LEGAMBIENTE SETTORE SUB

DOSSIER INFORMATIVO

CAMPAGNA NAZIONALE CONTRO LA PESCA ED IL COMMERCIO ABUSIVO 

DEL DATTERO DI MARE 

(Lithophaga Lithophaga)

 

La campagna per la protezione della fascia marino-costiera dalle attività illegali di pesca del dattero di mare è stata rilanciata 

dalla Legambiente nel 1999. Il Centro Subacqueo Romano per sostenere la campagna ha messo a punto questo dossier informativo.

 

Chiediamo la collaborazione di tutti per porre fine a questa pesca con due semplici iniziative:

 

Rifiutarsi di acquistare o consumare i datteri nei ristoranti

Segnalare alla Legambiente Sub o alle autorità di Pubblica Sicurezza gli esercizi e i commercianti abusivi 

Il dossier è stato costituito per compilazione essenzialmente a partire dai contributi dei testi citati in bibliografia 

Si ringraziano Ferdinando Boero, Italo De Murtas  e Sefano Gargiulo e per le immagini ed i preziosi suggerimenti

 

IL PROBLEMA AMBIENTALE CAUSATO DALLA PESCA

 DEL DATTERO DI MARE

  IL DATTERO DI MARE  DAL PUNTO DI VISTA BIOLOGICO

LA QUESTIONE ECOLOGICA

 

I datteri di mare (Gazale, Porcheddu, 1993) sono bivalvi perforatori che colonizzano i substrati calcarei fino ad oltre 35 m di profondità. Ad eccezione di alcune zone in cui è divenuto veramente raro, non è una specie in via di estinzione, ma la sua protezione si identifica con la salva­guardia delle scogliere sommerse entro le quali esso vive. Occorre adottare misure efficaci per fronteggiare l'aggressione indiscriminata ai banchi di datteri, che da alcuni anni sta avendo luogo lungo le coste del Mediterraneo, da quando cioè l'immersione con A.R.A. («autorespiratore ad aria») è diventata pratica comune. I datteri di mare vengono raccolti in immersione spaccando e sminuzzan­do la roccia con picconi, scalpelli e talvolta con martelli pneumatici.

 

Esiste una normativa legislativa, peraltro puntualmente evasa,  che vieta la raccolta di questi bivalvi lungo tutto il litorale italiano. La cattura, la vendita ed il consumo dei datteri di mare sono vietati dal 1998 ma, per un lungo periodo ne fu consentita la commercializzazione purché venisse allegato un certificato di importazione. Infatti il ministero della Marina Mercantile, con Decreto n. 401, del 20 agosto 1988, dispose il divieto assoluto della pesca al dattero lungo tutte le coste italiane per la durata di 2 anni e il divieto di detenzione e di commercializzazione del dattero, salvo nei casi di partite di importazione. Questa normativa, ora superata, era un segno di chiusura nazionalistica che salvaguardava i lito­rali di uno stato, quello italiano, ma ignorava, ed anzi incentivava, il degrado delle coste di altri paesi, nella maggior parte dei casi in via di sviluppo.

 

Il fatto che per molti decenni il prelievo dei datteri sia stato proibito su strutture artificiali, quali i moli frangi‑flutto dei porti, per evitarne il danneggiamento, ha portato come conseguenza   che la pesca del dattero si sia andata concentrando sui substrati "naturali" delle costiere calcaree, aggravata dal notevole processo di diffusione delle attività subacquee. I regolamenti  sono stati emanati a fronte della rapina distruttiva sempre più indiscriminata che veniva segnalata lungo le costiere interessate dalla pesca al dattero, nonostante il già vigente D.M. 20 ottobre 1986 (successivamente modificato con D.M. 2 maggio 1987), sulla pesca subacquea professionale in genere, che dispone per tale tipo di pesca il solo uso di coltelli, retini e rastrelli (di attrezzi cioè inadatti alla pesca al dattero).

 

Bisogna ammettere che ogni misura legislativa specifica per la pesca al dattero è stata praticamente disattesa. Anzi la misura restrittiva ha fatto lievitare il prezzo dei datteri (che in alcuni periodi ha raggiunto le oltre 60.000 lire al chilogrammo). Inoltre la possibilità di commercializzare datteri d'importazione ha spesso fornito un alibi per i rivenditori. Come era ovvio pensare, anche la nuova normativa riguardante la commercializ­zazione passa per lo più inosservata e notevoli quantità di Lithophaga rac­colte sui nostri litorali vengono smerciate sottobanco, a volte con la giustificazione di essere importate. La raccolta dei datteri ha un impatto devastante sulle coste calcaree, con danni spesso irreparabili per la desertificazione che ne consegue; talvolta neanche dopo decenni possono essere ristabilite le condizioni normali.

 

Il decreto in vigore alla data di produzione di questo dossier, che vieta la raccolta, la commercializza­zione e ogni forma di importazione di Lithophaga lithophaga su tutto il terri­torio nazionale,  è il DM 16 dell’ottobre 1998 che recita (G.U. n°281;1998) :

 

“… Considerato che gli istituti scientifici incaricati di effettuare studi in materia hanno evidenziato che le attività di pesca della Lithophaga Lithophaga e del Pholas Dactylus (dattero bianco) provoca alterazione ai fondali rocciosi con distruzione di biocenosi;…Decreta:

1.      Il divieto di raccolta di molluschi litofagi con l’impiego di martelli pneumatici o di altri attrezzi a percussione, stabilito dal regolamento CE 1626/94 del 27giugno 1994, è esteso, in tutte le coste italiane, con il divieto di pesca del dattero di mare e del dattero bianco con qualsiasi attrezzo.

2.      E’ prorogato al 30/9/2007 il divieto di detenzione e commercio del dattero di mare e del dattero bianco di cui al DM 26 settembre 1996. …”

 

Nello stesso anno, il 1998,  il Ministero per le Politiche Agricole si era preoccupato della riconversione delle imbarcazione dedite alla pesca del dattero peraltro vietata da anni. Ad un primo DM, del 27 gennaio, concernente le modalità di riconversione dei pescatori già raccoglitori di datteri, se ne aggiungeva un secondo, il DM 12 giugno 1998, che consentiva la autorizzazione per le imbarcazioni all’uso delle reti da posta. Lo stesso ministero patrocinava un “Programma sperimentale per la valutazione dell’impatto ambientale della pesca di Lithophaga Lithophaga (dattero di mare)” nell’ambito del III Piano Triennale della Pesca e dell’acquacultura (Bioservice;1997). Non ci sono ancora dati sugli effetti correttivi di tali provvedimenti e di tali iniziative. Peraltro lo scetticismo è d’obbligo.

 

Dai lavori effettuati dall’Università di Lecce (Boero, 1999), anche nell'ambito del progetto PRISMA II (che però non chiedeva espressamente una valutazione dell'entità del fenomeno), la pesca del dattero di mare sta infatti continuando in modo attivo lungo le coste salentine, e tale attività è fiorente anche in Croazia, Albania e Grecia, per non parlare del Golfo di Napoli. Il risultato della pesca del dattero di mare è la rimozione completa della copertura biologica da substrati duri superficiali (da 0 a circa 15 metri di profondità) con una conseguente desertificazione (Fig. 1). Le stime sono di circa due chilometri di costa desertificata all'anno, solo in Salento. L’Università di Lecce dispone di  dieci anni di monitoraggio fotografico di superfici desertificate nell'area di Porto Cesareo (oggi Area Marina Protetta) e la ri-colonizzazione dei substrati è quasi nulla.

Fig. 1 : Desertificazione di un fondale assoggettato alla pesca del dattero di mare

Si tratta di uno dei più gravi fenomeni di erosione della biodiversità in Mediterraneo, tanto che il “Book of the year 1995” dell'Enciclopedia Britannica lo ha citato alla voce Marine Biology, dandogli un risalto pari a quello attribuito al disastro ambientale della Exxon Valdez. In Italia la pesca e la commercializzazione del dattero di mare sono vietate, ma questo non ha portato ad una diminuzione del fenomeno. Non esistono progetti di ricerca finanziati su questo argomento e tutti i dati a disposizione sono frutto di lavoro più o meno "nero". In altre parole: se si decidesse di fare qualcosa di serio sulla valutazione del fenomeno, il gruppo di ricerca dell’Università di Lecce (che include anche ricercatori dell'Istituto Talassografico del CNR di Taranto) sarebbe in grado di fornire una mole di dati impressionante, inclusa la serie storica di dieci anni. La pubblicazione di questi dati è stata finora rimandata in attesa di un interesse da parte di possibili enti finanziatori, anche se l'allora MIRAF (Ministero delle Risorse Agricole e Forestali) ha bocciato un progetto di questa Università perché a suo parere, a fronte di un divieto legislativo, il fenomeno non meritava più di essere studiato.

 

Inoltre, riferendo dei risultati del “Programma sperimentale” del Ministero, M. Scardi della Stazione zoologica “A. Dohrn” di Napoli (Scardi, 1997a) argomenta che l'impatto delle attività di pesca del dattero di mare, malgrado la rapida ricolonizzazione dei substrati sfruttati, è comunque ben evidente nell'area esaminata dal Programma e interessa all'incirca il 10% della superficie adatta alla crescita del dattero di mare. Ciò dimostra come, malgrado il divieto vigente, la pesca del dattero di mare sia ancora attivamente praticata in tutta la Penisola Sorrentina, anche se i dati raccolti sembrano indicare che essa è più attiva nelle aree meno vicine ai centri abitati ed è caratterizzata da prelievi meno estesi e più superficiali di quelli un tempo operati dai pescatori professionisti. Questi elementi fanno ritenere che la frazione rappresentata dalla pesca occasionale sia più rilevante di quanto non fosse in passato, ma l'entità dell'impatto è tale da non poter essere giustificabile solo su questa base.

 

Anche se da un punto di vista strettamente ecologico l'impatto della pesca del dattero di mare nelle aree studiate non è risultato tale da pregiudicare la struttura e la funzione della comunità epilitica, la natura distruttiva delle tecniche di pesca e l'estrema lentezza dell'accrescimento del dattero di mare impongono comunque un approccio restrittivo allo sfruttamento della risorsa. In termini più generali, si può affermare che il rapporto costi/benefici della pesca del dattero di mare è eccessivamente elevato e fortemente sbilanciato a carico della collettività; è quindi opportuno che il vigente divieto di pesca sia applicato con rigore così come le  misure intese a scoraggiare il consumo di questa specie. Una delle finalità di questo programma è di promuovere accordi volontari con le categorie interessate, pescatori, subacquei, commercianti, ristoratori, consumatori, per bandire lo sfruttamento alimentare del dattero di mare.

 

 

IL DATTERO DI MARE  DAL PUNTO DI VISTA BIOLOGICO

 

Fig. 2: Lithophaga Lithophaga (Cortesia di S. Gargiulo)

 

 

LITHOPHAGA LITHOPHAGA (L.) = Lithodomus li­thophagus L., Lithodomus dactylus Cuv., Mytilus lithophagus LIN.

 

I datteri di mare (Fig. 2), una specie di Lithophaga molto simile alla comune cozza, sono probabilmente i più comuni tra molluschi scavatori, e sono caratteristici delle rocce calcaree e dei mari caldi e tropicali (“Living Marine Molluscs”). La conchiglia, grande, molto caratteristica, di dimensioni tipiche di circa 3x8,5 cm, lunga fino a 10 cm, simile ad un dattero di forma allungata ed ovale, equivalve, è approssimativamente cilindrica. La superficie  delle valve è lucida e presenta evidenti strie di accrescimento concentriche e radiali Figg 3a,b. Il periostraco è di color marrone più o meno scuro e lucido, l’interno delle valve è madreperlaceo.

Fig. 3a,b  Interno del Dattero di mare e Viste laterali del dattero di mare (Cortesia di I. De Murtas)

Vive scavando nicchie profonde dentro le pietre e le rocce del litorale sommerso e per raccoglierlo è necessario frantumare i detriti o rompere le rocce dove si possono vedere i buchi formati dal dattero. Il dattero di mare è di alto interesse economico per il suo pregio gastronomico. Per poter raccoglierlo per la vendita, i pescatori di frodo devono spezzare le rocce, e spesso non si limitano a frammentare quelle sparse nel fondo o lungo le coste naturali, ma utilizzano quelle impiegate per la costruzione di frangi-onde, di dighe, sbarramenti artificiali, danneggiandoli.

 

In precedenza  questa specie era esclusa per l'Atlantico; ma ora si conosce anche per questo oceano (Mare Lusitanico), per il Mar Rosso, oltre che per il Mediterraneo, ove è frequen­tissima, dal litorale fino ad un centinaio, di metri di profondità. Sono state istituite due varietà: inflata Req. (curta di monterosato, più corta e rigonfia), e rugosa monterosato (con le zone di accrescimento più numerose, marcate e spesso più spor­genti, formanti una superficie solcata o scalata); ma queste variazioni sono frequenti anche in una stessa località, e non hanno quindi consistenza. Sono state  trovate tutte in una stessa roccia nelle Bocche di Cattaro (Adriatico). Questi molluschi sono frequenti nel Mediterraneo dove i datteri di mare vengono spesso serviti nelle zuppe di pesce, in particolare nell’Italia del sud. Somigliano ai datteri sia per il colore marrone scuro, dovuto allo spesso periostraco,  che nella forma. Sono veri e propri scavatori dotati di una forma a pallottola perfettamente adatta alla penetrazione nella roccia. I filamenti del bisso sono raccolti e disposti in due fasci, anteriore e posteriore. I muscoli che li controllano, in origine muscoli podali, sono disposti allo stesso modo e agiscono indipendentemente; quando si contrae il gruppo posteriore, il mollusco avanza verso il gruppo anteriore dei filamenti attaccati al cunicolo, poi si contrae il muscolo anteriore tirando il mollusco sui filamenti posteriori, e così il processo può progredire. Il dattero non ruota nel suo cunicolo.

Tuttavia, nonostante questo andirivieni, il dattero non scava con la forza meccanica, come dimostra il periostraco normalmente intatto. Tessuti del mantello, estroflessi oltre le valve nella zona di perforazione, raggiungono il fronte della galleria. In modi ancora non chiari, ma probabilmente per il tramite di una mucoproteina capace di chelare lo ione Calcio, secreta da ghiandole del mantello,  sciolgono il calcare che viene asportato dalle valve. Per mezzo dei filamenti del bisso il dattero, come gli altri mitilidi, vive attaccato alle pareti del cunicolo. I filamenti possono essere abbandonati e riformati durante l'attività di perforazione, per permettere movimenti rotatori (Cicogna, 1991); il bivalve si nutre di materiale in sospensione, che raccoglie estroflettendo una sorta di pseudosifone al di fuori della galleria (Fig. 4a). Le gallerie (Fig. 4b) sono fusiformi, in quanto riprendono i contorni della conchiglia del bivalve costruttore, che è alquanto appuntita alle estremità e più globosa nella sua parte centrale. Anche quelle lasciate vuote dal mollusco, costituiscono dei veri e propri microhabitat criptici in cui vive un gran numero di organismi. Clionidi, Sipunculidi ed Echiuridi, Nemertini, Briozoi, Serpulidi, piccoli crostacei Anfipodi e Decapodi, sono gli elementi della macrofauna che popola questo ambiente dell'interno della roccia, costituendo nel complesso quella comunità di strato che viene chiamata "endolithion".  

Fig. 4:  Tipici cunicoli scavati da un mollusco perforatore (dattero di mare)

a) Dattero all'interno del cunicolo; a.a.m.: retrattore anteriore del bisso; h.l: cerniera e ligamento; b.t.: filamenti del bisso; p.b.r.; retrattore posteriore del bisso; p.a.: adduttore posteriore; s:sifoni.

b) Cunicolo vuoto; c.I.: rivestimento calcareo; b.t.: filamenti del bisso; n.b.: cunicolo nudo; o.:apertura.

(Cortesia di F. Cicogna)

 

All'esterno, sulla superficie della roccia, si sviluppa invece “l’epilithion", stratocenosi che forma una concrezione biogenica dello spessore di diversi centimetri, composta da una grandissima varietà di organismi sessili, vegetali ed animali, fotofili e sciafili, che insieme alla fauna vagile determina le tipologie bionomiche di substrato duro (Fig. 5).  

 

   

Fig. 5  Sezione schematica di roccia colonizzata da popolamenti di dattero di mare

 

I fori dei datteri restano un indice sicuro dei movimenti del suolo, in particolare a Pozzuoli, le colonne calcaree, le cui basi sono oggi al livello del mare, hanno dei fori di Lithophaga tra i 4 ed i 6 metri che dimostrano la subsidenza fino a questo livello ed il successivo ritorno pressappoco al livello originario. In Fig. 4b un disegno di un cunicolo scavato da un mollusco perforatore diverso è utile a dare un’idea del rapporto tra animale e substrato calcareo.

 

Per raggiungere e prelevare i datteri, tutto questo rigoglio di vita deve essere necessariamente rimosso e frantumato insieme alla roccia sottostante, fino a mettere allo scoperto i cunicoli da cui vengono staccati i molluschi. Questo si verifica in maniera sempre più devastante da quando le tecniche di immersione subacquea con A.R.A. hanno consentito praticamente a chiunque di accedere ai banchi di datteri senza alcuna difficoltà e per tutta la loro estensione in profondità, di sostarvi per lungo tempo in completa autonomia e di frantumare tranquillamente le rocce per raccogliere i bivalvi. In genere vengono utilizzati piccozze, martelli, scalpelli; i sub più attrezzati usano addirittura i martelli pneumatici, che consentono un notevole risparmio di tempo e di energie e quindi rese migliori, ma al contempo incrementano notevolmente la superficie delle aree devastate. Le rocce vengono completamente denudate ed escavate; tutti gli organismi dell'endolithion e dell'epilithion, maciullati e rimossi, cadono con i frammenti di roccia sul fondo formando depositi putrescenti.

 

E’ stato anche suggerito l'uso di pinze lunghe e sottili da introdurre nei cunicoli per estrarre i datteri senza danneggiare la roccia con i popolamenti sovrastanti. A tal riguardo c'è però da osservare che questa tecnica non può essere efficace su substrati rocciosi integri perché innanzitutto è molto difficile individuare i fori d'ingresso delle gallerie in quanto occultati dalle concrezioni organogene, e poi perché, pur riuscendo ad individuare un foro e ad introdurre la pinza, l'estrazione del mollusco non può essere effettuata poiché il suo diametro massimo è maggiore di quello del foro d'ingresso, dato che, come detto, il cunicolo è fusiforme. Tale tecnica è quindi praticabile solo su fondali già distrutti da precedenti azioni di pesca, nel quali le vecchie gallerie messe a nudo vengono ri-colonizzate da nuovi, piccoli datteri. Si tratta però, come è evidente, di situazioni non auspicabili poiché presuppongono la già avvenuta distruzione del fondale.

 

Non è difficile individuare le costiere maggiormente a rischio poiché il dattero vive quasi esclusivamente in rocce calcaree. Queste infatti costituiscono il substrato più adeguato per la perforazione ad opera del mollusco, che avviene a mezzo di sostanze chimiche secrete da particolari ghiandole poste ai margini del mantello e capaci di sciogliere il carbonato di calcio. Durante l'attività di perforazione, i lobi anteriori del mantello sono estroflessi contro la parete terminale della galleria di modo che si ha una applicazione diretta, sul substrato, del tessuto secernente. Tuttavia se è quasi certo che la perforazione da parte delle litofaghe avvenga chimicamente (e non meccanicamente com'è il caso ad es. di Pholas dactilus, il "dattero bianco", specie il cui sfruttamento è parimenti vietato); non è ancora del tutto chiaro se la dissoluzione del substrato avvenga per la presenza nel secreto di acido solforico o di mucoproteine neutre capaci di scindere il carbonato di calcio (Cicogna, 1991). 

 

Il tipo di tessitura del substrato calcareo (calcarenite, dolomia, oolite etc.) sembra esercitare un ruolo di primaria importanza nel determinare l'insediamento e lo sviluppo delle popolazioni di datteri. Le gallerie in genere si estendono perpendicolarmente alla superficie della roccia, cosicché la popolazione di datteri può sfruttare in maniera ottimale lo spazio a disposizione. Secondo alcuni autori anche l'inclinazione della roccia stessa rispetto alla superficie del mare sembra essere di non secondaria importanza per i processi vitali della specie e quindi nel determinare l'entità e la vitalità degli insediamenti.

E’ stato osservato che le popolazioni raggiungono densità massime (fino ad oltre 300 individui/mq) nelle pareti costituite da calcare oolitico, che si sviluppano perpendicolarmente (o comunque con un angolo  di inclinazione molto elevato) rispetto alla superficie del mare e nel primi metri di profondità (1-5 m). Tuttavia insediamenti dì discreta densità possono rinvenirsi anche più in profondità (fino a 20-25 m) ed in pareti non molto inclinate. I più minacciati dalla distruzione connessa alla pesca del dattero sono quindi gli ambienti litorali di falesia calcarea; proprio quegli ambienti, cioè, che caratterizzano gran parte dei siti prescelti in Italia come parchi o riserve marine. Fig. 6 La coincidenza non è affatto casuale poiché le falesie calcaree ospitano i popolamenti litorali di substrato solido più spettacolari e rigogliosamente ricchi di specie ed individui, risultato di processi evolutivi particolarmente lunghi e complessi. Popolamenti, questi di falesia, in genere tipici di ambiente sciafilo, particolarmente ricchi di organismi sessili, che per nutrirsi filtrano l'acqua rimuovendo il particolato in sospensione.  

Fig. 6: Distribuzione della falesia calcarea lungo le coste italiane

Le grotte sottomarine particolarmente frequenti lungo le costiere calcaree, non sono risparmiate dalla distruzione poiché il dattero è ivi presente ed abbondante, soprattutto nell'avangrotta .

 

LA QUESTIONE ECOLOGICA

 

La Lithophaga Lithopaga  vive nei substrati calcarei, soprattutto quelli a forte inclinazione, sia in Atlantico (dalla Galizia al Marocco), sia in tutto il Mediterraneo e nel Mar Rosso. Esso è presente dalla superficie a 35 m di profondità, con i valori massimi di densità nei primi 10 metri.

 

Tralasciando il pur importantissimo aspetto faunistico (distruzione di specie di particolare interesse) e considerando solo quello funzionale del sistema marino bentonico interessato, si può senz'altro dire che la pesca al dattero trasforma un sito, caratterizzato da comunità particolarmente complesse e ad attiva funzione filtratrice dell'acqua, in mero deserto roccioso, interessato per di più dall'ulteriore carico inquinante derivante dalla putrefazione degli organismi rimossi. Altro aspetto rilevante è che lo sforzo maggiore di pesca viene effettuato soprattutto nel semestre estivo-autunnale, quando le condizioni meteorologiche e la temperatura dell'acqua permettono una più prolungata ed agevole permanenza dei subacquei in mare. Purtroppo proprio questo è un periodo critico perché è quello della riproduzione per le popolazioni di datteri. Infatti, dalle osservazioni sull'attività riproduttiva della specie sembra che i maschi e le femmine diventino sessualmente maturi in estate (nei mesi di luglio-agosto) e rilascino i gameti nella tarda estate (fine agosto-settembre). L'insediamento delle larve, che sembra siano dotate di una fase pelagica non particolarmente lunga, dovrebbe avvenire in autunno, dalla fine di settembre ai primi di novembre.

 

L'attività di pesca, condotta principalmente durante il periodo di maturità sessuale e di insediamento larvale, potrebbe quindi mettere in serio pericolo, a lungo andare, la presenza stessa della specie. Anche se va comunque ribadito che allo stato attuale la gravità del problema della pesca al dattero non è tanto connessa ad un impoverimento delle popolazioni mediterranee (e quindi ad una minaccia di estinzione della specie) quanto piuttosto all'effetto distruttivo sul territorio dei metodi di pesca. Le larve si insediano soprattutto su substrati scarsamente colonizzati, il che fa assumere al dattero il carattere di "specie pioniera". Sono stati  registrati più di 1600 giovani individui /mq , durante questa prima fase di colonizzazione del substrato. Non vengono risparmiate le gallerie lasciate vuote da altri datteri in seguito a prelievo o per morte naturale. Occorrono però ben cinque anni prima che una coorte di larve di dattero si insedi con successo nelle gallerie lasciate allo scoperto. Un volta insediatisi, i giovani datteri iniziano l'attività di scavo delle gallerie, in cui si accrescono con una lentezza davvero inusitata. E’ stato calcolato che raggiungono la lunghezza di appena 1 cm ben 3 anni dopo l'insediamento e quella di 5 cm (che è la minima commerciabile) dopo circa 15‑20 anni. Altri valutano in 35 anni l'età di datteri dì 5 cm e per datteri di 8 cm addirittura l'età di circa 80 anni. Tale longevità e lentezza di crescita appare inverosimile per un bivalve ma, a ben cercare, di ciò se ne ritrova traccia perfino nella cultura popolare ed in particolare nella tipica espressione spezzina «vecchio come un dattero», usata per indicare una persona longeva.

 

La caratteristica del dattero di mare di avere una crescita così lenta pone due ordini di problemi legati allo sfruttamento della risorsa (Cicogna, 1991): occorrono alcuni decenni prima che tratti di costa già sfruttati possano essere riutilizzati per la pesca al dattero, sempre che dai popolamenti limitrofi rimasti giungano nuove larve. I pescatori, quindi, sono costretti a cambiare sito di raccolta continuamente, espandendo rapidamente la distruzione dei fondali e riducendo nel contempo la possibilità di produzione di nuove larve. Inoltre la crescita lentissima del mollusco ha sempre scoraggiato qualsiasi iniziativa di allevamento. Alcune decine di anni costituiscono un tempo troppo lungo per un ciclo di produzione.

 

Per quanto detto, l'escavazione dei banchi di datteri assume tutti gli aspetti di una vera e propria «attività estrattiva» quale quella mineraria. Per dare un'idea dell'entità del fenomeno anche in termini economici, in questa sede è opportuno riportare alcuni dati riguardanti la realtà attuale della Penisola Sorrentino Amalfitana e dell'isola di Capri (Cicogna). I dati di seguito commentati sono ovviamente da considerarsi approssimativi poiché è comprensibile quanto sia difficile stimare con una certa precisione un'attività fraudolenta.

 

Tralasciando i molti subacquei che soprattutto in estate raccolgono datteri occasionalmente per uso personale, sembra che siano dai 30 ai 40 quelli che pescano i datteri "professionalmente" (se così si può dire) lungo i circa 100 km di costiera a falesia calcarea. Ciascuno di questi "datterai" può prelevare dai 15 ai 25 kg di bivalvi al giorno, che in genere vende all'ingrosso, a moneta del 1990,  a circa L. 30.000 al kg (al dettaglio, come detto, il prezzo dei datteri oscilla da L. 40.000 fino a L. 60.000 ed oltre al kg). Il guadagno giornaliero quindi oscilla mediamente dalle 450.000 alle 750.000 lire. Nell'arco di 180 giorni (cioè dei circa 6 mesi di attività complessiva stimata nell'arco di un anno) ciascun pescatore può prelevare, quindi, dalle 2,7 alle 4,5 tonnellate di datteri per un guadagno complessivo che oscilla dagli 80 al 135 milioni di lire. L'attività di 30 "datterai" comporta quindi annualmente una raccolta di bivalvi che può essere stimata tra le 81 e le 135 tonnellate, per un giro d'affari che oscilla tra i 2,4 ed i 4 miliardi di lire. Una cifra notevole se si considera che viene distribuita tra poche persone (peraltro quasi tutte con altre attività lavorative).

 

Ulteriori calcoli possono essere effettuati per cercare di stimare, anche se in modo molto generico ed approssimativo, e comunque prudenziale, l'impatto sul territorio dell'attività di pesca appena descritta. Ipotizzando, verosimilmente, una taglia ed un peso medio per dattero rispettivamente di 6 centimetri e di 12 grammi, ciascun pescatore preleva dai 1.250 ai 2.000 datteri al giorno (dal 225.000 ai 360.000 datteri l'anno, considerando un semestre di attività). Ipotizzando una densità media di 150 datteri/mq si ricava che ogni anno l'azione di pesca di un datteraio può desertificare dai 1.500 ai 2.400 mq di fondale. L'azione di 30 datterai lungo la costiera Sorrentino-Amalfitana in un anno può comportare una raccolta che va dai 6,8 ai 10,8 milioni di individui, e la desertificazione di un'area di fondale che può andare dai 4,5 ai 7,2 ettari. Ancora un altro calcolo. Poiché si tratta per lo più di falesie perpendicolari alla superficie dell'acqua, si può stimare che l'azione di 30 datterai desertifica annualmente una fascia di litorale che può essere lunga dai 3,0 ai 4,8 km, per una profondità di 15 m.

 

Il dato è davvero allarmante se si considera che le falesie della penisola Sorrentino‑Amalfitana e dell'isola di Capri si estendono per circa 100 km di costiera. Una trentina di anni di pesca attiva al dattero, nell’ipotesi che comunque non aumenti l'attuale sforzo di pesca (così come ottimisticamente calcolato), può comportare la totale distruzione del patrimonio floro-faunistico litorale di un'area peraltro istituita a parco marino dalla L. 979/1982. Considerato che da almeno un quinquennio l'azione distruttiva ha assunto proporzioni allarmanti, si paventa addirittura il paradosso che il parco venga distrutto prima ancora che possa essere dotato di adeguate strutture organizzative (la stima per 40 datterai e 180 t/anno fa scendere a soli 15 anni il tempo di totale distruzione del litorale).

 

Per quanto riguarda il ripristino delle comunità rocciose nel loro complesso non esistono ancora dati sperimentali al riguardo. Tuttavia può rilevarsi che se occorrono diversi anni perché si instaurino popolazioni di specie pioniere quali i datteri, è verosimile pensare che occorrono tempi davvero lunghi (nell'ordine delle decine, se non delle centinaia d'anni) per il ripristino di popolamenti fioro‑faunistlcí maturi ed equilibrati, con la complessità strutturale di cui si è prima accennato. Ovviamente questa è una estrapolazione per grandi linee poiché ogni sito ha le sue caratteristiche cenotiche ed i suoi tempi di resilienza, dovuti ad un complesso di fattori, spesso edaficí, che sfuggono ad una analisi generale e che dovrebbero essere quindi singolarmente studiati. Gli studi sono ancora molto scarsi, ma i più recenti dati sperimentali non sono affatto rassicuranti. Difatti Boero el al. (1990), dopo un anno di ricerche condotte sulla distruzione dei banchi di datteri del litorale ionico della Puglia, hanno osservato che la ri-colonizzazione delle aree devastate risulta essere fortemente ostacolata dal pascolo di popolazioni di ricci di mare (Paracentrotus Lividus), molto più abbondanti che nei siti ancora non danneggiati. Da un punto di vista organolettico e nutrizionale, il dattero di mare ha caratteristiche nettamente superiori agli altri bivalvi eduli. I datteri di mare sono prelibati per la tavola e molto apprezzati in molti dei paesi mediterranei, l’Italia, centrale e meridionale, la Catalogna, la Croazia, la Grecia. Già al tempo degli antichi romani questi bivalvi erano apprezzati in gastronomia ed erano noti per il potere afrodisiaco delle parti molli.  Ancor oggi sono considerati cibo molto gustoso e ricercato.

 

Forse proprio per questo fin dal secolo scorso sono stati effettuati molti studi sulle qualità organolettiche del bivalve.  Da tali studi è risultato (Cicogna, 1991) che le parti molli del dattero sono effettivamente ad alto contenuto proteico, ricche in vitamina A e C, e ad alta resa energetica (125 calorie, contro le 67 dei mitili e delle ostriche, per ogni 100 gr. di parte commestibile). Dato costante è che il dattero, rispetto agli altri molluschi bivalvi, ha una buona resa in carni. In media infatti si registra che il peso sgocciolato delle parti molli costituisce oltre il 50% del peso complessivo dell'animale vivo (il peso della conchiglia contribuisce per circa il 35%, il rimanente 15% è il peso dell'acqua intervalvare); inoltre si riscontra in media un rapporto di 1:1 tra lunghezza della conchiglia (espressa in centimetri) e peso sgocciolato delle parti molli (espresso in grammi).

 

La pesca provoca gravi danni all’ecosistema costiero roccioso (Boero, progetto MAST III) e può essere assunta come paradigma negativo dell’attività predatoria dell’uomo ai danni della biodiversità delle comunità naturali (Boero, 1993). I datteri vivono in cunicoli che scavano nella roccia tenera; per estrarli lo strato roccioso deve essere smantellato per portare alla luce il mollusco. Questa operazione ormai illegale è praticata da subacquei e comporta il completo sradicamento, a quote comprese tra la superficie e i dieci metri di profondità ed oltre, del macrobenthos, sessile e vagile che abita le costiere sfruttate. Da studi della Stazione Biologica di Porto Cesareo (Università di Lecce) e dell’Istituto Talassografico di Taranto, che seguono questo fenomeno dal 1989, in regime già proibizionista, su una fascia della costa pugliese di oltre 300 Km (Fanelli, 1994), risulta che i tratti interessati dalla pesca di frodo si accrescono all'incredibile ritmo di 12 Km all'anno.

 

Le prime considerazioni suggeriscono che la ragione principale di questa abnorme crescita è la bassa resilienza delle comunità bentoniche interessate che, una volta distrutte, non sembrano in grado di ricostruirsi. I larghi spazi nudi aperti dai pescatori sono colonizzati soltanto da fitte popolazioni di echinoidi (Arbacia lixula e Paracentrotus Lividus) la cui attività è probabilmente responsabile della persistente incapacità di recupero delle zone sfruttate. In conseguenza, aree prima pienamente vitali, per le quali sono in corso di istituzione nuove riserve marine, come nel caso della Penisola Salentina, si vanno rapidamente trasformando in deserti biologici.

 

Le uniche superfici ricolonizzate sono le fasce formate dalla spugna Chondrilla Nucula, che, se riesce a coprire un’area sufficiente, consente l’insediamento di altri organismi sessili, cnidarie, briozoi, tunicati, alghe. Finora l’insediamento di questa spugna sembra l’unica opportunità di ripresa per la comunità bentonica e l’unica chance per un parziale recupero della biodiversità dopo l’impatto dell’uomo e il lavorio degli echinoidi.

 

Appena meno pessimistiche sono le conclusioni di un altro gruppo di ricerca che lavora nella Penisola Sorrentina (Scardi et al, 1997a). Al momento dell'entrata in vigore del divieto di pesca, operavano nella Penisola Sorrentina trenta pescatori professionisti, che erano in grado di prelevare complessivamente da 300 a 900 kg di datteri al giorno per circa 120 giorni all'anno. A questi si aggiungevano circa 100 pescatori "dilettanti", la cui attività è molto più difficile da quantificare. Inoltre, una serie di interviste degli operatori del settore ha permesso di verificare le tecniche di pesca e di identificare le aree sfruttabili, nelle quali sono poi state effettuate le attività sperimentali e di monitoraggio previste da questo studio.

 

Le attività di pesca del dattero di mare, oltre che sulla specie sfruttata, hanno un impatto anche sull’intera comunità epilitica, la quale nella migliore ipotesi viene danneggiata, ma molto più spesso viene interamente asportata insieme allo strato più superficiale del substrato roccioso. Ai fini della formulazione di una corretta politica di gestione o di protezione della risorsa è quindi necessario disporre di informazioni dettagliate sui tempi e sulle modalità di ri-colonizzazione del substrato denudato dalle attività di pesca mediante lo studio degli stadi successionali che caratterizzano la ri-colonizzazione del substrato roccioso e mediante il riconoscimento dei medesimi stadi successionali nelle aree monitorate. Questa strategia consente l’identificazione delle aree che hanno già subito l’impatto delle attività di pesca in tempi recenti e, di conseguenza, una valutazione sommaria dello sforzo di pesca.

  

Oltre che per questo specifico motivo, lo studio della ri-colonizzazione di substrati naturali da parte del macrozoobenthos riveste un notevole interesse teorico, anche alla luce del fatto che le informazioni disponibili su questa materia sono decisamente scarse. Per ciò che riguarda specificamente i fondi duri l'attenzione è stata focalizzata soprattutto sulle popolazioni di erbivori della fascia inter-tidale e sulle loro relazioni con il ricoprimento algale. Nell'ambito dei fondi duri naturali è evidente che esiste una notevole differenza nella dinamica della ricolonizzazione fra gli organismi animali più strettamente vincolati al substrato (forme coloniali, incrostanti, etc.) e quelli dotati di capacità di movimento più o meno spiccate. Se per i primi la competizione per il substrato, la stagionalità e l'influenza dell'idrodinamismo sono fattori chiave, per i secondi i meccanismi che regolano la successione ecologica in fase di ricolonizzazione del substrato sono certamente meno diretti e comunque mediati dalle caratteristiche del ricoprimento algale. D'altra parte, la fauna vagile e, più in generale, quella non strettamente vincolata al substrato giocano certamente un ruolo assai importante nel trasferimento di energia verso altri comparti e/o livelli trofici.

 

La questione ecologica connessa alla pesca del dattero di mare pone in luce, come osserva Carlo Nike Bianchi (1999), una contraddizione tra i due aspetti della protezione dell’habitat e della protezione della specie. Non sempre queste sono le due facce di una stessa medaglia. Il dattero, dice Nike Bianchi, apprezzato fin dall’epoca romana ed ancora molto ricercato nelle cucine più sofisticate, può essere pescato solo al costo della distruzione del substrato e di tutta la vita marina che vi si sviluppa ed accettando che vaste aree mediterranee ne risultino desertificate  (Fanelli et al., 1994). Questa è la ragione dell’attuale divieto in Italia. Il dattero però è abbondante e non meritevole di particolare protezione o attenzione. Ciò è pericoloso perché la gente non capisce perché la legge protegga il dattero: il danno ecosistemico è percepito solo dai subacquei, categoria cui appartiene la gran parte dei bracconieri, mentre, dopo tutto, la qualità dell’acqua e della balneazione non ne ricevono alcun detrimento.

 

Questa osservazione può sembrare aprire la strada per forme di acquacultura del dattero in substrati artificiali, facendo attenzione però che non accada quanto sta accadendo per la Pinna Nobilis in Sardegna, specie protetta per sé, inserita nella campagna di Legambiente “Li voglio vivi” dal 1998, ma coltivata nello stagno di Cagliari e venduta confusa con esemplari da bracconaggio, con ciò ostacolando l’opera del legislatore e quella dell’ambientalista (De Murtas, 1999, c.p.). Per la sperimentazione di strategie alternative per la produzione dei datteri da commercializzare si possono al momento solo proporre alcune idee, tutte riguardanti l'utilizzo di substrati artificiali, che potrebbe risparmiare la distruzione dei litorali. Per ovviare ai tempi molto lunghi occorrenti per lo sviluppo dei datteri, potrebbero essere ad es. parzialmente riutilizzate le barriere frangifiutti o le barriere sommerse, già da anni messe in opera, con un graduale ricambio dei massi calcarci che le compongono. Ulteriori indicazioni potrebbero nel tempo pervenire dall'attivazione di programmi di ricerca in laboratorio aventi come obiettivo l'aumento dei tassi di crescita dei bivalvi. Anche in quest'ambito le linee sperimentali potrebbero essere molteplici: dalla selezione di substrati artificiali particolarmente idonei all'insediamento ed allo sviluppo del bivalve, alle sperimentazioni sugli input alimentari quali-quantitativamente ottimali, agli studi sull’influenza di fattori quali luce e temperature sull’attività metabolica.

 

Pur restando  auspicabile un'attenta sorveglianza sul prodotto commercializzato nelle pescherie e nei ristoranti, appare chiara la ragione per la quale, una campagna ambientalista per la difesa dell’ambiente marino dagli effetti della pesca del dattero di mare non possa proprio fare a meno di un intervento di propaganda e di informazione sul consumatore che sappia coinvolgere i ristoratori e le associazioni di settore che lodevolmente e con successo si battono per una gastronomia consapevole e di qualità con una capacità crescente di “presa” e di efficacia mediatica.

   

Fig. 7: Stato evolutivo maturo della ricolonizzazione del substrato assoggettato a desertificazione da pesca del dattero di mare

BIBLIOGRAFIA

 

Bioservice s.c..r.l. ; “Programma sperimentale per la VIA della pesca del dattero di mare”; CD distribuito dalla Bioservice; http\\:www.marenet.com\bioservice

F.Boero; “”Desertificazione e ricolonizzazione in ambiente costiero: un modello di sviluppoo di biocenosi”; Mem. Soc. Tic. Sci. Nat.;4;219228

F. Boero; “Comunicazione privata”; 1999

F. Cicogna; “Il dattero di mare e gli effetti distruttivi della sua pesca sull’ambiente marino costiero: problemi e prospettive”; Bollettino dei Musei e degli Istituti Biologici dell’Università di Genova; voll. 5657; 1991

G.Fanelli; F. Boero; “Human predation along Apulian rocky coasts: desertification caused by Lithophaga Lithophaga fisheries”; Mar. Eco. Progr. Ser.; 110; 18

V. Gazale; a. Porcheddu; “Guida alla Fauna e Flora della Sardegna”; Ed. Archivio fotografico sardo; Nuoro; 1993

C. Nike Bianchi; ”The State of Marine Biodiversity”; in http://estaxp.santateresa.enea.it/; 1999

M. Scardi et alii; “ Programma sperimentale per la valutazione dell’impatto ambientale della pesca di Lithophaga Lithophaga (dattero di mare)” ; Lab. di oceanografia Biologica A. Dorhn; Napoli; 1999

M. Scardi et alii; “ Ricolonizzazione dei fondi duri naturali denudati sperimentalmente”; XXVIII Congresso della Società Italiana di Biologia Marina; Trani; 1997

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