stoffe in serie nelle sue immense manifatture con l'impiego di potenti macchine; e fare infine confezionare gli abiti in immense fabbriche dai suoi lavoratori e lavoratrici.
Naturalmente la foggia di ogni vestito è calcolata in modo che questo possa essere confezionato il più facilmente, il più rapidamente e il più economicamente possibile.
Quasi tutti gli abiti, i copricapo e le calzature sono elastici così che possono andar bene a più persone di taglia e altezza diverse. Quasi tutta la produzione inoltre è meccanizzata così che agli operai non restano che poche cose da fare per portarla a termine. Quasi tutti i capi di abbigliamento vengono prodotti in quattro o cinque taglie differenti in modo che gli operai non hanno mai bisogno di prender prima le misure.
Tutti gli abiti quindi vengono confezionati in enormi quantità come anche le stoffe, e spesso nello stesso tempo; essi vengono poi raccolti in immensi magazzini dove ognuno è sempre sicuro di trovare tutto ciò che gli occorre e che gli è dovuto secondo la legge.
È inutile che sottolinei la perfezione del lavoro eseguito dalle macchine o dagli operai che fanno sempre la stessa cosa o la prodigiosa economia che risulta da questo sistema di produzione in serie o l'enorme perdita che la repubblica evita prevenendo le capricciose e ridicole variazioni della moda.
Quanto alla distribuzione dei vestiti, ogni magazzino ha il quadro delle famiglie che deve fornire delle quantità da consegnare. Apre un conto a ciascuna di esse e, dopo che queste hanno scelto ciò che loro conviene, invia ciò che è dovuto.
La cura dei vestiario e la raccomodatura sono compito delle donne di ogni famiglia; ma questo è niente, mentre la pulitura che sarebbe più faticosa è opera delle lavanderie nazionali.
Da quel che conosci immagina ora tutto il resto!






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