Il Grand Tour e il fascino dell’Italia

Giovanni Paolo Pannini, Piazza di Santa Maria Maggiore, 1744, Palazzo del Quirinale, Roma.

di Cesare De Seta*

Nel corso della seconda metà del Cinquecento e per tutto il Seicento il Grand Tour ha una connotazione prevalentemente aristocratica, anche se artisti e intellettuali possono in qualche misura considerarsi l’avanguardia di un’armata volta alla conquista pacifica dell’Europa. La dizione Grand Tour è adottata per la prima volta, in trascrizione francese, nel Voyage or a Compleat Journey Trough Italy (1670) di Richard Lassels. La pratica del viaggio nell'Europa d'Ancien Régime è dapprima un torrente con esili affluenti, poi in età elisabettiana - tra la seconda metà del Cinquecento e gli esordi del Seicento - il torrente si trasforma in fiume. Diviene infatti un'istituzione per la formazione della classe dirigente inglese e ad ingrossarlo contribuiscono viaggiatori francesi già al tempo di Luigi XIII e del Re Sole; con essi fiamminghi, olandesi, tedeschi, svedesi, russi e ancora altri provenienti da ogni paese d'Europa.
Nel Settecento il Grand Tour è ormai un grande fiume rigoglioso che attraversa la letteratura e le arti. Una sontuosa corte di viaggiatori lambisce il monte Parnaso, sede delle nove Muse, luogo ideale e allegorico già dipinto da Nicolas Poussin, mentore di Giovan Battista Marino. Anton Raphael Mengs affresca in villa Albani a Roma (1761) il medesimo soggetto: col suo sodale Johannes J. Winckelmann - bibliotecario del Cardinale Albani - dà così nuovo vigore a un mito rinascimentale già celebrato da Mantegna e Raffaello. La comunità dei touristes è, nel corso del secolo del Lumi, la più numerosa e libera accademia itinerante che la civiltà occidentale abbia mai conosciuto. Quantunque i dati statistici siano carenti per tutta l’Europa, e quei pochi ora disponibli hanno più che altro valore di indizio, è certo che l’esperienza del Tour nel corso del tempo assume una connotazione interclassista già nell’età dell’assolutismo. L’intelligenza, il gusto, il piacere della musica e delle arti sono qualità che prescindono dallo status sociale. Montaigne offre una precoce e alta testimonianza di questo sentimento negli Essais (1580), quando scrive: "Io stimo tutti gli uomini come miei compatrioti e abbraccio un Polacco come un Francese, posponendo questo legame nazionale a quello universale e comune." A metà del Settecento sarà il poeta Samuel Johnson, noto come Dottor Johnson a confermare il carattere pan-europeo di questo sentimento. Questo programma ideale prende forma malgrado crisi e pause più o meno lunghe, a causa dei conflitti ricorrenti tra le nazioni e al lacerante scontro che oppone la Chiesa di Roma al mondo protestante. Ma, con la conclusione della Guerra dei Sette anni nell’inverno del 1763, l’Europa conosce una stagione di lunga pace e il Grand Tour vive quella che possiamo definire, senza enfasi, la sua età dell’oro. Essa si conclude con la campagna d'Italia (1796) del giovane Bonaparte, ma un trauma violento l'aveva già subìta con lo scoppio della Rivoluzione francese.

Roma capitale del Grand Tour
Roma è il baricentro immobile di questo itinerario per molti secoli, ma il Caput Mundi e la Città santa del cattolicesimo - denso di reliquie pagane e cristiane - si laicizza in età moderna, grazie al contributo di viandanti cosmopoliti che attingono a essa senza alcuna inibizione, malgrado permangano prevenzioni confessionali e ideologiche. A intraprendere il viaggio sono certamente più numerosi gli inglesi e per questa ragione sono essi che costruiscono il primo codice del Tour: stabilendo le finalità didattiche di questo “cursus honorum”, tracciando gli itinerari e fissando le mète obbligate. Da parte sua Francis Bacon in Of Travel (1615) dà un contributo essenziale perché il viaggio d'istruzione s'imponga come esperienza indispensabile per un giovane che ambisce ad assumere un ruolo dominante nella società del suo tempo. Thomas Hoby, William Thomas, Fynes Morison, Thomas Coryat sono gli autentici pionieri di questa avventura.
Sulla loro scia e grazie alle loro pagine un numero crescente di connazionali attraversano la Manica per visitare i Paesi Bassi e la Francia; essi raggiungono l’Italia via mare da Marsiglia o da Nizza: di qui procedono con una feluca a Genova, o giungono direttamente a Livorno per fermarsi a Firenze e girare la Toscana, altri sbarcano a Civitavecchia, il porto dello Stato pontificio prossimo a Roma, e di qui si spingono almeno fino a Napoli. Chi proviene dal continente attraversa le Alpi e valica il Moncenisio: se proviene da Lione si ferma a Torino e a Milano, se proviene da Monaco, Dresda, Vienna o Praga passa il Brennero e incontra Verona, di lì raggiunge Padova e Venezia. Le vie d’acqua sono meno usuali, ma spesso è attraverso il Po che si giunge a Ferrara e a Ravenna, di lì si prosegue per Padova e lungo il Brenta si giunge a Venezia. L'itinerario classico prevede che si discenda (o si risalga) la Penisola fendendo la dorsale appenninica, da Bologna a Firenze o, sul versante Adriatico, passando per Ancona e Loreto, il cui santuario è uno dei luoghi più battuti a causa della devozione mariana. Dopo Radicofani, passo appenninico descritto con enfasi da molti viaggiatori, principia la discesa verso Roma. I pericoli non mancano: i banditi sono un imprevisto di cui i viaggiatori sono ben consapevoli. Il soggiorno romano commuove il più flemmatico dei viaggiatori, la malia di Venezia l'intenerisce, le collezioni artistiche di Firenze lo stordiscono, Napoli lo ubriaca di sole e di mare. Nella seconda metà del Settecento, preceduti da alcuni ardimentosi, molti intraprendono il viaggio in Sicilia: taluni per via di terra attraversando Puglia e Calabria, altri si imbarcano a Napoli e approdano a Palermo. 

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Gli itinerari si sfilacciano, si sovrappongono tra loro, mutano nel tempo a seconda della fortuna che ciascuna città, regione o contesto s’è conquistato nella cultura di provenienza del viaggiatore. Sulla via del ritorno si battono le stesse piste si risale la penisola fino a Torino per passare in Francia e imbarcarsi a Calais o fino a Milano e Venezia per avviarsi verso le Alpi. Si viaggia su calessi, postali, carrozze o a piedi, ci si ferma in locande o pensioni, si mangia in osterie, si viaggia in compagnia di Bear-leader, di camerieri o da soli, ci si serve di passaporti e salvacondotti per attraversare le molte frontiere della Penisola frantumata in Stati e staterelli. Pier Leone Ghezzi ironizza su questi ciceroni in una graffiante vignetta (c. 1725), George Dance sui suoi connazionali al risveglio in una locanda di Tivoli (c. 1780).

 

Nazionalità e gusti dei touristes
Non è agevole disegnare le propensioni di ciascun viaggiatore, né sempre la nazionalità è indice significativo. Tuttavia i francesi sin dal tempo di Montaigne, Philibert de l'Orme e Rabelais hanno in Roma una mèta fissa e preminente, per tutto quanto di Antico essa raccoglie nel suo seno. I tedeschi e in genere i nordici ambiscono al sole del Sud, a una natura incontaminata e allo stesso tempo arcadica. Gli inglesi condividono entrambe queste predilezioni, ma Venezia rimane un topos straordinariamente presente nel loro immaginario. Certo è che nel corso del Settecento il baricentro del viaggio si va spostando sempre più verso il Mezzogiorno, perché lì sono le radici della civiltà e lì sopravvivono riti e miti che la civilisation ha cancellato: l'ammirato stupore suscitato dalla scoperta di Ercolano e Pompei induce a spingersi oltre, a Paestum e in Sicilia alla ricerca del Dorico e alle fonti della civiltà magno-greca. Questi fili, che ho provato a separare per temi dominanti, in effetti, si aggrovigliano e non c'è viaggiatore - da qualunque angolo d'Europa provenga e qualunque sia il suo credo religioso o ideologico e le sue scelte di gusto - che non sia partecipe di interessi comuni; gli stereotipi esistono e sono ben radicati, ma sarebbe azzardato assumerli a rigida guida di una tassonomia per nazione. I viaggiatori hanno connotazioni professionali: gli artisti, i letterati, i filosofi, gli scienziati hanno interessi in qualche misura diversi, ma c'è un nocciolo comune che li induce a visitare quel museo a cielo aperto che è Roma. Città nella quale non possono mancare i Musei Capitolini inaugurati nel 1734 e, dal 1771, il Museo Pio-Clementino. Roma e la sua campagna sono un'area archeologica di incomparabile fascino che si distende fino a Tivoli, Frascati, Albano e Nemi. Alcuni intraprendenti viaggiatori conducono campagne di scavo, i mercanti fanno affari d'oro, i collezionisti di statuaria antica, di reperti di ogni tipo, di dipinti non si contano. Il collezionismo è una vera febbre che contagia un po' tutti a seconda delle possibilità economiche, ma anche chi ha meno risorse acquista un libro, una stampa, una gouache che possa ricordargli la città o l'opera che gli è rimasta nel cuore. Il prosperare delle imprese calcografiche è il frutto di un mercato fiorente capillarmente diffuso nei maggiori centri del Bel Paese. C'è naturalmente un calendario che si cerca di rispettare per non mancare gli appuntamenti più significativi offerti da ciascuna città: dalla festa del Redentore a Venezia a quella di Santa Rosalia a Palermo, da quella dei SS. Pietro e Paolo a Roma a quella di San Gennaro a Napoli. Talune ricorrenze sono particolarmente presenti all'attenzione del viaggiatore: il Natale e la Pasqua sono ricorrenze solenni che assumono nella cornice di San Pietro un fascino particolare. Ma anche le feste popolari, come la corsa dei tori in Campo San Polo a Venezia o quella del Palio a Siena trovano i loro cultori, contribuendo a condire il già succulento menu che offre l'Italia.

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Il cosmopolitismo del Grand Tour
Il Grand Tour ha una indentità sovranazionale che riluce soprattutto negli spiriti più alti che vivono questa esperienza e tale carattere cosmopolita è un dato costitutivo fin dalle origini. L'Italia è per tutti costoro un'immagine femminile, è la "Mater Tellus" cantata da Lucrezio e la nutrice di un'esperienza spirituale e sensitiva unica: per questi motivi alla terra di Dante, Petrarca, Machiavelli, di Michelangelo e Raffaello, di Vivaldi e Farinelli, di Galileo e Aldovrandi è riservato un posto del tutto particolare nel Tour. L'Italia è a un tempo Parnaso, Campi Elisi e terra delle Esperidi. Due sono le coordinate che conviene seguire per darsi conto di questo viaggio iniziatico alla fonte del sapere e della bellezza. Ogni europeo rivive il mito di Ulisse, compone una sua Odissea che diviene Diary, Journal o Tagebuch. La sconfinata produzione letteraria è una testimonianza, memoria di un'avventura irripetibile che si ricorderà per tutta la vita e che si fa più vera e reale nel momento in cui viene narrata. Dunque da un lato testi letterari di disuguale valore e di intenzionalità narrative non omogenee, dall'altro l'esperienza visiva e plastica: pittori, architetti, scultori, incisori debbono in primo luogo immergersi nel bagno salvifico dell'Antico e poi attingere all'arte e all'architettura contemporanea di quel grande atelier che è l'Italia in età moderna. Qui sono attivi architetti come Bernini e Borromini, Juvarra e Vanvitelli, pittori come Salvator Rosa e Caravaggio, Tiepolo e Piranesi. Proprio come si vede nelle celebri tele del Louvre di Giovanni Paolo Pannini c'è da scoprire 'Roma antica' e 'Roma moderna': e in tal senso i grandi dipinti del pittore piacentino devono considerarsi un'allegoria dell'Italia intera. La religione delle memorie classiche è una costante che accomuna De Brosses a Addison, Berkeley a Goethe, ma pure Claude Lorrain a Hubert Robert, Inigo Jones ai fratelli Adams, Marteen van Heemskerck a J. Philipp Hackert. I mutevoli paesaggi d'Italia e l'Antico, sono - fin dalla metà del Cinquecento e per tutto il Settecento - soggetti privilegiati da una larga parte della pittura europea. Il vecchio Goethe nelle conversazioni con Eckermann ricorda l'effetto affabulatorio che su di lui bambino avevano avuto le incisioni di Piranesi esposte sulle pareti della casa paterna. Edward Gibbon evoca con perseveranza i poeti latini che, adolescente, aveva imparato a recitare a memoria. Un'ideale galleria di 'ritratti' di città e di paesaggi è parte, dunque, dell'immaginario collettivo di un'Europa di savants. A essi si affiancano da comprimari, con una loro voce originale e persuasiva, alcuni dei maggiori pittori europei. Città gravide di palazzi e di chiese, di ville e giardini, di musei e biblioteche, di teatri e di gabinetti scientifici vengono visitati e 'conquistati' dagli avidi occhi dei viaggiatori. Dal tempo del Sacco di Roma l'Italia moderna aveva patito a varie riprese il ferro e il fuoco degli eserciti stranieri, questa volta viene presa da un esercito composto dalle intelligenze più vivide d'Europa. Mai come in questo caso possiamo dire che i conquistatori si trasformano in conquistati: sentimento antichissimo che ci rimanda alle parole di un antico romano quando giunse sull’Acropoli di Atene. E Roma, Venezia, Firenze, Napoli assumono - in età moderna - il ruolo che ebbe la città di Pericle e di Fidia per i romani. Una molteplicità di fuochi ideali che hanno i loro cultori a volte entusiasti a volte severi, taluni persino sprezzanti, sempre comunque appassionati, capaci di attingere a identità paesistiche e culturali così diverse tra loro. Nel corso di due secoli la turrita e 'terrifica' corona delle Alpi, le pianure floride della Padania, l'aspro Appennino, le coste lussureggianti dalla Liguria alla Sicilia, lagune e riviere, cascate e vulcani – tipici soggetti 'pittoreschi' - divengono soggetto artistico e oggetto d'attenzione scientifica. Berkeley e Goethe, Evelyn e Lalande sanno che il sapere è uno solo, che arte e scienza sono inseparabili.

*Professore di Storia dell'Architettura all'Università Federico II di Napoli e Directeur d'Études presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Dirige il Centro Studi sull'Iconografia della Città Europea. Tra le sue pubblicazioni sul tema: L'Italia del Grand Tour da Montaigne a Goethe, Milano, 1992; Luigi Vanvitelli, Napoli, 1999; Viaggiatori e vedutisti in Italia tra Settecento e Ottocento, Torino, 1997.

Pubblicato il 23/3/2007

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