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La voce del "poeta" incanta la folla. In delirio per Bob Dylan
 
21.07.2006
 
 

Sono le 21.30 spaccate e previste quando si abbassano le luci e fa la sua entrata sul palco allestito allo stadio San Vito, il più grande cantautore vivente. Il menestrello di Duluth, il Poeta, il tamburino delle emozioni, insomma Bob Dylan, entra in scena con un cappello da cow boy. Ed è subito ovazione da parte degli 8 mila presenti allo stadio che scaricano così la tensione della grande attesa. Per la prima volta a Cosenza è un evento imprescindibile, ma l'attesa è anche carica delle critiche per nulla benevole che hanno accompagnato il tour 2006 di Dylan in Italia. In più c'è il patema di assistere al classico concerto-greatest hits (molti l'avrebbero desiderato) del "ronzino" portato ad esibirsi in provincia.
Bastano le prime battute di Maggie's Farm, con la quale apre la serata, per fugare dubbi e paure, il vecchio leone è in una forma smagliante. Il concerto è stato di quelli che te lo porti in un angolino del cuore per sempre. Più generazioni ad ascoltarlo: sulla pista dello stadio e sull'erba, magari le nuove e sui gradini della Curva Bergamini quelle a cui i capelli ingrigiti non ha fatto passare la voglia di misurarsi con un mito della propria gioventù.
Dà il fianco al pubblico, Dylan, concentrato sulla tastiera Hammond; come al solito concede poco al suo pubblico. È una sua abitudine, per molti versi irritante: va giù diritto fino in fondo senza concedersi. Ma chi ha avuto modo di ascoltarlo in altre occasioni capisce che la sua abituale aridità da palcoscenico (poche volte sviata, come per la mitica esibizione di Taormina) si dirada e in più di un'occasione si concede agli applausi. Un concerto pieno di sorprese, di sospiri, di emozioni e di confusioni come t'immagini e non vuoi. La voce, certo a tratti quasi scorbutica, tesa, caustica, snervata, e perché no, fioca e spesso stonata, ma di che qualità ragazzi, di che magia e fascino!
Secondo pezzo: The Times They Are A-Changin'. A un certo punto tira fuori l'armonica e la platea s'infiamma. Segue Tweedle dee, veloce, rock-country d'annata, il pubblico balla. L'adrenalina a fiumi quando attacca Tambourine. Certo, per molti versi irriconoscibile, "tradita", ma pur sempre una delle cose più preziose che chiederesti in un concerto di Dylan. Apriti cielo quando mette in mano l'armonica. Mr. Zimmerman si immerge nella propria essenza, strappandoci via pezzi di memoria impastata a emozioni fortissime.
A seguire Watching The River Flow, the Lonesome Death of Hattie Carroll e Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again.
Di acustiche atmosfere intimistiche e ballad infarcite di acide tenerezze, tra scenari che raccontano «la vita che è solo la vita». Ad un certo punto mette insieme Blind Willie McTell e Positively 4th Street, il risultato non è dei migliori in verità.
Highway 61 Revisited, faldata, aspra, sfibrata, accolta con un boato liberatorio. Con Stu Kimball che si leva lo sfizio di levare la chitarra di prima a Denny Freeman.
Un sound molto tosto, l'esclamazione di Dylan si scaglia sulla barriera sonora costruita dalla sua band, finendo per creare momenti di grande brillantezza. Forever Young Have Met è accarezzata dalla slide guitar di Freeman delicata e struggente e narrata con una tenerezza dylaniana, appunto.
Grande blues con It's Alright, Ma. Dylan deborda assai e mette più di una volta in difficoltà la band, resta però una magnifica prova di blues.
North Country va liscia come l'olio e poi in chiusura assoluto fulgore di Summer Days data alle cure del lodevole assolo chilometrico di Kimball. Bis affidato alla monumentale Like A Rolling Stone con il pubblico letteralmente in delirio. A tanto tripudio neanche Dylan può esimersi da un «thank you». Chiusura definitiva con All Along The Watchtower, anche se la testa è ancora a Like A Rolling Stone.
Chiude la serata Dylan, presentando la sua band: Denny Freeman, favoloso lead guitar; Tony Garnieral basso. Un memorabile George Recile alla batteria. Stu Kimball, impeccabile rhythm guitar e Donnie Herron, pedal steel, lap steel, violino e banjo.

(La Gazzetta del Sud)

 

 
 
20.07.2006
 

La magica notte del San Vito Ottomila persone hanno assistito all'atteso concerto
dell'intramontabile Bob Dylan


La voce del "poeta" incanta la folla
E il sindaco Salvatore Perugini si scatena a ballare sotto il palco

 

L'inesauribile vena d'un genio. Chi si aspettava un vecchio signore sbilenco, nascosto sotto le larghe falde d'un cappello bianco da cow boy, è rimasto spiazzato. Bob Dylan, mito mondiale della musica, icona d'intere generazioni, è arrivato al suo unico appuntamento calabrese in forma smagliante. Con la voglia di regalare emozioni e di divertirsi nell'unico modo che da sempre conosce: suonando. Pure chi si aspettava un pubblico votato all'amarcord è rimasto deluso: sotto il palco allestito di fronte alla curva del San Vito, erano tantissimi giovani entusiasti d'applaudire l'immenso "Poeta" con la chitarra. Dalle 18, davanti allo stadio, s' è formata una lunga fila di spettatori gradualmente diradatasi quando, alle 19,30, sono stati aperti i cancelli. Il concerto è cominciato in perfetto orario: Dylan è arrivato con la sua band a bordo di un pullman che ha attraversato il rettangolo di gioco. Ottomila gli spettatori che hanno seguito il menestrello durante una performance assolutamente unica. Tredici i brani eseguiti davanti a un pubblico devoto e a uno scatenatissimo sindaco, Salvatore Perugini, lanciatosi in balli sfrenati insieme alla figlia. Resistere a Dylan, ieri, era davvero difficile: con tre chitarristi, un pianista e un batterista di grande livello, la "Voce" del Minnesota ha dimostrato come sia ancora capace di tirare dagli anfratti dell'anima musica e parole senza tempo. A dispetto dei suoi 65 anni. Verrebbe da pensare a quell'antico detto caro ai seguaci di Bacco: il buon vino più sta nella botte, più diventa prezioso.


L'intramontabile musicista ha pure mostrato di sentire le vibrazioni trasmesse dalla folla, verso la quale, in momenti diversi, ha ammiccato cercando conferme e consensi. L'idillio col pubblico s'è consumato con l'esecuzione di "Like a Rolling Stone" pietra miliare di una storia senza fine.

 


La carriera artistica di un mito mondiale


Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, il Poeta, nasce a Duluth, Minnesota, il 24 maggio 1941. Per una giuria composta da circa 172 fra rockstar, produttori e critici discografici, la sua canzone "Like A Rolling Stone", è la migliore fra le principali 500 di tutti i tempi. Musicalmente cresce nell'ammirazione del cantante-hobo Woody Guthrie e frequenta il Greenwich Village. Incide il primo LP nel '62, "Bob Dylan". Il suo secondo album, The Freewheelin, spopola con un brano memorabile come "Blowin' in the wind", che diviene l' inno di pace di sempre. "The times are a-changin'" è la conferma di Dylan come cantore della protesta. Ma cominciano a cambiare i tempi e anche Dylan sta cambiando; in Another side of Bob Dylan non c'è più traccia dell'impegno sociale degli album precedenti. Esce Bringing It All Back Home, con il ritorno al rock 'n' roll. I Byrd portano in cima alle classifiche la sua "Mr. Tambourine Man". Nel '65, Highway '61 Revisited, l'anno successivo, il doppio Blonde On Blond. All'apice della popolarità una mattina di luglio del '66 Dylan cade dalla moto. Resterà sfigurato. Nel 1968, pubblica John Wesley Harding, con molti riferimenti alla Bibbia, contiene la famosissima "All Along The Watchtower". Subito dopo esce Nashville Skyline. L'eroe visionario va a nanna per sempre, ma intanto il suo nuovo album e omonimo singolo Lay Lady Lay spopola, diventando tra i più venduti di sempre. Nel '71 compone la colonna sonora per il film Pat Garrett & Billy The Kid, di cui è interprete. Pubblica una raccolta di testi delle sue canzoni e l'unico suo libro: "Tarantula". Del '76 è l'album di maggior successo della sua carriera: Desire, dedicato al pugile nero Rubin Carter. Esce poi il suo film di 4 ore di durata: "Renaldo e Clara". La critica è feroce. Nel '79 esce Slow Train Coming. Anni '80 Saved, intriso di gospel rock, e Shot of love. 1983, Infidels. Real Live: un disco mediocre. Anni '90 c'è Under The Red Sky, Good As I've Been To You e World Gone Wrong. Dopo sette anni di un suo disco di nuove canzoni: Time Out Mind. Nel 2001 Love and Theft. Nel 2005 è uscito No Direction Home.

 

 


19/07/2006. Questa sera l'atteso concerto allo stadio di Cosenza

 



Un esercito di persone. Quattro pullman giganteschi. Operai, tecnici, personale addetto ai servizi e alla cucine, che seguono Bob Dylan come un'ombra, da un capo all'altro del pianeta, da un capo all'altro dell'Italia. Curando nei minimi particolari ogni aspetto organizzativo.
Mettendo in ordine, attentamente, tutte le complicate geometrie di cui si compone il grande palco sul quale si esibirà il mitico artista statunitense.
L'impressionante serie di luci e di effetti cromatici che ne accompagneranno l'attesissima performance questa sera, allo stadio San Vito.
Il fittissimo reticolo di strumenti e attrezzature con cui Dylan e i suoi musicisti delizieranno il pubblico. Cosentino, calabrese, ma anche siciliano, lucano e campano. Il grande "menestrello" americano arriverà oggi, qualche ora prima del concerto, in elicottero, atterrando direttamente sull'erba del San Vito. Troverà ogni cosa al suo posto.
Lo stadio sarà il quartier generale di Dylan e del suo esercito di collaboratori. Una carovana di circa 200 persone che ha lavorato intensamente, nei giorni scorsi, in attesa del grande evento.
Tutto sarà pronto a partire dalle 10. Così come prevede l'accordo sottoscritto dai manager di Dylan e dalla Iacobino Team, ormai una delle più accreditate società italiane che organizzano grandi eventi musicali.
Tutte le "stanze" dello stadio saranno sistemate nel più assoluto rispetto delle condizioni previste dal contratto firmato dalla Iacobino tema con gli agenti di Dylan.
Niente sarà lasciato al caso. Ogni ambiente assegnato al composito gruppo del cantautore americano dovrà avere un bagno e una doccia, l'aria condizionata, un frigorifero. Ospitare ampi bauli. Essere illuminato con luci a incandescenza.
In ogni stanza andranno sistemate, inoltre, poltrone, sedie molto comode, cestini, due tavoli da 1,5 metri ciascuno e altrettanti stand appendiabito.
Il menestrello di Duluth non si aspetta solo, come è prevedibile, le attenzioni riservate ai pezzi da "novanta", come lui.
Come concordato, al momento del "soundcheck", troverà 12 asciugamani, una sedia imbottita comoda, una poltrona imbottita, un tavolino ad angolo e una lampada; poi, ancora, uno specchio a figura intera, due tavolini bassi, una saponette e due posacenere.
Preciso e dettagliato anche il "kit" per il camerino della band, per la quale sono previsti una serie di tappeti, dieci sedie comode, almeno un divano, un tavolo e una lampada , uno specchio a figura intera, ventiquattro asciugamani al momento del "soundcheck", ventiquattro tavolini bassi, due saponette e tre posacenere.
Questo prima dell'esibizione. L'"after" show non è meno dettagliato. Il promoter, infatti, dovrà assicurare 15 kg di ghiaccio per ogni bus, 12 bottiglie da 1 litro di acqua minerale, più altre due casse di bottiglie d'acqua da mezzo litro per i due autobus che trasporteranno i componenti della band.
Per ogni gruppo dei quattro pulmann, e quindi per ogni "crew bus", il promoter assicurerà 24 bottiglie d'acqua da mezzo litro, 1 confezione da 6 bottiglie di birra Heineken, 1 confezione da 6 di Beck's scura, 12 bottiglie di lager, 1 litro di Rice Dream, 2 bottiglie di vino bianco, 2 di vino rosso, 6 lattine o confezioni piccole di succhi di frutta assortiti e 2 confezioni di succo di mirtillo.
Ogni cosa sarà attentamente controllata e verificata più volte: «Siamo abituati a lavorare con molto scrupolo», dice Roberto Iacobino, «ma questa è un'esperienza che non consente il minimo errore.
Avremo a che fare con un artista e con un gruppo musicale di assoluta caratura mondiale. È gente che valuta ogni più piccolo aspetto organizzativo e che non transige sugli errori.
Una asciugamani sistemata nel posto sbagliato o non perfettamente pulita, può significare mandare all'aria un credito di stima conquistato faticosamente attraverso contatti lunghi ed estenuanti, tra mille difficoltà e problemi di ogni genere.
Comunque, tutto sarà a posto, come sempre. Il mio team farà, come è abituato, un lavoro serio e scrupoloso. Lo stadio San Vito sarà una piccola centrale organizzativa che riuscirà a sorprendere anche i navigati ospiti americani e il grande Bob Dylan».
Tutto è pronto, dunque, per la grande serata con il cantautore statunitense. Non rimane che ascoltarlo e partecipare ad un evento musicale che, certamente, è entrato nella storia di Cosenza e della Calabria. E questo a dimostrazione che anche dalle nostri parti è possibile organizzare eventi di questa portata, senza doversi necessariamente spostarsi in altre città o addirittura recarsi all'estero per assistere a concerti così importanti.

 

 

Il calabrese che lanciò Bob Dylan
Fu al "Gerde's" che lo scoprì il critico Robert Shelton

 
 

Che i nostri emigrati, ovunque siano andati, abbiano dato un importante contributo alla crescita economica e sociale delle comunità da cui furono accolti, è un fatto ormai acclarato e abbondantemente dimostrato nella sua effettività storica da numerose pubblicazioni. Ce n'è una in particolare, intitolata: «Calabresi sovversivi nel mondo», curata per Rubbettino da Amelia Paparazzo, docente di Storia contemporanea all'Università della Calabria, che dimostra, dati alla mano, non solo l'impegno e l'ammirevole sacrificio di migliaia di calabresi nella nuova "patria", ma la forte caratterizzazione, anche politica e culturale, che la presenza dei nostri emigrati assunse oltreoceano. Mancava, però, fino ad oggi, nella ricca cronologia delle "imprese" di cui si sono resi protagonisti i nostri concittadini, dopo aver lasciato, tra dolori e amarezze infiniti, la terra d'origine, la vicenda di Mike Porco, un cittadino di Carolei al quale deve, con ogni probabilità, la sua fortuna artistica e musicale il mitico cantautore Bob Dylan, idolo e riferimento di intere generazioni. È una storia che oggi ci viene raccontata, con dovizia di particolari e sulla base di documenti inediti, da due giornalisti, Luigi Michele Perri e Bruno Castagna, i quali hanno appena pubblicato, per i tipi delle Edizioni Klipper, il volume (da oggi è in distribuzione con il nostro giornale): «Il calabrese che fece grande Bob Dylan». Fu Mike Porco, in effetti, a dare la "chance" della sua vita al menestrello americano. Eravamo agli inizi degli anni Sessanta. Dylan era ancora uno sbarbatello di grandi speranze. Porco, invece, un affermato operatore imprenditoriale, che gestiva il "Gerde's", locali tra i più alla moda in quel periodo a New York, al numero 11 della west 4th street. Era arrivato nella città della mela da Carolei, dopo essere vissuto a Domenico fino a 18 anni, nel 1933. Il padre, che l'aveva preceduto in America molto tempo prima, era morto. L'affetto e la fiducia di alcuni parenti l'aiutarono a superare i momenti più difficili. Pian piano si era adattato alla nuova realtà d'oltreoceano. Si era sposato e aveva tirato su una bella famiglia. Con il lavoro, poi, era riuscito a fare il resto, migliorando anno dopo anno la sua posizione. Il fiuto per gli affari gli fece intuire che avrebbe dovuto aprire il suo locale alle nuove tendenze musicali del momento. Così fu e il "Gerde's" divenne ben presto il punto di passaggio obbligato per quanti avrebbero provare la strada del successo.
«Sul finire del '59», scrivono Perri e Castagna nel loro libro, «entrarono nel locale due tipi: uno era Izzy Young, direttore del Folklore center, fondato un paio d'anni prima, che si propose per un ingaggio; l'altro era Tony Prendergast, un patito del folk. Gli decantarono la loro passione: un fiume in piena, di parole, di idee, di proposte. Di ottimismo». Mike volle provare, anche se non aveva nemmeno idea di cosa fosse questo folk, grazie al quale i due profetizzavano il successo del suo locale. Il "Gerde's", in effetti, sfondò. Cominciò, così, l'avventura di Mike Porco nel mondo della musica americana. Fu l'inizio di un successo clamoroso. «Io amavo tutto questo», disse qualche anno dopo, «e, mentre mi divertivo, il "Gerde's" diventava il club più importante della zona. Era una ribalta per nuovi talenti e mi dava la possibilità di trovare artisti di "spalla" per le altre serate. Potevo dare a qualcuno dei ragazzi la possibilità di sfondare». Fu più o meno questo il discorso che Mike Porco fece, un giorno, davanti ad un giovane con la chitarra che si era presentato nel suo locale, chiedendogli di poter suonare. «Gli permisi di farlo», ricordò, «ma non mi sembrò niente di speciale». Invece, quel giovanotto un pò trasandato, piacque e tanto ai clienti del suo locale. Che minacciavano di non tornare più se Mike non l'avesse proposto ancora, nei giorni e nelle settimane successive. Il cammino di Dylan, da quel momento, fu tutto in discesa. Una sera, al "Gerde's", fece capolino il critico del New York Times Robert Shelton, che rimase ammaliato dall'esibizione di quel giovanotto. Ne scrisse, qualche giorno dopo, sul suo giornale, avvertendo che l'America e il mondo intero, probabilmente, avevano trovato una nuova stella: «Un volto nuovo e brillante della musica folk», affermò, «è apparso al "Gerde's" Folk city... se non è per tutti i gusti, il suo modo di far musica ha il marchio dell'originalità e dell'ispirazione, tanto più notevoli se si pensa alla sua età».
Non si era sbagliato. Quel giovanotto un pò trasandato è diventato un mito della canzone. Un artista di successo, che però non ha mai dimenticato il suo Mike e la fiducia che allora, quando era agli inizi, volle dargli. Nonostante capisse poco di folk e quel ragazzo non gli dicesse granché. Ma Mike sapeva cambiare idea. Riconoscere gli errori. E seguire chi dimostrava di aver capito prima di lui. Così aveva fatto con Bob Dylan. Ascoltando l'invito di quei due affezzionati clienti del locale, Mel e Lilian Bairley, che tra la minaccia, scherzosa, di cambiare locale, e il pressante invito a non lasciarsi scappare quel ragazzo, lo avevano aiutato a non compiere l'errore più grande della sua vita. Mike li accontentò. Divenne anche il tutore di Dylan, facendogli ottenere la tessera sindacale, indispensabile per lavorare. Si dimostrò, ancora una volta, un uomo saggio.
Assicurando al mondo intero un genio della musica. Senza tempo. Che stasera, volgendo lo sguardo verso le Serre cosentine, canterà certamente anche per il suo Mike. Al quale deve la sua fantastica avventura. Dedicandogli il suo pensiero più bello.

 

Canzoni come "pietre" contro il sistema

 

Ci sono avvenimenti che non sono solo ciò che sembrano. Raramente, infatti, un evento sportivo è solo tale, dal momento che spesso si carica di significati (campanilismo, razzismo, etc.) che trascendono il fatto in se stesso. Allo stesso modo ci sono concerti che non sono solo concerti. Certo, questo non vale per tutti gli artisti, ma sicuramente vale per Bob Dylan, icona vivente di quel vasto movimento che tra gli anni Sessanta e Settanta incarnò la protesta contro il sistema. Perché sì, ci fu un momento nella storia recente dell'Occidente che la musica fu uno degli strumenti più importanti della lotta politica e le canzoni del nostro menestrello erano lame affilate che affondavano nel corpo del Potere rendendolo più vulnerabile. Canzoni come «Blowin' in the wind», «A Hard rain's a-gonna fall», «Masters of war», «Mr. Tambourine Man» e soprattutto «The times are a-changin'» hanno scandito la protesta degli studenti dei campus americani e dei giovani che non volevano la guerra del Viet-Nam e che si battevano contro le ingiustizie e contro ogni forma di sopruso.
Certo, oggi può suonare strano che ci sia stato un momento in cui la musica e i giovani abbiano potuto mettere in crisi non solo sistema di vita e di consumo, ma addirittura governi consolidati, come accadde sia negli Stati Uniti sia in Francia, dove nel 1968 la spinta del movimento di protesta arrivò fino alle stanze dell'Eliseo e De Gaulle fu sull'orlo delle dimissioni.
Non c'era protesta allora, non c'era raduno giovanile, non c'era avvenimento politico in senso lato in cui non si cantassero le canzoni di Bob Dylan. Le sue parole pesavano come macigni e rendevano sempre più forti e coesi quanti protestavano contro quello che veniva definito l'Establishment in tutte le sue articolazioni di Dio, Patria e famiglia. Certo, è inutile negare che c'era molto velleitarismo, che la protesta, specie in America si caricò di significati molto semplici e immediati, come volere una vita improntata all'amore, all'amicizia, dove non esistesse il "Mio" e il "Tuo", ma si vivesse tutti in armonia con la Natura e liberi da ogni tipo di vincolo sociale ed economico. E questo fu il movimento Hyppy, i cosiddetti Figli dei Fiori che si vestivano in maniera molto colorata e che andavano a vivere in campagna creando delle Comuni, luoghi in cui la regola era che non c'erano regole ed ognuno cercava di vivere in armonia con il Cosmo.
In Europa, invece, quella carica protestaria che Dylan rappresentò e a cui diede voce si caricò invece di forti significati politici, di scontro frontale contro ogni tipo di potere. Era il tempo in cui il Privato non era più Privato, ma era Pubblico e quindi Politico, ciò che eri e che facevi non rimaneva confinato nella tua sfera intima, ma diventava un fatto politico. Era il momento in cui non si rimaneva chiusi in casa, ma si cercava ogni occasione e pretesto per stare fuori ed insieme.
Per un certo periodo tutto questo rimase entro i confini del lecito e della legalità (a parte qualche isolato scontro con le forze dell'ordine nelle università, vero centro motore di ogni protesta, e nelle piazze) poi però lo scontro "militare" fine a se stesso prese il sopravvento spegnendo ogni entusiasmo e voglia di cambiamento. Quindi arrivò quello che i sociologi, alla fine degli anni Settanta, chiamarono il Riflusso, il ritorno al privato, al rifiuto della Politica e all'ingolfamento delle Discoteche, luoghi di normalizzazione in cui la parola d'ordine era dimenarsi e non pensare, tanto c'è chi lo fa per te.
La musica fino a quel momento, e specie quella di Dylan, Rolling Stones, Lou Reed, Jim Morrison, Jimy Hendrix, Frank Zappa, Jefferson Airplane, Crosby Stills Nash & Young, Who, Country Joe McDonald, Fugs, Guccini, De Andrè, Area, aveva costituito una colonna sonora che accompagnava ogni momento della giornata dei giovani. I concerti, come dicevamo, non erano solo concerti, ma luoghi di incontro e di confronto dei quali le forze di polizia avevano timore perché si temevano disordini e dove, è inutile nasconderlo, si facevano nuove esperienze, non ultimo quello dell'uso di droghe leggere e purtroppo anche di quelle pesanti.
Dylan più di ogni altro ha rappresentato tutto questo, la protesta, il desiderio di un mondo nuovo, il ripudio della guerra. Quindi tutto quello che faceva si caricava di significati politici, le canzoni che scriveva diventavano "armi" contro l'odiato sistema. E tutto questo anche se lui non solo rifuggiva la fama ma rifiutava questa veste di Profeta che gli veniva attribuita ed alla quale non credeva. La sua voce nasale e a tratti sgradevole ha incarnato meglio e più di qualunque altro strumento la voglia di voltare pagina.
Oggi a 65 anni suonati Dylan, sempre più in fuga dal mito di se stesso, non ha paura di mettersi in discussione e lo fa girando il mondo e facendo concerti, in cui rifiuta, però, l'autocelebrazione, non mancando di irritare i suoi milioni di fan. Chi ha avuto modo di ascoltarlo in qualche concerto avrà notato che Bob nel riproporre i vecchi brani li reinventa, li stravolge e questo perché lui si sente ancora vivo e non vuole essere considerato un museo ambulante.

 
 

Generazioni a confronto con il mito dei miti

 


Ci sono avvenimenti che non sono solo ciò che sembrano. Raramente, infatti, un evento sportivo è solo tale, dal momento che spesso si carica di significati (campanilismo, razzismo, etc.) che trascendono il fatto in se stesso. Allo stesso modo ci sono concerti che non sono solo concerti. Certo, questo non vale per tutti gli artisti, ma sicuramente vale per Bob Dylan, icona vivente di quel vasto movimento che tra gli anni Sessanta e Settanta incarnò la protesta contro il sistema. Perché sì, ci fu un momento nella storia recente dell'Occidente che la musica fu uno degli strumenti più importanti della lotta politica e le canzoni del nostro menestrello erano lame affilate che affondavano nel corpo del Potere rendendolo più vulnerabile. Canzoni come «Blowin' in the wind», «A Hard rain's a-gonna fall», «Masters of war», «Mr. Tambourine Man» e soprattutto «The times are a-changin'» hanno scandito la protesta degli studenti dei campus americani e dei giovani che non volevano la guerra del Viet-Nam e che si battevano contro le ingiustizie e contro ogni forma di sopruso.
Certo, oggi può suonare strano che ci sia stato un momento in cui la musica e i giovani abbiano potuto mettere in crisi non solo sistema di vita e di consumo, ma addirittura governi consolidati, come accadde sia negli Stati Uniti sia in Francia, dove nel 1968 la spinta del movimento di protesta arrivò fino alle stanze dell'Eliseo e De Gaulle fu sull'orlo delle dimissioni.
Non c'era protesta allora, non c'era raduno giovanile, non c'era avvenimento politico in senso lato in cui non si cantassero le canzoni di Bob Dylan. Le sue parole pesavano come macigni e rendevano sempre più forti e coesi quanti protestavano contro quello che veniva definito l'Establishment in tutte le sue articolazioni di Dio, Patria e famiglia. Certo, è inutile negare che c'era molto velleitarismo, che la protesta, specie in America si caricò di significati molto semplici e immediati, come volere una vita improntata all'amore, all'amicizia, dove non esistesse il "Mio" e il "Tuo", ma si vivesse tutti in armonia con la Natura e liberi da ogni tipo di vincolo sociale ed economico. E questo fu il movimento Hyppy, i cosiddetti Figli dei Fiori che si vestivano in maniera molto colorata e che andavano a vivere in campagna creando delle Comuni, luoghi in cui la regola era che non c'erano regole ed ognuno cercava di vivere in armonia con il Cosmo.
In Europa, invece, quella carica protestaria che Dylan rappresentò e a cui diede voce si caricò invece di forti significati politici, di scontro frontale contro ogni tipo di potere. Era il tempo in cui il Privato non era più Privato, ma era Pubblico e quindi Politico, ciò che eri e che facevi non rimaneva confinato nella tua sfera intima, ma diventava un fatto politico. Era il momento in cui non si rimaneva chiusi in casa, ma si cercava ogni occasione e pretesto per stare fuori ed insieme.
Per un certo periodo tutto questo rimase entro i confini del lecito e della legalità (a parte qualche isolato scontro con le forze dell'ordine nelle università, vero centro motore di ogni protesta, e nelle piazze) poi però lo scontro "militare" fine a se stesso prese il sopravvento spegnendo ogni entusiasmo e voglia di cambiamento. Quindi arrivò quello che i sociologi, alla fine degli anni Settanta, chiamarono il Riflusso, il ritorno al privato, al rifiuto della Politica e all'ingolfamento delle Discoteche, luoghi di normalizzazione in cui la parola d'ordine era dimenarsi e non pensare, tanto c'è chi lo fa per te.
La musica fino a quel momento, e specie quella di Dylan, Rolling Stones, Lou Reed, Jim Morrison, Jimy Hendrix, Frank Zappa, Jefferson Airplane, Crosby Stills Nash & Young, Who, Country Joe McDonald, Fugs, Guccini, De Andrè, Area, aveva costituito una colonna sonora che accompagnava ogni momento della giornata dei giovani. I concerti, come dicevamo, non erano solo concerti, ma luoghi di incontro e di confronto dei quali le forze di polizia avevano timore perché si temevano disordini e dove, è inutile nasconderlo, si facevano nuove esperienze, non ultimo quello dell'uso di droghe leggere e purtroppo anche di quelle pesanti.
Dylan più di ogni altro ha rappresentato tutto questo, la protesta, il desiderio di un mondo nuovo, il ripudio della guerra. Quindi tutto quello che faceva si caricava di significati politici, le canzoni che scriveva diventavano "armi" contro l'odiato sistema. E tutto questo anche se lui non solo rifuggiva la fama ma rifiutava questa veste di Profeta che gli veniva attribuita ed alla quale non credeva. La sua voce nasale e a tratti sgradevole ha incarnato meglio e più di qualunque altro strumento la voglia di voltare pagina.
Oggi a 65 anni suonati Dylan, sempre più in fuga dal mito di se stesso, non ha paura di mettersi in discussione e lo fa girando il mondo e facendo concerti, in cui rifiuta, però, l'autocelebrazione, non mancando di irritare i suoi milioni di fan. Chi ha avuto modo di ascoltarlo in qualche concerto avrà notato che Bob nel riproporre i vecchi brani li reinventa, li stravolge e questo perché lui si sente ancora vivo e non vuole essere considerato un museo ambulante.

 

Articoli tratti dalla Gazzetta del Sud