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Torino siamo noi << Indietro
tratto da La vita è a colori, ma il bianco e nero è più realista di Luca Beatrice

Salvo
A4 MI-TO, 1950
olio su tela
Courtesy Galleria in Arco, Torino
Un vecchio luogo comune vorrebbe la nostra squadra meno amata nella sua città, così come un’altrettanta abusata diceria coniuga il tremendismo atletico e agonistico all’altra squadra, carattere forse presente un tempo, non certo negli ultimi vent’anni, quando invece grinta e determinazione in campo, di non mollare, di giocarsela fino all’ultimo istante, sono tipici tratti della juventinità.
A Torino, invece, si respira Juventus un po’ dovunque: la panchina di corso Re Umberto, il Liceo d’Azeglio, le varie sedi (Galleria San Federico, piazza Crimea e ora corso Galileo Ferraris), gli stadi (da piazza d’Armi al Comunale, dal Campo Combi al Delle Alpi che in molti cominciamo a rimpiangere), e poi le strade, i quartieri, da Mirafiori alla collina, da San Paolo alla Crocetta, c’è tanta Juve nella storia della capitale sabauda, un percorso che attraversa, decennio dopo decennio, l’arte e la cultura del Novecento.
In questa sala si raccontano alcune presenze artistiche cittadine fondamentali, cosa è cambiato negli stili pittorici e cosa invece permane della tradizione. A cominciare da Enrico Paulucci, appartenente al Gruppo dei Sei, che fu addirittura portiere della Juve nei primi anni ‘20, prima di appendere un po’ malinconicamente guanti e scarpette al chiodo, come testimonia l’Autoritratto giovanile dove riporta in calce la scritta “Paulucci 1919-20. Portiere Juve. Non sarà mai più così bello il gioco”. Di Paulucci è presente un’altra opera più matura, il Cappotto rosso del 1950, tipica scena d’interno: si fa subito notare la poltrona a righe bianconere.
Torinesissima è la classicità brumosa e malinconica di Felice Casorati, e del suo notturno del 1950, dove ammiriamo la simmetria di strade e quartieri visti dall’alto, cui fa da contraltare l’enfasi creativa e gestuale di Piero Ruggeri, esponente di punta del nostro Informale.
Entriamo così in piena epoca contemporanea, con il Pop e la Nuova Figurazione. Qualche parola in più va spesa per Aldo Mondino, che era l’archetipo dell’artista juventino: dandy, bon vivant, raffinato, colto, ma soprattutto ironico, pungente, sarcastico e leggero. Amante del doppio senso, si divertiva a giocare con le parole (si veda il titolo dell’opera Food Ball, infatti il pallone è di zucchero!), collezionava autografi di scrittori e intellettuali (quello di Michel Platini va annoverato in tale categoria). Se ne è andato il 10 marzo 2005, la mattina dopo Juventus-Real Madrid. Si informò sul risultato, sorrise felice per la vittoria e si addormentò per sempre.
Due paesaggi contemporanei, infine: quello di Salvo, siciliano emigrato a Torino fin da bambino, protagonista della stagione pittorica dagli anni Ottanta in poi, è l’Autostrada A4 Torino-Milano con il Monviso sullo sfondo. Quello di Daniele Galliano è una sua tipica visione notturna, specchio dell’altra anima, nera e misteriosa, che pervade la nostra città e non poteva non avere come scenario le magiche rive del Po.