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Union Carbide Productions story (parte 1)

29 July 2010 One Comment

Post pubblicato da: Andrea Valentini il 29 July 2010 - 495 posts su Black Milk Magazine.

Il tre dicembre 1984 la città di Bhopal, India, si sta svegliando. E’ l’alba. La popolazione si prepara ad affrontare una giornata di quotidiano disastro, ma ancora non sa che durante la notte è accaduto qualcosa di veramente letale. Dagli impianti della Union Carbide, una filiale dell’omonima azienda texana che fabbrica pesticidi, è fuoriuscita una nube tossica di isocianato di metile. Il sole non è ancora alto quando 6.000 persone sono già morte e 300.000 risultano intossicate: uno dei peggiori incidenti chimici del secolo scorso.

Union Carbide Productions, invece, è il nome di uno degli incidenti musicali più letali e importanti avvenuti in Europa negli anni Ottanta e la connection con la tragedia indiana – nonostante l’assonanza – è davvero casuale. Il nome deriva dalla marca di una batteria usata per un pedale wah-wah, che era prodotta  dalla Union Carbide, che è effettivamente l’azienda incriminata del disastro, ma come dire… ci si ferma qui.

Citati come maestri e vati dalla maggior parte dei gruppi nordeuropei della rinascita rock’n'roll di metà anni Novanta, gli UCP hanno lasciato una scia di dischi, concerti devastanti, bottiglie scolate e acrimonia che a molti anni dallo scioglimento ancora si fanno sentire.
Molti li hanno definiti “gli Stooges svedesi” per il caos primordiale che producevano, mescolato a una dose di proto-punk stile premiata ditta Iggy & Asheton. In realtà – a parte i riff e la follia – UCP e Stooges non hanno tantissimo in comune; anzi se osserviamo il background, come scrive l’acuto Mike Stax, “economicamente, geograficamente e cronologicamente i due gruppi sono lontani anni luce”.
E allora, con l’aiuto della memoria, del poco materiale cartaceo disponibile (tra cui un Ugly Things del 1998), dei vecchi vinili saggiamente (e anche un po’ inconsapevolmente – beata gioventù!) acquistati all’epoca e di qualche pezzo scovato in Rete, cercheremo di raccontarvi questa storia.
Una vicenda fatta da ragazzi normali come tanti, della piccola-media borghesia, senza problemi gravi né situazioni drammatiche alle spalle… ma con il fuoco del rock’n'roll a fottere i loro cervelli. E li ha fottuti bene. Cristo se l’ha fatto.

Si parte (e occhio alle parole in grassetto: portano a video, album da scaricare e pagine di approfondimento).

C’era una volta

Gothenburg è la seconda città più grande della Svezia, una località portuale senza troppe attrattive. E’ qui che inizia, nel 1986, la cavalcata degli UCP. I protagonisti sono:
- Ebbot Lundberg (voce), fanatico di Stooges, Mothers of Invention e Pink Floyd. Passa il suo tempo fumando canne sul balcone o spazzolando dischi usati nei negozi della città (“Ero occupatissimo a non fare nulla” dice lui stesso)
- Bjorn Olsson (chitarra), un tizio solitario, ansioso e nervoso come un animale in gabbia, che passa ore a suonare per conto proprio riff e brani di classic rock statunitense
- Patrick Caganis (chitarra), un chitarrista reduce da un anno negli Stati Uniti, dove si è innamorato della scena hardcore punk, del garage Sixties e degli Husker Du
- Henrik Rylander (batteria), un personaggio fissato con l’industrial e Captain Beefheart
- Per Helm (basso), il serio del lotto, un vero appassionato di musica e del proprio strumento, dal carattere rigoroso e posato.
Questi cinque ragazzi si incontrano per una serie di intrecci casuali, dato che tutti suonavano in band più o meno improvvisate, che non andavano da nessuna parte. Solo agglomerandosi in questa configurazione altamente improbabile a livello di compatibilità avrebbero innescato la scintilla del rock – complice anche un punto che li accomuna tutti: il gusto per il casino, l’ubriachezza e il caos imprevedibile, insensato. Una passione legittima, ma non appropriata per un gruppo di ragazzi della middle class più tipica (BMW, villetta con giardino, vita tranquilla, vacanze di due mesi…).

Bjorn Olsson: “All’epoca vivevamo tutti coi nostri genitori eccetto uno. Avevamo tutti un background familiare simile, venivamo dalle aree residenziali buone di Gothenburg. Quando iniziammo a provare da me, i miei genitori da subito iniziarono a disapprovare ciò che facevamo”. Al punto che, dopo poche settimane, fu convocata una riunione genitori-figli,a causa di un episodio deplorevole.
Bjorn: “Era un venerdì sera, avevamo bevuto e ci fermammo a dormire dalla madre di Patrick. A un certo punto mi svegliai per un urlo, era lei che era tornata un giorno prima del previsto. Ebbot aveva vomitato sul letto della signora e cercò di farle credere che era colpa di un vicino di casa che era entrato e aveva vomitato su di lui, mentre dormiva”.
E’ così che scattò la riunione, come ricorda ancora Bjorn: “Avevo 24 anni. Eravamo a casa di Ebbot con i suoi genitori, i miei e la mamma di Patrick. Ebbot voleva piazzare un microfono per registrare tutto, ma sua madre lo beccò”.
Ebbot: “Un episodio davvero classico. Come dire… fu patetico. Avevamo tutti più di 20 anni, ma ci trovammo lì coi nostri genitori che ci dicevano che ci influenzavamo a vicenda in maniera negativa e che avremmo dovuto promettere di smettere di bere! E noi ce ne stavamo lì a sghignazzare: dopo la riunione ce ne andammo a sbronzarci come animali”.

On the run

Nonostante la disapprovazione dei genitori, che preferirebbero dei figli che si svagano in discoteca e si interessano di macchine e vestiti, gli UCP nel giro di pochi mesi giungono al traguardo del primo concerto. Il 14 giugno del 1987 si esibiscono nell’ambito di un festival ambientalista per la salvaguardia delle foreste; certo, quella sera gli alberi e l’ambiente non sono esattamente in cima ai pensieri di Ebbot e compagnia suonante.
Patrick Caganis: “Fu una catastrofe. Eravamo sbronzi e sconvolti quando salimmo sul palco. Ebbot era iperattivo e casinista, ma Bjorn fece un grosso errore. Suonavamo a volume molto alto e il fonico a un certo punto salì sul palco, credo per abbassarci gli amplificatori mentre suonavamo. Non so se Bjorn l’abbia fatto di proposito o incidentalmente, ma fece cadere il suo ampli sulla testa del tizio, che svenne per qualche secondo lì sul palco. Quando si svegliò era incazzato a morte e dopo ci disse ‘Vi farò bandire da tutti i posti in città. Non suonerete mai più da nessuna parte!’”.

A questo punto della fase embrionale degli UCP il loro suono è una sorta di urticante clone larvale dei primi Stooges: pezzi monoriff, a volte lunghi e ossessivi, con volumi da ricovero immediato, wah-wah come se piovesse e lunghi assoli di chitarra che spesso si intersecano e fanno a spallate (Henrik Rylander: “I due chitarristi facevano entrambi i solisti, perché nessuno dei due aveva pazienza. Quando uno iniziava con un assolo, l’altro non poteva suonare solo il riff e la ritmica: DOVEVA suonare anche lui un assolo”).

E’ estate e per gli UCP si profila un primo problema. In un estremo tentativo di dissuaderlo e riportarlo sulla “retta via”, infatti, i genitori di Patrick lo obbligano a passare due mesi in Grecia a lavorare in un hotel di lusso; suo padre è socio al 50% di un’agenzia di viaggi e ha appositamente procurato questo ingaggio al figlio, per fargli cambiare aria.
Patrick: “E’ buffo: volevano che io facessi qualcosa prendendola seriamente e proprio non riuscivano a capire quanto seria fosse la mia passione per la musica. Mi spedirono in questo hotel di prima categoria completo di yacht, barche, campo da golf e tutto il resto, ma io non ce la facevo e mandai tutto a puttane. Mi ubriacavo di brutto ogni sera e ascoltavo ossessivamente una cassetta con le nostre prove registrate; un giorno il boss, l’amico di mio padre, mi mandò a chiamare e io capii subito che c’era qualcosa che non andava. Mi disse ‘ecco, forse sai già di cosa si tratta’ e io gli risposi subito ‘ok, nessun problema. Ho già un altro posto dove stare, in città, non preoccuparti: me ne andrò subito e non resterò a disturbare’”.

Dopo un viaggio di rientro rocambolesco, Patrick torna a Gothenburg; gli UCP sono nuovamente tutti insieme e riprendono a provare in lunghe session che durano interi weekend. Bjorn: “Fu il periodo più bello per il gruppo. Arrivavano tutti da me il venerdì sera, dopo che i miei erano partiti per la loro casa fuori città, ci mettevamo a bere e a suonare e poi ce ne andavamo in auto in centro”.
Il 18 settembre 1986 il Moxx Club accetta di far esibire gli UCP, per un concerto che la band ricorda – nuovamente – come disastroso. Ma poco importa: i ragazzi a novembre entrano per la prima volta in uno studio e incidono tre brani per un demo tape: “Financial Declaration”, “So Long” e “Summer Holiday Camp”.  Questi pezzi finiscono subito in un 7″ flexi regalato alla fanzine Lollipop, oltre a suscitare l’interesse del dj Lars Aldman, praticamente il John Peel svedese. Proprio sulla scorta di queste registrazioni gli UCP si procurano un contatto con la Radium 226.05, l’etichetta che ben presto li metterà sotto contratto.
Bjorn: “Forse era l’unica label a Gothenburg. Non erano un’etichetta tipica; direi che erano dei tizi che avevano passato la trentina e che avrebbero voluto essere delle star, così avevano iniziato a creare un po’ di movimento e l’etichetta. Facevano uscire dischi e organizzavano un sacco di feste. Era una piccola scena proprio a Gothenburg. Quando li incontrammo la prima volta per parlare, fu nel 1987, a una festa che davano loro. C’era un tavolo imbandito con salmone e altre cose, Patrick era ubriachissimo e iniziò a mescolare il cibo a mani nude, davanti ai tizi dell’etichetta. Questa fu la prima immagine che ebbero del gruppo”.

In The Air Tonight

Nonostante le intemperanze al buffet di Patrick Caganis, viene comunque raggiunto un accordo per fare uscire un album intero: In The Air Tonight, che sarà pubblicato nell’autunno del 1987.
Il lato A del disco è costituito da materiale risalente agli esordi del gruppo, molto noise e stogesiano, mentre il lato B raccoglie brani più bizzarri e sperimentali. Come Ebbot ridorda: “Avevamo pezzi piuttosto vari e volevamo piazzare il materiale più sperimentale e strano nel secondo lato, per creare due diverse esperienze di ascolto”. L’atteggiamento in studio è molto rilassato e selvaggio; i brani sono ben collaudati, ma non manca una componente di azzardo e voglia di provare cose strane e inedite. Manifesto di questa disposizione è la traccia intitolata “Pour Un Flirt Avec Moi”: un paio di minuti di rumori di mascelle che masticano chewing-gum, trombette anarchiche e rumori vari. Ma, a parte questo episodio delirante, l’album in sé è una vera bomba, tanto che Dave Wyndorf dei tossicissimi Monster Magnet lo ha definito, in un’occasione, “il quarto album che gli Stooges non hanno mai inciso”. Non male, vero?
Un lavoro selvaggio, intransigente, puro nella sua ingenuità, basilare. Ecco le virtù di questa scheggia memorabile, che ancora oggi è da molti ritenuta l’espressione più alta dell’intera parabola degli UCP.

Quando In The Air Tonight viene pubblicato, le riviste musicali non hanno idea di come trattare un simile concentrato di violenza sonica, ma in generale il responso è positivo.
Henrik Rylander: “In tanti scrivevano ‘Questo è il meglio che sia mai uscito dalla Svezia’, ma molti scrivevano anche ‘Questa è la merda peggiore che ti capiterà di ascoltare’. E non c’erano vie di mezzo”.

Patrick Caganis: “Credo che le riviste non sapessero esattamente cosa scrivere di noi, a causa del nostro muro di suono. All’epoca nessuno suonava così in Svezia. Voglio dire, i Nomads c’erano già, ma facevano un garage più tradizionale”. Mike Stax, più di 10 anni dopo la pubblicazione, descrive in maniera impeccabile il disco e lo fa così: “In The Air Tonight è in egual misura Trout Mask Replica e Fun House; se lo ascolti con attenzione si capisce subito che le sue radici non sono Detroit o il deserto californiano di Captain Beefheart, ma piuttosto le zone residenziali quiete e ben aggiustate di Gothenburg. E i testi di Lundburg a base di buffoneria e spacconaggine giovanile sono diversissimi dalle storie di sesso e droga di Iggy”. E proprio qui risiede il fascino di un disco simile: nel rappresentare la nemesi sonica e attitudinale della borghesia svedese degli anni Ottanta, pur sposandone senza timore gli ideali. Non è un mistero, infatti, che Ebbot infarcisca i propri testi di riferimenti a soldi, macchine costose, donne, party… l’apoteosi, in questo senso, è “Teenage Bankman”, in cui il cantante declama “Bene, sono seduto a Wall Street, sento l’odore dello smog, apro il mio portafoglio ed è pieno di soldi”, per poi ululare il proprio disperato appello “Non giudicatemi! Non è colpa mia!”.

Il lato a si apre con “Ring My Bell” (il titolo è preso da una hit disco di Anita Ward), un pezzo dall’impianto stoogesiano, con un monoriff alla Ron Ron Asheton, una colata lavica di wah-wah e un sax senza ritegno.  L’andazzo si capisce immediatamente: questi 3 minuti e 52 secondi non lasciano alcun dubbio. E soprattutto si impadroniscono del nostro cervello senza pietà.
Segue l’inno ai soldi “Financial Declaration”, un classico dei live più esagerati, con una chitarra in assolo perenne.  L’edonismo decerebrato continua con “Summer Holiday Camp”, un punk/rock’n'roll (immaginate i Gluecifer una dozzina di anni prima) assassino, e la demente “”Cartoon Animal” (riff mastodontico, indimenticabile, e performance vocale di Ebbot da ospedale psichiatrico). Chiude la facciata “So Long” (titolo rubato agli Abba), forse l’episodio più vicino al concetto di brano calmo per gli UCP: una suite quasi motorheadiana imperniata sull’incubo dell’AIDS negli anni Ottanta.


Il lato b, quello più sperimentale, parte con la title track – dedicata ai peti – con vaghe reminescenze dei Flipper, dalla linea di basso dominante, spastica e convulsa (il titolo è rubato all’omonimo pezzo da classifica di Phil Collins: il furto di titoli è un vezzo che alla band piace coltivare). “Three Miles High” è un incubo che ricorda “1969″ dopo un trattamento a base di ipnoinducenti mischiati a Brännvin, mentre “Teenage Bankman” si crogiola nelle dissonanze della strofa per sfociare in un ritornello in puro stile punk newyorkese. “Pour Un Flirt Avec Moi” è un giochetto riempitivo inutile (trombette e mandibole che masticano mixate assieme, con il titolo rubato a un pezzo disco anni Settanta) mentre il brano di chiusura – “Down On The beach” è il climax di epicità di In The Air Tonight: un riff lento e monolitico su cui si stratificano improvvisazioni varie, registrate su due piedi; il risultato è affascinante e, come ricorda Ebbot, il modello sono i Pink Floyd: “Avevamo in mente, per quel pezzo, i Pink Floyd di ‘Careful With That Axe Eugene‘, hai presente la versione del live a Pompei? Pensavamo a quella, anche se volevamo che suonasse come una canzone suonata da un gruppo svedese della costa Ovest – con tutti quei rumori delle chitarre che ricordano i gabbiani – ma evocasse terrore”.

Play motherfucker, play

Sulla scorta dell’uscita del disco gli UCP iniziano a suonare dal vivo regolarmente, facendosi notare per i volumi insensati e il comportamento irresponsabile, da dodicenni ubriachi e ingestibili. Ma la compattezza e l’originalità del loro sound solitamente fuga ogni dubbio: per quanto possano essere difficili da contenere, gli UCP sono un gruppo da tenere d’occhio e con potenzialità enormi.
Eppure questa costante tensione verso l’estremo e il caos causa l’allontanamento di Per, il bassista pilastro del gruppo. Patrick ricorda: “Per era un tizio molto serio, sia come musicista che sul lavoro. Ebbot, Bjorn ed io no, non eravamo così maturi. [...] Arrivò a un punto in cui disse ‘Non posso continuare così’ e noi ci trovammo lì, con dei giganteschi punti interrogativi sulle nostre teste, a pensare ‘ cosa abbiamo combinato?’”. E’ così che viene chiamato Adam Wladis a sostituirlo, un chitarrista amico di scuola di Henrik, che ha gusti musicali molto diversi, ma è affascinato dall’idea di essere parte di un gruppo così estremo.
Adam Wladis: “All’epoca ascoltavo molto pop come gli Scritti Politti e David Sylvian. Sentivo una certa affinità coi testi romantici di Marc Almond, ABC e Associates, musica lontanissima da MC5 e Stooges. Ma mi attraeva l’idea di essere in una band che sembrava una gang di strada”.

Con questa formazione, grazie a qualche traballante contatto della Radium 226.05, gli UCP si trovano improvvisamente negli USA per una breve raffica di date. E’ la primavera del 1987 e il gruppo stesso non crede possibile che qualcuno, Oltreoceano, li abbia ascoltati e li voglia far suonare; a Manhattan, in particolare, alloggiano nell’appartamento di Michael Weldon, di Psychotoronic Magazine.
Adam: “Quel posto faceva schifo. Voglio dire, sette persone arrivate dalla Svezia, che non avevano mai visto uno scarafaggio in vita loro, dovevano vivere insieme, come sardine, in questa scatoladi meno di 15 metri quadrati. e’ vero, eravamo ragazzi visizati e non eravamo preparati a una situazione simile, con la vasca da bagno a fianco al frigo, gli scarafaggi che giravano ovunque e il cesso da dividere col vicino di casa dello stesso piano”.
In più nel giro di poche ore dal loro atterraggio, gli UCP vengono a sapere che la maggior parter dei concerti previsti è stata cancellata: gliene restano tre (uno al Siberia di NY, uno a Boston e uno al CBGB’s sempre di NY).
L’avventura statunitense viene affrontata dalla band con spirito molto naif; a loro interessava fare un giro e bere tanto. Sempre. Comunque.
Adam: “Il nostro primo concerto fu in un club che si chiamava Siberia. Ricordo solo due cose: Ebbot nudo (come al solito) si infilò il collo di una bottiglia di birra nel culo, poi la appoggiò sul palco e poco dopo la prese e bevve un sorso: quella tizia dei Pussy Galore era tutta esaltata. L’altra cosa che ricordo è che dei tipi dei Sonic Youth (non sapevo nulla di loro all’epoca e non li ho riconosciuti) dopo averci visto vennero a parlarci. Uno di loro – direi che poteva essere Kim Gordon – mi domandò ‘Come vi è sembrato il concerto?’ e io risposi ‘E’ stato abbastanza buono. E lei mi fece ‘No! E’ stato grandioso!’. Io continuavo a chiedermi ‘chi sono queste persone, perché hanno tutto questo interesse per noi?’”.
Bjorn: “Credo che la parte  migliore sia stata il concerto di Boston, che suonammo con i Bullet Lavolta. Non riesco nemmeno a descriverti cosa provai: avevo conosciuto una ragazza che mi portò a una festa dove non conoscevo nessuno. Aveva un’auto e mi portò in giro per la città e poi quando mi svegliai il mattino dopo mi sembrò di essere davvero libero: è così che ti sentivi, a volte, in tour e te ne andavi in giro senza pensare a niente”.

Tutto va alla grande, dunque, per gli Union Carbide Productions. Ma come al solito è proprio nei momenti di gloria che i meccanismi si rompono. E infatti dopo un’estate travagliata, a settembre del 1988 Bjorn annuncia che vuole mollare il gruppo.
Bjorn: “Non mi piaceva più quello che facevamo. Avrei voluto un’altro tipo di evoluzione. Non volevo continuare a fare le cose degli inizi, perché mi sembrava che crescendo l’energia ci stesse abbandonando e credevo che ci servisse un cambiamento, per compensare questo ammorbidimento”. In più le cose con il nuovo arrivato non vanno bene (Adam si era scontrato più volte con lui) e la volontà di Ebbot di produrre da solo il prossimo disco non piace proprio a Bjorn, che decide che è il momento di salutare i colleghi.
Poco dopo gli UCP licenziano Adam adducendo la motivazione che “non ha il blues”, non lo sente dentro. Una ragione profonda, ma non facile da comprendere (specialmente se il blues non ce l’hai e non lo capisci).

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