POPOL VUH (italian fan club)
HOSIANNA MANTRA


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MISCELANEA
VIDEO e VIDEOCLIP
FILMOGRAFIA HERZOGHIANA
ITALIAN POPOL VUH FAN CLUB



                        BIOGRAFIA
                              Florian Fricke
                              1971-1972 L'era elettronica
                              1973-1974 La svolta acustica
                              1973 Il filosofo Rainer Langhans intervista F.Fricke
                              1975-1979 Verso l'Oriente
                              1975 Ciao 2001 intervista i Popol Vuh alla Statale
                              1981-1985 Lavorando sulla Voce
                              1987-1991 Elettronica e new age
                              1992-1999 Dalla modernità alla Cerimonia
                              † 29 dicembre 2001
                              1996 Links all'intervista di Gerhard Augustin a F.Fricke
                              2008 Intervista a Daniel Fichelscher
(in lavorazione)

 

 

FLORIAN FRICKE

Florian Fricke è stato l'anima ed il fulcro portante del collettivo ad assetto estremamente variabile conosciuto con il nome di Popol Vuh; questo atipico e misterioso compositore tedesco era nato a Lindau il 23 marzo 1944; aveva studiato all'età di 15 anni pianoforte al conservatorio di Freiburg in Baviera; in seguito con l'amico Eberhard Schoener, anch'esso compositore e musicista fuori dagli schieramenti, si era interessato da prima al jazz ed in seguito alla musica elettronica d'avanguardia. Durante gli anni ‘60 viveva facendo il giornalista per importanti testate come "Süddeutsche Zeitung" e "Der Spiegel", si occupava delle pagine riservate alla cultura, numerose infatti le sue recensioni cinematografiche e musicali. Nel 1967 partecipò alle riprese del primo lungometraggio di Werner Herzog, “Lebenszeichen” (Segni di vita), come collaboratore e comparsa secondaria; il giovanissimo Florian interpretò il militare pianista che Stroszek incontra in paese. Alla fine degli anni '60, l'interesse per le culture, l'archeologia e le religioni delle terre distanti, nonché il fascino che le popolazioni native soventemente trasmettono, portarono Florian a viaggiare in Africa, in India, nel Nepal, fino alle scuole tibetane di canto mantrico. Nel 1969 si sposò con Bettina von Waldthausen e decise che l'attività musicale lo interessava maggiormente rispetto al cinema; lo dimostra il grosso investimento per dotarsi di un sintetizzatore modulare di fabbricazione Moog, il System 3. Questo apparato elettronico allargò il suo set-up di strumenti musicali, soprattutto il pianoforte, con una serie di moduli di produzione americana che pochi altri musicisti potevano all'epoca utilizzare fuori dagli studi di ricerca; posso citare solamente Eberhard Schoener per rimanere in terra tedesca. Con il Moog Florian realizzò nel 1970 degli effetti elettronici che vennero montati nel sonoro del secondo lungometraggio di Herzog: “Auch Zwerge haben klein angefangen” (Anche i nani hanno cominciato da piccoli). Gli effetti elettronici si possono ascoltare nelle seguenti scene del film: Quando i nani ciechi sono alla ricerca del pozzo, quando sempre i due ciechi vengono presi di mira ed importunati dagli altri nani, quando si vede il furgoncino girare a vuoto su se stesso senza conducente e quando i nani cercano di scalare il monte di lava. Verso la fine dello stesso anno Florian costituì la delicata band dei Popol Vuh che negli anni a venire ottenne apprezzabili consensi di pubblico; calcolando poi che non parliamo di musica facilmente assimilabile, è curioso notare come il collettivo abbia saputo realizzare composizioni facilmente coinvolgenti senza tuttavia scadere in friabili banalità. La parola Popol Vuh (si pronuncia Po e Pull Voo), significa "Unione con la Divinità", e proviene da un libro sacro appartenuto alla tribù dei Quiché, diretti discendenti dei Maya, e già da questo s'intuisce il carattere mistico-meditativo della band e soprattutto del suo leader carismatico. Fricke spiegò in questo modo la scelta del nome: “(…) a quel tempo io trovai una vecchia traduzione del 1910 del libro degli indiani Quiché, questa non è identica alla versione che circola oggi, è completamente differente. Il background spirituale del libro è paragonabile alla nostra Bibbia (...) Il libro Popol Vuh ha significato molto per me ed io improvvisamente ho avuto l'idea di chiamare il mio gruppo così (…)". (1989 interview). Inizialmente la produzione dei Popol Vuh era prettamente elettronica e assai ostica, essi si specializzarono solamente in seguito nei riti musicali da messa religiosa che fecero la loro fortuna anche in termini discografici.

Florian Fricke al Moog Synthesizer, 1970

Fricke, Trülzsch e una ragazza sconosciuta, 1970

1971 – 1972   (L'ERA ELETTRONICA)

Nel primo album dei Popol Vuh, “Affenstunde” (Il tempo della scimmia) pubblicato nel 1971, il trio si componeva con Florian Fricke al Moog, Holger Trülzsch alle percussioni etniche e Frank Fiedler al sintetizzatore nonché ai nastri magnetici. Venne prodotto dalla moglie di Fricke e dal produttore del programma "Beat Club", Gerhard Augustin, per l'etichetta Liberty (Lbs83460). Da molti critici questo album è considerato come uno dei primissimi embrionali del "filone cosmico" tedesco, personalmente però tendo ad escludere che questa sia musica per catarsi spazio-temporali. Veramente in pochi infatti, al di la degli slanci euforici di certa critica fasulla e sempre pronta a salire sul cavallo delle mode, hanno compreso il valore storico ed artistico della prima opera discografica di Florian Fricke (Popol Vuh). Cosa sia realmente “Affenstunde” è da ricercarsi nell'archetipo della musica elettronica, perché è di quella che parliamo e non certo di un disco rock. Il trio ha battuto sul tempo tutti i colleghi tedeschi, quando ancora i “Tangerine Dream” filtravano le chitarre elettriche... ma questo potrebbe essere solamente un fattore materiale dettato dai mezzi a disposizione. L'opera rientra quindi in un assiale deformante del tempo, non è un viaggio nello spazio ma nell'antico ruolo meditativo di certa musica, o meglio di certi suoni. Gli intenti dell'opera futura dei Popol Vuh sono già tutti presenti ed è nell'esposizione di un idea e di un contenuto che traspaiono numerose differenze. Un grosso sintetizzatore modulare di fabbricazione americana venne pilotato da due esecutori, un terzo rimaneva seduto su alcuni cuscini attorniato da percussioni, quasi in trance. Se il suono che ne usciva riconduca o meno alla musica elettronica accademica lo si può facilmente scoprire, basterà passare in rassegna le opere della scuola di Colonia, comprese quelle scritte da quel reazionario pensatore sonoro che era Karlheinz Stockhausen. Florian era invece un accademico d’origine classica e non intendeva abbandonare la forma musicale anche sotto l'influsso massiccio dei dispositivi elettronici, la concezione inoltre che il suono debba comunque produrre un qualche effetto nell'ascoltatore differenzia la sua primordiale musica dagli insegnamenti dello stesso Stockhausen. La spinta aleatoria è dettata in questo caso dall'improvvisazione, ulteriore prova che questi musicisti non disdegnavano nessuno dei dogmi della musica rock o del jazz. Qualche cosa di analogo, sotto il profilo unicamente ideologico, lo si può riscontrare nei compositori minimalisti americani; anche certi fattori spirituali si rintracciano in entrambe le scuole. Il suono riflette incubi venuti dal passato, sinistri presagi di morte e disperazione, mentre l'atmosfera diviene man mano sempre più esoterica. Frank Fiedler ebbe a spiegarmi che le tracce elettroniche dell'epoca venivano realizzate con il sintetizzatore Moog 3, il suono veniva registrato su un singolo nastro a due piste e in seguito nello studio, tramite un registratore a 8 piste, si aggiungeva dell'altro : “(…) eravamo un collettivo ma non seguivamo la moda, lontano dal movimento politico e hippy dell'epoca; la musica proveniva dal profondo dei nostri cuori (…) noi non l'abbiamo mai chiamata musica cosmica, questo è stato fatto dalle maggiori compagnie discografiche, così la maggioranza delle persone l'ha chiamata così. Per noi era una specie di musica concreta così come Pierre Schaeffer e Pierre Henry l'avevano inventata negli anni '50 (…)”.(2006 interview). In contemporanea all’uscita del primo album, vennero realizzati due videoclip musicali con materiale non presente su disco, uno per la televisione tedesca WDR e l’altro per il programma musicale “Beat Club” che andava in onda sull’emittente ZDF. Le riprese del videoclip "Improvisation", prodotto dalla WDR, vennero eseguite durante le registrazione della suite "Ich mache einen Spiegel" (Faccio uno Specchio). Si tratta di una vera e propria improvvisazione a base di percussioni ipnotiche di Holger Trülzsch e suoni elettronici generati dal modulare Moog pilotato da Florian Fricke. Il video si apre con l'inquadratura dell'abitazione rurale dei coniugi Fricke ubicata alla periferia di Monaco; sopra alle note d'una musica profondamente elettro-acustica, l'obbiettivo zumma sin dentro alla porta di casa, dove si vedono i due musicisti artefici di questo strano suono. Trülzsch, chino su di un grosso strumento percussivo è letteralmente in trance ed anche Florian sembra non badare a nulla se non alla tastiera del sintetizzatore e ai suoni sinistri che improvvisa senza alcuna logica apparente, infatti non si volta mai completamente verso la telecamera. Dietro di loro s'intravede appena Frank Fiedler che armeggia probabilmente con un registratore a nastro. Il video ci mostra poi uno spaccato lento ed uniforme della campagna circostante, quella fetta di Baviera sonnolenta ed incontaminata, ancora oggi in netto contrasto con il trambusto delle zone industriali della città di Monaco. Alla fine l'occhio della telecamera ritorna nell'androne della casa; dopo circa sei minuti di pura improvvisazione (il titolo non poteva essere più azzeccato), Fiedler chiede probabilmente a Florian se può interrompere la registrazione e, dopo aver avvertito l'ormai rapito Holger Trülzsch, il pezzo viene fatto sfumare. Al di la della francescana purezza di questa breve parentesi musicale, il video ci restituisce un'immagine tutt'altro che inedita dei primi Popol Vuh. Come ci hanno dimostrato le bonus tracks delle recenti riedizioni in compact disc dei primi due album, il collettivo amava improvvisare a ruota libera e solamente in seguito, come riferito da Fiedler, il tutto veniva rimontato ed elaborato per raggiungere l'opera compiuta. L'anima elettronica dei Popol Vuh può essere quindi rinvenuta anche in questo breve e prezioso documento, purtroppo ad oggi non ancora riproposto con degna qualità in nessun DVD ufficiale. A quell'epoca esisteva anche un programma della ZDF riservato alla musica rock, era il “Beat Club”, un appuntamento televisivo musicale per tutti i giovani tedeschi, una sorta d’archetipo degli odierni programmi musicali di MTV con tanto di bella presentatrice tutta trendy ed effetti speciali. La musica era logicamente molto diversa da quella odierna, i capelloni rocchettari si sprecavano e tutto assumeva quell'aria da controcultura che in Inghilterra ed America si respirava già da qualche anno. La scenografia e l'organizzazione erano comunque abbastanza rudimentali ma negli studi del “Beat Club” si esibirono i più grossi nomi della musica popular-rock tedesca di quegli anni, dai Kraftwerk ai Jane, dagli Eloy ai Tangerine Dream, compresi i Popol Vuh. Per la verità, la loro apparizione televisiva non si consuma in un'esibizione live, il loro brano inedito "Bettina" era stato montato con immagini ed effetti visivi di tipo psichedelico fino a farne un video musicale. Siccome inizialmente i Popol Vuh usavano molto l'overdubbing, un'apparizione suonata in presa diretta avrebbe compromesso di molto la sostanza elettronica della musica, come dimostra tra l’altro il già citato “Improvisation”. Il videoclip dura circa quattro minuti; inizia con la presentatrice che introduce la band ed il brano. Si vede poi Florian nel suo studio, avvolto nel montone di pelliccia bianca, armeggiare con il sintetizzatore modulare della Moog, non lo si vede mai toccare la tastiera o il “ribbon”, la musica è stata inserita quindi dopo le riprese. Il video è pieno zeppo d’effetti visivi, fasci luminosi e colori intensi proprio come nella migliore tradizione psichedelica e visionaria. I due percussionisti, Holger Trülzsch e Norman Zie non si vedono mai ma la loro esibizione si ode molto bene. Alla fine un fermo immagine della band chiude il filmato; Frank Fiedler non è citato nei crediti ma era ancora presente all'interno del collettivo. Attualmente questo video, assieme a quelli di molte altre band tedesche, è visibile nel DVD (Best Of Krautrock Vol.1) edito in Germania da “Radio Bremen”.

La tribù dei Quiché aveva tramandato la convinzione che i suoni particolarmente penetranti potessero avere effetti positivi sullo spirito; forti di questa convinzione e grazie all'arte introspettiva, i Popol Vuh pubblicarono nel 1972 un secondo album che continua sulla falsariga del primo ma con un occhio di riguardo alla meditazione mistica. La formazione responsabile del capolavoro “In den Gärten Pharaos” (Nel giardino del Faraone) è la stessa del precedente lavoro mentre la produzione dell'album è lasciata allo stesso collettivo con il supporto di Bettina Fricke. Il disco venne stampato dall'etichetta indipendente Pilz (20 21276-9) e contiene due suite dense di pathos e mistero, soprattutto quella omonima realizzata con variegate percussioni, piano elettrico e Moog Synthesizer, tra l'altro Florian Fricke e Frank Fiedler erano spronati, vista la potenza del nuovo mezzo elettronico, a cavarne i suoni più impressivi. “In den Gärten Pharaos” suona incredibilmente rock, eppure non è musica rock, non sono presenti gli strumenti classici del genere: chitarre, basso, batteria, voce. Il disco suona anche piuttosto musicale, eppure non esiste melodia e l'armonia è costruita su tessuti atipici. Si potrebbe definire come un album d’antropologia musicale, incredibile a dirsi perché non si tratta neppure di musica antica; Florian aveva si viaggiato in largo l'Africa, l'India e il New Messico ma senza approfondire questioni inerenti alle culture musicali di quei luoghi. Le sue rimangono quindi semplici impressioni, pure, cristalline, potenti; cosa avrebbero creato i musicanti dell'antico Egitto se avessero posseduto un Moog synthesizers? In che cosa si sarebbero cimentati gli antichi cerimonieri Maya se le loro funzioni religiose si fossero svolte in una chiesa cristiana dei nostri giorni? La risposta è contenuta in questo capolavoro assoluto; la suite omonima è la costruzione ideale di un'oasi nel deserto, il giardino di un faraone, unica dimora naturale e atemporale fra i colossi di una civiltà moderna nel cuore dell'antichità. I suoni naturali (concreti) che accompagnano le musiche vennero registrati da Fricke e Fiedler in riva ad un laghetto nel cuore di una delle tante brughiere bavaresi. La seconda facciata del disco contiene “Vuh!”, un'altra suite che risale il tempo come una centrifuga fantascientifica; è una musica profonda, meditativa che si eleva almeno 8 metri dal suolo planando sopra agli alberi, alle case, alla gente; è musica che s'innalza meglio di ogni altra verso una condizione spirituale nuova che utilizza solamente alcuni suoni penetranti per modificare la psiche e condurla alla quiete. Il possente suono dell'organo a canne, che accompagna l'intera esecuzione, venne registrato nella chiesa di Baumberg in Baviera dove, per l'occasione, i tre musicisti avevano montato tutto il set per un’esecuzione live, compresi cimbali, piatti e il grosso sintetizzatore modulare. Sempre Frank Fiedler a proposito de “In den Gärten Pharaos” : “(…) in questo lavoro abbiamo tentato di trasformare il pesante suono del Moog in un delicato e sensibile tessuto della voce umana. Il suono del piano è stato fatto invece con un Fender Rodes (…)”. (2006 interview). Dopo questo stupefacente risultato musicale Florian Fricke compose e registrò da solo le musiche per il film “Aguirre, der Zorn Gottes” (Aguirre, Furore di Dio). Werner Herzog aveva appena finito di girare il film e si trovava a Roma per fare la sincronizzazione in lingua inglese. Contemporaneamente era alla disperata ricerca di una musica adatta alle immagini. Aveva provato contattando Ennio Morricone ma non aveva trovato nulla di adatto per le sua creazione ed era molto frustrato per questo. L'idea di contattare Florian Fricke gli venne data da una giovane attrice tedesca; dopo aver telefonato a Monaco, Florian lo raggiunse a Roma per visionare l’intera pellicola. Ritornato a casa Florian scrissi la musica per “Aguirre” utilizzando unicamente il Moog Synthesizer; da quel momento in poi iniziò una lunga e prolifica collaborazione tra i due artisti monacansi. Werner Herzog a proposito dei Popol Vuh : “(…) Per me i Popol Vuh sono un talismano di buona fortuna. La musica di Florian Fricke rivela sempre qualche cosa che nelle immagini è nascosto, qualche cosa di perso nell'oscurità della nostra anima (…)”. (1987 interview). Il 1972 è anche l'anno della collaborazione tra Florian e i “Tangerne Dream”. Poco avvezzo ad uscire dai binari auto costruiti della propria esperienza musicale, Fricke accettò di registrare una performance con Edgar Frese, Christopher Franke e Peter Baumann; suonò per loro il modulare Moog di sua proprietà nella suite “Birth Of Liquid Plejades” che verrà inserita nel doppio album “Zeit” pubblicato dalla “Ohr” (2/56021). Si tratta del terzo progetto discografico dei Tangerne Dream, probabilmente la loro opera più magniloquente e monumentale, che nel complesso rappresenta il momento maggiormente minimal-sperimentale del gruppo elettronico berlinese.

La svolta che modellò l'ispirazione dei Popol Vuh, da "esoterica" a religiosa, avvenne alla fine del 1972 con le prime sessioni che portarono alla realizzazione di “Hosianna Mantra”. Una nuova idea musicale era scaturita nella mente di Florian che si fece ora assistere da una formazione completamente rinnovata a favore di molteplici passaggi acustici, questa vedeva in organico Conny Veit dei “Gila” alle chitarre, Robert Eliscu dei “Between” all'oboe, Fritz Sonneleitner al violino, Klaus Wiese alle percussioni, la cantante coreana Djong Yun, e lo stesso Florian Fricke al pianoforte. Un singolo accreditato alla soprano Djong Yun aprì il nuovo corso; il 45 giri “Du Sollst lieben”/”Ave Maria” contiene musica registrata durante le sessioni per "Hosianna Mantra"; è un documento particolarmente importante poiché attesta il cambiamento degli interessi musicali di Florian con il passaggio dalla musica elettronica a quella acustica, con testi ispirati direttamente dalla lettura della Bibbia e dei Vangeli. Il disco uscì per la “United Artists” (35445A) alla fine dello stesso anno. Gerhard Augustin premeva perché i Popol Vuh stampassero ancora presso “Liberty” oppure con la stessa “United Artists” di cui era produttore e manager per il mercato tedesco; la cosa però non era facilmente effettuabile in quanto Florian aveva firmato un contratto con la “Pilz/Kosmischer Musik” che lo avrebbe obbligato a cedere a Rolf-Ulrich Kaiser i diritti di stampa della sua musica. Per tale motivo non compare il suo nome nei crediti del singolo, ma quello della moglie, il nome di Bettina venne utilizzato unicamente per motivi discografici e legali.

Fricke, Trülzsch e Bettina, 1972

Fricke e Fiedler nelle foreste bavaresi

Chiesa di Baumberg, esibizione live

Chiesa di Baumberg,1972

A fianco, Fricke e Fiedler in studio per il mixdown di In den Garten Pharaos, 1972

Sotto l'album "Zeit" dei "Tangerine Dream"



1973 – 1974  (LA SVOLTA ACUSTICA)

In più occasioni Florian disse che la musica era divenuta per lui una forma di preghiera capace di toccare lo spirito, soprattutto dopo aver ricevuto in dono la traduzione dell'Antico Testamento eseguita da Martin Buber, il filosofo israeliano : “(…) la lingua, se oso dire, sensuale, radiosa, l'ordine scenico chiaro di questa traduzione, mi ha avvicinato di molto all'essenza dei personaggi biblici. La Bibbia è diventata Vita per me (…)”  (1973 interview). Nel cercare una nuova vena poetica per le sue composizioni, Fricke ritornò quindi all’elemento acustico abbandonando totalmente a partire dal 1973 la strumentazione elettronica : “(…) mi sembra oggi una strada più onesta e più bella per purificare se stessi senza mezzi ausiliari tecnici e di interiorizzarsi per toccare poi, con una musica semplice ed umana, il fiore delle tenebre o della luce, cioè lo Spirito (…)”.(1973 interview). Il terzo album dei Popol Vuh, “Hosianna Mantra”, interamente composto e prodotto dallo stesso Fricke, uscì nel 1973 come il precedente per l'etichetta “Pilz” (20 29143-1); questo si compone di due suite (“Hosianna Mantra” e “Das V. Buch Mose”), entrambe suddivise in altri brani. La parte centrale dell'opera è senz'ombra di dubbio la bellissima traccia omonima, in questa non esistono differenze tra la spiritualità indiana e la dottrina cristiana, entrambe vengono miscelate per la creazione di un mantra religioso senza precedenti; non si può parlare di musica da Chiesa, ma di musica cristiana sicuramente visti i testi corali presi dai Libri Sacri (Bibbia e Quinto Libro di Mosé). L'Osanna è il saluto che la folla riservò a Gesù quando entrò in Gerusalemme, è divenuto per il Cristianesimo un Inno di adorazione verso Dio che si è fatto uomo e che è ritornato poi nell'alto dei cieli. Il Mantra, pratica d’origini filosofiche Vediche, è invece un insieme di parole ripetute fino a crearne un suono che libera la mente dai pensieri materiali. L'utilizzo di questo vocabolo composito aveva per Florian un significato tutto personale; sancì la sua passione per le pratiche spirituali orientali ma fu per lo stesso compositore il baluardo che le verità superiori derivano solamente dalla Parabola Cristiana. La musica contenuta nella terza pubblicazione dei nuovi Popol Vuh attinge di controparte da molti elementi orientali, lo stesso "mantra" cantato dalla soprano coreana Djong Yun riflette il profondo interesse che il collettivo nutriva per queste filosofie, contemporaneamente i testi rimangono incentrati sul Verbo Cristiano quasi a voler rimarcare un'appartenenza indissolvibile a questa dottrina. Si trova anzi in questa fusione un metodo di dialogo tra due realtà spirituali distanti, quasi inconciliabili. La prima importante osservazione su questo capolavoro non è quindi musicale ma filosofica, i Popol Vuh erano talmente avanzati umanamente e spiritualmente da raggiungere con la musica l'unione di due importanti filosofie/religioni apparentemente insormontabili : “(…) chi è attaccato a un sistema di concetti religiosi non può, o non vuole, vedere la relazione esistente tra le diverse Fedi, Orientali e Occidentali: è talora il cosiddetto Miscredente a riconoscere la Verità che sta all'Origine di Esse (…) tutte le religioni hanno qualche cosa in comune tra loro, nella loro essenza (…)“ (Florian Fricke 1973 interview). Musicalmente il progetto si sviluppa su alcuni sub-strati classicheggianti, non sono da dimenticare infatti gli studi classici svolti dallo stesso Fricke; continue colate ed arrangiamenti "orientaleggianti", eseguiti però con strumenti musicali occidentali, si fondono in perenne corrispondenza ai temi sonori. Il suono del sitar infatti è in realtà ricreato dalle chitarre e dal clavicembalo; possiamo parlare quindi di una tecnica musicale che riprende alcune caratteristiche di quella indiana ma rimane fortemente ancorata ai dettami della classica occidentale. Non siamo infatti ancora giunti alla completa virata musicale dei Popol Vuh che li porterà ad abbracciare sia l'utilizzo di strumenti etnici indiani che le scale orientali. Altra importante considerazione riguarda il cambio di stile, come accennato in precedenza nessun strumento elettronico venne utilizzato per la registrazione di questa musica. L'ensemble strumentale era caratterizzato da pianoforte a coda, chitarra acustica ed elettrica non sporcate e le cui note vennero allungate da semplice riverbero o eco, violino, oboe, clavicembalo e tambura (strumento etnico indiano). La voce femminile si divide in vocalizzi e canzone (frasi brevi ripetute molte volte), entrambe le ramificazioni esecutive si basano sul caratteristico timbro del soprano. Nei suoi passaggi spirituali il nuovo gruppo desiderava toccare ora lo spirito e rivelare l'esattezza delle verità elementari nella parabola cristiana, venne creata quindi una musica esultante e piangente che accompagnò i futuri dischi dei Popol Vuh con costanza ed umile presenza. Alle rimostranze di qualcuno per l’improvviso cambio di rotta, Florian rispose pregando di lasciarlo fare la sua musica… della musica che faccia del bene e che renda esteriore ciò che è interiore. Anche il filosofo tedesco Rainer Langhans s’interessò all’Hosianna-Mantra di Florian Fricke; riporto di seguito un breve estratto da una conversazione che i due tennero dopo la pubblicazione del disco : "(…) Rainer: Il long playing è intitolato Hosianna Mantra. Significa quindi che ora vi occupate di musica sacra occidentale?  Florian: Già nell'LP "In den Gärten Pharaos" si ascolta della musica sacra in un certo senso; la cosa non si dimostra in modo così chiaro poiché in quel caso la musica è puramente strumentale e nessuno canta parole religiose. Nella composizione di "Hosianna Mantra" mi sono basato su testi di contenuto cristiano. Abbiamo cercato a lungo prima di trovare la cantante idonea. E' stato un rischio che ho corso a causa del testo; un amico di Berlino mi ha fatto poi incontrare la ragazza coreana Djong Yun e, dopo quattro settimane di prove, siamo potuti entrare con lei in studio di registrazione.  Rainer: I testi cantati sono tutti presi dalla Bibbia. Che relazione hai con essa?  Florian: Un mio amico mi ha regalato la traduzione del Vecchio Testamento eseguita da Martin Buber. Ho letto anche il Libro di Samuele; non appena finito, ho cercato nelle cronache e nei libri di storia ulteriori indicazioni riguardanti quella determinata epoca storica. Confrontandola con i Testi tradotti da Lutero ho capito più tardi l'alto rango spirituale del linguaggio luterano e della sua interpretazione. Il morire per nascere: questa è la comprensione cristiana che troviamo strutturalmente per esempio nel suono dell'oboe, del clavicembalo e anche della chitarra elettrica, così come la suona Conny, esultante e piangente allo stesso tempo. Il nostro "Kyrie" ti può dimostrare ciò che intendo con la musica tipicamente cristiana. Bisogna sentirlo. (…)".  In concomitanza con la pubblicazione del nuovo lavoro, venne fatto girare dall’emittente WDR, in consociata con la “Ohr”, un videoclip musicale a mo' di lancio televisivo del nuovo album. Le immagini riprese a casa di Florian furono sincronizzate alla musica in un secondo tempo; i musicisti impegnati non suonarono quindi in presa diretta anche perché la versione di "Kyrie" è praticamente quella del disco con l'aggiunta di un curioso mix finale con il pezzo "Abschied" (Separazione), sempre dal medesimo album. Si vedono tutti gli interpreti che parteciparono alle registrazioni: la Djong Yun impegnata nei vocalizzi, Robert Eliscu all'oboe, Florian Fricke al piano a coda, Conrad Veit alle chitarre e Klaus Wiese che si destreggia con svariati strumenti etnici. C'é anche Bettina Fricke ad assistere alle riprese e all'esecuzione in differita; il quadro è quindi completo, molto umile e sincero nell'essenza più pura di una musica profondamente spirituale, e in ugual misura bello, suadente e romantico. Nell'estate dello stesso anno, Conny Veit con la compagna Sabine Merbach, con Florian Fricke e Daniel Fichelscher degli “Amon Düül2”, si appropriarono del nome “Gila” per riformare l'omonima band e realizzare alcune esibizioni live. Apice di questa rinnovata formazione è il disco da studio “Bury my Heart at Wounded Knee” (Warner Bross 46234), molto diverso dal primo lavoro della formazione (Free Electric Sound del 1971) e per certi versi vicino alle sonorità dei nuovi Popol Vuh. Per la seconda volta Florian si concesse quindi a dei progetti altrui suonando questa volta il pianoforte ed il Mellotron; sarà però volutamente l'ultima collaborazione al di fuori dell'esperienza del suo collettivo personale. Dopo la chiusura definitiva del progetto “Gila”, Conny Veit si dedicò come turnista alla realizzazione del quarto disco dei Popol Vuh. “Seligpreisungen” venne pubblicato dall'etichetta “Kosmische Musik” (km58.009) di Rolf Ulrich Kaiser; alla registrazione parteciparono Veit, Wiese ed Eliscu ma non la cantante Yun, fu lo stesso Fricke a cimentarsi con le parti cantate. Compare per la prima volta in formazione il bravissimo chitarrista e percussionista Daniel Fichelscher che suonava all'epoca anche con gli “Amon Düül2” e con i “Niagara”; quest'ultimo istaurerà con il leader una dura e proficua amicizia che li porterà a collaborare artisticamente fino al 1995. Si può asserire che questo disco è sicuramente il punto artistico più elevati della seconda formazione, anche se riprende molti aspetti dell’ “Hosianna Mantra”; i brani risultano maggiormente legati, meno frammentari e più psichedelici, merito anche del chitarrista appena giunto. Un nuovo corso era dunque aperto, “Seligpreisung” sfodera una matrice senza paragone, una musica celestiale che si sposta con facilità immediata dal folk al mantra indiano, dal rock psichedelico alla classica, senza mai abbandonare il tema meditativo-religioso che rimane pertanto predominante. Ancora una volta viene imbastito da Florian un prodotto distante dai dettami della musica di consumo, almeno di quella dell'epoca. Anche se vennero aggiunte molte percussioni e soprattutto la batteria, i brani rimangono privi del basso e privi anche di quell'architettura "strofa/ritornello/variante" propria di tutte le canzoni considerate "normali". Il disco suona come una variante continua, una suite composta da una serie ininterrotta di arrangiamenti diversi in un fluire perfetto di abbozzi, cornici indecifrabili fra un labirinto acustico complesso, a tratti geniale, con qualche richiamo addirittura al rock progressivo. Forse il termine ideale per definire questo "Elogio Benedetto", traduzione letterale del titolo, potrebbe essere: "free rock acustico religioso". Per "free-rock" intendo quella determinata attitudine d’alcuni musicisti alla creazione di scale atipiche controllate da un'armonia che attinge dal folk e dalla classica ma con la quale gli assoli di chitarra fanno continuamente i conti. Questi guidano la melodia in continue piroettanti esecuzioni, alte, distinte, quasi un ritorno di certa psichedelia rock americana ma con un gusto e una tenacia tutta europea, tutta spirituale. C'é ora anche una sorta di sitar, ma la musica suona meno orientale di qualunque altra produzione matura dei Popol Vuh, ci sono le percussioni e la batteria ma come già rimarcato non si tratta propriamente di brani rock, è presente anche una seconda chitarra elettrica, inesistente completamente l'elettronica e anche gli effetti sono ridotti al minimo, impalpabili aggiungerei. I testi delle canzoni sono liberi adattamenti eseguiti da Fricke, che per l'occasione si dimostrò un'ottima guida vocale, di alcuni Versi del Vangelo di Matteo (Prima parte del discorso di Gesù sulla montagna) con un accenno a Giovanni (1.29). Religiosamente e ideologicamente diverso lo strumentale "Tanz der Chassidim", ispirato dai discepoli ebraici del Movimento Chassidista; la difesa delle diverse tradizioni e delle varie confessioni religiose continua a manifestarsi nel percorso di ricerca totalmente inedito dei Popol Vuh.

L’anno successivo, nel 1974, Florian accettò di partecipare alle riprese di un altro film di Werner Herzog; interpretò la parte del cieco ospite a casa Daumer nel lungometraggio intitolato “Jeder für sich und Gott gegen alle” (L’Enigma di Kaspar Hauser); qui suonava una versione claudicante di "Agnus Dei" dei Popol Vuh. In Italia nel frattempo, la casa discografica PDU specializzata in stampe nazionali di artisti della così detta "scuola cosmica", aveva ristampato “In den Gärten Pharaos”; la curiosità fu che il disco andò bruciato ottenendo un fortissimo consenso di pubblico, gli italiani avevano preferito in maniera addirittura maggiore rispetto ai connazionali dei Popol Vuh, il loro secondo album. Il risultato fu un tour promozionale italiano degli stessi che si esibirono con il supporto dell'Orchestra Filarmonica di Monaco di Baviera diretta dal maestro Eberhard Schoener. Sempre nel 1974 l'etichetta "Kosmische Musik" divenne internazionale e tradusse pertanto il nome in "Cosmic Music"; per l'occasione venne data alle stampe la seconda tiratura di “Hosianna Mantra”; quella marchiata "Pilz" era andata infatti completamente esaurita. Nel maggio dello stesso anno iniziarono le sessioni di registrazione delle nuove composizioni firmate da Florian Fricke; il collettivo si ridusse a semplice trio con Fricke al piano, Daniel Fichelscher alla chitarra e alle percussioni e la Djong Yun al canto. Venne registrato diverso materiale che solo in minima parte confluì nell’album “Einsjäger & Siebenjäger” (Guerriero Uno e Guerriero Sette), “Kosmische Musik” (Km58.017). Il lavoro in studio sancì un prolifico sodalizio artistico tra Florian e Daniel, tuttavia i crediti dell'album sono poco generosi con la seconda pedina menzionata; una nuova e profonda virata di stile è da attribuirsi infatti al nuovo collaboratore di Fricke. I brani perdono gli affascinanti incantesimi sonori ispirati dalle dottrine religiose ma acquistano una nuova e più coraggiosa spinta rock. Il disco è un'opera concettuale di free-rock progressivo, la tecnica molto complessa e lo stile risultano però indefinibili. Le musiche sono costruite in maniera spontanea con Fricke al piano (melodia e accordi) e Fichelscher alle percussioni e alla batteria (accompagnamento percussivo e ritmico). In overdubbing vennero inseriti tutti gli accompagnamenti di chitarra acustica e ritmica sempre da Fichelscher sotto la guida di Fricke; per finire il tutto venne impreziosito dai solismi creativi della chitarra elettrica. In "Würfelspiel" il flauto è stato suonato da Olaf Kübler degli "Aera" mentre la voce della Djong Yun è presente in maniera sporadica solamente qua e la nella variegata suite "Einsjäger & Siebenjäger". L'ispirazione deriva ora dalla Civiltà Minoan, una delle più antiche del mondo, che abitò l'isola di Creta fin dalle epoche più remote. Il "Re Minos" è una figura mitologica che si ritrova nella storia dell'antica civiltà greca di quei luoghi così ricchi di bellezze archeologiche (Würfelspiel), naturali (Gutes Land) e d’ospitalità (Morgengruss). Ci ritroviamo pertanto di fronte alla seconda opera d’antropologia musicale dopo "In den Gärten Pharaos". Notevoli il brano “Gutes Land” (Grazioso paese), differente versione di “Agnus Dei” comparsa precedentemente in “Seligpreisung”, e la suite omonima contenuta nel secondo lato del vinile; in questa la grande bravura dei due esecutori si nota pesantemente nella complessa interpretazione multi-strumentale resa ancora più affascinante dall'originalità dell'opera stessa. Per la suite vocale vennero utilizzati testi tratti dai Salmi di Salomone come anche per il successivo disco “Das Hohelied Salomos”. Uno dei brani registrati durante quelle sessioni, ma che non entrò a far parte di "Einsjäger & Siebenjäger", venne donato al regista Werner Herzog che lo utilizzò per musicare le scene del documentario “Die grosse Ekstase des Bildschnitzers Steiner” (La grande estasi dell’intagliatore Steiner), prodotto per la televisione tedesca nello stesso anno.

 Florian Fricke, Robert Eliscu e Conny Veit

Florian Fricke, Hosianna Mantra periodo

Conny Veidt, Sabine Merbach, Florian Fricke e Daniel Fichelscher (Gila seconda formazione), 1973

Foto collage, 1973

Il disco dei GILA (seconda formazione) con Florian Fricke e Daniel Fichelscher

1975 – 1979 (VERSO L'ORIENTE)

Nel febbraio del 1975 avvennero le ultime sessioni di registrazione del trio Fricke, Fichelscher, Yun; di seguito la cantante coreana si sposò e preferì l’impegno famigliare a quello professionale, abbandonando quindi la carriera. “Das Hohelied Salomos”, il sesto album dei Popol Vuh, venne pubblicato dalla “United Artists” (uas 29781) pochi mesi dopo. Il nuovo album, co-prodotto con Reinhardt Langowski, che aveva già collaborato con i Popol Vuh durante la permanenza degli stessi nella scuderia di Rolf-Ulrich Kaiser, fu il primo tentativo di proporre un modello musicale commerciale ma con l'occhio rivolto costantemente alla ricerca etnica. Si arrivò in questo caso ad nuova "formula canzone" sempre d’ispirazione religiosa ma distante da ogni riferimento propriamente ecclesiastico. Un'uscita discografica in punta di piedi ma che cela un frastuono interiore, intimista, quasi impercettibile; Florian Fricke fugge dalle ipocrisie e dai dogmi gratuiti, ricerca nelle verità superiori la sua verità, l'agognata sete di sapienza che lo porta ad un nuovo innalzamento, unico in tutti i sensi. Esso spera in un coinvolgimento, utilizza ogni mezzo a disposizione, compresa l'impazienza di sondare il suono che giunge da un oriente mai troppo vicino (Sitar e Tabla sono egregiamente presenti). Le mode, il culto, la ribalta delle innumerevoli dottrine filosofiche e religiose che giungono dalle terre più remote, tutto serve, tutto trasporta l'ascoltatore in un terreno di meditazione neutra dove la parola principale proviene sempre dal Dio supremo d’ogni verità. L'Alta Canzone di Re Salomone, questo come suona pressa poco in lingua italiana il titolo, è quindi una raccolta di brani religiosi cantati e strumentali. I testi di queste canzoni sono unicamente tratti dai Salmi del più importante Re d'Israele; ancora una volta Fricke dimostrò più di qualche interesse verso la civiltà e la tradizione ebraica, tuttavia scelse quei salmi che normalmente si sarebbero potuti trovare anche nel culto cristiano o nell'attuale liturgia cattolica. La massiccia presenza degli arrangiamenti e dei suoni orientali, oltre a rappresentare uno dei più elevati momenti d'ispirazione indiana del collettivo, potrebbe ricondurre storicamente a quelle vicende che videro Re Salomone ospite nel suo Regno di numerosi potenti venuti dall'Oriente. Le scritture riportano la grossa fama conquistata dal Re, la sua saggezza e la sua sapienza; è un simbolismo sopraffino quello dei Popol Vuh che utilizzano questa figura come quadrante dove far confluire i loro interessi filosofici e religiosi. Personalmente preferisco suddividere i nove brani del disco in tre categorie: quella propriamente rock, quella meditativa e quella esultante e romantica. Nella prima inserisco la seconda parte di "Steh auf, zieh mich Dir nach", "In den Nächten auf den Gassen 2" e "Du tränke mich mit deinen Küssen". Nella seconda categoria inserisco solamente la prima parte di "Steh auf, zieh mich Dir nach" e "In den Nächten auf den Gassen 1". La terza categoria, a me più cara, incorpora quei pezzi impregnati di una pastoralità che si riflette tanto nell'uso degli strumenti acustici e delle melodie semplici, quanto nel suono impermeabile degli strumenti indiani. Fra questi ci sono: "Du schönste der Weiber", "Der Winter ist vorbei" e "Ja, deine Liebe ist susser als Wein", tutti brani inzuppati d'amore e sentimento. A riguardo delle due parti di "Du Sohn Davids", esse rientrano a pieno titolo nella prima categoria ma per loro vale un discorso diverso in quanto vennero tratte direttamente dal "vecchio" brano "Hosianna-Mantra", i riferimenti pur obbligatori non m’impediscono di considerare il nuovo arrangiamento molto più "rock" e maturo rispetto a quello di due anni prima. Nello stesso anno Florian si sbarazzò del suo grosso sistema modulare Moog, che ormai giaceva inutilizzato, lo vendette infatti all'amico e musicista cosmico per eccellenza Klaus Schulze. Nel settembre del 1975 i Popol Vuh erano a Milano per un concerto all'Università “La Statale”, ad accompagnare Florian e Daniel, la bravissima cantante Renate Knaup degli “Amon Düül2”. In quell’occasione vennero eseguiti alcuni pezzi inediti che sarebbero poi confluiti l’anno successivo nel secondo album registrato per la United Artists, “Letzte Tage-Letzte Nächte”. Di seguito riporto l’intervista ai Popol Vuh apparsa all'epoca nella rivista italiana “Ciao 2001” : "(…) Qualche tempo fa, i Popol Vuh sono stati a Milano per uno sfortunato concerto all'Università Statale. In quell'occasione per il gruppo tedesco era stato organizzato un incontro con la stampa e il chitarrista-batterista Daniel Fichelscher ha fatto un po' da portavoce per il gruppo, sfruttando la sua carica comunicativa e la sua discreta conoscenza dell'inglese. La conversazione inizia parlando della situazione dei concerti nel nostro paese; da qui si passa alla Germania e Daniel non sembra molto soddisfatto: "Da molti punti di vista non ci si può lamentare, ma per quel che riguarda l'ambiente musicale è cresciuta l'apatia e sono diminuite le iniziative. Pochissime le autentiche novità, un problema che tocca anche la Gran Bretagna, d'altronde". Entriamo così nel vivo del discorso.  2001: E come vanno le cose per i Popol Vuh?  Daniel: A questo punto siamo felici della nostra musica. Ma vorremmo che non fosse soltanto quieta, serena; ci interesserebbe, almeno in certi casi, renderla più poderosa, più incisiva. Questa tendenza s'é già manifestata nei nostri ultimi tre LP ("Seligpreisung", "Einsjäger & Siebenjäger" e "Das Hohelied Salomos") con l'introduzione della batteria in alcuni brani. Se su disco però ci sentiamo liberi di alternare a piacere pezzi meditativi ed altri più ricchi d'energia, dal vivo siamo costretti a operare una scelta precisa a seconda dei casi: quando abbiamo la possibilità di suonare in piccole sale, teatri, chiese, la formazione a tre risulta ideale (piano, chitarra e voce più qualche percussione); ma per i concerti all'aperto diventa necessario l'intervento almeno di una batteria e quindi di un quarto musicista, poiché non posso sovraincidere come sui dischi. La differenza è dovuta proprio alla diversa situazione: cambiano l'acustica e il numero di persone da raggiungere, e a quello che si perde in concentrazione bisogna ovviare espandendo la nostra musica, che è espressione di una vibrazione interiore; per far ciò serve una certa forza ritmica fornita dalla batteria.  2001: La cantante coreana Djong Yun non è più con voi...  Daniel: No, Djong è ora sposata e ha un figlio, perciò non è più disponibile per concerti e tournée. Adesso la nostra voce solista è Renate che proviene come me dagli Amon Düül 2, gruppo di cui faceva parte fin dalla sua costituzione nel 1969. Con lei s'é subito stabilita un'intesa perfetta.  2001: A quali correnti musicali si può ricollegare la vostra musica?  Daniel: Non credo vi siano riferimenti precisi. Ci basiamo essenzialmente sull'ispirazione, senza prefiggerci risultati particolari in una direzione o nell'altra. Le influenze cui si è sottoposti sono tante, naturalmente, ma non solo musicali: molto dipende dalle persone che si conoscono, dai libri che si leggono. Per quanto mi riguarda ho comunque imparato molto dalla musica arcaica e rituale (i Pigmei, ad esempio) e da grandi artisti come Jimi Hendrix, John Coltrane, Charlie Parker, Billie Holiday e diversi altri: ho l'impressione che negli ultimi anni siano venute a mancare personalità altrettanto dotate di calore e di energia.  (…)  2001: "Das Hohelied Salomos" era apparso un po' ineguale nella scelta dei brani...  Florian: Può darsi che non ti siano piaciuti i pezzi con la batteria. In realtà per noi si tratta di un problema importante, quello di rimettere ogni tanto i piedi a terra: "Hosianna Mantra" ad esempio era troppo "su", troppo mistico. Per quanto riguarda la nostra impostazione religiosa, ti confermo che quello che ci interessa è una certa spiritualità che sta al fondo delle varie fedi. Questo mi ha spinto ad utilizzare essenzialmente strumenti acustici, per il loro potere evocativo; ma un altro motivo è stato il desiderio di reagire all'elettronica che ci circonda e ci condiziona. La svolta come sai è avvenuta con "Hosianna Mantra", realizzato soltanto pochi mesi dopo  la registrazione della colonna sonora di "Aguirre" che invece proseguiva decisamente nella direzione di "In The Gärten Pharaos". Per lo stesso regista di "Aguirre", Werner Herzog, dobbiamo realizzare nei prossimi mesi il commento musicale per un film sull'antico Egitto. E' un progetto che ci affascina e penso che ne uscirà una musica piuttosto diversa da quella degli ultimi dischi, anche perché useremo una particolare tecnica di registrazione per ottenere sonorità arcaiche.  (…)"  Il progetto di Herzog sull’antico Egitto, a cui si riferiva Florian, non venne mai ultimato; tuttavia il collettivo aveva già consegnato al regista alcuni brani realizzati per quella cosa.


Florian Fricke, Daniel Fichelscher e Djong Yun

Florian Fricke alla chitarra, circa 1975

Djong Yun + collage di foto, circa 1975

Renate Knaup e Florian Fricke - live in Milano alla Statale, settembre 1975

Florian Fricke al piano, ripreso di spalle durante il concerto alla Statale di Milano, 1975

Per la registrazione del settimo disco, Florian assoldò il suonatore di sitar Al Gromer Khan (il sitar dei primi “Amon Düül2” e collaboratore di Peter Michael Hamel), oltre alla cantante Renate Knaup, già pedina fondamentale della nuova formazione. “Letzte Tage-Letzte Nächte”, pubblicato nel 1976 dalla “United Artists” (Uas 29916), è composto come il precedente da canzoni indipendenti, questa volta i testi sono dello stesso Fricke e non vennero quindi prelevati da alcun libro sacro. Un paio di pezzi vennero utilizzati dal regista Werner Herzog sempre per la colonna sonora del film "Herz Aus Glass", questi sono: "Oh wie nah ist der Weg hinab" e "In Deine Hände". Nel complesso la musica è similare a quella del disco precedente, permangono ancora i riferimenti alla Dottrina Cristiana: il gregge, le ultime ore di vita, la chiamata di Dio (vedi il primo brano dei Popol Vuh cantato in lingua inglese e cioè Letzte Tage-Letzte Nächte). Ritornando per un momento al film “Cuore di Vetro”, del 1976, sicuramente uno dei capolavori visionari dell’arte cinematografica horzoghiana, i Popol Vuh consegnarono un’ennesima traccia al regista che la introdusse nel commento sonoro; trattasi del brano strumentale "Engel der Gegenwart", che verrà pubblicato su di un disco spacciato erroneamente per la colonna sonora originale un anno dopo. Nel frattempo Rolf-Ulrich Kaiser e la "Cosmic Music" cercavano di tirare i remi in barca, dopo una serie di vicende nefaste denunciate dalla stampa dell’epoca; per chiudere l’impresa alla grande, il creatore della musica cosmica fece stampare nello stesso anno in Francia e in Italia un disco intitolato “Music from the Film Aguirre” (Cosmic Music 840.103). Tuttavia “Aguirre” è un album raccolta, contenitore variegato di suoni e musiche d'archivio ad eccezione di "Morgengruss" e "Agnus Dei" che non sono inediti. Gran parte del materiale presente deriva da registrazioni datate 1972, ma non tutto; inoltre gli unici brani riconducibile alla colonna sonora originale del film “Aguirre” sono il primo e parte del quarto. Contemporaneamente vennero ceduti alla PDU italiana i diritti per una raccolta intitolata “PerlenKläng” (Pld sq 6073), con nessun brano inedito, e per un nuovo album contenente unicamente musica etnica. Questo era stato accreditato ai Popol Vuh e registrato da Florian ed Al Gromer nel lontano 1972 assieme ad un’orchestra intera di musicisti indiani. “Yoga" (PDU Pld sq 6066) risulta un'opera di musicologia comparata ed etnomusicologia eseguita unicamente con strumenti musicali, scale e strutture della tradizione  indiana. A sottolineare questa diversità anche i crediti, che poco vengono in aiuto, dove si evidenzia come la produzione sarebbe opera dei Popol Vuh in associazione con dei veri musicisti indiani. Di sicure sono solo le partecipazioni di Al Gromer al sitar, di una cantante indiana per le parti vocali e di altri musicisti indiani per le numerose percussioni. Il ruolo di Florian Fricke si limitò unicamente alla produzione delle registrazioni. In origine il supporto era prodotto da Rolf-Ulrich Kaiser e doveva essere stampato in Francia dalla “Cosmic Music” (pseudonimo della Barclay in questo caso). Alla fine il disco uscì solamente per il mercato italiano, la Barclay infatti se ne lavò le mani dopo il fallimento dell'editore tedesco e la pubblicazione di un doppio LP intitolato “Discover Cosmic Popol Vuh” (Cosmic Music 940.119/120), molto bello a livello grafico ma contenente unicamente le riedizioni di “Hosianna Mantra” e “Einsjäger & Siebenjäger”. Ritornando al ben più interessante “Yoga”, il disco si divide in due suite, una per lato, ognuna contiene quattro brani distinti e differenti; in totale abbiamo quindi otto brani senza titolo ma che si rifanno probabilmente alle Otto Arti dello Yoga. Quelli cantati (numeri 1 e 8) più il numero 5, sono quelli maggiormente movimentati, ricordano alcuni tipi di danza, mentre tutti gli altri (meditativi) sono costruiti tramite improvvisazioni basate sui numerosi quarti di tono delle scale indiane. I vari ragas sono stati realizzati con i classici strumenti della tradizione come le zucche, i tabla, gli sfrangi e soprattutto il sitar. Ideologicamente il progetto si attesta sullo studio e la riproduzione in musica di una branchia della Filosofia Induista, quella che cerca l'unione del corpo e dell'anima con Dio; direttamente dagli aforismi dello Yoga di Petanjali vengono trasportati in musica gli Otto Stadi che si praticano per l'unione con Dio. Nel 1977 iniziò per i POPOL VUH una breve fase strumentale che portò alla realizzazione di due false colonne sonore e di un album nel giro di un paio d'anni. “Singet, denn der Gesang vertreibt die Wölfe”, titolo originale assunto però dai discografici come sottotitolo di quella che fu spacciata erroneamente come la colonna sonora di “Herz aus Glas”, venne stampato in Germania dall'etichetta “Brain” (60.079) ed in Francia, con il titolo “Coeur de Verre” e con una veste grafica differente, dalla EGG Records (900 536). Come abbiamo già riferito, non si tratta della musica originale del film, solamente un piccolo passaggio venne inserito nel commento sonoro, per il resto risultano arrangiamenti diversi oppure musica similare a quella realmente usata da Herzog per "Cuore di Vetro". Si tratta quindi di una soundtrack fittizia che va presa per un album a se, tra l'altro molto valido. Le magiche chitarre di Daniel Fichelscher si odono nei brani rock maggiormente psichedelici che ricordano per qualche verso "Einsjäger & Siebenjäger" ma con arrangiamenti decisamente più complessi; questi sono: "Der Ruf" e l'omonimo "Singet, denn der Gesang vertreibt die Wölfe".  Al Gromer ancora al sitar, si dedica alla contaminazione tra rock e musica indiana nei brani: "Engel der Gegenwart", Gemeinschaft e "Das Lied von den hohen Bergen". E' presente anche un nuovo turnista, il flautista Mattias von Tippelskirch. Tutti questi musicisti, assieme a Florian, sono responsabili di questo impressionante capolavoro strumentale. In quel periodo Florian aveva viaggiato anche in Marocco, sono presento a tal proposito un paio di brani con arrangiamenti arabeggianti che ricordano la musica persiana, questi sono: "Blätter aus dem Buch der Kühnheit" e "Hüter der Schwelle".

Nacque dell’altra confusione quando tra il 1978 ed il 1979 vennero pubblicati due album divergenti ai quali venne attribuita la colonna sonora del film "Nosferatu - Phantom der Nacht" (Nosferatu, Principe della notte), il personale omaggio di Werner Herzog al capolavoro del cinema storico di Marnau. In realtà i temi principali usati nel film vennero presi dall’album “Brüder Des Schattens - Söhne Des Lichts”, pubblicato nello stesso anno dalla “Brain” (60 167). L'album che vede nuovamente Florian e Daniel accoppiati con Al Gromer, contiene del materiale inedito registrato in studio; interessante la suite omonima di 18 minuti circa, la stessa inizia con un coro tetro eseguito dalla Corale Ecclesiastica di Monaco su una melodia atonale dello stesso Fricke. Quale oscuro presagio emozionale, meglio di questo, poteva delineare le linee guida di un film del terrore? Dopo una variante sempre corale alcuni raggi di luce rischiarano la musica, le chitarre guidano ora un saliscendi minimale e ipnotico, la musica è ripetitiva e così potrebbe perdurare all'infinito mentre il pianista getta abbozzi continui come un pittore in trance farebbe con il suo pennello. Un'altra variante sul tema riporta i Popol Vuh su terreni sonori a loro molto congeniali, la musica indiana ad esempio. Il secondo brano "Hoere, Der Du Wagst" ritorna alle atmosfere oscure dell'inizio, è di sicuro la musica più tenebrosa e impenetrabile dei Popol Vuh. "Das Schloss Des Irrtums", pur essendo stato scritto unicamente da Florian Fricke, riporta alla mente alcune idee e libere esecuzioni del Daniel Fichelscher di "Einsjäger & Siebenjäger". Nell'ultimo pezzo invece, "Die Umkehr", si nota parecchio l'apporto stilistico del suonatore di Sitar  Al Gromer. Nel 1979 la Brain ristampò il disco con titolo e copertina differente, “Nosferatu, The Vampire” (20 372); siccome la tiratura di stampa tedesca era a “limited editions”, quasi da subito l’etichetta italiana PDU ristampò il vinile con lo stesso titolo ed un poster omaggio all’interno (Pdl A 7005). Con i musicisti ospiti Bob Eliscu e Ted de Jong veniva invece presentato qualche mese prima l'album che figurerebbe come la colonna sonora originale del film del terrore; trattasi di “Nosferatu (On The Way To a Little Way)”, “EGG Records” (900.573). In questo disco sono presenti solamente pochi richiami alla musica del film oltre a numerose rivisitazioni di brani classici dei Popol Vuh e qualche cosa di nuovo. E' presente anche un remix della prima parte di “In den Gärten Pharaos”, quella atmosferica e tenebrosa; notevole l'unico pezzo composto da Al Gromer, “Venus Principle”. Anche in questo caso eravamo quindi di fronte ad una finta soundtrack, tuttavia possedendo entrambi gli album: "Nosferatu (On The Way To a Little Way)" e "Brüder Des Schattens - Söhne Des Lichts" si ascoltava l'intero commento sonoro firmato dai Popol Vuh per il film di Herzog. Con la recente ristampa in CD della SPV “Nosferatu Soundtrack” è stato rimesso un po’ d’ordine e in un unico supporto sono contenuti i due album, purtroppo sia “Hoere, Der Du Wagst”, che “Brüder Des Schattens - Söhne Des Lichts”, sono state tagliate per motivi di spazio; si ritrovano tuttavia in maniera integra nella ristampa dell’album omonimo.  Nel 1979 Klaus Schulze aveva fondato una sua personale etichetta, la “Innovative Communications” con l'intento di raggruppare musicisti elettronici e new age più o meno conosciuti; propose a Florian Fricke di pensare a del materiale inedito da inserire in un disco che doveva inizialmente uscire nel 1980, nel frattempo produsse la ristampa del primo capolavoro elettronico del gruppo. Da questo momento in poi risulta difficile capire quali siano stati i dischi realmente voluti da Florian Fricke e quelli invece stampati unicamente per volere dei discografici; Florian ebbe infatti a dire : (…) per me la composizione è il massimo, poi qualsiasi altra cosa, compresa la registrazione, vengono dopo (…)”. (1989 interview). “Die Nacht Der Seele”, sottotitolato “Tantric Songs”, uscì nello stesso anno per il mercato tedesco (Brain 60 242), per quello italiano (PDU pld.a 7014) e addirittura per quello francese; è una sorta di retrospettiva riassuntiva degli intenti ideologici e musicali del collettivo. Un titolo programmatico delinea il cammino da seguire, trattasi però di brevi canzoni corali ed alcuni strumentali che non approfondiscono decentemente alcuno dei concetti enunciati in precedenza. E' come quando alla fine della storia si tirano le somme; quanto è importante quindi l'opera dei Popol Vuh? se dovessimo basarci su "La Notte Dell'Anima", traduzione letteraria del titolo "Die Nacht Der Seele", veramente poco... Sappiamo bene che non è così e questo riassunto malriuscito non macchia l'anima della vera notte e del vero giorno dell'opera di uno dei collettivi più importanti degli anni '70. Fa capolino un sottotitolo di copertina, "Tantric Songs" (Le Canzoni del Tantra); Florian si spinse ora agli estremi del pensiero Hindù accarezzando una filosofia esoterica, il Tantrismo appunto. La musica è vista nuovamente come un mezzo e non un fine, è permanente il desiderio d’espandere la coscienza utilizzando i suoni e i cori mantrici della voce umana, ma ci ritroviamo ormai in un circolo chiuso, per Fricke non è più essenziale la sostanza musicale ma il luogo in cui essa ci conduce, lo dimostra anche il fatto che molto materiale di repertorio diversamente arrangiato venne utilizzato per le canzoni tantriche. Nel frattempo Fricke aveva fondato il "Gruppo di lavoro sulla canzone creativa" / "Working Group For Creative Singing" cominciando ad occuparsi assiduamente degli studi sull'interazione tra la musica e le terapie alternative.

                 Il poster contenuto nella stampa italiana del disco "Hosferatu"

Foto risalente al 1972, presente nel retro di Yoga

Florian Fricke nel 1976

Popol Vuh, circa 1977

Florian Fricke nel 1978

1981 – 1985  (LAVORANDO SULLA VOCE)

Con l'avvento degli anni '80 il fenomeno Popol Vuh divenne sempre più il progetto solista di Florian Fricke, anche se attorno al compositore ruotavano i musicisti di sempre, come Daniel Fichelscher, Renate Knaup e Conny Veit. L'importante casa discografica americana "Celstial Harmonies", specializzata in musica d'avanguardia e per la meditazione, ottiene i diritti di alcuni materiali sonori dei Popol nel 1981, proponendo da principio una raccolta dal titolo “Tantric Songs” (Celestial Harmonies 006) con brani prelevati da  "Die Nacht Der Seele” e da "Brüder Des Schattens - Söhne Des Lichts", rimasterizzati però in digitale. Tre pezzi contenuti nella raccolta hanno titoli diversi dagli originali, abile manovra commerciale per illudere gli appassionati che si tratti d’inediti; è una furberia adottata anche in altre occasioni per le future raccolte dei Popol Vuh. Contemporaneamente sempre la medesima etichetta americana ristampò l'album “Hosianna Mantra” (Celestial Harmonies 004), anch'esso rimasterizzato e con una copertina diversa dall'originale. Era pronto anche il nuovo disco per la "Innovative Communication" di Klaus Schulze “Sei Still, Wisse Ich Bin”, un album d’ampio valore artistico con delle parti fortemente gotiche cantate dalla "Corale dell'Opera Bavarese". Il nuovo progetto di Florian non si sarebbe dovuto concludere con un semplice vinile, nel 1980 il compositore si era recato in Palestina, nei pressi del Monte di Mosé (il vero Monte Sinai non era ancora stato scoperto) per effettuare alcune riprese. Il progetto era quello di realizzare un cortometraggio con immagini che accompagnasse le nuove esecuzioni corali con testi liberamente ispirati alle rivelazioni d’alcuni importanti profeti, tra cui Mosé. In seguito il video, sebbene montato e pronto per la diffusione, non venne pubblicato a causa dell’interesse pressoché nullo delle case di produzione tedesche, all'epoca infatti il ruolo della nuova musica tedesca era passato in secondo piano e molte pubblicazioni, specialmente quelle di carattere spirituale, risentivano del momento buio e dello scarso interesse del pubblico. Dieci anni più tardi, grazie al filone culturale interessato alla così detta "new age", un editore monacense di filmati per il rilassamento e la meditazione riesumò il video con il titolo originale “Sei Still, Wisse ICH BIN”. Nel 1996 anche l'etichetta francese “Spalax Music”, che curava le ristampe in CD dei Popol Vuh, ristampò la VHS con i 30 minuti del filmato girato in Palestina, in questo caso il titolo venne sostituito con “Sinaï Desert”. Mentre Florian nel 1982 continuava il suo lavoro con il "Working Group For Creative Singing", i discografici non perdevano tempo; uscirono a ruota tre compilation e altre ristampe in vinile: la soundtracks del film “Fitzcarraldo”, ennesima fatica dell’instancabile Werner Herzog, che nella realtà risulta anch'essa una compilation, e la ristampa targata WEA di “Das Hohelied Salomos” (58 423). Dietro alle ristampe dell’etichetta tedesca “Pop Import” sembra vi fosse invece lo zampino del redivivo Rolf-Ulrich Kaiser; questa etichetta legata alla svizzera Venus ristampò il secondo, il terzo, il quarto ed il quinto album della formazione; inoltre pubblicò una strana versione di “Aguirre” (20 21275), contenente un secondo lato sfalsato e vicino per certi versi alla raccolta omonima pubblicata in concomitanza da Bernhard Mikulski; questa contiene tutto l'album omonimo senza la reale suite “Vergegenwärtigung”, al suo posto alcuni pezzi prelevati da "Die Nacht Der Seele” e da "Brüder Des Schattens - Söhne Des Lichts".  In “Fitzcarraldo”, stampato dalla “Zyx” (20.021), vennero inseriti brani di Verdi, Caruso, Puccini, Strauss, e alcune cose dei Popol Vuh prelevate da "Die Nacht Der Seele” e da “Sei Still, Wisse Ich Bin”. Sempre nello stesso anno la PDU italiana pubblicò un’ennesima raccolta dal titolo “Music From Werner Herzog Films” (Pld A 7028). Il 1983 vide anche un breve rientro in organico di Conny Veit ma solamente per la registrazione del mediocre album “Agape-Agape Love-Love”, stampato in Norvegia dalla “Uniton” (U 015) e anche in Italia dalla “Base Records”. Il disco contiene un rifacimento del vecchio brano “Kleiner Krieger” intitolato ora “They danced, they laughed, as of old”, ottima strumentale firmata però da Fichelscher. Florian a quell’epoca sembrava decisamente più interessato al suo “Working Group For Creative Singing”, piuttosto che al business discografico. “Die Erde Und Ich Sind Eins” (Teldec 64.23452), fu la prima opera pubblicata da Florian Fricke in modalità solista con il supporto del suo gruppo corale di ricerca. „La terra ed io siamo uno“, traduzione letterale in lingua italiana, è un'opera per lo più corale registrata ad un congresso sulle terapie alternative a Monaco di Baviera, il coro era formato da moltissime persone. Altre parti vocali vennero registrate a Santa Maria del Tiglio, una splendida località sul Lago di Como, in Italia, sempre durante un raduno di cultori della meditazione, della psicologia transpersonale e della medicina alternativa. Si tratta quindi di un progetto parallelo al lavoro dei Popol Vuh realizzato durante un periodo in cui Fricke seguiva dottrine filosofiche rivolte alle potenzialità guaritive di certi fattori psicologici e naturali. Il tutto si ricongiunge per molti versi alla visione naturalistica dell'uomo e del creato facendo propri i dettami di certe discipline orientali in contrasto con la visione dualistica della vita occidentale. Il primo brano omonimo, che copre interamente la prima facciata, è diviso in due parti similari. Sono vocalizzi mantrici che si sviluppano in un crescendo infinito con alcune variazioni e saliscendi tonali. Nella seconda parte impercettibili parole e alterazioni di voci si sommano al corale che diviene sempre più composito e meno astratto del precedente. In “Die Erde und ich sind Eins” è presente lo stesso sviluppo della seconda parte della prima suite; sempre e solo voci che si uniscono in un monolitico grande mantra; il coro arriva quasi in risonanza e si tramuta in un suono corposo, omogeneo, quasi uno strumento proprio che risuona come in una cattedrale. Il titolo ed il cantato riportano direttamente alla futura "Messa di Orfeo”, segno che per altri 15 anni gli interessi filosofici di Fricke non si spostarono da questa direttiva. Il brano “Song of the Earth” è invece presente anche nell'album “Spirit of Pace” di due anni più giovane; in questo caso, oltre al coro, viene permesso alle chitarre di tracciare la lenta linea ritmica del brano. L'album in questione, che per molti versi è riconducibile al già citato “Spirit of Pace”, che da questo trae ispirazione, venne prodotto e venduto come musica per l'auto guarigione dall'editore specializzato "Lorck Verlag". Nel 1989 Florian Fricke chiarì al giornalista Ian Laycock la vicenda discografica e ideologica inerente a questo lavoro : "(…) questo disco non è stato pubblicato per il business musicale ma per la terapeutica. Il senso originario della musica ha un effetto enorme sulla psiche e sull'aspetto fisico dell'umanità. In origine, millenni fa, veniva utilizzata solo in questo modo (...) m'interessa l'incredibile potere attivo che esercita la musica nel cambiare le persone, porta dalla parola alla responsabilità (...)”.

Nel momento di stasi del collettivo imperversavano altre ristampe e compilation. “In the Gardens of Pharao/Aguirre” dell'americana "Celestial Harmonies" (cel008/9) contiene interamente e in maniera rimasterizzata digitalmente il secondo album e il brano “Aguirre” dalla colonna sonora omonima del 1972. Fa la comparsa in questa pubblicazione anche una suite inedita divisa in tre parti e interamente eseguita da Florian Fricke al pianoforte; “Spirit of Peace” (registrata nel 1982) è un capolavoro classicheggiante d’acustica melodica che venne ripreso in seguito anche dalla “Spalax” francese e dalla “High Tide” italiana, che lo spacciarono erroneamente nelle loro ristampe in CD per una bonus track inedita. Da tener presente che la seconda parte di questa composizione venne inserita un anno più tardi nell'album che porta lo stesso nome. Sempre nel 1984, un'etichetta giapponese (la Nexus) pubblicò una raccolta delle musiche firmate dai Popol Vuh ed utilizzate per i film di Herzog; “Music for Aguirre & Other Films” (K22P 425); trattasi di una pubblicazione probabilmente non autorizzata e quindi di dubbia legalità. Sempre la “Nexus” giapponese pubblico nel 1985 una seconda raccolta illecita dedicata ai brani firmati dai Popol Vuh per il film “Nosferatu” (Nexus K22P 471). La Racket Records ristampò invece “Sei Still, Wisse ICH BIN” (rrk 15029), dopo aver rilevato dalla "Innovative Communication" i diritti discografici. Alla fine dello stesso anno Werner Herzog produsse il documentario “Gasherbrum - Der leuchtende Berg”, dedicato all’ascesa dell’undicesima cima più alta della terra praticata dallo stesso regista avventuriero in compagnia di Reinhold Messner. Il commento sonoro, sempre firmato dai Popol Vuh, si compone di alcuni brani presi dall’album "Singet, denn der Gesang vertreibt die Wölfe", più un corale mantrico inedito intitolato "We Know about the Need". Quest’ultimo venne inserito pochi mesi dopo, nel 1985, all’interno dell’album “Spirit of Peace”, stampato dalla “Cicada Records” (C001). L’album riprende alcuni motivi classici del collettivo allargandoli con esecuzioni lunghe e strutturate per il rilassamento e la meditazione; alle porte c'era infatti una nuova tendenza musicale che sfruttava le dottrine filosofico/religiose della "new age" per scopi musicali, questo disco s’instaurò perfettamente in quel determinato filone consacrando i Popol Vuh come il collettivo capostipite della nuova moda musicale. Negli anni '90, in piena "nuova era", questi dischi avrebbero fatto scuola a molti musicisti cosiddetti "new age". La lunga suite “Take the Tention High”  si muove in un continuo ed ossessionante rincorrersi di linee melodiche esclusivamente acustiche, quasi ipnotiche; “Song of Earth”, già presente come riferito prima in “Die Erde Und Ich Sind Eins”, è invece una rielaborazione di “Agnus Dei”, senza alcuna percussione; da notare infatti che queste mancano completamente in tutti i brani, sinonimo forse di quiete ritrovata o di nuovo risveglio.

                           Florian Fricke durante la registrazione della suite "Spirit of Peace"

Florian Fricke, foto dei primi anni '80

Florian Fricke, seconda metà anni '80

1987 – 1991  (ELETTRONICA E NEW AGE)

Passarono due anni e nel 1987 Florian Fricke firmò l'ultima colonna sonora per l’amico regista Werner Herzog; si tratta dei temi musicali dedicati al film "Cobra Verde". Il relativo disco uscì lo stesso anno in Francia stampato dall'etichetta “Milan” (A353); come al solito i brani dell'album non sono tutti contenuti nella pellicola, alcuni pezzi vennero inseriti come riempitivo, inoltre è presente un'esecuzione vocale e tribale di un collettivo culturale africano, il Zigi Ho, Ziavi. Le musiche si rifanno per certi versi ad alcune idee e motivi contenuti nell'album precedente, in aggiunta troviamo un nuovo elemento sonoro, il sintetizzatore "Sinclavier" della "New England Digital", un archetipo della sintesi digitale in FM e del campionamento. Questo potente e versatile strumento elettronico venne trovato da Fricke all'Union Studio, dove avvennero le registrazioni, ed utilizzato per tracciare alcuni tappeti sonici che accompagnano spesso le immagini del film. La cosa segnò il ritorno dell’elettronica all’interno della musica dei Popol Vuh. Fiedler mi disse al riguardo che l’abbandono dei sintetizzatori nel 1973 non era stato un dogma : “(…) per Florian usare il Moog 3 fu una specie di lotta contro questa pesante pressione artificiale del suono della macchina e così nel 1972 decise che in futuro avrebbe utilizzato solamente strumenti acustici. Tuttavia nei primi dischi noi avevamo missato assieme suoni elettronici e naturali e ascoltando gli ultimi 4, 5 dischi è ancora presente questo mix di chitarra elettrica, acustica, suoni concreti e musica elettronica (…)” (2006 interview). In realtà Florian, rimasto per anni incollato al suo pianoforte, dovette arrendersi di fronte ad una brutta ma fortunatamente passeggera tendinite. Ritornò quindi a suonare il sintetizzatore, i cui tasti non pesati risultano decisamente più morbidi da pigiare rispetto a quelli del pianoforte. Nell’album sono presenti infatti quattro brani realizzati con il solo ausilio dell’elettronica, con sonorità e tappeti decisamente ambientali, sembra quasi d’assistere ad una performance minimal-elettronica alla Brian Eno. Parteciparono alle registrazioni l'ormai indispensabile Daniel Fichelscher e la cantante Renate Knaup, oltre al già citato gruppo di canto africano capitanato da "Zigi Ho Ziavi" che appare anche tra le scene del film. A tal proposito sono due i brani realizzati in stile puramente etnico con percussioni, strumenti africani e parti vocali affidate esclusivamente a musicisti africani (“Die Singenden Mädchen” e “Sieh Nicht überm Meer ist's”). Sono presenti anche due pezzi che riprendono i classici fraseggi acustici dei Popol Vuh; negl'inni indiani di “Der Tod des Cobra Verde” e nei strumentali riflessi cromatici della prima parte di “Die Singenden Mädchen”, si riconoscono i Popol Vuh più stagionati, quelli maggiormente meditativi e funambolici. Il brano migliore è sicuramente il lungo “Ha'mut, bis dass die Nacht mit Ruh' und Stille kommt che trasporta l'ascoltatore in una dimensione minimale nel bel mezzo di un’estasi assoluta; il titolo recita all'incirca: "Coraggio è in arrivo la notte che porta con se il riposo e la tranquillità". Da notare che “Cobra Verde” fu il primo album dei Popol ad essere commercializzato contemporaneamente sia in vinile che in compact disc.

Nel 1988 il genere "new age", che imponeva alcuni dettami musicali per certi versi similari alla produzione classica dei Popol Vuh, era quasi giunto al suo apice commerciale e si apprestava ad inserirsi nel decennio musicale oramai alla porte con ancor maggior vigore; a tal proposto altre raccolte di materiale edito dei Popol Vuh vennero stampate negli Stati Uniti, patria del nuovo filone che riscoprì negli anni non soltanto la genialità di questo collettivo ma di tutta una schiera di musicisti elettronici e acustici d'origine tedesca. Contemporaneamente in Germania l'etichetta indipendente “Zyx” fece ristampare in compact disc un vecchio classico dei Popol Vuh; la prima ristampa digitale in assoluto fu quindi l’album “Aguirre”. Quasi in contemporanea la “Cicada Records” diede alle stampe l’ennesima ed inutile raccolta di materiale edito intitolata “Gesang der Gesänge” (CACD01); la discografia dei Popol Vuh sarà da questo momento completamente fuori da ogni controllo di Florian e dei suoi collaboratori. Nel 1990 i Popol Vuh firmarono un nuovo contratto di licenza con la “Milan” francese, a cui faceva capo la “BMG” americana, per la realizzazione di 2 nuovi album in cinque anni e una raccolta di materiale vario ed inediti. All’epoca iniziò anche la riscoperta artistica dei vecchi classici dei Popol Vuh e diverse etichette discografiche fecero a gara per accaparrarsi le licenze di ristampa dei vecchi album. Il pubblico più attento alle alternative musicali sembrava ascoltare e gradire con maggior interesse di un tempo le invenzioni musicali del gruppo tedesco. L'americana "Celestial Harmonies" ristampò in un unico CD (13008-2) l'album „Hosianna Mantra“ e la raccolta „Trantric Songs“; contemporaneamente ristampò anche „In the Garden of Pharao/Aguirre“ (13006-2) uscito in vinile sette anni prima. L'etichetta tedesca "Bell Records", su licenza del produttore Gerhard Augustin che aveva acquisito quasi interamente i diritti di pubblicazione del vecchio materiale, pubblicò invece una raccolta dal titolo „Florian Fricke“ (blr 84 705), un po' ambigua ma di sicuro interesse visto che contiene alcuni fra i migliori brani provenienti da „Herz aus Glas“, „Brüder Des Schattens - Söhne Des Lichts “ e da “Die Nacht der Seele”. Contemporaneamente, sempre la „Bell“ pubblicò in CD la raccolta „The Best from Werner Herzog Films“ (blr 84 710), il primo album „Affenstunde“ (blr 84 706) ed un album inedito intitolato „Florian Fricke spielt Mozart“ (blr 84 711) per la ricorrenza dei 200 anni dalla morte del grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart. La stampa italiana del medesimo, „Florian Fricke plays Mozart“ (9115-2), vide la luce un anno più tardi grazie alla "High Tide" di Mestre che risultò tra le altre interessata a ristampare in digitale molteplici album di repertorio. „Spielt (plays) Mozart“ è suonato interamente da Florian Fricke e si divide nelle quattro sonate classiche per pianoforte (KV 330, KV 494, KV 540, KV 570); questa è la riprova che, oltre ad esser stato un delicato compositore e grande esploratore sonoro, Fricke era un pianista d’elevato virtuosismo. Il 1991 vide anche il ritorno di Frank Fiedler nel collettivo, non più come membro attivo ma come supervisore e tecnico del suono; la line up del gruppo si completava con i soliti Daniel Fichelscher alle chitarre, Renate Knaup alle parti vocali e con Guido Hieronymus, un valido tastierista e tecnico del suono che accompagnerà Florian da questo momento, sino al termine dell'esperienza del Popol Vuh. Il nuovo corso, maggiormente elettronico e moderno, s’aprì con l'album „For You & Me“ stampato dalla "Milan Records" (LP 808; CD 35615-2) nel 1991. Si tratta di un prodotto decisamente al passo coi tempi, incentrato prettamente sulla world music di derivazione irlandese (Wind of the Stars in Their Eyes) e africana (For You & Me) infarcita d’elettronica melodica e disincantata. La bellissima title tracks dimostra un'evoluzione stilistica molto accentuata soprattutto nelle linee ritmiche; immancabile poi una nuova versione vocale del brano "Die Umkehr" intitolata „Compassion”. I momenti artisticamente più elevati sono da ricercarsi nella suite „Om Mani Padme Hum”, soprattutto nella terza e nella quarta parte, dove il pianoforte disegna cristalli fluttuanti a mezz'aria che con armonia si combinano alle note di chitarra e alla voce celestiale; quest'ultima ripete da prima la nenia "Om Mani Padme", vaporizzandosi in seguito in un corale immenso. Risulta tuttavia palese come i Popol Vuh degli anni '90 siano composti da due anime distinte, apparentemente in sintonia, ma troppo distanti per trovare una coniugazione veramente felice ai fini musicali. Da una parte Daniel Fichelscher e Guido Hieronymus, tutti presi dalle nuove sonorità della già citata musica new age e convinti di poter attrarre nuovi appassionati e coinvolgere anche i vecchi fan. Addirittura Fichelscher preferisce ora campionare semplici linee melodiche di chitarra e farle suonare dal computer a discapito della naturalezza estasiante dei suoi classici solismi creativi. Dall'altra troviamo il buon Florian che rimane fedele ad una linea compositiva fresca e diretta, senza troppi fronzoli ma surclassata e sepolta da suoni troppo moderni, estremamente puliti, arrangiamenti precisini e per questo poco naturali. Frank Fiedler a proposito di “For You and Me” : “(…) il figlio di Florian, Johannes, che all'epoca aveva circa 18 anni, venne in studio con quella roba "bum bum techno" e noi cercammo di aprire la sua mente ad un sound più delicato e di stile, senza rinnegare le sue intenzioni popolari (…)”  (2006 interview)

1992 – 1999  (DALLA MODERNITA’ ALLA CERIMONIA)

Nel 1992 cominciano ad apparire numerose nei negozi le ristampe in CD dei vecchi classici, queste vennero stampate dalla “Tempel”, marchio francese della “Spalax”, e dalla “High Tide” italiana che pubblicò parecchie raccolte di due album classici in un unico compact disc. La “Milan Records”, distribuita dalla “BMG” statunitense, propose invece nel 1993 una raccolta molto interessante: “Sing,for Song Drives Away the Wolves” (CD 35655-2). Questa raccoglie alcuni rifacimenti dei classici "Blätter aus dem Buch der Kühnheit" e "Hüter der Schwelle" pubblicati in origine in “Herz aus Glas”, più i remix di "Singet, denn der Gesang vertreibt die Wölfe", dallo stesso album, di "Tanz der Chassidim" del 1973, e di "Kleiner Krieger" del 1974. I remix vennero eseguiti in maniera digitale da Guido Hieronymus, il nuovo collaboratore di Fricke; lo stesso personaggio interverrà anche nel rifacimento dei vecchi brani arrangiando le composizioni con gli strumenti elettronici moderni del suo studio. E' presente anche l'intera suite "Einsjäger & Siebenjäger" ma con un nome diverso. Sempre la “Milan” pubblicò l’ennesima compilation basata sulla musica classica da film intitolata semplicemente “Best of Popol Vuh-Werner Herzog” (CD 35639-2). Nel 1994, mentre continuavano le ristampe francesi, italiane, americane e quelle illegali dei giapponesi, apparve il CD singolo riservato alle discoteche del nuovo album. Il mini-CD “City Raga” (Milan 24260-2) contiene tre remix del brano omonimo. Dopo qualche mese venne commercializzato anche l’album intero “City Raga” (Milan 35685-2) che risulta totalmente diverso da qualunque altra pubblicazione dei Popol Vuh. Florian volle infatti realizzare della musica maggiormente vicina al gusto dei giovani e alle nuove tendenze commerciali, senza tuttavia abbandonare la ricercatezza sonora, la musica etnica e le filosofie mistiche. A tale proposito convinse suo figlio Johannes a partecipare in studio come consulente sonoro, il parere di un giovane avrebbe potuto rivelarsi adatto nel momento della scelta dei suoni da utilizzarsi per gli arrangiamenti. Vennero reintrodotti pesantemente i sintetizzatori, le tastiere elettroniche e i sistemi computerizzati; il risultato fu un album moderno, sotto ogni punto di vista. Le sequenze percussive e i tappeti sonori riprendono le cadenze proprie della musica trance e della drums & bass di metà anni '90, sullo stile degli “Enigma” o dei “Banco De Gaia”. Le parti corali vennero affidate ad un coro di bambini indiani di Kathmandu, mentre le canzoni furono scritte ed interpretate dall'angelica cantante Maya Rose. Questa abitava nello Yukatan, la regione del Messico che fu la culla in passato della civiltà Maya, da cui derivava tra l'altro la primordiale filosofia del progetto Popol Vuh. Il cerchio come potete intuire si stava chiudendo ma la cosa originale fu che Maya Rose non entrò mai negli studi di registrazione, lo stesso Florian non andò in Messico per registrare il cantato; tutte le parti vocali vennero registrate in cassetta dalla cantante e campionate in seguito, per essere inserite a pennello sulla musica tramite il computer nello studio di Guido Hieronymus a Monaco di Baviera. “City Raga” contiene veramente alcuni capolavori e delle perle musicali d’ammirabile bellezza, come ad esempio la title tracks, oppure “Wanted Maya”, “Last Villane e “Tears of Concrete”. Sempre nel 1995 la “Gammarock” di Gerhard Augustin pubblicò un altro prodotto riservato alle discoteche con la collaborazione artistica di Johannes Fricke e Florian che permise il remissaggio techno di uno dei suoi corali più classici. “Persephonee” (Gammarock 089299950) è una compilation che contiene della dance-music della peggior fattura creata da vari nomi del dance-set tedesco ed interamente registrata da Guido Hieronymus, già in parte responsabile della "svolta pseudo dance" dei Popol Vuh. Il primo lato del disco è interamente occupato da tre versioni distinte del brano "Persephone" degli “STR8 Bass” (Miletic & Gabler) che risulta essere un disco-remix del vecchio "Wehe Khorazin", rinominato per l’occasione “Frieden”.

E’ noto come Florian si recasse ogni 5 anni in Tibet e soprattutto amava scalare l’Himalaya e frequentare la montagna sacra del Kailash; nel 1995 i tre amici Florian Fricke, Dieter Nyc e Frank Fiedler eseguirono la loro personale spedizione sul "Kailash", la montagna sacra tibetana alta quasi 7000 metri, venerata da diverse religioni orientali, tanto dai buddisti quanto dagli induisti. Per l’occasione Fiedler realizzò un filmato della durata di circa un ora, diviso in dieci capitoli. In questi vengono narrati, con l'ausilio unico delle immagini, delle musiche e dei suoni ripresi in quei luoghi, gli appunti d’un viaggio spirituale in compagnia di altri pellegrini e fedeli. Si parte dalle lande dell'Ovest, steppe aride popolate da nomadi allevatori e dai loro tori; inizia da qui il viaggio oltre la "civiltà" alla ricerca dell'essenza più alta delle cose. Paesaggi maggiormente floridi poiché bagnati dall'acqua sono quelli che seguono il corso del fiume "Brahmaputra"; dalle sorgenti chiamate "il giardino di Morya" sino alla foce nel lago di "Turquoise" si scoprono numerose divinità incise sulla roccia. Il lago "Manasarowar" è riconosciuto da molti come luogo sacro, i fedeli si raccolgono in preghiera e si bagnano nelle sue acque. "Tartschen" è l'ultimo villaggio prima dell'ascesa finale, da qui ha inizio il circuito del rituale sacro, un percorso verso la vetta dove si formano delle processioni di genti che si prostrano seguendo il sentiero. I luoghi sono immersi nel silenzio ad eccezione del sibilare incessante del vento; la processione tocca i punti focali della valle degli Dei fino a raggiungere un convento di monaci tibetani, qui fra le nevi e la grandine lo spirito rimane in pace e in meditazione costante. La spedizione dei tre terminò al passo della redenzione a quota 5636 metri. Per musicare il documentario vennero utilizzate diverse registrazioni audio fatte in Tibet, le musiche e i suoni di quei luoghi vennero campionati e arrangiati presso lo studio di Guido Hieronymus dai Popol Vuh (Fricke, Fiedler e Hieronymus). Tre brani vennero inseriti due anni dopo nel CD "Shepherd's Symphony", tutte le altre musiche sono inedite ad eccezione della sigla che riprende ancora una volta “Sing, for Song Drives Away the Wolves”. La VHS, intitolata “KAILASH - Pilgerfahrt zum Thron der Götter”, doveva uscire all'epoca per la “Spalax” francese, sembra che alcuni problemi tecnici abbiano bloccato il progetto al momento della distribuzione. Sempre la “Spalax” decise di pubblicare nel 1996 due cofanetti a tiratura limitata (1000 copie cad.uno) : “Soundtrack from Werner Herzog” (BOX14703) contiene i CD: “Nosferatu”, “Herz aus Glas”” ed “Aguirre”, quest’ultimo in una nuova versione purtroppo errata poiché proveniente dagli strani master della “Pop Import”,  oltre ad un opuscolo con alcuni still dai film; il tutto in una speciale confezione di latta dalla forma di un contenitore per bobine cinematografiche. Il secondo cofanetto “On the Way to Himalaya” (BOX14704) contiene invece altri tre CD: “Brüder Des Schattens - Söhne Des Lichts”, “Die Nachr Der Seele” e “Spirit of Peace”, oltre ad un altro opuscolo con alcune foto scattate da Florian Fricke durante la sua ascesa dell’Himalaya.

Guido Hieronymus, Florian e
Frank in studio nel 1994

Florian Fricke, primi anni '90

Florian Fricke sulla via dell'Himalaya

Nel 1997 la “Think Progressive”, misteriosa etichetta tedesca specializzata in musica psichedelica ed elettronica, sfornò qualche ristampe in vinile ad alta grammatura molto fedele nella veste grafica agli album d’un tempo. Il 1997 è anche l'anno del secondo grande capolavoro del nuovo corso elettronico; parlo dell'album “Shepherd’s Symphony”, registrato come al solito in Germania ma pubblicato questa volta in Inghilterra dall'etichetta indipendente “Mystic Records” (mys 114). I Popol Vuh persero il contributo di Daniel Fichelscher che con “City Raga” era divenuto una presenta impalpabile; tutti i brani del nuovo album vennero infatti composti ed eseguiti da Florian Fricke e Guido Hieronymus con l'aiuto di Frank Fiedler per le sequenze elettroniche e la produzione dell'onnipresente Gerhard Augustin. “Shepherd’s Symphony” contiene brani cadenzati, tribali, etnici, con innumerevoli campionamenti vocali e percussivi; alcuni di questi sono vicini alla drums & bass come “Shepherds of the Future” e “Wild Vine”, altri risultano maggiormente d'atmosfera come “Shepherd's Dream”. Tre pezzi provenivano dal commento sonoro del già accennato documentario “KAILASH - Pilgerfahrt zum Thron der Götter”. Il Cd in questione riscosse curiosità tra gli appassionati e un discreto successo, purtroppo la tiratura di stampa non fu abbondante e presto risultò fuori catalogo; recentemente, per ovviare all'inconveniente, è stato riproposto dalla SPV tedesca con una veste grafica totalmente rinnovata. Il nuovo contratto con l’etichetta indipendente inglese era avvenuto per mezzo di Gerhard Augustin che spingeva per la pubblicazione di altre due compilation di sua ideazione. Florian a Gerhard si rivolse in questi termini : “(…)vorrei dirti una cosa al riguardo di quella che sento essere l'essenza della mia arte: Popol Vuh è una messa per il cuore, è amore che si fa musica e questo è tutto (…)”. (1996 interview). Ma Augustin, dal canto suo, era un discografico e come tale batteva nuovamente il ferro mentre era caldo facendo pubblicare tra il ’98 e il ’99, sempre dalla “Mystic Records”, una nuova raccolta intitolata “Nicht Hoch Im Rimmel” (mys 121) e uno strano collage-remixed di sua ideazione: “Future Sound Experience” (mys 151). Quest’ultima raccolta era stata da lui stesso elaborata e missata già dal 1993, la stessa contiene sei lunghi brani realizzati miscelando vecchi spezzoni acustici con i suoni elettronici realizzati da Florian Fricke al Moog synthesizer durante le sessioni dei primi due album.

Al festival d'arte contemporanea "Time Zone" di Molfetta (Bari) partecipò nel '98 anche Florian Fricke con un suo spettacolo di suoni, musica ed immagini. Il concerto si compose di musiche elettroniche improvvisate al sintetizzatore, parti vocali recitate da Guillermina De Gennaro e da video proiezioni con effetti luminosi gestiti da Frank Fiedler. L'intera rappresentazione fu registrata; ne uscì un compact disc live intitolato “Messa di Orfeo” (Spalax 14562). Una videocassetta che porta lo stesso nome uscì l'anno successivo sempre tramite la “Spalax”; trattasi del documentario relativo all’installazione audio-video, con sculture luminose di Guillermina De Gennaro, filmata a Fano (Pesaro), alla Rocca Malatestiana, durante il festival d'avanguardia (Il violino e la selce) prodotto da Franco Battiato nel luglio del 1999. "La Messa di Orfeo" è un'atipica cerimonia religiosa, pagana nei contenuti, estasiante nella forma; che vede la terra come l'essere superiore per eccellenza, colui che più si avvicina alla condizione esistenziale dell'uomo. Le cinque "strofe" recitate vengono annunciate da uno scampanellare ecclesiastico, si tratta di una sorta di preghiera che si ripete costantemente in lingua italiana, questa è dedicata alla terra, al nascere e al divenire. Nella quarta e nella quinta strofa un coro di sessanta elementi circa modula delle scarne note basse che si ripetono in maniera marziale. “Nascita dell’ape” è un improvvisazione elettronica con il suono dall'alveare in risalto, le api sono infatti gli insetti divini amici delle muse; tra queste c'è Calliope, la madre di Orfeo. Nel “Primo Movimento” è invece il canto della cicala ad accompagnare gli arpeggi al mezzo elettronico. La cicala con l'ape rappresentano quindi gli emblemi del baldo argonauta Orfeo; il paganesimo diviene ora una dottrina che si aggiunge all'ammasso filosofico/musicale che i Popol Vuh andarono accumulando durante gli anni. Nel CD è presente anche una canzone, che non venne eseguita dal vivo, intitolata “Deep in the Ocean of Love”; la musica in questo caso riprende l'elettronica del “Primo Movimento” mentre la voce è quella di Maya Rose campionata per l'occasione al Tom-Tom Studio di Bari. Nel 1999 l’importante etichetta tedesca „Zyx“ riprese in mano il catalogo „Ohr“, „Pilz“ e „Kosmischer Musik“, ristampando gran parte dei classici titoli relativi ai "Corrieri cosmici" e non solo; fra questi entrarono anche sei titoli dei Popol Vuh usciti in origine per la „Pilz“ e per la „Kosmischer Musik“. La qualità grafica e audio di questi CD è decisamente migliore rispetto a quella delle ristampe „Spalax“ e „High Tide“. Florian Fricke, amareggiato per il gran numero di pubblicazioni non autorizzate dalla sua persona ed ormai deluso profondamente dal business musicale, morì prematuramente il 29 dicembre del 2001 lasciando non svelato uno dei più grandi ed affascinanti misteri della musica popolare del ventesimo secolo. Il chitarrista inglese Gary Lucas, profondamente scosso dalla perdita si esprimeva a pochi giorni dalla morte di Florian nel seguente modo : „(…) Florian Fricke è morto il 29 dicembre a casa sua a Monaco di Baviera, a seguito di un collasso che lo ha colto appena prima di Natale. I tre volumi di una trilogia del passato sono ancora nelle fasi di progettazione; tuttavia, il primo album di questi, un rimescolamento/riesumazione intitolato Future Sound Experience, è stato appena rilasciato dalla Mystic Records. Ma con titoli, provenienza, riutilizzazione/riciclaggio dal passato in un continuo dell'opera di Fricke. E' la capacità spettrale (giusto un aggettivo indicato) di questa musica di offuscare soventemente i contorni del tempo e dello spazio che mi distrae dalla perdita dolorosa e tragica che il mondo musicale ha sofferto (...) la musica dei Popol Vuh è medioevale e moderna allo stesso tempo, sacrale e terrena in una cosa sola (…)”.

Recentemente i suoi figli, Johannes e Anna Fricke, hanno provveduto al recupero dei diritti relativi a gran parte del catalogo musicale dei Popol Vuh, principalemnte per rimettere ordine fra le numerose e scombussolate ristampe fuori controllo. I diritti di pubblicazione, in parte, sono stati ceduti in licenza alla casa discografica SPV di Amburgo che sta' curando le numerose ristampe in digipack che si possono trovare attualemnte in commercio. Nel frattempo Frank Fiedler, che ha realizzato tutti i remastered per conto della SPV, ha registrato assieme a Guido Hieronymus della nuova musica sotto la denominazione "Istant Enlightenment". Il loro nuovo album, "SoundGobelin for the intellectuals", continua sulla stessa linea di “Shepherd's Symphony” senza gli influssi etnici che sono ormai esauriti e forse un po' troppo scontati oggi giorno. Tutte le dodici tracce dell'album sono costituite da musica elettronica di buona fattura, l'anima di questo genere è ancora in Germania a quanto sembra. Si noti come nei musicisti elettronici di questa nazione sia fortemente presente una visuale diversa rispetto a quella dei colleghi di tutte le altre nazioni; si tratta di quella particolare attenzione rivolta alla spiritualità anche quando vengono utilizzati generi musicali e strumenti estremamente moderni, è un chiaro e deciso rifiuto verso la visione dualistica del mondo odierno. Io non potrei permettermi di dirlo e pertanto lo sussurro con un senso di tristezza che mi opprime:- se Florian fosse ancora tra noi, alcune delle intuizioni dei suoi vecchi amici e colleghi avrebbero sicuramente preso posto in un nuovo album dei Popol Vuh-  In conclusione constatiamo amaramente che, al di la di tutti quello che dona gloria alla memoria di Florian Fricke, il gioco della speculazione discografica è purtroppo riniziato, la stessa SPV ha trasmesso a sua volta all’etichetta americana "Hunter" e a quella giapponese „Arcàngelo“ la licenza per la pubblicazione dei primi otto album, quelli dal 1971 al 1976. Nell'anno 2006 sono stati ristampati quindi in Giappone un totale di 8 CD che meritano comunque d'essere menzionati per le magnifiche cover cartonate che richiamano fedelmente la grafica originale delle prime edizioni in LP. La musica contenuta nelle pubblicazioni rispecchia lo stesso remastered eseguito da Frank Fiedler per la SPV con tutte le relative bonus tracks. La stessa “Arcàngelo” ha editato anche un cofanetto molto elegante contenente tutti gli otto album delle ristampe giapponesi con l’aggiunta di un mini CD singolo 5" con i due brani del singolo "Du sollst lieben"/"Ave Maria" già presenti tra l'altro come bonus in “Hosianna Mantra” con il titolo "Maria (Ave Maria)" e in “Seligpreisung” con il titolo "Be in Love". Per il futuro la Popol Vuh Editions (Johannes, Anna Fricke e Gerhard Augustin) hanno in programma la realizzazione di alcuni cofanetti tematici relativi alla musica non ancora ristampata, inoltre saranno finalmente proposti in DVD i tre filmati : "Sei Still, Wisse ICH BIN", "Messa di Orfeo" e "Kailash", quest'ultimo verrà pubblicato in una confezione doppia contenente un CD audio con la colonna sonora originale. Aspetteremo con ansia anche un nuovo CD con inediti eseguiti interamente al pianoforte da Florian Fricke, contatti sono in corso infatti con etichette specializzate in musica classica e jazz come l'ECM.

Un Florian Fricke sorridente e felice durante l'ascesa dell'Himalaya

Florian Fricke al "Time Zone" di Molfetta nel 1998

"(...) Non è Musica di Chiesa, a meno che si voglia intendere il Corpo come una Chiesa e le Orecchie come il suo Ingresso (...)" (Florian Fricke 1973 interview)

>>>> Gerhard Augustin intervista Florian Fricke (in german language) LINK 1  &  LINK 2 <<<<

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