lunedì, 15 dicembre 2008

La rivoluzione bianca della banda dei quattro

di Giuseppe Fiorentino e Gaetano Vallini

Pubblicato sull’Osservatore Romano il 21 novembre 2008


            “I Beatles sono più famosi di Gesù Cristo”: la frase pronunciata da John Lennon, che suscitò profonda indignazione soprattutto negli Stati Uniti, dopo tanti anni suona solo come la "spacconata" di un giovanottone della working class inglese alle prese con un inatteso successo, dopo essere cresciuto nel mito di Elvis e del rock’n’roll. Eppure al talento di Lennon e degli altri tre Beatles si devono alcune delle migliori pagine della musica leggera moderna. Solo canzonette, diranno i detrattori non senza una punta di snobismo. Tutto vero. Nessuno può pensare ai Beatles come a dei geni assoluti della composizione e neppure, in fondo, come a dei virtuosi dei rispettivi strumenti. Ma resta il fatto che dopo 38 anni dallo scioglimento, le canzoni con il marchio Lennon-McCartney, hanno mostrato una straordinaria resistenza all’usura del tempo, divenendo fonte di ispirazione per più di una generazione di musicisti pop.

Esattamente 40 anni fa, il 22 novembre 1968, i Beatles pubblicavano una pietra miliare e non solo della loro discografia. Un doppio lp, senza titolo, conosciuto come The White Album, “album bianco”, dal colore della copertina che aveva inciso in rilievo solo il nome del gruppo. Nel 1968 i Beatles erano all’apice del successo, nonostante il fallimento del progetto Magical Mistery Tour. L’album Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, con le sue musicalità psichedeliche, la ricercatezza dei suoni, aveva portato una vera e propria rivoluzione musicale e li aveva consegnati al mito. Tuttavia non sarebbe stato quello il loro vertice creativo; un vertice che avrebbero toccato paradossalmente nel momento in cui stava già divenendo insanabile la crisi interna del gruppo, che vedeva contrapposti in particolare Paul McCartney e John Lennon, con George Harrison e Ringo Starr impotenti spettatori. Di fatto i “Fab four” non esistevano più; esistevano entità separate, musicisti di talento che si presentarono in ordine sparso negli studi di Abbey Road, ognuno con i propri musicisti a supporto. Eppure fu in un tale scenario che il White Album si concretizzò. Fu una vera e propria cesura con il passato. Chi si aspettava un seguito alle escursioni visionarie di Sgt Pepper’s e in parte di Magical Mistery Tour rimase deluso. I Beatles, lo si intuisce fin dal minimalismo della copertina, scelsero in qualche modo di tornare alle radici. Ma a modo loro, dando libero sfogo alla creatività e continuando a curare particolarmente le liriche, in alcuni casi ricreando atmosfere e nuclei narrativi. Musicalmente nell’album coesistono canzoni ispirate al rock più puro e duro, come Back In The U.S.S.R. e Helter Skelter, ballate acustiche come Blackbird o Julia, il country di Rocky Raccoon, “canzonette” come Obladi Oblada, pretenziose incursioni nello sperimentalismo come Revolution 9. Un disco di suggestive contaminazioni, cross over si direbbe oggi, un’utopia musicale dove si trova tutto e il contrario di tutto, in un assemblaggio forse discutibile ma rivelatore dello spirito di un’epoca: gli anni della contestazione giovanile, in cui - tra contraddizioni, eccessi e fughe in avanti - tutto sembrava possibile e lecito; in cui i giovani si avventuravano in terreni anche artistici fino ad allora inesplorati e ricchi di prospettive. I Beatles in questo erano privilegiati. Osannati dai fan anche se non sempre dalla critica, attenti alle trasformazioni in atto, veri e propri investigatori della scena artistica, potevano permettersi di comporre liberamente, senza i lacci imposti dall’industria discografica. Per questo avevano fondato una loro etichetta, la Apple Records, che veniva inaugurata proprio con il White Album. Opera ambiziosissima, come detto, in cui coesistevano tutte le anime del gruppo e in cui trovarono pari dignità anche le canzoni di George Harrison, in particolare While My Guitar Gently Weeps (in cui cedette l’assolo all’amico Eric “slowhand” Clapton) e persino di Ringo Starr. George Martin, il loro produttore e arrangiatore, aveva consigliato di pubblicare solo la metà dei brani; ma pur nella loro incompiutezza musicale, anche quelli considerati meno riusciti sono serviti a confezionare un’opera unica nel suo genere.

A quarant’anni di distanza l’ascolto di questo disco rende evidenti i cambiamenti verificatisi nella musica leggera. E non si tratta di cambiamenti sempre migliorativi. Quale disco potrebbe oggi contenere un brano onirico come Dear Prudence insieme con una canzone in stile anni Trenta come Honey Pie? Quale gruppo sarebbe oggi talmente libero da poter inserire in un cd un brano come Revolution 9? Attualmente i prodotti discografici appaiono per lo più standardizzati, stereotipati, ben lontani dalla creatività dei Beatles, che peraltro incidevano con apparecchiature tecniche rudimentali se rapportate a quelle odierne. E sebbene la tecnologia oggi venga in soccorso - anche troppo - del talento, esperienze d’ascolto come quelle offerte dai Beatles sono davvero rare. Più orientata a sfornare modelli consumistici musicali, soprattutto a livello d’immagine, che a produrre musica vera e propria, l’industria discografica sacrifica troppo spesso fantasia e creatività. I Beatles agli inizi degli anni Sessanta si proposero come modello attraverso la loro musica, diventando solo con l’arrivo del successo personaggi da emulare. La loro rivoluzione passò prima di tutto attraverso le canzoni. Era la loro musica a essere originale ancor prima del loro abbigliamento o del loro taglio di capelli. Rappresentarono certo anche un fenomeno di costume, ma sostenuto soprattutto dal valore creativo della loro produzione musicale.

Se ancora oggi, su scala planetaria, ci sono ragazzi - oltre che nostalgici ultraquarantenni - che acquistano e ascoltano i dischi dei Beatles vuol dire che, al di là delle mode del momento, resta il fascino delle loro canzoni. Di quella strana alchimia di suoni e parole che probabilmente non si è più realizzata nella storia della musica leggera, nemmeno nei suoi episodi più felici. Non che all’epoca, nel 1968 e giù di lì, i Beatles fossero amati da tutti. Molti, soprattutto negli ambienti più duri della contestazione giovanile, li consideravano troppo sdolcinati e intimistici, preferendo espressioni più ruvide o ritenute più “impegnate” del rock. Ma il tempo ha dato ragione ai quattro ragazzi di Liverpool. E mentre di molti gruppi di allora si è persa traccia, la stella dei Beatles appare ancora intramontabile. Malgrado permanga nella pubblicistica una grande sproporzione tra agiografia e analisi, è indubbio che il loro vero talento risiedeva nell’ineguagliata capacità di comporre canzoni popolari (pop) con quella sorta di euforica leggerezza che costituisce un autentico marchio di fabbrica. E il White Album, pur nella sua eclettica unicità, non sfugge a questa regola. Quarant’anni dopo resta una sorta di magico florilegio musicale: trenta canzoni da sfogliare e ascoltare a piacimento, certi di trovarvi delle perle a tutt’oggi inarrivate.


postato da: emmazunz alle ore 17:33 | link | commenti (1)
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#1  17 Febbraio 2009 - 08:52
 
Solo per segnalare che la data dell'articolo è 22 novembre 2008. Lo segnalo solo perchè questo sito è segnalato alla voce The Beatles di wikipedia.
utente anonimo
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