Fornaci romane nel percorso del Canale Emiliano Romagnolo
l'eccezionale scoperta archeologica a Ronta di Cesena


Home - Scavi/Valorizzazione - Ronta di Cesena, 30 novembre 2005

Leggi l'aggiornamento del 30 marzo 2006

 


Producevano mattoni, tegole, coppi e vari tipi di laterizi per pavimenti. Succedeva 2200 anni fa ma le strutture sono così intatte che, con un minimo di restauro, potrebbero funzionare anche oggi. Le fornaci romane scoperte vicino a Cesena non solo sono le più integre mai rinvenute in Emilia-Romagna, e forse in tutta l’Italia Settentrionale, ma consentiranno di ricostruire una modalità di utilizzo che finora avevamo solo ipotizzato. Assolutamente eccezionali per l’alta datazione e lo stato di conservazione, rappresentano un tassello fondamentale per approfondire la conoscenza delle varie fasi della romanizzazione in questo territorio.
Il ritrovamento è avvenuto due mesi fa in località Borgo di Ronta durante i lavori per la realizzazione di una condotta delle acque del Canale Emiliano Romagnolo nel comprensorio di Cesena ovest. I resti dell’imponente complesso di epoca romana repubblicana, comprendente fra l’altro due fornaci e una pavimentazione a mattoncini, sono talmente importanti che si è deciso di deviare il tracciato locale della condotta per salvaguardare i manufatti.
Le indagini archeologiche sono state condotte dalla società La Fenice Archeologia e Restauro di Bologna, sotto la direzione scientifica dell’archeologa Maria Grazia Maioli di questa Soprintendenza per i beni archeologici dell'Emilia-Romagna.
Attualmente sono visibili due fornaci rettangolari di grandi dimensioni destinate alla cottura di laterizi (in particolare tegole e coppi), una pavimentazione in mattoncini riferibile ad una vasca di lavorazione, un grande vaso in terracotta (dolio) completamente interrato e resti di strutture murarie che mostrano, ben riconoscibili, le basi dei pilastri di un portico.


La fornace maggiore (A)

Nel mondo romano la lavorazione dell’argilla per la fabbricazione dei laterizi prevedeva varie fasi. L’argilla estratta dalle cave veniva prima fatta riposare e fermentare per diverso tempo (spesso anni), quindi era impastata, lavorata e sagomata mediante forme e infine fatta seccare in ambienti aerati e riparati, di solito tettoie. Una volta cotti i laterizi venivano immagazzinati per la successiva vendita e utilizzo.
La fornace tipo era costituita da un prefurnio, una camera da fuoco e una camera di cottura. Il prefurnio serviva a preparare le braci che da qui venivano spinte nella camera da fuoco, di norma interrata per conservare meglio il calore. La camera da fuoco era dotata di supporti che reggevano o un piano forato (per fare passare il calore) in materiale refrattario di diverso tipo, su cui erano posati i pezzi da cuocere, oppure elementi, di solito archetti, che in ogni caso potessero sostenere i vasi o i mattoni da cuocere. Sopra questa camera da fuoco si trovava la camera di cottura in cui era posto il materiale da cuocere: era dotata di una copertura che, smontata per estrarre i pezzi cotti e raffreddati, veniva di solito rifatta dopo ogni cottura.
Le camere da fuoco delle fornaci di Ronta mostrano entrambe queste tipologie. La fornace più grande (A) misura m. 4,20 x 5 e ha il piano forato che presenta, al centro, una lacuna da cui si intravede la camera da fuoco sottostante, con pilastrini alti circa 2 metri che reggono il piano. Lo straordinario stato di conservazione di questa fornace consente di vedere sia le pareti della camera di cottura (con la parte inferiore ricavata direttamente dal terreno e concottata) che il prefurnio, posto sul lato corto e dotato di condotto per l’immissione del fuoco.


La fornace A: si vedono il muro parzialmente in alzato della camera di cottura, le colonnine d'appoggio del piano forato e i fori del piano stesso che consentivano il passaggio del calore

L’analisi del piano forato ha poi evidenziato non solo la presenza di zone successive con fori di tipologia diversa -il che lascia supporre almeno tre allungamenti progressivi della fornace stessa, dovuti ad ampliamenti dell’impianto- ma anche l’utilizzo di tecniche di costruzione diverse, essendo formato sia da mattoni in argilla cruda, che da mattoni di impasto diverso variamente sagomati, che da frammenti di anfora legati con argilla.
La seconda fornace (B), di m. 3,80 x 3, è caratterizzata da una camera da fuoco costruita con una successione di archetti e muretti su cui venivano posati i pezzi da cuocere, in questo caso necessariamente di grandi dimensioni, probabilmente tegole. Anche questa fornace presenta, sul lato corto, un prefurnio e, sul lato opposto, un camino per il tiraggio. Al momento non conosciamo la profondità della camera da fuoco perchè la si sta ancora svuotando dal materiale caduto all’interno; sappiamo però che le sue pareti sono costituite da mattoni in argilla cruda , poi cotti dal calore.


La fornace minore (B) durante lo scavo: si vedono gli archetti su cui poggiava il materiale da cuocere

Generalmente, in un impianto quasi industriale di questo tipo, le fornaci erano almeno tre in modo da essere usate in batteria e contemporaneamente (quando una veniva caricata, l’altra era in cottura e l’ultima veniva svuotata). È dunque possibile che l’area di scavo riservi nuove sorprese.
Un altro elemento di grande interesse è la vasca di lavorazione, formata da due piani collegati da un tratto in pendenza che consentiva al materiale lavorato di scivolare dall’una all’altra.


Particolare dello scivolo di collegamento delle vasche

Il pavimento, composto da mattoncini ricavati tagliando pezzi più grandi (ad es. tegole), mostra chiaramente l’impronta -in incrostazione calcarea bianca- di uno strumento circolare a dinamica rotante. Trovandoci di un complesso di fornaci laterizie, è possibile che si trattasse di una ventola per impastare l’argilla anche se impronte analoghe sono spesso riferibili a macchinari circolari utilizzati per la lavorazione delle olive (mole) o del vino (presse). Solo la continuazione dello scavo e il recupero delle strutture in cui doveva colare il materiale lavorato permetterà di capire la natura del materiale e di conseguenza la funzione della macchina.


La vasca di lavorazione con pavimento in mattoncini: si vedono le impronte circolari della macchina

Straordinario poi il recupero di un dolio in laterizio perfettamente intero: completamente interrato, è coperto da una tegola ed è pressoché vuoto. Si tratta di un tipo di vaso generico, solitamente usato nei magazzini degli impianti rustici per conservare semi e cereali. In questo caso non possiamo ancora definirne l’uso: data la sua vicinanza alla vasca di lavorazione e rimanendo nell’ipotesi che vi si impastasse l’argilla, è possibile che contenesse semplice acqua per rendere più fluido l’impasto. La risposta verrà dall’analisi chimica dei residui rinvenuti sul fondo del dolio.
Le fornaci producevano certamente tegole e coppi ma sono stati trovati anche due tipi di mattoncini utilizzati per i pavimenti, uno a esagonetta e l’altro, molto sottile e rettangolare, che posato a spina di pesce serviva per l’opus spicatum. Siamo dunque in presenza di fornaci che avevano una produzione variata e differenziata anche se le anfore rinvenute nelle strutture, spesso come materiale di riutilizzo, non sono scarti di cottura ed è quindi probabile che fossero prodotte altrove.
Le ceramiche recuperate ci consentono di datare le fornaci all’epoca romano repubblicana, probabilmente attorno alla fine del II sec. a. C., anche se il loro periodo di attività fu abbastanza lungo.
Un sondaggio di controllo in profondità ha appurato che le strutture poggiano su altre più antiche, riferibili ad un impianto che per il momento non è stato possibile indagare: si tratterebbe in ogni caso delle fornaci più antiche della Romagna, seconde solo a quella di Cà Turci di Cesenatico che è stata datata, nel suo primo impianto, alla fine del III sec. a.C. e dunque alla fase più antica di occupazione romana della zona. Le fornaci di Ronta si riferiscono invece ad un periodo in cui l’occupazione romana era già ben consolidata e pertanto necessitava di impianti produttivi di notevoli dimensioni per far fronte alla richiesta di materiale edilizio di abitanti e coloni.
Le dimensioni delle fornaci e di tutto l’impianto rendono improponibile un loro spostamento anche perché il sollevamento delle fornaci, sia in blocco che segate, non solo sarebbe estremamente oneroso ma di certo danneggerebbe i reperti. In accordo con il C.E.R., si è deciso di spostare il tracciato della condotta in modo da non intaccare i resti archeologici e sono in corso sondaggi per individuare la nuova area.
I materiali e le strutture rinvenute dovrebbero entrare a far parte del settore espositivo del Museo della Centuriazione Romana, la cui futura sede è in corso di acquisizione da parte del Comune di Cesena nella zona di Bagnile. Trattandosi però di strutture estremamente delicate, di difficile manutenzione e complesso restauro, si è deciso per ora, una volta completato lo studio e lo scavo, di procedere al loro interramento con modalità idonee a garantirne la conservazione: in questo modo le strutture resterebbero conservate in attesa di un progetto definitivo e dei relativi finanziamenti.

Lo scavo per il Canale Emiliano Romagnolo continua ad essere un felice esempio di sinergia pubblico-privato, teso a cogliere una grande opportunità di studio e di ricerca.
Dai primi interventi degli anni ’70 a tutt’oggi, i lavori per la realizzazione della condotta principale hanno messo in luce numerose zone archeologiche e reperti diversi. Nel Cesenate l’attraversamento della centuriazione ha portato a individuare strade e case coloniche antiche, non solo di epoca romana. Ad esempio nella zona di S. Mauro, in prossimità di Villa Torlonia, sono stati scavati negli ultimi anni una fornace ed un pozzo con anfore: la fornace, molto interessante e di dimensioni relativamente piccole, è stata rimossa e rimontata in un annesso collegato a Villa Torlonia, in modo da essere fruibile da specialisti e grande pubblico.
Attualmente si stanno scavando alcune diramazioni per diffondere le acque del canale anche in zone non interessate dalla condotta principale. In tutti questi casi la collaborazione fra la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna ed il C.E.R. ha consentito di mantenere le tecniche di intervento già da tempo concordate, quali la sorveglianza degli Scavi/Valorizzazione d’opera da parte di personale specializzato in scavi archeologici e, nel caso di zone a rischio archeologico, controlli preventivi.

 

Articolo di Carla Conti, informazioni scientifiche di Maria Grazia Maioli, dati CER Ing. Piero Mattarelli

Leggi l'invito alla conferenza stampa del 2 dicembre 2005, organizzata dall'ufficio stampa del CER, la relazione tecnica del Direttore Generale CER Ing. Piero Mattarelli e il comunicato stampa della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna