feb 172011
 
 

Mentre ch’er ber paese se sprofonna
tra frane, teremoti, innondazzioni
mentre che so’ finiti li mijioni
pe turà un deficì de la Madonna

Mentre scole e musei cadeno a pezzi
e l’atenei nun c’hanno più quadrini
pe’ la ricerca, e i cervelli ppiù fini
vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi

Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni so’ sempre ppiù basse

Una luce s’è accesa nella notte.
Dormi tranquillo popolo itajiano
A noi ce sarveranno le mignotte

Giuseppe Gioacchino Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863)

 Posted by at 23:23

  3 Responses to “A noi ce sarveranno le mignotte! di Giuseppe Gioacchino Belli”

  1. Mi pare incredibile che questo commento chiarificatore sia qui tutto solo, mentre sul WEB impazza la diffusione della belliana bufala.
    Ma faccelo vede’ sto fratello, è famoso ormai! Ci vorrebbe un video su YouTube. Come si dice? La fama lo precede :-)
    Il problema è che ora si rischia di non esser creduti: se ti permetti di dire “si, ma non è vero, quello l’ho scritto io!”, son capaci di riderti in faccia e darti come prova del contrario gli 11.300 risultati Google!
    Per quel poco che vale, io ti credo ;-)
    E comunque, Belli o non Belli, è un sonetto meraviglioso, che lascia risalire una risata tra l’amaro e il divertito dritta dallo stomaco! Complimenti a MG!

  2. [...] esempio su Admodeo con ampi riferimenti specialistici.   Secondo un commento pubblicato su Osservatorio dei Laici, l’autore del falso sarebbe un certo “M.G.”, che avrebbe inviato il sonetto-burla via [...]

  3. Il famigerato sonetto dello Pseudo Belli

    Mentre ch’er ber paese se sprofonna
    tra frane, teremoti, innondazzioni,
    mentre che sò finiti li mijioni
    pe turà un deficit de la madonna,

    mentre scole e musei cadeno a pezzi
    e l’atenei nun cianno più quadrini
    pe la ricerca, e li cervelli fini
    vanno in antre nazzioni a cercà i mezzi,

    mentre li fessi pagheno le tasse
    e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
    e le pensioni sò sempre ppiù basse,

    una luce s’è accesa ne la notte:
    dormi tranquillo popolo itajiano.
    a noi ce sarveranno le mignotte.

    Potenza del web! Il sonetto (in versione non corretta e originariamente senza alcun titolo)) è di mio fratello M.G., il quale, in una mail inviata il 23 novembre scorso a 24 tra parenti stretti ed amici,aveva premesso scherzosamente le seguenti parole: “Carissimi, nelle mie peregrinazioni in vecchie biblioteche ho trovato un inedito belliano. Mi ha colpito subito il livello assai più basso del sonetto rispetto alla produzione del grande Belli, tant’é che ho pensato all’opera di un suo rozzo e tardivo imitatore. D’altra parte come si dice:’Quandoque dormitat Homerus noster’ Dormicchia talvolta il nostro Omero; poteva dormicchiare anche il nostro infaticabile Belli. Comunque, al di là dell’attribuzione, ve lo mando, se non altro come testimonianza di un’epoca”.
    Poi tutto si è ampliato in progressione geometrica. Può interessare quanto ha scritto recentemente all’autore del sonetto uno dei più grandi studiosi di Belli: «Certo però evidentemente sei riuscito a intercettare un qualcosa che accomuna molte persone: di questo stavo scrivendo a una collega d’università, come cioè la diffusione ‘orale’ (in questo caso virtuale) e anonima sia irresistibile. Ed è buffo che adesso invece si sa chi è il famigerato anonimo…C’è da riflettere su quello che ti dicevo: perché una cosa come il tuo sonetto si è così diffuso, e anonimo, anzi gabellato per cosa di Belli? Perché riflette un “sentimento” comune e riesce a dire quello che tanti sappiamo? Perché la poesia, soprattutto quella in dialetto, “sembra” più libera di esprimersi? Perché l’anonimato (come succede per le favole, per le barzellette, e a pensarci bene anche per le parole) è più forte e potente?».
    Analogamente al Vero Belli che consegnò a Monsignor Vincenzo Tizzani i suoi sonetti romaneschi per custodirli in una cassetta, con la disperata richiesta di bruciare tutto ad una prima, improbabile occasione, anche lo Pseudo Belli continua a farlo con me, Novello Monsignor Tizzani, e mi chiedo perché non li diffonda o non li bruci lui stesso. Comunque, al di là degli altri 48 (più o meno su temi analoghi) che intercorrono tra quel primo equivocato sonetto che ha suscitato tante reazioni e il cinquantesimo, al di là anche della ventina di sonetti ancora successivi, preso atto che cercando con Google l’ultimo verso di quell’ormai famigerato primo sonetto vengono fuori, attualmente, più di 40.000 risultati, e constatando che c’è anche qualche pubblicazione cartacea che lo diffonde a firma Giuseppe Gioachino Belli, mi sembra doveroso rendere pubblico almeno il citato 50° sonetto:

    50 – L’equivoco

    Ce sta quarche cervello sopraffino,
    che letti du verzacci scritti in fretta,
    ha penzato, je piji na saetta,
    a la mano der Massimo Gioachino.

    Uno sbajo accussì, bestie da soma,
    è come scambià er giorno co la notte,
    come pijà le sante pe mignotte,
    come scambià la Lazzio co la Roma.

    A parte er fatto che sti pochi verzi
    a paragon de Belli è robba sciapa,
    li fatti che s’allude so diverzi.

    Na scusa c’è pe ste teste de rapa:
    osserveno, e pe questo se so’ perzi,
    che come allora ce comanna er papa.

    E questo,come diceva padre Dante, ” fia suggel ch’ogn’uomo sganni.”

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