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La partecipazione ebraica alla Guerra civile spagnola
Italiani nella guerra di Spagna
Luciano Tas  -  Italiani nella guerra di Spagna  -  04/12/2002





LA PARTECIPAZIONE EBRAICA ALLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA (*)
Uno dei primi provvedimenti presi da Hitler contro gli ebrei dopo la sua ascesa al potere nel 1933 è l’espulsione dalla Germania degli ebrei polacchi presenti nel paese. Si tratta di una minoranza di considerevole entità, spesso saldamente inserita e con una lingua, lo yiddish, tanto affine al tedesco. In Germania si trovano da ormai molto tempo, almeno dopo lo sbandamento seguito alla prima guerra mondiale; alcuni da molto prima.
Una parte di questi ebrei polacchi ritorna in Polonia, certamente non accolta con entusiasmo dal governo e dal popolo. Un’altra parte trova provvisorio rifugio in Francia o in altri paesi europei. Un parte infine coglie l’occasione che le viene offerta da un decreto del governo repubblicano spagnolo che nel 1926 aveva annullato la proibizione per gli ebrei di mettere piede in Spagna. Una proibizione che risaliva al 1492. Non sono tuttavia in gran numero gli ebrei polacchi che riparano in Spagna tra il 1933 ed il 1936: alcune centinaia di operai, artigiani, tutti politicizzati e tutti militanti della sinistra. La maggior parte di loro si trova a Barcellona dove danno vita ad una “Unione culturale” a cui partecipano intellettuali di valore, come Jacques Penczyna e Ishai Kinderman. C’è un altro gruppo ebraico in Spagna nell’estate del 1936.
Si tratta di giovani, in maggioranza belgi e francesi, venuti qui per partecipare alle “Olimpiadi dello sport e della cultura”. Quando il 18 luglio di quel 1936 il generale Francisco Franco dà il via alla rivolta partendo dai possedimenti nordafricani della Spagna, in varie città spagnole elementi militari filofranchisti si sollevano contro il governo legittimo repubblicano. E’ il primo giorno della guerra civile.
Gli ebrei presenti in Spagna, gli operai polacchi ed i ragazzi belgi e francesi, scendono immediatamente in campo, fin dal primo giorno, a fianco del governo e contro la sedizione fascista. E’ il seme delle Brigate Internazionali. Gli ebrei polacchi costituiscono subito un gruppo di combattimento che assume il nome di “Gruppo ebraico Thaelmann”, per ricordare Ernst Thaelmann, il segretario del partito comunista tedesco, tra le prime vittime del nazismo. Questo gruppo confluirà poi nella “Centuria Thaelmann” fondata poi da un altro ebreo, tedesco questa volta, Marx Friedemann.
La storia della partecipazione ebraica alla lotta antifascista spagnola incomincia a venire scritta quasi subito, quando quella lotta non ha ancora raggiunto il culmine della parabola sfortunata. Nel 1937 appare infatti in Spagna un libretto di Gina Medem dal titolo “Combattenti ebrei nella Spagna della libertà”.
Il libretto reca nell’introduzione una firma che diventerà celebre, quella di Luigi Longo – nome di battaglia “Gallo” – il futuro segretario del partito comunista italiano.
Scrive Longo nell’introduzione: “Fu ai primi giorni, quando i volontari incominciarono a giungere ad Albacete. Mi ricordo come se fosse ieri, un giovano bruno dal viso rotondo che mi restò subito simpatico. Era un volontario ebreo venuto a parlarmi, perché ero uno degli organizzatori responsabili delle Brigate Internazionali. Il giovane parlava a nome del primo gruppo di 15 volontari ebrei alla testa dei quali sfilava nelle vie di Barcellona. Mi aveva chiesto che i volontari ebrei fossero organizzati come unità speciale nella nostra Brigata. Vogliamo dimostrare, mi aveva detto con serietà ed entusiasmo, di che cosa sono capaci gli ebrei. I fascisti ci accusano di vigliaccheria e vogliamo provare al mondo che possiamo comportarci da eroi. Comprendendo molto bene i sentimenti ed il ragionamento politico di questo compagno, fui completamente d’accordo con lui. D’accordo con il compagno André Marty, fondatore delle Brigate Internazionali, ho autorizzato il compagno ad esortare tutti i volontari ebrei che facevano parte di altre unità a raggrupparsi e formare una bella e forte unità ebraica (….) Disgraziatamente il bel sogno non potè realizzarsi per difficoltà di lingua, per mancanza di tempo ed anche perché il compagno è partito per il fronte insieme ai quindici volontari, tutti venuti da Parigi”.

(*) Molti dati sulla partecipazione ebraica alla guerra civile spagnola sono desunti da “Combattants Juifs dans l’Armée républicaine spagnole” di David Diamant (Editions Renouveau, Parigi)

Il ragazzo, Albert Nahumi (Weiss) doveva cadere in combattimento, nella città universitaria di Madrid, poco dopo aver incontrato Longo. E proprio soffermandosi sulla tomba di quel ragazzo ebreo dalla Francia, scrive ancora Longo “ho sentito che noi, volontari, abbiamo contratto uno straordinario debito nei confronti degli eroi ebrei che scrivono pagine magnifiche in tutte le nostre Brigate”. L’idea del giovane ebreo francese non può dunque tradursi interamente in pratica. Motivi tecnici, soprattutto di lingua, come scrive Longo, ed anche motivi ideologici.
Una parte di volontari ebrei senta la straordinaria peculiarità di questo momento storico. E’ dai tempi dell’ultima resistenza ebraica contro i romani a Masnada, nel 70, da quasi diciannove secoli quindi, che non sventola una bandiera di combattimento ebraica, che gli ebrei emarginati, oppressi, costretti a vagare di paese in paese, umiliati perché impediti ad essere uomini a titolo pieno e solo decisi, cocciutamente, a rimanere fedeli ad un’idea rigorosamente monoteista, ad una cultura severa, non sono più nazione, pur rimanendo popolo. Da diciannove secoli non esiste più un esercito ebraico, un esercito che non è solo rumore di armi ma simbolo di unità nazionale. Per questo una parte dei settemila volontari ebrei di Spagna (su un totale di 35.000 che, venuti da ogni parte del mondo, costituiranno gli effettivi delle Brigate Internazionali) vorrebbe dar vita a unità ebraiche, con bandiere ebraiche, con insegne ebraiche.
Ma un’altra parte – ed è probabilmente maggioritaria – a prescindere da questioni linguistiche (pure importanti perché si tratta di capirsi all’interno delle formazioni) preferisce aggregarsi secondo appartenenza nazionale o, più ancora, secondo idea politica, non solo quindi francesi con francesi e tedeschi con tedeschi, ma comunisti con comunisti, socialisti con socialisti, anarchici con anarchici. Quando il 22 ottobre 1936 il governo spagnolo autorizza ufficialmente la formazione di Brigate Internazionali per inquadrare autonomamente le migliaia di volontari che affluiscono (come si è visto, arriveranno a 35.000) in difesa della Repubblica e contro il nazi-fascismo che proprio in Spagna effettuerà la sua prova generale per la seconda guerra mondiale ormai imminente, la base costitutiva delle Brigate è ad Albacete. Due gli ispettori generali delle Brigate Internazionali, tutti e due comunisti: l’italiano Luigi Longo ed il francese André Marty, che molti anni dopo verrà espulso dal partito.
Peggiore la sorte che toccherà ad altri reduci della Spagna: spagnoli, italiani antifascisti, tedeschi antinazisti, apolidi corsi in Spagna per difendere la libertà, saranno ammassati, una volta costretti a ripassare la frontiera, in durissimi campi di concentramento francesi e trattati crudelmente (e in molti casi consegnati poi all’invasore nazista) dal governo di Parigi, come testimonierà Koestler nel suo libro “Schiuma della terra” in cui sono descritte le condizioni del campo di Le Vernet, dove sarà detenuto anche il nostro Leo Valiani (il “Mario” del libro di Koestler).
Peggio ancora toccherà ai volontari russi ed a quelli dei paesi dell’Est, molti dei quali, una volta caduti quei paesi sotto la dominazione sovietica, fisicamente eliminati tra il 1939 e il 1952. E basti ricordare le memorie di Arthur London che ne “La confessione” racconta come, tra il 1950 ed il 1952, venissero particolarmente presi di mira dal governo di Praga, su ordine di Mosca, i reduci di Spagna. E resta da vedere se vennero presi di mira – ed eliminati – in quanto reduci di Spagna o in quanto ebrei. Ma in questo 1936 nessuno può pensare a questi sviluppi. L’entusiasmo, la passione per la causa spagnola, tocca popoli di tutta la terra.

* * *

Al principio dunque prevale in Spagna, per la costituzione delle Brigate Internazionali, l’affinità linguistica. Belgi e francesi insieme, inglesi, canadesi e americani insieme e così via.
In ogni Brigata predomina una nazionalità. Nell’XI i tedeschi, nella XII – la “Garibaldi” – gli italiani, nella XIII i polacchi, nella XIV – “La Marseillaise” – i francesi, nella XV balcanici, americani e inglesi, nella 150^ cèchi, jugoslavi, bulgari, albanesi, romeni.
Gli ebrei affluiscono numerosi dalla Francia, dal Belgio. Sono numerosi gli ebrei polacchi, che vengono dalla Polonia o da altri paesi europei. Sono numerosi gli ebrei tedeschi, ormai in esilio. Sono numerosi gli ebrei russi. Sono numerosi gli ebrei americani. E vi sono ebrei palestinesi, che vengono dalla Palestina sotto mandato britannico.
In quali formazioni militano questi 7.000 ebrei? Molti nella XIII Brigata, la “Dombrowski”. In questa Brigata sono particolarmente fitti nel battaglione tedesco “Ciapaiev”, mentre gli ebrei palestinesi fanno parte del battaglione “Dimitrov” della XV Brigata. Un altro battaglione in cui la percentuale ebraica è altissima è il “Palafox”, sempre della “Dombrowski”.
La seconda compagnia del “Palafox” è interamente ebraica ed è quella che innalza le insegne antiche dell’ebraismo. E’ la compagnia “Naftali Botvin”, che è il nome di un giovane comunista ebreo polacco fatto impiccare dal governo di Varsavia nel 1925 quando non aveva ancora compiuto i 21 anni.
L’ingresso della “Botvin” nella XIII Brigata viene annunciato con un ordine del giorno del comandante Janek Barvinski e del commissario politico Stach Matuszaczak: “Compagni soldati, ufficiali e comandanti della Brigata Dombrowski! Compagni volontari ebrei! Oggi, 12 dicembre 1937, alla nostra gloriosa famiglia di combattenti antifascisti si è aggiunta la Compagnia ebraica Naftali Botvin …. Tra i volontari delle Brigate Internazionali ed in particolare nella Brigata Dombrowski i volontari ebrei si sono sempre distinti per il loro eroismo, la loro combattività e la loro devozione nella lotta contro il fascismo. Vicino a Madrid, a Guadalajara, a Brunete, a Saragozza, ovunque la nostra Brigata si è trovata impegnata nella lotta contro il nemico mortale dell’umanità, il fascismo, i volontari ebrei sono stati in prima fila, dando così esempio di eroismo e di coscienza antifascista. Nel sottolineare il gran numero e l’importanza dei volontari ebrei nella Brigata Dombrowski ed al fine di commemorare anche la memoria dei combattenti ebrei caduti per la libertà, decidiamo che la seconda compagnia dell’eroico battaglione polacco Palafox diventi una compagnia ebraica con il nome di Naftali Botvin … “

* * *

Non si conoscono tutti i nomi degli ebrei che militarono nelle varie Brigate. Solo quelli della “Botvin”, che sono 148 sui 7.000 volontari ebrei, si conoscono tutti, o almeno i loro nomi di battaglia.
Nella “Botvin” (è una curiosità) milita anche un italiano (la partecipazione degli ebrei italiani alla guerra di Spagna, ovviamente nella “Garibaldi”, costituisce un capitolo a parte) che bizzarramente si nasconde sotto l’assai poco ebraico nome di “Christian”. Se ne ignora il nome vero. Ma la lista dei Davidovich e degli Abramovich è assai lunga, nella “Botvin” e altrove. Il primo comandante della “Botvin”, Karol Gutman, cadrà in combattimento sul fronte dell’Estremadura.
La XV Brigata si compone di quattro battaglioni: il “6 febbraio” franco-belga, il battaglione inglese, il “Dimitrov” dove militano gli ebrei palestinesi e l’ “Abramo Lincoln” americano. Un quinto battaglione americano, il “George Washington” si costituirà più tardi.
Sui 3.000/3.200 volontari americani, gli ebrei sono 1.000/1.100, cioè un terzo. Si battono sul fronte di Jarama e al sud. Forte percentuale ebraica anche nel battaglione canadese “Mackenzie Papino” (XIX Brigata).
Degli ebrei americani si conoscono 670 nomi. E si conoscono anche i nomi di 168 ebrei palestinesi. Si hanno altri nomi di ebrei combattenti tra le fila repubblicane spagnole: 34 jugoslavi, 17 bulgari, 240 austriaci, 400 inglesi, 36 belgi, 91 lèttoni. Si ignorano invece i nomi dei molti ebrei sovietici presenti in Spagna, salvo alcuni dei più famosi, come ad esempio i due aviatori Zelik Joffe e I.P. Zalesky.
Nomi ebraici di spicco tra le fila repubblicane sono quelli del consigliere generale dell’aviazione governativa, Yaahov Smushlrevich, del generale “Kleber” (l’austriaco Stern), del generale ungherese Lukacz (“Mate Zalka”), del cofondatore della XIII Brigata Gustaw Rajcher, del comandante la 129^ Brigata, il polacco Waclaw Komar, del comandante della “Dombrowski” Heniek Torunczyk, del commissario politico del “Palafox” Misha Reger, dell’aiutante di Stato Maggiore della XIII Alek Szurek.
Sul comportamento degli ebrei in battaglia forse qualcuno al principio avrà potuto nutrire dei dubbi, giustificati dalla lunga e forzata assenza ebraica dalla scena del mondo e dalla stessa dignità umana, che per secoli era stata loro negata.
Ma se dubbi al principio ci sono vengono presto fugati. Scrive sul “Dabrowszczak”, organo di stampa della “Dombrowski”, nel novembre 1937 Luigi Longo: “I volontari ebrei nel loro battaglione nazionale hanno dimostrato lo stesso spirito di sacrificio e di eroismo dei loro fratelli internazionali. Quando si parla di eroismo ciò non significa soltanto morire ma, in tempo di guerra, anche costanza e sangue freddo nei momenti difficili, sopportare ed accettare tutte le sofferenze fisiche, il freddo, la fatica e, per conto mio, l’eroismo supera la morte. Anche in questo senso gli ebrei non sono stati secondi a nessuno”. Il commissario politico delle Brigate Internazionali Mario Nicoletti scrive alla fine del 1936 a “Neue Presse” di Parigi: “Sono stato in grado di vedere che i lavoratori ebrei che sono stati incorporati nei battaglioni nazionali e specie nelle brigate polacca e americana dove erano presenti numerosissimi, si sono distinti per coraggio, spirito di combattività e disciplina ….”. E ancora, primavera 1937, allo stesso giornale: “… il comportamento dei compagni ebrei distrugge per sempre l’odiosa immagine di una differenza di razza. In tutti i posti di combattimento i compagni ebrei hanno saputo lottare con tutto il cuore fino in fondo, fino al supremo sacrificio della vita …”. Quanti siano i caduti ebrei in Spagna non è accertato: si presume che ne siano morti in combattimento da 1.000 ai 1.500. Ma per altri ex volontari la morte era in agguato nell’Europa occupata dai nazisti. Molti dei reduci ebrei di Spagna moriranno combattendo nelle fila della Resistenza contro i tedeschi, altri saranno deportati.
La Spagna repubblicana conta poi su un buon numero di volontari ebrei non combattenti, ma egualmente esposti al pericolo. Si tratta di 66 medici e di 130 infermiere.
Nella scarsa aviazione governativa sette sono gli ebrei di cui è accertata l’identità. Tra loro due americani, un sudafricano, un polacco e un francese della famosa squadriglia di André Malraux. Uno di questi aviatori, Bengold, cadrà in combattimento sul suo “Chato” da caccia.

* * *

Come molte altre formazioni nazionali, anche quelle ebraiche hanno loro bollettini e giornali. Il più famoso giornale murale è quello della compagnia “Botvin” di cui prende il nome. E’ scritto in yiddish e i caratteri tipografici sono quindi ebraici. E’ curioso che, nella loro ricerca di questi caratteri tipografici, certo assai rari nella Spagna Judenrein (“ripulita” dagli ebrei, cacciati 450 anni prima) del 1936, i giornalisti combattenti della “Botvin” s’imbattono in un museo in una cassa polverosa che racchiude proprio antichi caratteri ebraici. Sono i cosiddetti caratteri “Rashi” (acronimo del grande pensatore Rav Shlomo Itzaki, vissuto a Troyes in Francia tra il 1040 ed il 1105) usati per l’ultima volta in Spagna nel 1516 del cardinale Ximenes de Cisneros per comporre una Bibbia poliglotta. I caratteri non potranno essere usati, ma la scoperta rimane.

E come tutti i volontari di Spagna quelli ebrei cantano e inventano canzoni ed inni. Cantano naturalmente anche quelli spagnoli, come tutti, dall’Inno di Riego dell’esercito popolare spagnolo, alla Marsigliese, alla Carmagnola, alla nostra Bandiera Rossa. Cantano, come tutti, la famosa “Marcha del 5° Regimiento” o “Los cuatro generales” o, con gli americani, “The yanks are coming”. Ma c’è un inno yiddish alla “Botvin”. E’ “Of Lebn un toit a farband” (Unità per la vita e la morte). E ci sono altri canti di un mondo ebraico che sta per essere distrutto, quello dell’Europa orientale dove, allo sterminio nazista che distruggerà insieme ai sei milioni di ebrei d’Europa tutto l’ebraismo polacco, si andrà ad aggiungere il genocidio culturale perpetrato dall’Unione Sovietica in anni più lontani. Il mondo ebraico, quello che vive nei paesi liberi, è vicino ai suoi combattenti in Spagna. Il 24 maggio del 1937 il quotidiano yiddish di Parigi Neue Presse pubblica un articolo di Marc Chagall: “La nostra cultura ebraica e la nostra resistenza”. A Chagall scrive, commosso per le sue parole, un combattente di Spagna, A. Lissner: “… Lei, amico Chagall, con il suo fucile d’artista – voglio dire con il pennello – può anche battere l’antisemitismo, come noi operai ebrei di tutto il mondo”. E Chagall gli risponde: “E’ un onore per me aver ricevuto la sua lettera. Sono cosciente che la nostra resistenza ebraica contro il nemico ha già una bellezza biblica. E sicuramente il nuovo motivo biblico merita di essere perpetrato come si fa con i vecchi motivi della Bibbia”.

* * *

Molte delle lettere che i volontari ebrei spediscono a casa dalla Spagna rilevano non solo l’acutezza dell’analisi storica degli avvenimenti ma in alcuni casi una vera e propria preveggenza. In Spagna – questo sentono i combattenti – si giocano i destini d’Europa, ma anche quello dell’ebraismo europeo. La vittoria di Franco nel 1939 è una vittoria del nazismo. Non è l’ultimo atto della guerra civile spagnola, è il primo della seconda guerra mondiale. Anche la visione degli ebrei palestinesi venuti volontari in Spagna di un futuro ed ancora ipotetico Stato ebraico è chiara, anche se le loro speranze saranno frustrate. Dopo il triste esodo delle Brigate Internazionali della Spagna orami sopraffatta dal fascismo, i volontari di Palestina indirizzeranno al loro rientro nel 1939 un messaggio “alle masse lavoratrici ebraiche ed arabe in Palestina” nel quale si dice: “Noi, ebrei, noi lavoratori ebrei, arabi ed armeni di Palestina, che abbiamo combattuto nei ranghi dell’esercito popolare spagnolo per la libertà e l’indipendenza della Spagna (…) vi chiamiamo all’unità della lotta per una Palestina libera e democratica che diventerà la patria autentica dei popoli che vi risiedono …. “. Un messaggio significativo anche se risulterà vano. Molti arabi preferiranno, seguendo il Mufti di Gerusalemme, puntare sulla carta nazista (e in Germania si formerà una divisione SS mussulmana). I reduci ebrei di Spagna formeranno l’ossatura di quella Brigata palestinese ebraica che combatterà anche in Italia nei ranghi dell’VIII Armata britannica.

La storia della partecipazione degli ebrei d’Italia alla guerra contro il fascismo in Spagna ha soprattutto un nome, quello di Carlo Rosselli, che guidò i primi volontari antifascisti italiani in quella che al principio fu semplicemente chiamata la “colonna italiana”. A sua volta il nome di Carlo Rosselli e quello del fratello Nello sono legati al tema del movimento “Giustizia e Libertà”, un tema che travalica ovviamente quello della partecipazione strettamente ebraica alla guerra civile spagnola. Poiché tuttavia la componente ebraica è un elemento necessario per lo studio della personalità dei Rosselli, è giusto citare la presenza di Carlo in Spagna a fianco del governo repubblicano anche in quanto ebreo. Si ha notizia di altri ebrei italiani combattenti in Spagna. Per conoscenza diretta Aldo Garosci dà notizia di almeno altri due: Sergio Ali ed il poeta triestino Jacchia. Il primo, ricorda Garosci, cadde in combattimento. Presente in Spagna, come corrispondente del giornale dei lavoratori italiani antifascisti che si pubblicava a Parigi, era anche Leo Valiani, che fu poi internato al suo rientro in Francia come “elemento pericoloso”. Giovani comunisti ebrei italiani, come Eugenio Curiel, avrebbero voluto accorrere in Spagna a difesa della repubblica, ma le scarse forze del partito in Italia persuasero la direzione di Parigi a far rimanere in patria i pochi quadri scampati agli arresti effettuati dal fascismo.

Tratto da : Italiani nella guerra di Spagna. 1936-1939. Un contributo di libertà.
Mostra fotografico/documentaria organizzata dall’Istituto di Studi per la storia del Movimento Repubblicano. Roma, Palazzo Braschi, 13-27 maggio 1982. Pubblicato a Roma, “Archivio trimestrale” 1982

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