IL LIBRO DEL MESE - La polizia politica fascista a scuola di cinema. Il mondo
della celluloide affascinava Mussolini, che ne spiava personaggi e umori.
"L'OVRA A CINECITTÀ": NEI TEATRI
DI POSA INTRIGHI E BASSEZZE
di ALESSANDRO FRIGERIO
"Il cinema è l'arma più forte": di quella frase, e del munifico sostegno che volle assegnare al mondo della celluloide, Mussolini non finì mai di pentirsi. Negli anni del regime il dittatore si vide circondato da cinematografari questuanti, da sceneggiatori di perdute speranze, da registi e attricette di basso talento. E a ognuno di loro dedicò un po' del suo tempo, ascoltando, prendendo in visione progetti e iniziative sgangherate, improvvisate, senza futuro. Sorprende che l'Italia fascista non sia andata a rotoli molto prima, vista l'attenzione maniacale al mondo frivolo e inconcludente del cinema dei “telefoni bianchi”.
E' quel traspare da un interessante volume di Natalia Marino ed Emanuele Valerio Marino, intitolato L'Ovra a Cinecittà. Polizia politica e spie in camicia nera (Bollati Boringhieri, 2005, pp. 332, euro 32,00), incentrato sul colorito mondo del cinema italiano del ventennio, indagato attraverso le relazioni dell'onnipresente polizia politica fascista. Ma il lettore non si aspetti un resoconto sulle turpitudini di spie che investigavano per smascherare la "resistenza democratica" annidata nel bel mondo del cinema. I danni causati dall'Ovra (Opera vigilanza e repressione antifascista) furono tutto sommato modesti, «sia per l'assenza di reti clandestine antifasciste sia perché l'opposizione, quando c'era, era individuale e spicciola, investiva soprattutto quell'humus di spontanea reazione alle sopraffazioni, mescolandosi ai fermenti della società civile», spiegano gli autori.

Si tratta piuttosto di una storia di bassezze e tiri mancini, di miserie e rancori
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La copertina del libro
quotidiani, di soffiate e delazioni che solo a fatica si può inquadrare nella logica manichea della polizia segreta occhiuta e orecchiuta che spia gli oppositori di regime. E' una storia piccina piccina: si spiava e si gettava fango sui rivali politici, sui rivali sul luogo di lavoro, sui rivali in amore. E chi si esercitava nell'opera di spionaggio, oltre a trarne gratificazione "morale", spesso otteneva anche una gratificazione personale ed economica. C'era chi si accontentava di un distintivo d'onore, come la croce di cavaliere dell'ordine della Corona d'Italia, solitamente riservata ai benemeriti della patria. Ma la maggior parte preferiva il vil denaro. In un'epoca in cui la paga mensile di un operaio era di 100 lire o poco più, il compenso minimo per i delatori partiva dalle 500 lire per salire fino a punte di 20 000 lire al mese (a parte veniva conteggiato anche un pingue rimborso spese).
In ogni caso, la pochezza dell'attività dell'Ovra a Cinecittà era pari alla bassezza e alla volubilità dell'ambiente oggetto delle sue attenzioni. Scorrendo le pagine di questo volume, quel che sorprende è la scarsa consistenza delle delazioni, fatte nella maggior parte dei casi per ripicca e invidia: era tacciato di antifascismo il collega che aveva ottenuto la parte più ambita, cui molti altri aspiravano; mogli tradite accusavano i mariti di collusioni coi fuoriusciti; si denunciava la grande star che durante le privazioni di guerra continuava a ostentare un alto tenore di vita. E quel che lascia ancor più sorpresi è che le note relative ad amorazzi, tradimenti, illazioni di ogni genere finissero tutte sul tavolo del Duce, che si premurava di annotarle e conservarle.
A vario titolo scivolarono nelle reti della polizia politica i registi Goffredo Alessandrini, Alessandro Blasetti, il drammaturgo Sem Benelli, il commediografo Roberto Bracco, il critico letterario Emilio Cecchi, il critico cinematografico del Corriere della Sera Filippo Sacchi, gli attori Mino Doro, Marta Eggerth, i fratelli De Filippo, Paola Borboni, Erminio Macario, Alida Valli e Aldo Fabrizi, il fondatore della società cinematografica Lux Riccardo Gualino, il musicista Gian Francesco Malipiero, il nobel Luigi Pirandello e l'attrice Marta Abba, il critico cinematografico del Corriere della Sera Filippo Sacchi, il direttore artistico Mario Soldati, il soggettista Cesare Zavattini e tanti altri ancora.

Nei primi anni del regime le attenzioni della polizia si concentrarono sul Centro sperimentale di cinematografia, ritenuto, secondo alcune voci, un'oasi dell'antifascismo. Vi insegnava Umberto Barbaro, sceneggiatore e regista di simpatie comuniste, «sottoposto a sorveglianza più per dovere d'ufficio che per reale necessità». Analoghe attenzioni erano rivolte anche a enti apparentemente al di sopra di ogni sospetto, come l'Istituto Luce, il cui personale era reclutato solo tra personaggi di dichiarata fede fascista (cioè con tessera di partito). Ma non senza qualche eccezione. Come il capo ufficio stampa dell'Istituto, Gaetano Sclafani, che dopo la nomina divenne oggetto di delazioni in merito alla sua repentina fascistizzazione. Gli informatori anonimi inviarono alla polizia notizie sulla
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Alessandro Pavolini
precedente collaborazione di Sclafani con il Becco giallo, rivista satirica antifascista, e la segnalazione di alcune sue espressioni irriguardose pronunciate contro Mussolini ai tempi del delitto Matteotti. Del resto, come ricordano gli autori, «insistere sul passato antifascista delle persone prese di mira costituiva la prima regola di ogni informatore». Si era sicuri di venire ascoltati e, magari, di rovinare la carriera altrui.
Circolarono malignità anche sul direttore generale dell'Istituto, Eugenio Fontana, uomo dalle mani bucate e amico dei socialisti. Sulla bontà di queste voci non è il caso di indagare. Quel che conta è che l'Istituto Luce, come tutti i grandi carrozzoni statali, era oggetto delle brame di funzionari decaduti, di deputati non rieletti, di amici di gerarchi alla ricerca di un posto ben remunerato. Oggi lo chiameremmo una fucina di poltrone di sottogoverno. Ed era quasi fisiologico che le insinuazioni e le soffiate si sprecassero, soprattutto da parte degli esclusi alla spartizione.
Un certo malaffare però doveva covare davvero se nel gennaio del 1933 i vertici del Luce subirono un drastico azzeramento. L'Istituto venne infatti commissariato, alcuni dirigenti furono arrestati e una cinquantina di dipendenti (in gran parte amici e parenti del gruppo dirigente) licenziati. Il direttore Fontana fu condannato a cinque anni di confino (l'anno successivo la grazia lo rese di nuovo libero cittadino).

Ma l'Istituto Luce era solo uno dei tanti punti di riferimento per la nascente cinematografia italiana. C'era ancora spazio per iniziative nuove, per slanci imprenditoriali autonomi. Nella seconda metà degli anni Venti l'avvento del sonoro aveva dato il là ad affarismi e speculazioni personalistiche per imporre nelle sale cinematografiche un tipo di proiettore invece di un altro. E c'era anche spazio per invenzioni strampalate, per iniziative di dubbio successo. Come un mirabile apparecchio che doveva permettere di proiettare i film alla luce del sole invece che nelle sale buie, affollate e malsane. O come l'idea del "cinema di famiglia", escogitata da Giovanni Grasso, attore di teatro con ambizioni imprenditoriali. La proposta, che il Duce si premurò di ascoltare a viva voce dall'interessato, consisteva nel vendere ai nostri concittadini all'estero un kit economico composto da proiettore, telo e relative "pizze" di documentari girati ad hoc sui temi dell'Italia laboriosa e feconda; una sorta di propaganda domestica, destinata a una fruizione tra le mura del focolare. In entrambi i casi non se ne fece nulla, ma in tutte e due le situazioni scattò automaticamente il controllo dell'Ovra, per verificare la purezza fascista dei personaggi coinvolti.
In pratica l'Ovra, oltre ad agire come apparato di repressione dell'antifascismo, operava nei confronti del cinema anche come strumento di controllo antifrode, come gran giurì della solidità finanziaria dei produttori cinematografici, come strumento investigativo sulla veridicità delle credenziali politiche, morali ed economiche di singoli personaggi. Quando nel mondo del cinema fece la sua comparsa l'arcimilionario Domenico Musso, personaggio con interessi finanziari a Londra e attività imprenditoriale nel resto d'Europa e in Asia, immediatamente presero a circolare sul suo conto un'infinità di pettegolezzi. Nel 1931 sponsorizzò il film Antonio da Padova, ma alle orecchie e agli occhi degli informatori non sfuggirono, oltre a certi suoi discorsi politicamente poco ortodossi, anche un'amena garçonnière dove si diceva approfittasse di aspiranti attricette. E c'era chi mormorava che all'origine del suo impero finanziario ci fosse anche la tratta delle bianche. Travolto da dicerie e da una serie di avventate scalate per il controllo di alcuni quotidiani, la stella di Musso scemò poi nel giro di pochi anni.

Tra tanti intrighi affaristici forse l'unico vero grattacapo ideologico lo diedero gli stabilimenti Cines di Roma, che oltre ai teatri di posa, disponevano di una rete di noleggio e di un articolato circuito di sale cinematografiche. Il regime supervisionava le sceneggiature di tutti i film per verificarne la correttezza dottrinale, una correttezza di cui nella maggior parte dei casi non c'era che da prendere atto, a motivo dello zelo dei cineasti nel non voler spiacere a Mussolini. Ma a proposito della Cines - proprietà di Stefano Pittaluga, uomo di successo con imprese anche all'estero, e perciò molto invidiato - prese a circolare la voce che al suo interno si nascondesse una pericolosa cellula antifascista. Come scrivono gli autori, «Pittaluga desta parecchia invidia, talvolta minaccia qualche interesse consolidato, spesso deve scontentare qualcuno» e poi è candidato alla
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Anna Magnani
presidenza dell'Ente nazionale per la cinematografia. Tanto basta per scatenare le malelingue di rivali e pretendenti alla candidatura. Sui giornali il gran patron della Cines viene descritto come un traditore del fascismo perché nelle assunzioni preferisce dare la precedenza a chi non ha la tessera di partito. Si vocifera di suoi misteriosi viaggi in Francia, terra d'elezione degli esuli antimussoliniani. Basta una parola di troppo perché un operaio della Cines diventi alle orecchie degli informatori un pericoloso bombarolo che sta preparando un attentato al Duce. Ma non è il solo ad essere spiato. Ci sono anche sceneggiatori, aiuto registi e attori. Luigi Pirandello, che alla società vendette un soggetto per un film, chiese che a dirigere la pellicola fosse un regista straniero: tanto bastò a far scattare un'indagine nei suoi confronti. Mario Soldati, allora assistente di un regista della Cines, fu sorpreso più di una volta a criticare il regime. In un rapporto confidenziale della polizia venivano segnalati con sospetto i suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti e i contatti con esponenti di Giustizia e Libertà. Pare inoltre, continua la nota, che fosse amico di noti antifascisti, quali «Einaudi Giulio di Luigi, dr. Argan Giulio Carlo». Date le sue frequentazioni, Soldati fu sottoposto a stretta sorveglianza per accertarne i motivi degli spostamenti. La polizia lo considerava un pericoloso sovversivo, capace di mettere a segno un attentato. Quel che stupisce, nonostante la mole dei sospetti, è che nei suoi confronti non sia mai stato adottato alcun provvedimento restrittivo. Forse a salvarlo fu l'amicizia con Vittorio Mussolini, il figlio del Duce. Sarebbe stato imbarazzante dare in pasto all'opinione pubblica la notizia che un esponente della famiglia del dittatore intratteneva rapporti lavorativi e di amicizia con un sovversivo.

Una più diretta fascistizzazione del mondo cinematografico fu attuata nel 1934, con l'istituzione del Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, al cui interno fu creata un'apposita direzione generale per la cinematografia, guidata da Luigi Freddi. Nel suo eccesso di zelo, Freddi avrebbe voluto che in campo cinematografico lo Stato si sostituisse completamente all'industria privata. Mussolini, invece, assai più lungimirante e in sintonia con l'approccio a tutte le altre questioni economiche, preferiva lasciare libera iniziativa e intervenire solo in fase preventiva sulle sceneggiature. Vennero così adottati, spiegava una nota dell'epoca, «provvedimenti per difendere la produzione italiana, e incoraggiare, con premi e riconoscimenti, i film di stile fascista o quelli che [...] servono meglio il regime».
Fu così che la direzione generale per la cinematografia, ma più in generale tutto il Ministero della cultura popolare, si trasformò in uno strumento di beneficienza e di soccorso per intellettuali veri o presunti. Verranno «elargiti compensi mensili e sussidi occasionali ad attori, scrittori e giornalisti bisognosi o disoccupati - talvolta anche ai loro parenti - che non mancheranno di bussare in occasione di particolari emergenze: dalla nascita di un figlio alle nozze della figlia, dal rinnovo dell'arredo di casa a un costoso intervento chirurgico non più rinviabile. In pratica, almeno per un certo periodo, il Ministero ha operato come un'agenzia di collocamento o, più spesso, come un ente assistenziale deputato a lenire le sofferenze economiche di prestatori d'opera intellettuale. [...] Naturalmente, favoritismi a parte, lo scopo dell'intervento è spesso quello di contribuire a mantenere calmo qualche spirito inquieto, o tentare opera di recupero, con dimostrazioni di generosità disinteressata, nei confronti di scrittori e intellettuali considerati antifascisti irriducibili».
Una cosa è certa, rispetto alla società civile il mondo del cinema godeva di una più ampia libertà. Tant'è che molti informatori restavano sconcertati nello scoprire come molti personaggi potessero lavorare nonostante il loro dichiarato antifascismo. Il caso di Mario Soldati e dell'ufficio stampa del Luce insegnano. E un discorso analogo può esser fatto per l'EIAR. «All'EIAR - scrive nel 1936 un confidente al capo della polizia - vi è come regista certo Aldo Silvani: pare sia stato assunto perché raccomandato [...] Questo Silvani, soprattutto a Milano, è conosciuto molto poiché fece sempre professione di anarchico antifascista. [...] Oggi, pubblicamente, dice di non occuparsi di politica, però quando sa di poter parlare a persone sicure, si dimostra non solo antifascista, ma disfattista delle più bell'acqua. [...] Non si capisce perché, anche egli non iscritto al Partito, sia stato prescelto ad un posto così importante e delicato. Con lui lavorano solo i suoi ex compagni di fede e raramente qualche fascista».

Con la nascita di Cinecittà la situazione non cambiò molto. Cinecittà sorse sulle ceneri dei teatri Cines, andati a fuoco nel settembre del 1935. Fu allora che Mussolini decise la
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Emma Gramatica
costruzione della cittadella del cinema alle porte di Roma. La prima pietra la depose personalmente il 29 gennaio 1936. Scrisse il quotidiano la Tribuna: «A dispetto delle sanzioni e del malvolere dell'internazionalismo societario e antifascista è nato così stamane, con i migliori auspici, un nuovo centro di operosità fascista».
Si era in piena guerra d'Etiopia, e l'intervento italiano contro il Negus aveva suscitato molte critiche nel mondo del cinema. L'attore Mino Doro, si legge in un rapporto, manifestava estremo pessimismo nei confronti di quest'avventura. Ma più nocivo del disfattismo era l'atteggiamento ironico dei fratelli De Filippo. Un confidente della polizia riportò che non solo i due attori parlavano con acredine del fascismo ma si divertivano pure a sbertucciarlo. L'oro offerto dagli italiani alla patria? Secondo Eduardo doveva essere falso. E poi i due non la finivano di raccontare barzellette. Fede, speranza e carità? «La fede l'abbiamo data, la speranza l'abbiamo perduta, la carità la chiederemo tutti». E ancora: «Un grande furgone, proveniente dalla Zecca, giunge alla Banca d'Italia. E' zeppo di biglietti da mille, nuovissimi. Un vecchietto, osservando, dice: "Questa è la prova che in Italia c'è libertà di stampa"».
Anche Aldo Fabrizi si fece notare: «Viene riferito che certo Fabrizi, artista di varietà al Cinema Teatro Corso, in Roma, uscirebbe nella parte assegnatagli, traendo argomento dal caffè degli artisti cinematografici italiani e dalla situazione economica, pretesi motivi di spirito e considerazioni, che provocherebbero [...] impressioni antipatiche». Fabrizi fu involontariamente "salvato" dalla Questura, la quale replicò che tutto sommato le barzellette raccontate in teatro dall'attore romano non potevano dirsi disfattiste o critiche nei confronti del regime.
L'inaugurazione di Cinecittà, definito a ragione uno dei più grandi centri cinematografici del mondo, si tenne il 28 aprile del 1927. Frank Capra disse che a confronto gli stabilimenti americani della Columbia erano ben poca cosa. Il successo fu immediato, tant'è che fino al 1940 si girarono un centinaio di pellicole. E come da copione anche Cinecittà si trasformò un gigantesco datore di lavoro, con personale gonfiato all'inverosimile e in gran parte raccomandato (basti pensare che solo nel luglio del 1943 furono licenziati ben 1200 dipendenti!).

Del periodo compreso tra la fine degli anni Trenta e gli anni della Seconda guerra mondiale le relazioni degli informatori offrono ancora ghiotte notizie. Di Alessandro Blasetti si diceva avesse una lingua molto tagliente contro il regime. Cesare Zavattini andava raccontando in giro che il ministero della Cultura popolare era in mano a dei cretini. Emma Gramatica, invece, alla notizia dell'Anschluss aveva deciso di annullare la sua tourné in Germania in segno di protesta. Isa Miranda era indagata perché il marito aveva un passato di sovversivo, nelle file del partito comunista. Di Alida Valli i maligni dicevano avesse appoggi nelle alte gerarchie e che praticasse lo spionaggio. Tra notizie quasi vere, altre gonfiate e vox populi, era difficile scremare le informative parzialmente attendibili dai pettegolezzi frutto di rivalità e invidia. Di Erminio Macario un confidente diceva che, secondo voci diffuse, avrebbe dato dell'"asino" a Ciano in persona; nel 1941 voci di popolo davano lo stesso Macario fucilato come spia e traditore del fascismo. E poi c'erano i soliti dubbi, le solite perplessità sull'efficacia della repressione. Un informatore segnalava scandalizzato che il regista Laszlo Vajda, di chiare origini ebraiche, continuava a scrivere sceneggiature sotto falso nome, ricevendone oltretutto lauti compensi.
Ma se la polizia non allentò mai la vigilanza sui principali personaggi, i provvedimenti punitivi furono estremamente rari. Pesava, in questa sorta di cautela, il fascino che Mussolini
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Aldo Fabrizi
nutriva nei confronti della cinematografia e, forse, il gusto per il pettegolezzo che il Duce assaporava scorrendo i rapporti degli informatori. Perché oltre ai resoconti dei pedinamenti erano le cronache pruriginose a interessare Palazzo Venezia. Soprattutto se avevano per oggetto gli uomini più vicini al regime. L'Ovra non si limitava infatti a vigilare sulla vita di attori, attrici, registi e produttori. Nei suoi compiti rientrava anche il controllo di funzionari e gerarchi. Ecco allora un informatore riportare gli sfoghi di Anna Magnani, la quale aveva riferito che il marito, il regista Alessandrini, la tradiva con l'attrice Olivia Fred. La Magnani aveva anche raccontato che un'altra attrice di grido, Isa Pola, flirtava con il capo della polizia. Ecco Alessandro Pavolini, potente Ministro della cultura popolare, scrutato nella sua chiaccheratissima relazione extraconiugale con la capricciosa e fatale Doris Duranti. Scriveva un informatore a proposito della loro inquieta love story: «Mentre si trovava dal parrucchiere Attilio, [la Duranti] raccontava della gelosia del Ministro che le impediva di uscire da sola e l'andava a rilevare a Cinecittà. Infatti poco dopo alla Duranti venne annunciato che il Ministro l'attendeva fuori con la macchina acché ella rispose "che aspetti". Alla osservazione fattale che non era gentile far aspettare un Ministro rispondeva che il suo divertimento era quello di farlo attendere».

Ma con la guerra la situazione si fece seria. La vita degli attori fu scrutata sotto il profilo della moralità e della sobrietà di vita rispetto al tragico destino vissuto dal Paese, impegnato con l'alleato tedesco in Nordafrica e in Russia. Elsa Merlini fu pedinata per contestarle l'uso del caffé, merce preziosissima in quei tempi e indicatore di una certa contiguità con il mondo dei privilegiati. Le si rimproverò anche di aver sfamato il suo cane con un pollo arrosto, nel ristorante di Cinecittà. Osvaldo Valenti, altro attore sulla cresta dell'onda, fu sottoposto a un interrogatorio in Questura in merito a un luculiano banchetto tenuto in un albergo di Roma. Evidentemente, gli esclusi dall'agape avevano pensato bene di vendicarsi denunciandolo alle forze dell'ordine!
Anche il 25 luglio e la destituzione di Mussolini non fecero venir meno lo zelo degli informatori. Ecco un rapporto segreto sui fratelli De Filippo vergato qualche giorno dopo l'ultima seduta del gran consiglio del fascismo: «Da molto tempo sorvegliavo i fratelli De Filippo, i quali erano ritenuti sovversivi e irriducibili antifascisti. [...] La notte del 25 luglio i due De Filippo, e tutta Roma può confermarlo, fecero pazzie proprio da manicomio. Assoldarono i primi facinorosi che trovarono e con essi percorsero le strade di Roma strepitando e rovinando tutto quello che poteva ricordare il fascismo. Inviarono poi a gozzovigliare i più delinquenti di questi operai inneggiando alla morte di Mussolini e alla vittoria della Russia».
Ma erano gli ultimi fuochi. Quando la guerra finì saltarono fuori le liste degli spioni. Agli elenchi fu data grossa pubblicità. Gli informatori comparivano con il nome in codice e il loro vero nome. Pochi ammisero di aver esercitato la delazione per spirito di servizio nei confronti dell'ideologia fascista o per la patria. La maggior parte si difese dicendo che la loro opera era stata ben poca cosa rispetto alle gravi colpe del regime. E che se si erano lasciati coinvolgere era stato solo per spillare quattrini all'Ovra, in una sorta di "resistenza" privata che aveva come fine la bancarotta del regime!
BIBLIOGRAFIA
  • L'Ovra a Cinecittà. Polizia politica e spie in camicia nera, di Natalia Marino – ed. Emanuele Valerio Marino, Bollati Boringhieri, 2005