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Petrolio, inquinamento e povertà nel Delta del Niger

"Strappa un impegno alle aziende petrolifere"

Gas flaring nel delta del Niger ©AI
Gas flaring nel delta del Niger ©AI

In occasione dell'Assemblea degli azionisti di Eni (8 maggio 2012), la Sezione Italiana di Amnesty International ha organizzato una nuova mobilitazione davanti alla sede dell'azienda nell'ambito della campagna globale (((Io pretendo dignità))) e ha lanciato una serie di iniziative per chiedere all'azienda, che opera in Nigeria dagli anni sessanta - attraverso la Nigerian Agip Oil Company (NAOC) - di impegnarsi pubblicamente a intraprendere una revisione degli impatti di tutti i progetti relativi al petrolio e al gas sui diritti umani, assicurando la piena consultazione delle comunità colpite e un'adeguata informazione nei loro confronti, rendendone poi pubblici i risultati, bonificare le aree inquinate dalle fuoriuscite di petrolio e porre fine alla pratica del gas flaring.
 
Da diversi decenni, le aziende petrolifere, presenti nel delta del fiume Niger in Nigeria - in particolare Eni, Total e Shell - avvantaggiate dalla debolezza che caratterizza il tessuto normativo nigeriano, hanno causato numerosi danni ambientali e violazioni dei diritti umani a discapito della popolazione locale. L'inquinamento ha contaminato il suolo, l'acqua e l'aria del delta del Niger contribuendo inoltre alla violazione del diritto alla salute e a un ambiente sano, del diritto a condizioni di vita dignitose, inclusi il diritto al cibo e all'acqua, nonché del diritto a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro. Basti considerare che la maggior parte della popolazione vive di fonti di sostentamento tradizionali, come la pesca e l'agricoltura. 
 
Eni opera in Nigeria, con la costituzione, negli anni sessanta, di Agip e l'avvio delle sue attività di esplorazione. Le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti gestiti da Eni sono un fenomeno ricorrente. Hanno contaminato i campi coltivati, le falde acquifere, le paludi e i fiumi dai quali le comunità traggono l'acqua per tutte le esigenze della vita quotidiana. Le conseguenze delle fuoriuscite sono inoltre talvolta aggravate dal verificarsi di incendi e da ritardi nella bonifica dei siti inquinati.

 
Una donna raccoglie conchiglie piene di petrolio sulle rive del delta ©AI
Una donna raccoglie conchiglie piene di petrolio sulle rive del delta ©AI

Nei siti produttivi di Eni sono inoltre presenti le torce di gas, bruciato durante l'estrazione del petrolio. A causa di questa pratica, detta gas flaring, gli abitanti convivono con una polvere nera che si deposita nelle case, sui vestiti e sugli alimenti e in molti lamentano problemi di salute, per effetto degli agenti nocivi e cancerogeni sprigionati da tali torce. La qualità di vita viene inoltre compromessa dal rumore delle torce di gas nonché dall'odore acre e dall'illuminazione che esse producono nell'area circostante ventiquattr'ore su ventiquattro.  

Oltre a essere responsabile nei casi in cui l'azienda gestisce direttamente gli oleodotti, Eni lo è anche attraverso la sua partecipazione del 5% alla Joint Venture, costituita con la società statale nigeriana NNPC (Nigerian National Petroleum Company) e con le compagnie petrolifere Elf ed SPDC (Shell Petroleum Development Company): quest'ultima è la società sussidiaria del Gruppo Royal Dutch Shell e rappresenta il principale operatore della Joint Venture.  

Un importante rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente
sulle conseguenze dell'inquinamento da petrolio nel territorio dell'Ogoniland, una zona del delta del Niger, e pubblicato il 4 agosto 2011, ha sottolineato che sebbene la Shell sia la principale responsabile degli effetti negativi degli impatti dell'estrazione di petrolio da parte della Joint Venture, gli altri partner di quest'ultima hanno anch'essi una parte di responsabilità. Eni è consapevole delle gravi mancanze delle operazioni realizzate dalla Joint Venture con la Shell e degli effetti negativi sui diritti umani e sull'ambiente. E' quindi indispensabile che Eni agisca per far fronte a questa situazione, anche sollevando la questione con la stessa Shell.

 

Amnesty International chiede a Eni di:

- sottoporre a controlli l'impatto delle sue attività sui diritti umani e rendere pubblici i risultati;
- bonificare tutte le zone inquinate e attuare misure preventive efficaci;
- avviare un'efficace consultazione con le comunità coinvolte;
- rendere pubblici i rapporti d'indagine e i dati di ogni fuoriuscita di petrolio che avviene nelle aree in cui opera;
- supportare pubblicamente le raccomandazioni del rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) e di impegnarsi pubblicamente a sostenerne l'attuazione;
- porre fine alla pratica del gas flaring.
 
Strappa un impegno a Eni! Firma la petizione.