Le startups legali: cambiare il diritto per cambiare il mondo

Le startups legali: cambiare il diritto per cambiare il mondo

Ti sei appena laureato in giurisprudenza. Probabilmente hai già sentito dire in giro che quel pezzo di carta non ti servirà a niente, ma tu sei convinto della tua superiorità genetica, che ti salverà. Disoccupati gli altri, non io.
Più o meno quello che ho sempre pensato prima di laurearmi, qualche anno fa.

Everything counts in large amounts. 

La realtà è quasi sempre solo quella dei numeri: è quella che ci dice che il mercato legale non se la passa bene, affatto. E prima si arriva a capirlo meglio è.

Divertiamoci a guardare i grafici, e ad allargarli se si vede poco.

Uno, il numero dei laureati in giurisprudenza è salito: erano 5800 nel 1970, sono 22000 nel 2010. Quattro volte tanto.

Numero dei laureati in giurisprudenza 1940-2010 (Dati ISTAT. Mia elaborazione con Tableau)

Numero dei laureati in giurisprudenza 1940-2010 (Dati ISTAT. Mia elaborazione con Tableau)

Due, il tasso di occupazione tra laureati in giurisprudenza è drammaticamente basso. Da 15 anni è rimasto sempre quello: poco più del 50% a tre anni dalla laurea (ISTAT). Che vuol dire sostanzialmente questo: la laurea in giurisprudenza si rivela un investimento sbagliato una volta su due.

Livello occupazionale 1998-2007 (Dati ISTAT. Mia Elaborazione con Tableau)

Livello occupazionale 1998-2007 (Dati ISTAT. Mia Elaborazione con Tableau)

A 5 anni dalla laurea si arriva, è vero, a circa  l’83% di occupati (Almalaurea 2012). Ma di questo 83 solo il 73% fa un lavoro per cui la laurea è richiesta. E quindi, solo il 60% di tutti i laureati in giurisprudenza trova lavoro in un settore in cui serve la laurea.

Condizione occupazionale laureati in giurisprudenza, a 5 anni dalla laurea (Dati Almalaurea 2012. Mia elaborazione con Tableau)

Condizione occupazionale laureati in giurisprudenza, a 5 anni dalla laurea (Dati Almalaurea 2012. Mia elaborazione con Tableau)

 

Richiesta della laurea per l'attività lavorativa (Dati Almalaurea 2012. Mia elaborazione con Tableau)

Richiesta della laurea per l’attività lavorativa (Dati Almalaurea 2012. Mia elaborazione con Tableau)

Tre, il guadagno per avvocato è pure drammaticamente basso: nel 2010 il 37.7% guadagnava meno di 16000 euro lordi l’anno e un altro 37% tra i 16.000 e i 45.000, sempre lordi. (Cassa Forense, 2012). In pratica, il 74%, cioè i 2/3, guadagna tra 0 e 45.000 euro l’anno (per capirci, i due palloni rosa nel grafico): lordo, eh. Circa il 20% in meno rispetto al 2007, in cui, comunque, non si stava tanto meglio.

Reddito medio ai fini IRPEF, 2010 (Cassa forense 2012. Mia Elaborazione con Tableau)

Reddito medio ai fini IRPEF, 2010 (Cassa forense 2012. Mia Elaborazione con Tableau)

Tutto questo può voler dire due cose: o che lo scarso guadagno è dovuto al calo della domanda di servizi legali, complice la crisi, o che è il sintomo di un cronico sovrappopolamento: troppi avvocati si dividono la stessa fetta di mercato. Entrambe le cose sono vere, ma la seconda è più vera della prima: la crisi ha solo esacerbato il sovrappopolamento di cui si cominciavano a sentire i morsi già prima del 2007.

Del resto non se la passano meglio negli USA. Dati molto simili si trovano su The Law School Crisis, Visualized, di Aaron Kirschenfeld, a cui è venuto in mente, prima di laurearsi, di riunire un po’ di dati sulla situazione occupazionale dei laureati in legge. Una situazione, quella americana, quasi più tragica: in un paese in cui il costo per l’istruzione è dieci volte tanto, rimanere senza lavoro non significa rimanere a casa con papà e mamma. Significa non poter restituire i soldi alla banca che ce li ha prestati. Significa avere 25 anni e un debito di 100.000 dollari sulle spalle.

Se l’offerta sale i prezzi scendono. O no? 

No. Perchè in tutto questo, dimenticavo, i prezzi per gli utenti finali sono rimasti uguali, cioè alti.

In sostanza, ci troviamo davanti a un mercato legale sovrappopolato in cui c’è da lottare con unghie e denti per ricavarsi un posticino ed in cui, paradossalmente, i prezzi per gli utenti non cambiano: un contratto che porta il marchio dello studio legale e di un insopportabile legalese non costerà mai meno di duecento euro.

Ma ecco, sta accadendo un’altra cosa, che forse complicherà ancora di più la situazione. O forse, finalmente, la risolverà.

Sta accadendo che l’information technology e l’artificial intelligence (uso questi due termini nel modo più generico possibile) stanno entrando all’interno del mercato dei servizi legali e lo stanno liberando, nel senso economico e politico del termine.

Come le startups stanno cambiando il mondo del diritto. 

La gente comincia a capire che si possono ottenere informazioni legali di ottimo livello senza passare per l’avvocato, a prezzi più bassi. A volte gratis. Ripeto. Informazioni legali di ottimo livello, non roba tipo Moduli.it.

Vado su Docracy e mi scarico gratis un buon contratto di sviluppo software, che posso modificare. Sono tutti open source, perchè è la comunità stessa degli utenti che li cura. Vado su Rocket Lawyer e con un abbonamento di 10 euro al mese mi costruisco il contratto che voglio.

Lawzam offre rapidi servizi legali via internet, roba tipo domanda e risposta, che è più o meno quello che fa LawDingo,  con un sito appena più decente. Kiiac e Diligence Engine producono softwares per l’analisi dei contratti. Un paio di settimane fa provavo, aggratis, proprio Diligence engine, un servizio basato sul natural language processing che riduce i tempi per la revisione della due diligence automatizzando buona parte del processo. Avete presente i pipponi della due diligence? Avete presente poter fare lo stesso lavoro in metà tempo?

E la lista delle legal startups è in evoluzione: se vi interessa, ne ho trovata una abbastanza completa qui.

Se questi servizi costano meno, perchè la gente dovrebbe continuare ad andare dall’avvocato? Perchè le imprese dovrebbero continuare a farlo?

Ancora: sempre dagli USA ci giunge notizia che il taylorismo comincia ad essere applicato al diritto. Axiom o Clearspire sono (specie di) uffici legali che organizzano il lavoro in modo efficiente, con massiccio ricorso all’outsourcing, ai tools che semplificano il lavoro, a un’organizzazione da catena di montaggio. Se il lavoro viene organizzato in modo da essere eseguito da una macchina, tempo un paio d’anni e sarà la macchina a eseguirlo per davvero. Più velocemente e con meno costi.

Noi, in Italia.

E in Italia? Ce ne sarebbero di cose da fare. Ed il diritto romano non è nato poi qui? Le dodici tavole erano, di fatto, il primo progetto di diritto open source, liberato dalla prerogativa dei giuristi maghi della prima Roma.  Cosa succede invece se oggi vado sul CED della Cassazione? Mille euro l’anno per sbirciare tra le sentenze, da un database pubblico.

Dall’altra parte dell’oceano invece, JudicataBriefMineRavelLawPlainsiteLexMachina stanno scardinando, letteralmente, il duopolio Lexis Nexis – WestLaw che negli USA domina da un secolo il settore delle banche dati giuridiche.

Perchè non qui? Perchè deve esistere un D.P.R.  che stabilisce che “È vietato distribuire a terzi, anche gratuitamente” sentenze scaricate dal database di Italgiure, cioè quello pubblico del Ministero della giustizia? E’ vietato condividere il diritto? E perchè? Non è res publica?  Il fatto è che centinaia di anni di prevaricazioni, in un settore renitente, anzi impermeabile alle innovazioni, ci hanno abituati a questo e altro.

Cambiare il diritto per cambiare il mondo. 

Eppure siamo forse la prima generazione, dopo tanto, a non avere l’imbarazzo della scelta sul nostro lavoro futuro – causa crisi dentro e fuori il mercato legale – e a non avere, parimenti, l’obbligo di seguire la strada obbligata dei nostri padri e i nostri nonni.

Dobbiamo cambiare. E l’argomento è duplice. Economico ed etico a un tempo.

Economico. Se, in un mercato ormai allo stremo come quello legale, si affermano servizi che fanno risparmiare soldi, cosa succede?  Succede che lo scarso guadagno che gli uffici legali fanno ancora grattando il fondo del barile, verrà polverizzato da questi nuovi competitors. Anche: che gli uffici legali che sapranno fare tesoro dell’innovazione vinceranno sugli altri. Quindi vuol dire che se continueremo a fare i praticanti dell’ufficio legale tradizionale- anche figo- sperando di diventare partner dopo aver sopportato infinite sodomizzazioni, avremo scommesso sulla cosa sbagliata. Perderemo, perchè il mercato legale sta cambiando.

Si andrà a liberalizzare, per davvero, un settore che per secoli è rimasto in mano a pochi eletti, che essendo eletti hanno poco interesse a innovare e quindi a migliorare il servizio, a fare meglio con meno.

E non solo nell’ambito dei contratti, perchè se ci si fermasse lì la rivoluzione sarebbe veramente poca cosa, anzi non sarebbe rivoluzione affatto. Ci sono potenzialità di cambiamento infinite.

Prima ho parlato di taylorismo: il termine è divenuto così pregno di disvalore che mi immagino le reazioni: e il lavoro dell’avvocato? Sminuito, ridotto a mera manualità, automatizzato! Meschino! ( a “prezzi vili”).

Eh già. Ma vile dal punto di vista di chi? Del cliente: è più vile offrirgli un buon lavoro a peso d’oro o a prezzo onesto? Del giurista: davvero è così svilente lavorare per poco? E sudare un praticantato a zero (z-e-r-o) euro non lo è? E poi, ovviamente: offrire un contratto a 10 euro implica poterne vendere mille, eh. Non mi metterò qui a parlare dei fatturati delle startups legals, ma sono alti.

Etico. Che è quello più importante. Siamo giuristi o no? Qual’è il nostro ruolo sociale?

Il diritto efficiente sarà un diritto meno costoso e un diritto meno costoso è un diritto a disposizione di tutti.

Il cliente, anzi il cittadino,  merita un servizio buono, efficiente e poco caro e ah, dimenticavo, comprensibile. Cioè in inglese (o italiano) non in legalese. Non è un dettaglio: il fatto che i giuristi si siano espressi in un linguaggio ridicolmente complesso, arcaico, bizantino è un segno della loro volontà di non farsi capire, di voler piuttosto dominare, arroccandosi nella turris eburnea del loro gergo per iniziati.

Le startups legali che nascono negli Stati Uniti  hanno ben presente anche l’aspetto idealistico della cosa e il loro potenziale democratico, di cambiamento. Ci insegnano che si può tenere unito l’aspetto economico e quello etico senza contaminarli. Ci insegnano che la rivoluzione sociale si fa non scendendo in piazza a cantare Bandiera Rossa, ma producendo idee nuove, sostenute da principi saldi. Chi l’ha detto che il capitalismo è brutto e cattivo? Noi vogliamo democraticizzare qualcosa che è stato da sempre privilegio di pochi, l’informazione giuridica. E non esiste idea più pura.

La nostra generazione, la nostra partita.

Se qualcuno di voi si è letto i Buddenbrook, ci ritroverà quello che sto cercando di spiegarvi. Ci ritroverà  la storia di una famiglia di imprenditori, l’operosa Germania del Nord di metà ’800. E ci ritroverà anche, tra tanta operosità, personaggi attualissimi in cui non potrà fare a meno di identificarsi. Thomas, il nipote, è l’ultimo rappresentante dell’impresa familiare. Ha la stessa alacrità e rapido senso degli affari del nonno e del padre, ma molti, molti più dubbi. Si chiede spesso se stia facendo la cosa giusta, cerca di prendere a modello gli esempi passati. Nonostante tutto non si ferma mai, comprende il suo ruolo sociale di imprenditore, diviene senatore, fa meglio del padre e del nonno.  Quel libro ripropone la storia della nostra generazione: diversa, forse con più pippe mentali e meno certezze di quella dei nostri genitori, per non parlare dei nonni, figure granitiche, tutte di un pezzo. Thomas Buddenbrook siamo noi. La nostra educazione ci rende sfacettati, poco dogmatici, capaci di apprezzare il grigio; sta a noi convogliare questa superiorità intellettuale in una strada che condivida, con il boom economico degli anni ’60 (quello dei nostri nonni), la stessa voglia di fare, la stessa operosità e la stessa forza morale; e condivida pure, con la rivoluzione culturale del ’68 (quella dei nostri genitori), la stessa attenzione ai princìpi (altri, non gli stessi, ma sempre princìpi), la stessa attenzione alle cose intangibili, alle idee. Anzi, agli ideali.

Liberiamo il diritto! Facciamolo tornare strumento sociale. Ma sociale per davvero, non un giocattolo per tecnici. Ritorniamo a parlare italiano, non legalese. Seguiamo da vicino il discorso sull’innovazione del diritto, il panorama delle startups legali, lavoriamoci dentro. Abbiamo per davvero la possibilità di cambiare il mondo: queste startups hanno iniziato a realizzare qualcosa, ma non tutto. Anzi, le cose più importanti sono ancora tutte da ri-fare. Cos’è che non vi piace del diritto? A me non piace lo sproloquio di norme, non mi piace l’assurdità della procedura nel processo, i suoi tempi, non mi piace che le banche dati legali costino mille euro l’anno. A voi cosa non piace?  Cambiamolo. Ed è questa la parte più bella della partita.

About Serena Manzoli

Architetto Legale. Dopo 4 anni passati tra tutte le sfumature della noia (Commissione Europea, CRIF, Regione Lombardia, Natural Ius), collabora con AL the Automatic Lawyer, progetto italiano di startup legale. Mi trovi anche su lawyersareboring.tumblr.com

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