Giovanni Michelucci borsa merci   < Sommario

Testo di Paolo Bechi

address: via San Matteo, Pistoia
client: Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia
architect: Giovanni Michelucci
collaborators: Alessandro Giuntoli
design: 1948-50
demolition: 1960
Credits: Michelucci Foundation - Fiesole
Maria Teresa Tosi, “Giovanni Michelucci” documentation center – Pistoia
Chiara Caselli, curator of the historical archive of the savings bank of Pistoia and Pescia SpA
Cristina Tuci, in charge of cultural initiatives with the Foundation of the Savings Bank of Pistoia and Pescia

La Borsa Merci di Giovanni Michelucci, realizzata nel centro storico di Pistoia a partire dal 1948 può essere definita, viste le modalità con cui si arrivò poi alla sua demolizione e sostituzione, un caso di architettura consapevolmente perduta.
Quando l’architetto pistoiese ricevette l’incarico da parte della locale Camera di Commercio per la realizzazione della Sala del Mercato di Pistoia, poi denominata Borsa Merci, da realizzarsi con i contributi della cassa di risparmio di Pistoia e Pescia, si trovò a confrontarsi con un lotto non risolto, residuo delle demolizioni effettuate anni prima in centro storico per la realizzazione della sede principale della banca cittadina.
Michelucci racconta di aver sempre avuto in mente quell’angolo, con quella “aiuola domenicale desolata, con in mezzo una palma triste”1 ed anche per questo motivo affrontò l’incarico preoccupandosi di riportare la vita in quel settore della città che secondo lui l’aveva sempre rifiutata. Il progettista cercò quindi di operare dando valenza urbanistica al progetto, pensando ad una architettura che “reagisce all’eterogeneo intorno urbano in cui è collocata facendo ricorso alla chiarezza volumetrica e strutturale di un impianto classicheggiante… esempio di felice inserimento ambientale”. Nella realtà il tentativo di lavorare su un edificio traforato, aperto al contesto, con un percorso facilitato dall’esterno all’interno, attraverso portali ed aperture, fu subito criticato come offesa all’arte ed alla città, con epiteti come “casa dei grilli” ed una sfilza di articoli sui giornali dell’epoca; la camera di commercio stessa nel proprio notiziario periodico anziché celebrare, magari anche retoricamente, l’evento trascurò invece l’avvenuta inaugurazione di quei giorni affermando di non volere, in quella sede, commentare “il complesso architettonico dell’edificio”. La borsa Merci consisteva in un fabbricato a due piani, con impianto rettangolare, costituito da un’unica sala a doppio volume con ballatoio superiore; all’interno si svolgevano le contrattazioni dei prodotti con criteri e modalità che fecero dire ai dirigenti dell’istituto promotore che si trattava del primo tipo di edificio del genere in Toscana.
L’aspetto formale esterno era dato da una serie di telai in cemento armato a scandire i prospetti; in particolare quello principale era composto secondo tre livelli, caratterizzati da suddivisione simmetrica di pareti vetrate, inquadrato da “due spesse fiancate in pietra, a tutta altezza, che delimitano il gioco compositivo e ristabiliscono un legame materico con l’ambito circostante, dominato dall’uso della pietra”.
Sotto la gronda di imposta della copertura il fronte era tagliato dal vuoto di una terrazza arretrata, sopra la quale si reggeva poi la copertura a capanna.
Anche nella sistemazione degli interni Michelucci non lasciò niente al caso e negli archivi si possono osservare i disegni esecutivi dei box per le contrattazioni (collocati al piano superiore per richiamare vita anche sopra), dell’insegna, della pavimentazione in linoleum, oltre a dettagli degli infissi e dell’arredamento.
Molta importanza fu poi data alla vivibilità dell’organismo, che con la sua forma semplice e trasparente doveva facilitare l’entrata da parte dei contadini/produttori ed all’interno doveva attrarre pubblico anche al piano superiore, per evitare intasamenti al piano terra, data la piccola dimensione, ma anche per pervadere di vita il fabbricato intero anziché una sua sola parte. Dopo circa un decennio dalla realizzazione della Borsa Merci la cassa di risparmio, proprietaria del fabbricato, manifestò a Michelucci la necessità di modificare la volumetria per ottenere maggiore disponibilità di spazio; il progettista mise mano a vari progetti e soluzioni, con interessanti schizzi e prospettive ambientali che, penalizzate dalla dimensione del lotto, portarono alla decisione ineluttabile di abbattere il fabbricato ed altri edifici popolari sul retro, inglobare una piccola via retrostante e dare luogo al progetto che ancora oggi occupa l’angolo fra via San Matteo e piazza San Leone. Le differenti soluzioni di studio prospettate da michelucci prima di decidere di demolire il fabbricato danno l’idea, anche nelle loro diverse cifre stilistiche, della difficoltà del progettista di trovare una soluzione valida tecnicamente e funzionalmente che corrispondesse anche all’idea di architettura che lui andava maturando in quel periodo, come del resto era successo per la prima Borsa Merci, con soluzioni intermedie con tetto a falda unica che ricordano la chiesa di collina del 1946, emblema italiano del “regional style”, o varianti in altezza più simili ad una casa torre medievale.
In questo caso, comunque, Michelucci affrontò l’incarico con in mente un’altra idea di architettura, appunto, meno statica e meno affine al puro esercizio stilistico; è così che “quanto questo era formalmente autonomo, tanto il progetto definitivo è valutabile solo in rapporto all’ambiente in cui si colloca: al parallelepipedo regolare e simmetrico si sostituisce un volume spezzato da tagli profondi, visivamente ancorato allo spigolo massiccio rivestito in pietra di San Giuliano”6. Negli anni lo stesso michelucci non ha avuto indugi nel motivare la scelta progettuale fatta, sottolineando come quella matrice rinascimentale/classica riconosciuta alla versione originaria della Borsa Merci, con il tempo, era andata a costituirne proprio il limite, che rischiava di sublimare solo l’idea di architettura, negando di fatto il necessario rapporto con il mondo in cui era inserito; è questo un aspetto che “non si concilia con l’idea invece di Michelucci di una architettura che tenti di trovare nello spazio urbano, e umano, circostante non un destinatario del proprio messaggio formale, ma un interlocutore con cui intraprendere un dialogo ed uno scambio”.
Dal punto di vista disciplinare, ancora oggi la critica specializzata, quasi unanimemente, riconosce all’edificio una giusta notorietà basata su diversi fattori, primo fra tutti il costituire conferma di una idea di città in continuo mutamento, architettonicamente stratigrafata nel tempo, che vede la collocazione del nuovo manufatto in un contesto storico a due passi da piazza del duomo; michelucci operò infatti in un comparto, in questo senso paradigmatico, che vede allineati a poca distanza l’uno dall’altro la medievale torre di Vanni Fucci, la settecentesca facciata della chiesa di San Leone ed il palazzo del Governo, la sede principale della cassa di risparmio di Pistoia e Pescia progettata da T. Azzolini nel Concorso del 1898 ed il palazzo delle poste di A. Mazzoni del 1934.
In secondo luogo la demolizione di un edificio, oltretutto in contesto storico, per consentirne la realizzazione di un altro, sempre per lo stesso committente e con lo stesso progettista, contribuì ad accrescere la singolarità dell’intervento (qualcuno ha parlato di autocannibalismo), così come pure l’opposta valutazione fra chi, anche recentemente, ha apprezzato maggiormente l’edificio originario ed un Michelucci stesso che, a più riprese, si compiacque della demolizione di un’opera non più rispondente alla sua idea di architettura; è significativa in questo senso l’osservazione del Maestro pistoiese quando dice: “la validità di alcune mie costruzioni sta per me principalmente nel fatto di soddisfare la speranza del cittadino di sentirsi considerato… oggi per me che un edificio sia bello ha un’importanza molto relativa.
L’importante è che attragga la vita, che animi la città.e solo il fatto di restare vivo nel tempo può giustificare la sua conservazione. Altrimenti va demolito.io sono fedele a questo principio e sono stato coerente allorché ho preferito veder demolire la Borsa Merci di Pistoia piuttosto che vederla decadere nella sua funzione in quanto non rispondeva più alle mutate esigenze della città. Così io non ho lacrimato quando è stata buttata giù, poiché dal momento che la vidi trascurata e insufficiente, ne decretai in me stesso la morte”.
Alla luce dell’evoluzione, veramente lunga una vita, dell’approccio di michelucci all’architettura, il duplice cantiere di Pistoia, manifesta il percorso del Maestro, mai interrotto o negato, verso la costruzione di quella nuova città (da cui il nome della rivista da lui fondata edita dalla fondazione Michelucci di Fiesole) da lui teorizzata in molti scritti, costituita da luoghi in relazione fra loro, a costituire “unità vivente ed organica”, fatta di spazi compenetranti ed in continua evoluzione.