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Stanley McChrystal: Generale in fuga

06 Luglio | Rolling Stone



di Michael Hastings

Come ho potuto farmi fottere e lasciarmi convincere ad andare a una cena come questa?», si chiede il generale Stanley McChrystal. È un giovedì sera di metà aprile, e il comandante delle forze Nato in Afghanistan è seduto in una suite a quattro stelle dell’hotel Westminster a Parigi. È in Francia per vendere la nuova strategia di guerra agli alleati. Da quando un anno fa McChrystal è entrato in carica, l’opposizione al conflitto ha già provocato la caduta del governo olandese, costretto alle dimissioni il presidente tedesco e convinto Canada e Paesi Bassi ad annunciare il ritiro dei loro 4.500 soldati. McChrystal è a Parigi per cercare di trattenere almeno i francesi, che in Afghanistan hanno perso oltre 40 soldati. «La cena è parte del suo incarico, signore», dice il suo capo di gabinetto, il colonnello Charlie Flynn. McChrystal, seduto in poltrona, si volta bruscamente.
«Ehi, Charlie», chiede il generale sollevando il dito medio: «Secondo te anche questo è parte del mio incarico?».
Il generale si alza e lancia un’occhiata alla suite che lo staff di dieci persone ha trasformato in un centro operativo. I tavoli sono un’unica grande distesa di notebook Panasonic argentati collegati a piattaforme satellitari in grado di garantire comunicazioni crittografate. McChrystal, vestito in abiti civili, si sente un pesce fuor d’acqua. Parigi, come dice uno dei suoi consiglieri, “è la città più anti-McChrystal che si possa immaginare”. Il generale odia i ristoranti alla moda e rifiuta qualsiasi luogo con candele ai tavoli (troppo “Gucci”). Al Bordeaux preferisce una Bud Light Lime; a Jean-Luc Godard Ricky Bobby: la storia di un uomo che sapeva contare fino a uno (il suo film preferito). E poi McChrystal non si è mai sentito a suo agio di fronte all’opinione pubblica: prima che il presidente Obama lo incaricasse del comando delle truppe Nato in Afghanistan ha trascorso cinque anni a gestire operazioni segrete al Pentagono.
«Quali sono le ultime notizie su gli attacchi di Kandahar?» chiede McChrystal a Flynn. Gli attacchi suicidi dei giorni precedenti hanno messo seriamente in discussione le assicurazioni del generale di poter strappare la città ai talebani. «Abbiamo due caduti, ma non è stato confermato», dice Flynn. McChrystal lancia un ultimo sguardo alla suite. 55 anni, scarno e asciutto: una specie di versione invecchiata del Christian Bale in L’alba della libertà. I suoi occhi blu ardesia hanno l’inquietante capacità di penetrarti. Se hai commesso errori o lo hai deluso possono distruggerti senza bisogno che alzi la voce. «Preferirei mi prendessero il culo a calci piuttosto di andare a questa cena», dice McChrystal. Si ferma di colpo. «Purtroppo», aggiunge, «nessuno in questa stanza è può farlo al posto mio». Appena il tempo di pronunciare la frase ed è già uscito. «Con chi deve andare a cena?», chiedo a uno dei suoi assistenti. «Un ministro francese», dice l’assistente. «E' una situazione del cazzo».

La mattina seguente McChrystal e il suo team si riuniscono per preparare il discorso che terrà all’Ecole militaire, l’accademia militare francese. Il generale si vanta di essere più combattivo e tosto di chiunque altro, ma la sua arroganza ha un prezzo: nonostante McChrystal sia al comando soltanto da un anno, in così poco tempo è riuscito a fare imbestialire chiunque abbia voce in capitolo nella guerrapresidente tedesco e convinto Canada e Paesi Bassi ad annunciare il ritiro dei loro 4.500 soldati. McChrystal è a Parigi per cercare di trattenere almeno i francesi, che in Afghanistan hanno perso oltre 40 soldati.«La cena è parte del suo incarico, signore», dice il suo capo di gabinetto, il colonnello Charlie Flynn McChrystal, seduto in poltrona, si volta bruscamente. «Ehi, Charlie», chiede il generale sollevando il dito medio: «Secondo te anche questo è parte del mio incarico?».

Quando Barack Obama è entrato alla Studio ovale, ha immediatamente cominciato a lavorare per mantenere la sua più importante promessa elettorale in materia di politica estera: ricondurre la guerra in Afghanistan all’obiettivo iniziale. “Voglio che gli americani sappiano che abbiamo un obiettivo chiaro e preciso: scardinare, smantellare e sconfiggere al Qaeda in Afghanistan e in Pakistan e prevenire il loro ritorno nei due paesi in futuro”. Ha ordinato l’invio di altri 21.000 soldati a Kabul – il più grande incremento dall’inizio della guerra nel 2001. E dopo avere ascoltato il parere sia del Pentagono sia dello stato maggiore, ha licenziato il generale David McKiernan, allora comandante della NATO in Afghanistan, e lo ha sostituito con un uomo che non conosceva e aveva incontrato solo brevemente: il generale Stanley McChrystal. Era la prima volta da oltre cinquanta anni, da quando Harry Truman aveva licenziato il generale Douglas MacArthur al culmine della guerra di Corea, che un generale era sollevato dal suo incarico in tempo di guerra.
Nonostante avesse votato per lui, McChrystal e Obama non sono mai veramente entrati in sintonia. Il generale ha incontrato per la prima volta Obama una settimana dopo la sua elezione, quando il presidente lo ha ricevuto assieme a una decina di alti ufficiali in una stanza al Pentagono nota con il nome di “Tank”. Secondo fonti interne, McChrystal ha pensato che Obama si sentisse “a disagio e intimidito” dal gran numero di stellette presenti nella stanza. Il loro primo faccia a faccia è avvenuto nello Studio ovale quattro mesi più tardi, dopo che McChrystal aveva ottenuto l’incarico in Afghanistan, e non è andata molto meglio. «Dieci minuti d’orologio, giusto il tempo di farsi una foto per la stampa», dice un consigliere di McChrystal. «Obama chiaramente non sapeva niente di lui. Aveva davanti l’uomo che stava per combattere la sua guerra del cazzo ma lui non sembrava molto interessato. Il capo è rimasto molto deluso».
Fin dall’inizio, McChrystal era determinato a lasciare la sua impronta personale in Afghanistan e utilizzarlo come un laboratorio per una controversa strategia militare. Il nuovo vangelo del Pentagono, ovvero il COIN (COunter-INsurgency), tenta di conciliare la passione dei militari per la violenza high tech con la necessità di combattere guerre prolungate nei cosiddetti failed states, gli stati allo sbando. Questa strategia prevede il dispiegamento di un enorme numero di truppe di terra non solo per distruggere il nemico, ma per vivere tra la popolazione civile e ricostruire lentamente, o da zero, un nuovo governo nazionale – un processo che anche i suoi più accesi sostenitori ammettono richieda anni, se non decenni, per essere portato a termine. Questio approccio ridefinisce sostanzialmente il compito dei militari, ne aumenta l’autorità (e il finanziamento) arrivando a comprendere il ruolo diplomatico e politico della guerra: immaginate un contingente di pace composto dai berretti verdi.
Nel 2006, quando il generale David Petraeus ha testato questa teoria nel corso del “surge” in Iraq, la controguerriglia si è rapidamente guadagnata simpatie tra il think-tank, giornalisti, ufficiali militari e funzionari civili. I “COINdinisti” credevano che la nuova dottrina avrebbe rappresentato la soluzione perfetta per l’Afghanistan. Quello di cui avevano bisogno era un generale con sufficiente carisma e capacità politica per realizzarla.

Quando McChrystal ha risposto alla richiesta di Obama di dare una svolta al conflitto, lo ha fatto con la stessa audacia con cui dava la caccia ai terroristi in Iraq: cerca di capire come opera il tuo nemico, sii più veloce e spietato di lui e stana quel bastardo. All’arrivo in Afghanistan nel giugno scorso, il generale ha dato avvio a un ripensamento della politica nell’area come gli aveva ordinato il Segretario alla Difesa, Robert Gates. La relazione presentò una conclusione disastrosa: se non avessimo inviato altri 40.000 soldati – raddoppiando la presenza delle forze armate degli Stati Uniti in Afghanistan – la “missione rischiava il fallimento”. La Casa bianca era furiosa. McChrystal, a loro parere, voleva intimidire Obama, accusandolo di debolezza in materia di sicurezza nazionale, a meno che non avesse fatto quello che il generale voleva. Lo scorso autunno, posto di fronte alla richiesta di più truppe del suo comandante, Obama ha lanciato una policy review di tre mesi con cui riconsiderare la strategia in Afghanistan.
«È stato un momento molto difficile», mi racconta McChrystal in uno dei nostri incontri. «Stavo combattendo una battaglia impossibile da vincere».
Il generale ha dovuto fare un corso accelerato di politica – una battaglia che lo ha contrapposto a politici navigati come il vicepresidente Biden, il quale sosteneva che una prolungata campagna di controguerriglia in Afghanistan avrebbe fatto precipitare l’America in un pantano militare, senza indebolire le reti terroristiche internazionali.
«L’intera strategia COIN è una truffa perpetuata contro il popolo americano», afferma Douglas Macgregor, un colonnello in pensione e voce critica della controguerriglia che ha frequentato West Point con McChrystal. «Spendere mille miliardi di dollari per rimodellare la cultura del mondo islamico è una sciocchezza assoluta».
Alla fine, però, McChrystal ha ottenuto quasi per intero quello che voleva. Il 1 dicembre, in un discorso a West Point, il presidente ha spiegato perché combattere la guerra in Afghanistan è una pessima idea: è costosa; stiamo attraversando una crisi economica; un impegno decennale logorerebbe la potenza americana; al Qaeda ha spostato la sua base operativa in Pakistan. Poi, senza mai usare la parola “vittoria” o “vincere”, Obama ha annunciato che avrebbe inviato altri 30.000 soldati in Afghanistan, quasi quanti ne aveva richiesti McChrystal. Il presidente, esitante, si è unito ai sostenitori della COIN. Oggi, mentre McChrystal prepara l’offensiva nel sud dell’Afghanistan, le prospettive di vittoria sono ridotte all’osso. In giugno, il numero di vittime tra le truppe degli Stati Uniti ha superato le mille unità e il numero di Ied (Improvised explosive devices) è raddoppiato. Le centinaia di miliardi di dollari spesi nel quinto paese più povero al mondo non sono bastati a conquistare la popolazione civile, il cui atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti varia dall’estremamente prudente all’apertamente ostile. La più grande operazione militare della campagna – una feroce offensiva che ha avuto inizio nel mese di febbraio per riprendere la città meridionale di Marja – continua, costringendo McChrystal a definirla «un’ulcera aperta».

Nel mese di giugno la guerra in Afghanistan ha ufficialmente superato quella in Vietnam diventando la più lunga nella storia americana – e Obama sta mestamente facendo marcia indietro sul ritiro delle truppe Usa fissato per il mese di luglio dell’anno prossimo. Il presidente si trova bloccato in qualcosa di ancora più folle di un pantano: un pantano in cui è entrato consapevolmente, anche se è proprio il tipo di gigantesca nation-building multi-generazionale che aveva esplicitamente detto di non volere. Anche coloro che sostengono McChrystal e la sua strategia di controguerriglia sanno che qualunque cosa il generale riesca a ottenere in Afghanistan assomiglierà di più al Vietnam che a Desert storm. «Non assomiglierà, non odorerà e non avrà il sapore di una vittoria», dice il generale di divisione Bill Mayville, capo delle operazioni per McChrystal. «Finirà in lite».

La notte dopo il suo discorso a Parigi, McChrystal e il suo staff vanno al Kitty O’Shea’s, un pub irlandese per turisti vicino all’hotel. Sua moglie, Annie, lo ha eccezionalmente raggiunto: da quando la guerra in Iraq è iniziata nel 2003 ha visto il marito meno di 30 giorni l’anno. Anche se è il suo trentatreesimo anniversario di matrimonio, McChrystal ha invitato a cena e a bere la sua cerchia nel posto che «assomiglia meno a Gucci» in circolazione. Sua moglie non è sorpresa.
«Una volta mi ha portata in un fast food vestita da cerimonia», dice con una risata.
Lo staff del generale è una banda di assassini, spie, geni, patrioti, operatori politici e pazzi scatenati. C’è un ex capo delle forze speciali britanniche, due ex componenti delle forze d’elite della marina americana, un commando delle forze speciali afghane, un avvocato, due piloti di caccia e almeno una ventina di veterani e di esperti di controguerriglia. Si autodefiniscono scherzosamente “Team America”, ispirandosi a un film dissacrante degli autori di South Park. Sono orgogliosi del loro atteggiamento positivo e del loro disprezzo per l’autorità. Dopo l’arrivo a Kabul la scorsa estate, il Team America ha cercato di cambiare la cultura della International security assistance force (Isaf), la missione a guida Nato. (I soldati Usa avevano preso a dileggiare Isaf definendolo l’acronimo di «In sandali e flip-flop» (gli infradito).
McChrystal ha vietato l’uso di alcool nella base, ha cacciato Burger King e altri simboli dell’eccesso americano, ha ampliato il briefing del mattino includendo migliaia di ufficiali e ha rimodernato il comando trasformandolo nella camera della consapevolezza, un hub di informazioni a flusso continuo modellato sull’ufficio del sindaco Mike Bloomberg a New York. Inoltre ha imposto un ritmo maniacale al suo personale ed è diventato leggendario per la sua abitudine di dormire quattro ore per notte, correre sette miglia ogni mattina e mangiare un pasto al giorno. (Nel mese che ho trascorso a fianco del generale l’ho visto mangiare una volta sola). Attorno a lui si è creata una specie di narrazione sovrumana, un elemento base di ogni profilo mediatico, come se la capacità di stare senza sonno e cibo si traduca nella possibilità di vincere da solo la guerra.

A mezzanotte al Kitty O’Shea’s, gran parte del Team America è ubriaco fradicio. Due ufficiali ballano una giga irlandese mescolando i passi con una danza tradizionale afgana, mentre i consiglieri di McChrystal si stringono e cantano una sguaiata canzone di loro invenzione. «Afghanistan!» urlano. «Afghanistan!».
La chiamano la canzone afgana. McChrystal esce dal cerchio e osserva la sua squadra. «Tutti questi uomini», mi dice. «Morirei per loro. E loro morirebbero per me». Per quanto possano ricordare dei veterani in libera uscita, questo gruppo affiatato rappresenta la forza di maggior peso nella formulazione della politica statunitense in Afghanistan. Mentre McChrystal e i suoi uomini sono indiscutibilmente al comando di tutti gli aspetti militari della guerra, non esiste una posizione equivalente sul versante diplomatico o politico. Al contrario, un assortimento di rappresentanti dell’amministrazione sono in competizione tra di loro sul portafoglio afgano: l’ambasciatore americano in Afghanistan Karl Eikenberry, il rappresentante speciale della Casa Bianca per Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke, il consigliere alla sicurezza nazionale Jim Jones e il segretario di Stato Hillary Clinton, per non parlare degli oltre quaranta ambasciatori della coalizione e una serie di mezzobusto che cercano di dire la loro nel caos, da John Kerry a John McCain. Questa incoerenza diplomatica ha effettivamente permesso alla squadra McChrystal di esercitare autorità e ha ostacolato gli sforzi volti a costruire un governo stabile e credibile in Afghanistan.

«Si mette a rischio la missione», dice Stephen Biddle, un senior fellow del Council on Foreign Relations, che sostiene McChrystal. «I militari non possono da soli riformare la governance».
Parte del problema è strutturale: il bilancio del Dipartimento della Difesa supera i 600 miliardi dollari l’anno, mentre il Dipartimento di Stato riceve solo 50 miliardi. Ma parte del problema è personale: in privato, al Team McChrystal piace parlare male di molti uomini di Obama. Un aiutante chiama Jim Jones, un generale a quattro stelle in pensione e veterano della Guerra Fredda, un «clown» che è «fermo al 1985». Politici come McCain e Kerry, dice un altro assistente, «Vengono a Kabul, incontrano il presidente Karzai, lo criticano in una conferenza stampa all’aeroporto e se ne tornano in America nei talk show. Francamente, non è molto utile».
Solo Hillary Clinton supera l’esame della cerchia di McChrystal. «Hillary ha sostenuto Stan nella revisione strategica», dice un consigliere. «Ha detto, “Se Stan lo vuole dategli quello che gli serve”». McChrystal riserva una particolare dose di scetticismo nei confronti di Holbrooke, il funzionario incaricato di reintegrare i talebani.
«Il capo dice che è come un animale ferito», afferma un membro del team del generale. «Holbrooke è ossessionato dalle voci sul suo licenziamento. È pericoloso. È uno brillante, ma mette il becco in qualunque cosa».
A un certo punto del viaggio verso Parigi, McChrystal controlla il blackberry.
«Oh no, un’altra e-mail di Hollbrooke», borbotta. «Non voglio nemmeno aprirla».
Clicca sul messaggio e lo legge ad alta voce, poi si infila il blackberry in tasca senza nascondere la sua irritazione.


Certamente il rapporto cruciale – e quello più teso – è tra McChrystal ed Eikenberry, l’ambasciatore statunitense. Secondo quanto riferito da persone vicine ai due uomini, Eikenberry – un Generale a tre stelle oggi in congedo, che ha servito in Afghanistan nel 2002 e nel 2005 – non sopporta che il suo ex subordinato sia oggi al comando. Eikenberry è inoltre furioso che McChrystal, spalleggiato dagli alleati della NATO, si sia rifiutato di affidargli l’importantissimo ruolo di rappresentate civile della Nato in Afghanistan, che lo avrebbe reso l’equivalente del generale a livello diplomatico. La carica è invece andata all’ambasciatore inglese Mark Sedwill, una mossa che ha, di fatto, aumentato l’influenza di McChrystal in termini di diplomazia, neutralizzando un potente rivale. "In realtà, perché quella posizione sia rilevante, deve essere ricoperta da un americano," sostiene un ufficiale statunitense che conosce bene le negoziazioni.
Il loro rapporto si è ulteriormente complicato lo scorso gennaio, quando un memo segreto scritto da Eikenberry è trapelato al New York Times. Il memo era tanto aspro quanto preveggente. L’ambasciatore ha rivolto una pesante critica alla strategia di McChrystal, ha congedato il Presidente Hamid Karzai definendolo "un partner inadeguato da un punto di vista strategico," e ha sollevato dubbi sul fatto che il piano della controguerriglia sia “sufficiente” per affrontare la questione Al Qaeda. "Finiremo per impelagarci ancora di più rischiando di non uscirne,” ha messo in guardia Eikenberry, "a meno di non consentire al paese di ripiombare nell’anarchia e nel caos".

Il memo ha colto di sorpresa McChrystal e il suo team. "Karl mi piace, lo conosco da anni, ma nessuno ci aveva mai detto una cosa simile prima d’ora," dice il Generale, aggiungendo di essersi sentito "tradito" dalla fuga di notizie. "E’ uno che si copre i fianchi per i libri di storia. Adesso se dovessimo fallire, potrà dire ‘Vi avevo avvisato’". L’esempio più lampante di quanto McChrystal entri arbitrariamente in campo diplomatico è il suo modo di gestire il rapporto con Karzai. E’ McChrystal, e non i diplomatici come Eikenberry o Holbrooke, a vantare il rapporto più stretto con l’uomo su cui gli Stati Uniti fanno affidamento per guidare l’Afghanistan. La dottrina della controguerriglia richiede un governo credibile e dal momento che Karzai non è ritenuto credibile dal suo stesso popolo, McChrystal si è dato molto da fare per migliorare il gradimento del Presidente. Nel corso degli ultimi mesi, il Generale ha accompagnato Karzai in oltre dieci viaggi in giro per il paese, rimanendo al suo fianco durante gli incontri politici, detti anche shuras, a Kandahar. A febbraio, il giorno prima della sfortunata offensiva di Marja, McChrystal si è persino recato di persona al palazzo presidenziale per convincere Karzai a sottoscrivere quella che sarebbe stata l’offensiva militare più massiccia dell’anno. Tuttavia, lo staff di Karzai gli ha risposto che il Presidente era a letto per via di un’influenza e non poteva essere disturbato. Dopo diverse ore passate a discutere, alla fine McChrystal ha ottenuto la collaborazione del Ministro della Difesa che ha persuaso lo staff di Karzai ad andare a svegliare il Presidente.

Questo è uno degli errori centrali della strategia della controguerriglia di McChrystal: il bisogno di costruire un governo credibile lo mette alla mercé di qualsiasi leader da due soldi sostenuto dagli Usa; un pericolo sottolineato in maniera esplicita da Eikenberry nel suo memo. Persino il team McChrystal in privato riconosce che Karzai è ben lontano dall’essere un alleato ideale. "Ha passato lo scorso anno rinchiuso nel suo palazzo," si lamenta uno dei principali consiglieri del Generale. Ci sono state volte in cui lo stesso Karzai ha imbarazzato McChrystal a tal punto da fargli dubitare di volerlo al comando. Nel corso di una recente visita al Walter Reed Army Medical Center, Karzai ha incontrato tre soldati americani, rimasti feriti nella provincia di Uruzgan. "Generale," ha gridato rivolto a McChrystal, "Non sapevo nemmeno che stessimo combattendo in Uruzgan!".

Mentre cresceva dimostrando di essere un militare dallo spirito ribelle, McChrystal ostentava quel mix di genialità e di spavalderia che lo avrebbero accompagnato nel corso di tutta la sua carriera. Suo padre ha combattuto in Corea e in Vietnam, congedandosi come Generale a due stelle, e tutti i suoi quattro fratelli sono entrati nell’esercito. Spostandosi da una base militare all’altra, McChrystal si consolava con il baseball, sport nel quale non ha mai nascosto la sua superiorità: nella Little League, chiamava gli strike davanti alla folla prima di ancora lanciare una palla veloce al battitore.
McChrystal è entrato a West Point nel 1972, quando la popolarità dell’esercito americano era vicina al suo minimo storico. La sua classe è stata l’ultima a diplomarsi prima che l’accademia iniziasse ad accettare anche le donne. La “Prigione sull’Hudson”, com’era conosciuta ai tempi, era composta da un poderoso mix di testosterone, spirito da hooligan e patriottismo estremo. I cadetti insozzavano regolarmente la sala mensa ingaggiando battaglie a base di cibo e i compleanni erano celebrati con una tradizione chiamata “tiro mancino”, che spesso finiva con il festeggiato lasciato fuori al freddo nella neve o nel fango tutto coperto di crema da barba. "La situazione era piuttosto ingestibile," dice il Tenente Generale David Barno, un compagno di corso che ha finito per servire in qualità di Comandante in Capo in Afghanistan dal 2003 al 2005. La classe, ricca di elementi che Barno definisce “di grande talento” e “di adolescenti dallo sguardo allucinato contraddistinti da un forte idealismo,” ha anche sfornato il Generale Ray Odierno, l’attuale comandante delle truppe americane in Iraq.

Figlio di un Generale, McChrystal è stato anche il capobanda dei dissidenti del campus: un duplice ruolo che gli ha insegnato come eccellere in un ambiente inflessibile e verticistico, dileggiando al tempo stesso l’autorità ogni volta che ne aveva l’occasione. McChrystal ha collezionato più di cento ore di note di biasimo per essersi ubriacato, per aver gozzovigliato e per insubordinazione, un record che ha spinto i suoi compagni di corso a definirlo “century man”. Un compagno, che ha chiesto di rimanere anonimo, ricorda di aver trovato McChrystal svenuto nella doccia dopo essersi scolato una cassa di birra che aveva nascosto sotto il lavandino. La mania di creare casini lo ha quasi fatto espellere e ha trascorso lunghe ore a fare marce forzate nell’Area, un cortile lastricato dove i cadetti indisciplinati venivano messi in riga. "Ricordo che venivo a trovarlo e finivo per trascorrere la maggior parte del tempo in biblioteca,” dice sua moglie Annie, che ha iniziato a uscire con McChrystal nel 1973.

Chrystal ha finito per piazzarsi 298esimo su una classe composta da 855 cadetti: un risultato del tutto insoddisfacente per un uomo dai più considerato una mente brillante. McChrystal era molto impegnato in attività extracurriculari: in qualità di direttore editoriale di The Pointer, la rivista letteraria di West Point, ha scritto sette brevi racconti che prefiguravano in maniera inquietante molte delle questioni che avrebbe affrontato nella sua carriera. In un racconto, un ufficiale, frutto della sua fantasia, si lamenta della difficoltà di addestrare al combattimento le truppe straniere; in un altro, un soldato diciannovenne ammazza un ragazzo che aveva scambiato per un terrorista. In "Brinkman’s Note," un racconto di suspense, il narratore senza nome sembra stia cercando di fermare un complotto per assassinare il Presidente. Alla fine si scopre che l’assassino è il narratore stesso che riesce a infiltrarsi alla Casa Bianca: "Il Presidente entrò sorridendo. Dalla tasca destra dell’impermeabile che avevo con me, presi lentamente tra le mani la mia pistola calibro 32. In barba al fallimento di Brinkman, io ce l’avevo fatta".
Dopo il diploma, il secondo Tenente Stanley McChrystal entrò in un esercito quasi del tutto a pezzi a seguito della guerra del Vietnam. "Ci sentivamo davvero come una generazione del tempo di pace," ricorda. "C’è stata la Guerra del Golfo, ma anche quella non è sembrata poi una gran cosa." Per questo motivo McChrystal ha trascorso la sua carriera nei posti dove poteva trovare l’azione: si è iscritto alla scuola delle Forze Speciali e nel 1986 è diventato Comandante di Reggimento del Terzo Battaglione dei Ranger. Era una posizione pericolosa, anche in tempo di pace; negli anni Ottanta, quasi due dozzine di soldati sono rimaste uccise in incidenti avvenuti durante l’addestramento. Si trattava inoltre di un percorso molto poco ortodosso di fare carriera: la maggior parte dei soldati che aspirano a diventare generale non sceglie l’unità dei Ranger. McChrystal, mostrando una propensione per cambiare i sistemi da lui considerati superati, si è dato da fare per rivoluzionare il regime di addestramento dei Ranger: ha introdotto un mix di arti marziali, ha preteso che ogni soldato si presentasse al poligono con indosso occhiali a infrarossi e ha costretto le truppe a potenziare la propria resistenza con marce settimanali sotto pesanti zaini.

Nei tardi anni Novanta, McChrystal è stato molto abile nel migliorare la propria abilità a destreggiarsi nei meandri della politica, trascorrendo un anno presso la Kennedy School of Government di Harvard e poi nel Consiglio sui Rapporti con l’Estero, dove ha collaborato alla stesura di un trattato sui benefici e sugli svantaggi dell’interventismo umanitario. Ma, mentre scalava i vertici della carriera militare, McChrystal faceva affidamento sulle capacità che aveva affinato da ragazzino piantagrane a West Point: sapendo esattamente quanto osare all’interno di una rigida gerarchia militare senza rischiare di essere sbattuto fuori. McChrystal ha capito che essere un tipo tosto ed estremamente intelligente poteva portare lontano, soprattutto nel marasma politico seguito all’11 settembre. "Era molto concentrato," dice Annie. "Anche da giovane ufficiale sembrava sapere che cosa avrebbe voluto fare. Non credo che in tutti questi anni la sua personalità sia cambiata".
Per certi versi, la carriera di McChrystal avrebbe dovuto concludersi perlomeno due volte. In qualità di portavoce del Pentagono durante l’invasione dell’Iraq, il Generale sembrava più un burattino della Casa Bianca piuttosto di un comandante in ascesa con la reputazione di una persona schietta. Quando Donald Rumsfeld, il Segretario della Difesa, fece il suo famoso commento “stuff happens” (cose che capitano) mentre Baghdad veniva messa a fuoco e fiamme, McChrystal lo sostenne. Qualche giorno dopo, il generale riprese la gaffe del presidente, che aveva dichiarato ‘Missione Compiuta’, insistendo sul fatto che in Iraq il grosso delle operazioni militari si era ormai concluso. Tuttavia è stato nel corso del suo incarico successivo – quando supervisionava le unità militari più d’elite, tra cui i Ranger, i Navy Seals e i Delta Force – che McChrystal ha preso parte a un’operazione di copertura che avrebbe distrutto la carriera di un uomo meno in gamba.

Dopo la morte del Colonnello Pat Tillman, l’ex star del football americano divenuto Ranger, ucciso per errore nell’aprile 2004 in Afghanistan dal fuoco dei suoi stessi compagni, McChrystal si è dato da fare per creare l’impressione che Tillman fosse stato ammazzato dai combattenti talebani. Ha sostenuto la richiesta, risultata falsificata, di conferire la medaglia Silver Star a Tillman, per lasciar intendere che il soldato fosse stato ucciso dal fuoco nemico. (In seguito, McChrystal avrebbe dichiarato di non aver letto bene la richiesta; una scusa bizzarra per un comandante rinomato per la sua attenzione chirurgica ai dettagli più insignificanti). Una settimana dopo, McChrystal ha inoltrato un promemoria alla catena di comando dell’esercito, intimando nello specifico che il Presidente Bush avrebbe dovuto evitare di menzionare la causa della morte di Tillman. "Se le circostanze della morte del Caporale Tillman divenissero pubbliche, questo sarebbe fonte di pubblico imbarazzo per il Presidente,” ha scritto il Generale.

"Il falso resoconto, che McChrystal ha chiaramente contribuito a costruire, ha screditato le gesta di Pat," ha scritto Mary, la madre di Tillman, nel suo libro intitolato Boots on the Ground by Dusk. McChrystal l’ha passata liscia – aggiunge – perché era il “beniamino” di Rumsfeld e di Bush, che amavano la sua inclinazione a risolvere con fermezza le cose, anche se questo includeva sovvertire le regole e saltare la linea gerarchica. Nove giorni dopo la morte di Tillman, McChrystal è stato promosso Maggior Generale.
Due anni dopo, nel 2006, la reputazione di McChrystal è stata macchiata da uno scandalo che coinvolgeva gli abusi e le torture perpetrati ai danni dei detenuti di Camp Nama in Iraq. Stando a una denuncia effettuata dal gruppo Human Rights Watch, i prigionieri sono stati sottoposti a una litania di abusi, ormai arcinoti: erano obbligati a sostenere posizioni logoranti e venivano trascinati nudi nel fango. McChrystal non è stato punito per lo scandalo, anche se, nel corso di un interrogatorio, condotto nel centro detenzione, qualcuno ha rivelato di averlo visto ispezionare diverse volte la prigione. Tuttavia l’esperienza ha notevolmente scosso McChrystal al punto di aver cercato di non essere messo al comando delle operazioni sui prigionieri in Afghanistan, ritenendole un "pantano politico," secondo quanto riferito da un ufficiale americano. Nel maggio 2009, mentre si accingeva a discutere in Senato la sua conferma a Maggior Generale, il suo staff lo ha preparato per eventuali domande scomode sulla questione di Camp Nama e sulla copertura della morte di Tillman. Gli scandali tuttavia hanno a malapena scosso il Congresso e nel giro di breve McChrystal è tornato a Kabul a comandare la guerra in Afghanistan.
I media, in larga misura, hanno chiuso un occhio su entrambe le questioni. Mentre il Generale Petraeus è una sorta di secchione, il cocchino del professore con una mostrina dei Ranger, McChrystal è un ribelle baciato dalla fortuna, un comandante “Jedi”, come lo ha definito la rivista Newsweek. Non ha fatto una piega quando suo figlio adolescente è tornato a casa con i capelli blu e un taglio alla moicana. Dice quello che gli passa per la testa con una franchezza rara per un ufficiale del suo rango. Domanda l’opinione degli altri e sembra sinceramente interessato alle risposte. Riceve i briefing sul suo iPod e ascolta i libri su disco. Nel suo convoglio gira con una serie di nunchaku personalizzati su cui sono stati incisi il suo nome e quattro stelle, e il suo diario di viaggio spesso riporta una citazione di Bruce Lee. ("Non esistono limiti. Ci sono fasi ma non devi rimanere ancorato ad esse. Le devi superare.") Durante la sua permanenza in Iraq, ha partecipato a dozzine di raid notturni, cosa inaudita per un comandante di alto rango, e si è presentato a missioni senza preavviso quasi privo di un entourage. "Cazzo, i nostri ragazzi adorano Stan McChrystal," dice un ufficiale inglese di stanza a Kabul. "Magari sei da qualche parte in Iraq e qualcuno si inginocchia accanto a te e un caporale fa: ‘chi cazzo è questo?’. E porca puttana: è Stan McChrystal".

Non guasta che McChrystal abbia anche avuto un notevole successo in qualità di capo del Joint Special Operations Command (Comando Interforze delle Forze Speciali), le unità d’elite che si occupano di portare a termine le operazioni più segrete del governo. Durante il surge, l’escalation militare, in Iraq, la sua squadra ha ucciso e catturato migliaia di ribelli, tra cui Abu Musab al-Zarqawi, il leader di Al Qaeda in Iraq. "Il JSOC era una macchina da guerra," dice il Maggior Generale Mayville, il suo capo delle operazioni. McChrystal era inoltre pronto a scovare nuovi modi per annientare il nemico: rintracciava in maniera sistematica i network terroristici, prendendo di mira dei ribelli in particolare e dando loro la caccia, spesso con l’auto di cyber-freak tradizionalmente snobbati dall’esercito. "Il capo era in grado di trovare il giovane ventenne con il buco al naso e una cazzo di laurea geniale conseguita al MIT, seduto in un angolo con 16 computer in piena attività," dice il membro di un commando delle Forze Speciali, che ha lavorato con McChrystal in Iraq e che oggi fa parte del suo staff a Kabul. "Diceva: ‘Ehi voi, razza di coglioni tutti muscoli e niente cervello, non siete nemmeno capaci di trovare il pranzo senza un aiuto. Vedete di lavorare insieme a questi ragazzi’".

Anche nel suo nuovo ruolo di primo evangelista della counterinsurgency, McChrystal conserva gli istinti profondi del cacciatore di terroristi. Per mettere sotto pressione i Talebani, ha aumentato da quattro a 19 il numero di unità delle Forze Speciali in Afghanistan. Vede un soldato nei corridoi del quartier generale e gli dice: «Vedi di colpire quattro o cinque obiettivi stasera». E poi aggiunge: «Altrimenti domattina dovrò farti il cazziatone». Effettivamente, il generale si ritrova spesso a scusarsi per le disastrose conseguenze della counterinsurgency. Nei primi quattro mesi dell’anno, le forze Nato hanno ucciso novanta civili, il 76% in più rispetto allo stesso periodo nel 2009: un record che ha creato notevole risentimento tra quella popolazione che la dottrina COIN dovrebbe conquistare. A febbraio, un raid notturno delle Forze Speciali è finito con la morte di due donne afgane incinte e conseguenti accuse di copertura, mentre ad aprile sono esplose le proteste a Kandahar dopo che i soldati americani avevano accidentalmente sparato contro un autobus, uccidendo cinque afgani. «Abbiamo sparato contro un numero incredibile di persone» ha ammesso recentemente McChrystal.
Nonostante errori e tragedie, McChrystal ha imposto rigide regole come i soldati americani in zone di guerra non avevano mai visto. Lo scopo è evitare vittime tra i civili perché secondo lui è matematico: per ogni persona innocente che uccidi, ti fai dieci nuovi nemici. Ha ordinato ai convogli di guidare con maggiore cautela, ha imposto restrizioni all’uso della forza aerea e ha severamente limitato i raid notturni. Si scusa con Hamid Karzai ogni volta che vengono ammazzati dei civili e rimprovera i capi militari responsabili della loro morte. «Per un po’ – dice un ufficiale americano – la cosa più pericolosa in Afghanistan era stare di fronte a McChrystal dopo l’uccisione di un civile». Il commando ISAF ha anche discusso sull’eventualità di assegnare un premio a chi non uccide: si parla di una medaglia per “coraggioso auto-controllo”, che difficilmente farà gola ai soldati statunitensi.
Per quanto possano essere strategici, i nuovi ordini di McChrystal hanno avuto serie ripercussioni sulle sue stesse truppe. I militari credono che sparando meno rischino molto di più. «Mi piacerebbe prendere McChrystal a calci nelle palle – ammette un veterano delle Forze Speciali – Le sue regole di ingaggio sono pericolosissime per le vite dei soldati. E qualsiasi vero soldato ti dirà la stessa cosa».

A marzo McChrystal è andato in una base nei dintorni di Kandahar per rispondere direttamente a queste accuse. Una mossa ardita del generale, tipica da parte sua. Solo due giorni prima, aveva ricevuto una mail da Israel Arroyo, un sergente 25enne che gli chiedeva di andare in missione con la sua unità: «Le scrivo perché si dice che non gliene freghi niente delle truppe e che ha reso più difficile la nostra difesa».
Nel giro di poche ore, McChrystal ha risposto personalmente: «Mi dispiace sentirmi dire che non ho interesse nei soldati, cosa che invece importa a tutti noi, sia personalmente che professionalmente. Ma so che questa percezione dipende dal momento e rispetto il punto di vista di ogni soldato». Poi si è fatto vedere alla postazione di Arroyo e ha fatto un giro di pattugliamento a piedi con le truppe; non una cazzo di posa per i fotografi, ma una vera operazione in una zona di guerra pericolosa.
Sei settimane dopo, poco prima che tornasse da Parigi, McChrystal ha ricevuto un’altra mail da Arroyo. Una bomba aveva ucciso Michael Ingram, un soldato 23enne con il quale il generale era uscito in pattuglia. Era il terzo commilitone perso in un anno, Arroyo voleva sapere se McChrystal avesse intenzione di partecipare al memoriale. «Iniziava a prenderti in considerazione» ha scritto Arroyo. E McChrystal ha risposto che sarebbe andato a rendergli onore prima possibile.
La notte prima della visita del generale al plotone di Arroyo per il memoriale, arrivo lì per parlare con i soldati che sono usciti in pattuglia con lui. JFM è un piccolo campo circondato da pareti esplosive e torrette di guardia. La maggior parte dei soldati che ospita sono stati sia in Iraq che in Afghanistan e hanno visto il peggio di entrambe le guerre. Ma sono arrabbiati soprattutto per la morte di Ingram. I suoi compagni avevano chiesto ripetutamente il permesso di radere al suolo la casa dove Ingram è stato ucciso, facendo presente che era stata usata spesso come base dai Talebani. Ma la richiesta era stata respinta per via delle nuove restrizioni volute da McChrystal per tutelare i civili. «Erano case abbandonate – dice il sergente Kennith Hicks – nessuno ci sarebbe tornato per viverci». Un soldato mi mostra la lista delle regole da seguire: «Pattugliate solo le zone in cui siete ragionevolmente sicuri di non dovervi difendere con forza letale». Per un militare che ha girato mezzo mondo per combattere, è come dire a un poliziotto di dover pattugliare solo quei quartieri dove è certo di non dover arrestare nessuno. «Che cazzo di senso ha?» chiede il soldato Jared Pautsch. «Dovremmo solo scaricare una bomba del cazzo su questo posto. Ti siedi e ti domandi: Che ci stiamo a fare qui?».
Le regole non sono proprio quelle di McChrystal, sono state distorte dal passaggio di consegne nella catena di comando. Ma questo non frena la rabbia delle truppe. «Cazzo, quando sono venuto qui e ho saputo che c’era McChrystal pensavo di dover tirar fuori il fucile» racconta Hicks, che ha partecipato a tre missioni di guerra. «Capisco la dottrina COIN. McChrystal viene qui, la spiega e ha senso. Poi però vola via e una volta che le sue direttive passano attraverso tutto l’esercito vanno a farsi fottere, o perché qualcuno prova a pararsi il culo o perché semplicemente non le capiscono. Ma stiamo perdendo, cazzo».

McChrystal e i suoi arrivano il giorno successivo. Sotto una tenda, il generale fa un discorso di quarantacinque minuti con un gruppo di soldati. L’atmosfera è tesa. «Vi chiedo che sta succedendo qui da voi, ma credo sia importante che capiate anche il quadro generale» dice McChrystal. «Come va? Qualcuno tra voi ha la sensazione di stare perdendo?» «Signore – risponde Hicks – alcuni ragazzi sì, Signore, credono che stiamo perdendo, Signore».

McChrystal annuisce. «E’ la forza che vi tiene su quando non volete più combattere» dice ai ragazzi. «Dovete essere un esempio, soprattutto in momenti dolorosi come questo». Dopo, passa una ventina di minuti a spiegare la sua counterinsurgency, disegnando i suoi principi sulla lavagna. La dottrina COIN è una dimostrazione di buon senso, ma il generale sta ben attento a non prendere per il culo i suoi uomini. «Questo è un anno decisivo» – dice: i Talebani non hanno più in mano le redini del gioco, «ma non credo che le abbiamo neanche noi». E’ un discorso simile a quello che ha fatto a Parigi, ma non sta conquistando i soldati. Prova a scherzarci su: «La filosofia funziona con i think-tank, ma non con la fanteria».

Durante il botta e risposta, il senso di frustrazione sale. I soldati si lamentano di non poter sparare come si deve, vedono i nemici catturati liberati per mancanza di prove. Vogliono combattere, come facevano in Iraq e come hanno fatto in Afghanistan fino all’arrivo di McChrystal: «Non spaventiamo i Talebani» sottolinea un soldato.

«Bisogna conquistare cuori e menti» dice McChrystal, citando una massima sentita e ri-sentita sulla guerra in Afghanistan: «I russi hanno ucciso un milione di afgani, ma non ha funzionato».
«Non sto dicendo di uscire e ammazzare tutti, Signore» insiste il soldato. «Dite che abbiamo fermato i ribelli, ma da queste parti non credo sia vero. Più ci tratteniamo, più diventano forti».
«Sono d’accordo con te» dice McChrystal. «Forse in quest’area non abbiamo fatto progressi. Dovete dimostrare la vostra forza, dovete usare il fuoco. Quello che sto tentando di dirvi è che il fuoco ha dei costi. Cosa volete fare? Spazzar via la popolazione e poi rimetterla qui?».
Un soldato si lamenta del fatto che ogni ribelle disarmato è riconosciuto immediatamente come civile. «Funziona così ed è complicato – risponde McChrystal – Noi contro di loro, e li ammazzeremo tutti». Alla fine dell’incontro, McChrystal sembra rendersi conto di non essere riuscito a contenere la rabbia dei suoi uomini. Ma fa un ultimo sforzo, prendendo atto della morte di Ingram. «Non posso pretendere che non faccia male. Non vi posso chiedere di non provare dolore. Ma vi assicuro che state facendo un grande lavoro. Non fatevi vincere dalla frustrazione.» Nessun applauso, nessuna risoluzione. McChrystal ha venduto la counterinsurgency al presidente Obama, ma molti dei suoi uomini non ne vogliono sapere.
Per quanto riguarda l’Afghanistan, la storia non è dalla parte di McChrystal. L’unico invasore straniero che ha avuto successo è stato Gengis Khan, ma non doveva vedersela con i diritti umani, lo sviluppo economico e l’opinione della stampa. E’ bizzarro, ma la dottrina COIN trae ispirazione da due disastri militari recenti: la guerra della Francia in Algeria (1962) e quella americana in Vietnam (persa nel 1975). McChrystal, come altri sostenitori della dottrina COIN, sa che campagne del genere sono intrinsicamente incasinate, costose e facili da perdere. «Anche gli afgani ci capiscono poco dell’Afghanistan» dice. Ma anche se crede di farcela in qualche modo, dopo anni di sanguinosi combattimenti contro ragazzini afgani che non costituiscono affatto una minaccia per gli americani negli Stati Uniti, questa guerra non sconfiggerà Al Qaeda, che ha spostato le sue operazioni in Pakistan. Piazzare 150.000 soldati per costruire nuove scuole, strade, moschee e infrastrutture intorno a Kandahar è come provare a fermare i narco-trafficanti in Messico occupando l’Arkansas e costruendo chiese battiste a Little Rock (la capitale dell’Arkansas, ndT). «Prevale il cinismo» dice Marc Sageman, un uomo della CIA con una notevole esperienza nella regione: «L’Afghanistan non è di interesse vitale, laggiù non c’è niente per noi».
A metà maggio, due settimane dopo aver visitato le truppe a Kandahar, McChrystal va alla Casa Bianca per un incontro con Hamid Karzai. Per il generale è un momento trionfale, che dimostra chi tenga il comando sia a Kabul che a Washington. Nella East Room, piena di giornalisti e diplomatici, il presidente Obama tesse le lodi di Karzai. I due leader discutono dell’importanza della propria relazione e si dicono addolorati per le vittime civili della guerra. Pronunciano la parola “progresso” sedici volte in meno di un’ora, ma non pronunciano mai la parola “vittoria”. Comunque, questo meeting è la più importante dimostrazione della fiducia di Obama nella strategia di McChrystal da mesi a questa parte. «Non si possono negare i progressi fatti dal popolo afgano negli ultimi anni, nell’istruzione, nella sanità e nello sviluppo economico» dice il presidente. «Quando sono atterrato a Kabul ho visto luci che mai sarebbero state visibili pochi anni fa».
Questa di Obama è un’osservazione imbarazzante. Durante gli anni peggiori della guerra in Iraq, quando l’amministrazione Bush non aveva alcun vero progresso di cui vantarsi, gli ufficiali offrivano la stessa identica prova di successo. «E’ stata una delle prime impressioni che abbiamo avuto» ha detto un ufficiale repubblicano nel 2006, dopo essere atterrato a Bagdad al culmine delle violenze. «Tante luci splendenti». L’amministrazione Obama si è convertita allo stesso linguaggio utilizzato durante la guerra in Iraq: chiacchiere sul progresso, luci della città, parametri come la sanità e l’istruzione. Una retorica che solo qualche anno fa avrebbero deriso. «Stanno tentando di manipolare la percezione dell’opinione pubblica perché non c’è traccia di vittoria» spiega Celeste Ward, un analista della Rand Corporation che ha fatto da consigliere politico ai comandanti americani in Iraq nel 2006. «E’ questo il gioco che stanno facendo. Quello di cui abbiamo bisogno per ragioni strategiche è creare l’illusione che non siamo scappati. Le cose in realtà non vanno affatto bene e non andranno meglio nel prossimo futuro».

Anche quelli più vicini a McChrystal sanno che i crescenti sentimenti contro la guerra non corrispondono per niente al casino dell’Afghanistan. «Se gli americani si ritirassero e cominciassero ad osservare attentamente questa guerra, diventerebbe ancora più impopolare» dice un consigliere di McChrystal. Tuttavia, questo realismo non impedisce ai sostenitori della counterinsurgency di sognare in grande. Invece di diminuire le truppe come promesso da Obama, i militari sperano di rafforzare ulteriormente la loro campagnia. «Se riscontriamo successo, potremmo chiedere un altro rinforzo per l’estate prossima» mi dice un ufficiale a Kabul.

Tornato in Afghanistan, a meno di un mese di distanza dall’incontro con Karzai alla Casa Bianca, McChrystal incassa la batosta più grande. E’ dall’anno scorso che il Pentagono prepara una grossa azione militare per quest’estate intorno a Kandahar, la seconda città più grande del paese nonché la base originaria dei Talebani. Era il motivo principale per l’invio di nuove truppe concesso da Obama a McChrystal lo scorso anno. Ma rendendosi conto del lavoro rimasto da fare, lo scorso 10 giugno il generale ha annunciato di dover posticipare l’offensiva fino al prossimo autunno. Piuttosto che combattere una grande battaglia come quelle di Fallujah o Ramadi, le truppe americane aumenteranno il loro ruolo di security. La polizia e l’esercito afgano entreranno a Kandahar nel tentativo di mettere sotto controllo il territorio mentre gli Stati Uniti versano 90 milioni di aiuti per conquistare la fiducia della popolazione civile.
«Non è una classica operazione militare» spiega un ufficiale dell’esercito americano. «Non sarà come Black Hawk Down, non sfonderemo a calci nessuna porta». Altri ufficiali dicono invece che le porte saranno sì sfondate a calci, ma l’offensiva sarà più soffice rispetto a quella disastrosa di Marja. «I Talebani controllano la città» dice un altro militare, «dobbiamo cacciarli, ma dobbiamo farlo in un modo che non alieni la popolazione». Pare che il vice presidente Biden, una volta messo al corrente del nuovo piano, sia stato scioccato da quanto questa strategia rispecchiasse il graduale piano dell’antiterrorismo da lui sostenuto lo scorso autunno.
Qualunque sia la natura del nuovo piano, il ritardo sottolinea i difetti principali della counterinsurgency. Dopo nove anni di guerra, i Talebani sono ancora troppo forti per permettere all’esercito americano di attaccarli apertamente. E il vero obiettivo della dottrina COIN, il popolo afgano, non ci vuole più intorno. Il nostro presunto alleato, il presidente Karzai, ha sfruttato la sua influenza per ritardare l’offensiva e gli aiuti massicci voluti da McChrystal sembra abbiano solo peggiorato le cose. «I soldi sganciati aggravano il problema» dice Andrew Wilder, un esperto della Tufts University che ha studiato gli effetti degli aiuti nel sud dell’Afghanistan. «Un diluvio di contanti alimenta la corruzione e delegittima il governo», un processo che aumenta il risentimento e l’ostilità tra la popolazione civile. Finora, la counterinsurgency è riuscita solo a generare un’incessante domanda per il prodotto di punta fornito dai militari: la guerra perpetua. C’è un motivo per cui il presidente Obama sta ben attento a non utilizzare la parola “vittoria” quando parla dell’Afghanistan: a quanto pare, è impossibile vincere. Neanche con Stanley McChrystal in carico.

Traduzione di Roberta Denti e Michele Bisceglia

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