Gli immigrati nel cinema italiano

Solo negli ultimi anni il nostro cinema si è interessato al fenomeno dell'immigrazione straniera e al delicato tema dell'integrazione. Con alcuni buoni risultati ma anche con pellicole al di sotto delle aspettative.

Al di fuori dei nostri confini, il cinema sembra aver affondato lo sguardo su un tema tanto vasto quanto complesso come l'immigrazione, mentre l'Italia sembra aver appena schiuso gli occhi. Un esempio interessante all'estero, è rappresentato dal giovane cineasta pluripremiato Fatih Akin, classe 1973, figlio di immigrati turchi, che ha saputo raccontare in La sposa turca (2004) o in Ai confini del paradiso (2007) la realtà dei turchi di seconda generazione in Germania.

L'Italia non può ancora contare su cineasti immigrati di seconda generazione. Non solo, i film che hanno affrontato negli ultimi anni l'immigrazione nel nostro Paese, sono pochi e rappresentano parzialmente un fenomeno complesso. È curioso invece notare come, in passato, i nostri cineasti abbiano saputo raccontare le migrazioni dal sud verso il nord o il fenomeno dell'urbanizzazione, realizzando lungometraggi che tutt'oggi vengono considerati come momenti di eccellenza del nostro cinema.

il vento fa il suo giro (2) 420x336Film come Rocco e i suoi fratelli (1960) di Visconti, nel quale si racconta la disgregazione di una famiglia di contadini lucani trasferita a Milano negli anni del boom economico, ma anche Accattone (1961) e Mamma Roma (1962) di Pier Paolo Pasolini, hanno saputo raccontare le conseguenze delle migrazioni dalla campagna alla città, coniugando il cinema di poesia con le istanze del cinema di denuncia.

A suo modo la commedia ha saputo portare sullo schermo, in chiave originale, incontri e scontri di culture nel nostro Paese: in Totò e Peppino e la malafemmina (1956) di Camillo Mastrocinque, dove venivano presi di mira i luoghi comuni tra nord e sud, o in Straziami ma di baci saziami (1968) di Dino Risi, dove gli sceneggiatori Age e Scarpelli attingevano al vasto patrimonio linguistico italiano. Fino a giungere al recente Caterina va in città (2003) di Paolo Virzì il quale dimostra che l'immigrazione interna continua a essere generatore di storie per la commedia.

A parte rare eccezioni come Lamerica (1994) di Gianni Amelio (dove per la prima volta sono comparse sugli schermi del cinema le «carrette del mare» colme di immigrati) solo negli ultimi tre anni sembra esserci stato un tentativo da parte del nostro cinema di raccontare l'immigrazione in Italia di individui provenienti da altri Paesi.

LE FERIE DI LICU

Tra queste pellicole recenti merita un posto d'onore Le ferie di Licu di Vittorio Moroni (2006). È un progetto nato come lavoro le ferie di licu 420x336documentativo per la sceneggiatura di un film di finzione, nel quale sarebbero dovuti comparire due personaggi immigrati dal Bangladesh. Questi studi sono poi diventati il film. Ambientata a Roma e in Bangladesh, la pellicola racconta le vicende reali di Licu, un immigrato di 27 anni.

Il ragazzo vive nella capitale, nei quartieri pasoliniani a est del Mandrione, dove è presente il maggiore insediamento di connazionali, e si arrangia con tenacia e ottimismo. Un giorno riceve dalla madre la foto di Fancy, una ragazza di 18 anni scelta dai genitori come sua moglie. Così Licu torna nella terra d'origine dove si sposa. Quando i due rientrano in Italia, devono confrontarsi con una nuova realtà. Lo sguardo di Moroni non è mai «giudicante». Questo è il primo aspetto che rende il film interessante: Licu viene considerato una persona e non un immigrato.

Quindi il film si pone lontano dagli stereotipi. Inoltre per la sua natura ibrida di documentario e fiction, riesce a essere partecipe delle vicende raccontate senza correre il rischio di fornire una visione ideale e parziale sul tema dell'immigrazione. Con leggerezza, ma senza mai scadere nella superficialità, il film riesce a mettere in luce la difficile coesistenza di due orizzonti culturali distinti.

Ci introduce senza forzature nel mondo di Licu, il quale si muove a suo agio, integrato nella realtà in cui si trova, un luogo di per sé pieno di contraddizioni: un quartiere in cui convivono call-center, kebap, videoteche con dvd bollywoodiani, negozi di abbigliamento italiano firmato... E ci fa scontrare poi con il passato di Licu, quello che si è lasciato alle spalle. Al ritorno in Italia Licu, insieme alla moglie, sarà costretto a cercare un nuovo equilibro tra queste due tensioni: il desiderio di occidentalizzazione e il legame mai rescisso con le origini. Moroni ci mostra quest'equilibrio come qualcosa di fragile, ma possibile.

Riuscita, in linea con i propositi del film, la scelta del regista di inserire nel documentario, il filmino del matrimonio tra i giovani e alcuni filmati di Bollywood (l'industria cinematografica indiana).
Anche attraverso l'incontro-scontro tra due linguaggi cinematografici differenti si esprime la contraddizione: nella coesistenza in uno stesso film di un linguaggio italiano ispirato a un sobrio neorealismo zavattiniano con il quale si sceglie di pedinare i protagonisti, e quello esibito e kitsch tipico di Bollywood.

IL VENTO FA IL SUO GIRO

Nel suo esordio alla regia Giorgio Diritti ci offre un film che affronta senza timori e pregiudizi alcune domande legate al fenomeno dell'immigrazione: la questione della lingua, quella dei confini geografici, quella della tradizione contrapposta alla modernità, il tema dell'accoglienza, della paura, della conservazione del territorio e delle tradizioni, dell'apertura o della chiusura...

Girato nelle valli occitane del Piemonte, Il vento fa il suo giro prende le mosse dalle vicende di un ex professore francese che decide di trasferirsi con la famiglia (moglie e tre figli) nel paesino di Chersogno, per poter vivere di pastorizia. In principio è ben accolto: il suo arrivo è visto come la dimostrazione di una possibile rinascita del paese. Gradualmente però la convivenza con la comunità diventa difficile, tesa, caratterizzata da incomprensioni e invidie, fino a giungere all'aperta ostilità.
In un luogo nel quale i giovani sono fuggiti e la memoria e la lingua sembrano unire i pochi abitanti rimasti, gli «stranieri» non possono trovare spazio.

La comunità locale, che preferisce la chiusura, si scontra con il protagonista, il quale invece è uno spirito libero che incarna l'utopia dell'abbattimento delle frontiere. Lui e la famiglia vorrebbero una vita vicina allo stato di natura ma vengono percepiti dai locali come una minaccia. Si arriva così al paradosso: i coniugi vorrebbero recuperare alcune tecniche di lavorazione dei formaggi andate perdute (la maggioranza delle vecchie stalle del paese sono chiuse perché i giovani preferiscono lavorare in quelle moderne della pianura) ma i pochi abitanti rimasti preferiscono scegliere la decadenza e la morte, piuttosto che abbracciare una nuova spinta vitale.

E l'aura fai son vir (il titolo occitano del film) si riferisce al detto popolare: indica il vento come una metafora di tutte le cose, un movimento circolare in cui tutto torna, come rappresentato nel film dalla figura del «matto del villaggio» che corre nei prati simulando il gesto del volo. In una delle ultime scene del film è un giovane del paese a fare ritorno in una vecchia casa nella quale accende un fuoco per riscaldarsi. La fiamma, alimentata dal vento, sembra indicare la possibilità di una rinascita che però può avvenire solo dall'interno.

COVER BOY

Esistono alcuni film legati all'immigrazione che non riescono a colpire pienamente nel segno. È il caso di Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005) di Marco Tullio Giordana, Apnea (2007) di Roberto Dordit o Io, l'altro (2006) di Mohsen Melliti, film con buoni spunti ma che faticano a trovare uno sguardo incisivo sul fenomeno. Tra le pellicole coraggiose che affrontano l'immigrazione in modo interessante ma che non riescono a convincere si colloca Cover Boy, l'ultima rivoluzione (2008) di Carmine Amoroso.
cover boy 480x209
Il film racconta l'amicizia fra il rumeno loan, rimasto orfano di padre è dopo la rivoluzione post-comunista, e Michele, un abruzzese che vive a Roma lavorando come addetto alle pulizie precario alla stazione. La pellicola cerca di approfondire due aspetti: la difficile integrazione di uno straniero in Italia e quello della precarietà, il «sentirsi straniero nel proprio Paese», come sottolinea Michele nel corso di uno dei dialoghi più riusciti: la condizione di vita instabile degli italiani causata da una politica incapace di affrontare in modo adeguato la questione del lavoro.

Il film dimostra che, in condizioni di difficoltà è possibile l'incontro autentico e l'abbattimento delle frontiere. Su idea di loan, i due giovani cominciano a coltivare il sogno di costruire un ristorante nel delta del Danubio. Ma il rumeno viene assunto come modello da una pubblicitaria milanese e, lasciando Roma, abbandonerà anche Michele che, licenziato, proverà inutilmente a cercare altre soluzioni per sopravvivere.

La solitudine e la mancanza di prospettive concrete di sopravvivenza (il ragazzo tenta anche l'accattonaggio) lo costringono al suicidio. Allo stesso modo Ioan, catapultato nel mondo della moda, si trova a posare, senza rendersene conto, come testimonial per una marca di abbigliamento: grazie a un fotomontaggio compare nudo in una foto risalente al periodo delle rivolta contro Ceausescu.

L'INCONTRO AI «MARGINI»


E film ha buoni spunti, ma è penalizzato dai tagli di budget (i fondi promessi da Rai Cinema sono poi stati negati), e quindi, anche per questo può essere considerato riuscito in parte. La riflessione più approfondita è quella dell'avvicinamento graduale tra i ragazzi che si sviluppa attraverso il contatto fisico. Inizialmente il rapporto è conflittuale, i giovani si azzuffano a causa di un equivoco legato a un furto mai commesso.

Poi condividono lo stesso appartamento, cominciando a confrontarsi sui loro percorsi di vita e scoprendo di non essere poi diversi. Infine si recano al mare dove Michele insegna a Ioan a nuotare. Questa immersione, mostrata come un'autentica comunione di sensi e allo stesso tempo come una rinascita simbolica, fa scaturire il sogno: il progetto del bar sul Danubio. C'è una contrapposizione tra questo sogno in un certo senso «umile», con un altro sogno, quello contemporaneo del denaro facile e fagocitante di valori della pubblicità.

È anche a causa della campagna pubblicitaria nel quale resta coinvolto Ioan, attratto dai possibili guadagni, che il loro sogno è destinato ad affondare. Qui il regista sembra suggerire che solo in situazioni di marginalità è possibile coltivare progetti ed è quindi realizzabile una comunione d'intenti tra individui di culture diverse. Nei modelli proposti dalla società dei consumi è solo il denaro a fare la differenza e un immigrato può essere considerato integrato solo grazie al circo dell'effimero.

Le ferie di Licu, Il vento fa il suo giro e Cover Boy possono essere considerati come modalità distinte del nostro cinema di affrontare l'immigrazione. Il film di Moroni sceglie la via del documento, mentre Il vento fa il suo giro ha un respiro più universale. Infine Cover Boy è un film che inserisce storie legate all'immigrazione all'interno di situazioni di marginalità. Restano da scoprire altre strade. Ai nostri produttori basterebbe dirigere l'obiettivo oltre confine e prendere come esempio ciò che le altre cinematografie europee fanno da tempo: dare spazio a nuovi sguardi. A quelle seconde generazioni di immigrati che hanno già aperto gli occhi.

di Simone Saibene in Popoli, novembre 2008

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova