Convegno su Ovidio

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Sabato scorso, 21 novembre 2009, nel Salone di Rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale di Taranto (g.c.), si sono svolti i lavori del Convegno su "Ovidio e l’esilio. Riflessioni duemila anni dopo", organizzato dalla Delegazione Tarantina della Associazione di Cultura Classica "Atene e Roma" (A.I.C.C.) con il patrocinio dell’Assessorato alla Scuola e all’Università della Amministrazione
 Provinciale di Taranto.
 

         G. Cipriani   A. De Vivo    A. Luisi   S. Montecalvo

In apertura dei lavori ha preso la parola il vicepresidente della Amministrazione Provinciale di Taranto, dott. Emanuele Fisicaro, che ha portato il saluto suo e della Amministrazione rappresentata, ha manifestato il suo plauso all’iniziativa e si è augurato che siano più frequenti le occasioni culturali di questo tipo, perché di esse si sente un vivo bisogno e perché corrispondenti all’anima più vera della nostra storia, cultura e società.

CONFERENZA DEL PROF. GIOVANNI CIPRIANI, "SPECCHIARSI NEL MITO: PICASSO, OVIDIO E L'ANTICO"

Dopo brevi parole introduttive del Presidente della delegazione tarantina dell’A.I.C.C., Prof. Adolfo Federico Mele, il Prof. Giovanni Cipriani, docente di Letteratura Latina nonché Preside di Facoltà della Università degli Studi di Foggia, ha sviluppato il tema "Specchiarsi nel mito: Picasso, Ovidio e l’antico", ricorrendo anche a un ben selezionato corredo di immagini proiettate. Il relatore ha iniziato ricordando il costante, ma singolare, rapporto di Picasso con la cultura classica, sentita non come suggestione accademica, ma come richiamo al vitalismo primigenio del mito, in cui appunto specchiarsi, vedersi e riconoscersi; come un mezzo per riappropriarsi, in forme personali, di una sorgente viva dell’arte. Nella evoluzione artistica di Picasso si nota che egli estrae modelli e li manipola fino a un totale svuotamento di significanti e significato, creando una tecnica che non si lascia guidare dall’accademismo, convinto che esista una civiltà classica rinnovabile, ed egli non ne rinarra i contenuti, ma opera una creazione polidiretta, una rigenerazione di forme e la offre allo spettatore. Picasso si è spesso presentato allo spettatore e ha presentato il suo ambiente con allusioni e suggestioni classiche: a un primo periodo in cui è spesso presente una colonna spezzata e una testa barbuta (di Zeus), segue l’identificazione con Pan, essere dalla natura ibrida, umana e ferina. Qui, oltre alla frequentazione parigina del museo del Louvre, opera la suggestione di un viaggio in Italia, a Roma, Napoli, Pompei e Firenze: presentando opere di Picasso e foto, specie scattate a Pompei, in cui l’artista si fa ritrarre davanti a pitture poi riproposte nei suoi disegni e quadri, assumendo pose che rimandano alle opere antiche sullo sfondo, si coglie una identificazione dell’artista con Pan appunto; va notato che in alcune opere Pan appare insieme a Laerte, ai proci, a Penelope, a Ulisse, e questo rimanda a un passo di Servio che fa nascere Pan dalla relazione di Penelope, durante l’assenza di Ulisse, con tutti i Proci, cosa che avrebbe indotto Ulisse a rimettersi in viaggio e a scacciare Penelope. Il confronto fra altre foto e quadri di Picasso permette di cogliere anche una seconda doppia metamorfosi del pittore: nella Flute de Pan La flute de Panappare sia come Pan che come Apollo. Ma è quella con Ulisse la identificazione che più direttamente avvicina Picasso a Ovidio: anche qui pitture romane e pompeiane sono rievocate; in particolare Ulisse con le Sirene e tra i Lestrigoni, dove Picasso si presenta solo, senza compagni, con una faccia rotonda, e le Sirene donne-pesce, ma anche una donna-uccello, tutt’intorno: l’eroe non è colui che "vide città e conobbe", in Picasso non attinge la conoscenza, il mondo gli sfugge. Il richiamo è ad Ovidio dei Tristia (I, 5), dove il poeta si presenta come più sfortunato dell’eroe, in un viaggio più terribile e senza speranza: per Ovidio questa è un’ultima metamorfosi, da aggiungere alle altre da lui descritte e cantate, autobiografica, come, si può supporre, lo fosse per Picasso: entrambi si specchiavano nel mito, ma ne differivano.

CONFERENZA DEL PROF. ARTURO DE VIVO, "OVIDIO POETA DI CORTE: VISIONI E ORACOLI DALL'ESILIO"

Ha poi preso la parola il Prof. Arturo De Vivo, dell’Università "Federico II" di Napoli, presentando "Ovidio poeta di corte: visioni e oracoli dall’esilio". La relazione del Professore ha preso in esame tre elegie, delle quali è stato distribuito ai presenti il testo latino fotocopiato, (Tristia, IV,2; Ex Ponto II, 1 e III, 4).

Richiamate notizie sullo svolgimento del trionfo a Roma, sulla sua solennità e importanza simbolico- documentaria, basata sui resoconti di alcuni storici e sui versi di alcuni poeti latini, il Prof. ha sottolineato come, in età augustea, ad opera dei poeti, il trionfo abbia arricchito la sua realtà retorico-narrativa con motivi ecfrastici, tipici della poesia alessandrina, celebrando in particolar modo la gens Giulio-Claudia, assumendo non solo i toni del resoconto di un avvenimento celebrativo, ma anche quelli di un vaticinio. L’archetipo di tale mutazione è riscontrabile in Virgilio, Aen. VIII, dove il trionfo di Ottaviano nel 29 a.C. (dal 13 al 16 Agosto, le Feriae Augusti, nostro ferragosto) è descritto come istoriato e reso a bassorilievo nel terzo quadro al centro dello scudo di Enea, trasformandosi quindi in una promettente profezia, che il progenitore Enea "ignaro della storia, porta e di cui si rallegra": in Virgilio quindi realtà e visione profetica si fondono.

Anche Orazio parla di trionfi: di quello di Augusto sui Vindelici (primavera del 24 a.C.), in onore di Augusto e della sorella Ottavia, e unisce ai toni solenni, un po’ in sordina, quelli della sua festa privata, col vino Massico e con un invito a Neéra; Orazio è ancora attento più al rituale della festa che ai toni eroico celebrativi nell’Ode IV, 2, dedicata al trionfo di Iullo Antonio figlio del triumviro e di Ottavia, sui Sugambri: l’ode è del !6 a. C., ma il trionfo fu celebrato il 13 a.C., quindi Orazio lo ha prefigurato, da vate, e nel farlo si schermisce perché non sarebbe proprio adatto al genere epico-celebrativo (strano per chi aveva già scritto il Carmen saeculare).

Trionfi come occasione per feste private, e per recusationes, sono presenti anche in Properzio (Elegia III, 4), che celebra la vittoria di Cesare sui Parti , tanto sicuro il poeta della vittoria, che la celebra prima che essa si verifichi (e sarà più un felice esito di trattative diplomatiche che di effettive azioni belliche), approfittandone per stare in compagnia della donna amata, tra la folla plaudente sulla via Sacra: il poeta milita nella militia Amoris, ma è vicino e in sintonia con il trionfo militare. Un po’ diverso il tono dell’altra elegia properziana (IV,6) del 16 a.C. per la vittoria di Azio: Mecenate non è più al fianco di Augusto, il suo circolo e l’atteggiamento del principe verso gli intellettuali sono cambiati, e il poeta ora si vede parte integrante del coro trionfale, inserito nel corteo che si muove lungo la via Sacra; tra i vinti non c’è Cleopatra, ma Properzio ne rievoca la figura, la immagina presente: anche il poeta ormai è un poeta vate al seguito del principe.

Ovidio, poi, si era dichiarato "pronto a sfilare al trionfo di Amore", (Amores, I, 2), ricorrendo ad immagini del trionfo militare romano, con estraniamento stravolgendo il tema da Augusto a Cupido (erano parenti!). Ricordando, come si è visto, che nella poesia augustea il trionfo non è tanto descrizione di ciò che è passato o in atto, ma piuttosto vera predizione di ciò che avverrà,si può citare ancora l’Ars amandi, libro I, in cui si parla di ludi circensi e di una naumachia (con predizione anche qui), per farne l’occasione propizia per un corteggiatore per poter, approfittando del trionfo spettacolare, trionfare sulla ritrosa puella, facendo bella figura enumerando e descrivendo tutti i particolari dello spettacolo, anche quelli che non conosce ("inventa ciò che ignori"). Il topos ecfrastico è stato rifatto e ricrea i contenuti ideologici: la nuova percezione è sicuramente degradata, e certamente il Principe non avrà gradito questa deminutio.

Passando alle elegie date in fotocopia, in esse il motivo dello spazio e del tempo ha scarsa importanza: il poeta è in esilio, lontano, ha limitate informazioni, ma non rinuncia a cantare, come se fosse presente e a fare presagi, anticipando vittorie e trionfi.

L’elegia seconda del Libro IV dei Tristia, più o meno dell’11 d.C., parla di un trionfo sui Germani, perché il poeta sa di una nuova spedizione contro di loro, diretta da Tiberio, ma non ne sa l’esito, e allora lo immagina; il tono è oracolare, i fatti e i nomi contano poco, come già nell’Ars amandi e il pensiero consente a Ovidio di tornare a Roma, seguire il trionfo di Augusto e Tiberio, descriverlo.

Le due Epistulae ex Ponto (II, 1 e III, 4) sono del 13 d.C. e parlano di un trionfo che si celebrerà solo alcuni anni dopo: quello di Tiberio ancora sui Germani; Ovidio lo considera già celebrato e associa alla gloria di Tiberio il figlio che Augusto gli aveva fatto adottare, Germanico, che riceve uno spazio maggiore rispetto al padre, con una seconda imprudenza da parte del poeta nei confronti della corte; la seconda Epistula celebra ancora la stessa vittoria, e in essa prevale il tema del trionfo; il poeta sa di non poter reggere al confronto di altri che, presenti, hanno assistito al trionfo per poi cantarlo, ma si dichiara superiore comunque agli altri rivali: egli è un oracolo, ha parole vere, può esporre anche i futuri trionfi dei Cesari, sa che il Principe ha bisogno di vati, di un vate, e questo forse gli dà il diritto di sperare ancora nel ritorno a Roma.

CONFERENZA DEL  PROF. ALDO LUISI , "CARMEN ET ERROR"

Successivamente ha parlato il Prof. Aldo Luisi, dell’Università degli Studi di Bari, sul tema Carmen et error. L’oratore ha ricordato di essere stato spronato a dedicarsi a questa ricerca sugli ancora incerti motivi dell’esilio di Ovidio, che li sintetizzò nella formula del titolo del suo intervento, dalla Professoressa Marta Sordi e di essersi dedicato da ormai venti anni a tale indagine, ricorrendo alle tecniche del lavoro storico, oltre che a quelle del lavoro filologico, per giungere alle conclusioni che presenta e che fanno oggetto dell’ultimo dei suoi scritti dedicati al poeta Ovidio.

Ha esaminato e accostato tutte le 97 epistole (51 Tristia e 46 ex Ponto), attento al lessico, ai destinatari, alle occasioni e alla datazione dei singoli componimenti. Chiestosi perché Ovidio abbia definito silenda la sua culpa, ha sottolineato che sileo è meno forte di taceo: la colpa non andava proclamata, ma poteva essere bisbigliata, fatta intuire, senza ben inteso ferire nuovamente il Principe. E da qui è partita la sua indagine di filologo e storico a un tempo, alla ricerca dell’ error. Nella lunga epistola del secondo libro dei Tristia, indirizzata ad Augusto, Ovidio aveva scritto appunto: "Sebbene due siano le cause della mia rovina, un’opera poetica ed un errore, non posso parlare (ma alludere, bisbigliare, sì, ha appena detto l’oratore) della colpa connessa al secondo fatto. Il mio caso non merita che io riapra la tua ferita: è già troppo che tu abbia sofferto una volta. Resta l’altro motivo, per cui sono accusato di essermi fatto maestro, per mezzo di un poema vergognoso, di una disciplina indecente come l’adulterio (altera pars superest, qua turpi carmine factus/ arguor obsceni doctor adulterii)"(Tristia, II, 207 – 212, trad. Fr. Lechi, tranne la prima parentesi). Si badi al verbo arguor, che vale "sono accusato, con una denuncia, davanti ad una autorità": è un termine tecnico del linguaggio giuridico, e va ricordato che Ovidio, era un avvocato, bravo anche, stando a quanto lui stesso riferisce e attesta Seneca padre, il quale aggiunge che eccelleva più nelle suasoriae che nelle controversiae (preferiva consigliare a battersi); dunque Ovidio chiaramente allude a un processo pubblico, e a ciò rimanda anche crimina all’inizio della citazione (capi d’accusa, incriminazioni). Il componimento, il carme, è l’ Ars amatoria, opera giovanile dell’1 d.C. in tre libri, due destinati agli uomini innamorati e l’ultimo alle donne, con gustosi suggerimenti, a cui l’oratore fa qualche riferimento, destinata alla lettura di tutti, ma non delle matronae (a Roma si distinguevano tre categorie di donne: moglie, concubina e, come oggi diremmo, escort: uxor, paelex, meretrix): l’accusa di essere stato maestro di adulterio quindi non regge, perché con le meretrices non si poteva commetterlo. Va però considerato un secondo punto: si tratta di una azione giudiziaria pubblica, come suggerisce il lessico impiegato accortamente dal poeta; ora, dal punto di vista giuridico, l’adulterio, in precedenza non era un delitto, era una questione da risolversi in famiglia, nell’ambito delle competenze del paterfamilias o del tutor; dopo il 18 a.C., con la lex Iulia de adulteriis coercendis, diventa invece una colpa pubblica, richiede un processo, l’intervento di un giudice e l’irrogazione di una pena, perché è contra legem. Ovidio però non è accusato di adulterio, bensì di esserne stato maestro, e da questa accusa si è così difeso.

In un altro passo della stessa elegia (verso 545: Sera redundavit veteris vindicta libelli, "E’ un castigo molto differito quello che ricade su di me per un libro di tanti anni fa", tr. Lechi), a parte l’invocazione della prescrizione, va sottolineato il termine, tecnico anch’esso, vindicta, che non può essere riferito alle iniziative di Augusto, che, dotato di ampi poteri, non ha bisogno di ricorrere a comportamenti da privato, come la vendetta romana. Si può quindi pensare che l’iniziativa dell’azione contro Ovidio non fosse di Augusto, ma di altri.

Chi poteva essere costui? Probabilmente Livia, ultima moglie di Augusto, bellissima e potente matrona, già madre dal precedente matrimonio con Ti. Claudio Nerone del futuro imperatore Tiberio e sposata da Augusto quando era ancora incinta di Druso; da lei Augusto non ebbe figli; l’imperatore ebbe invece dalla precedente moglie Scribonia una figlia Giulia maggiore, che andò sposa ad Agrippa, dal quale ebbe Agrippa Postumo (nato dopo la morte del padre), anch’egli adottato da Augusto quasi insieme al figliastro Tiberio. Giulia fu quindi moglie di Tiberio , ma, di comportamento molto libero, fu coinvolta in uno scandalo famoso, coevo dell’esilio di Ovidio, ed esiliata a Pandateria (oggi Ventotene), più tardi a Reggio in Calabria.

Un’altra donna, anch’ella bellissima e potente, Antonia minore, figlia di M. Antonio, il rivale di Augusto, e di Ottavia, la sorella di Augusto, era in contrasto con Livia, alla corte imperiale, ed era andata sposa a Druso minore, fratello di Tiberio, divenendo madre di Germanico.

Nella lotta per la successione di Augusto Antonia minore favoriva esponenti della discendenza che potremmo definire giulio-antoniana, Livia invece la discendenza, che risulterà vincente, giulio-claudia.

Ricordiamo: l’Ars amatoria è dell’ 1 d.C., la lex de adulteriis coercendis era del 18 a.C.; nel 2 a.C. era scoppiato lo scandalo che ha per protagonisti Giulia, figlia di Augusto e già moglie di Tiberio, e ben cinque amanti, il più illustre dei quali, messo a morte da Augusto, era Iullo Antonio, figlio del triumviro M. Antonio. Ma già dal 6 a.C. Tiberio si era allontanato da Roma e dalla moglie, passando a Rodi, dove era ancora quando Augusto denunciò la figlia ai sensi della legge Giulia e, di sua iniziativa, le comunicò di imporle il divorzio da Tiberio.

Un’altra Giulia, minore appunto, figlia di questa prima Giulia e di Agrippa (Augusto quindi era suo nonno) finirà esiliata, alle Tremiti, nello stesso anno dell’esilio di Ovidio, e anche lei accusata di adulterio, ma probabilmente anche coinvolta in una trama mirante a riportare la successione di Augusto nella linea della progenie giulio-antoniana: Ovidio, pur non avendo commesso nessuno scelus (delitto), avrebbe visto qualcosa (testimone oculare?), senza riferire a chi di dovere, incorrendo in un error, e la vindicta di Livia, unita alla politica successoria di Augusto, lo colpì perché maestro di adulterio, non di uno solo, bensì di due ormai.

Ma dove il poeta aveva dimostrato di esserlo?

C’è un passo dell’ Ars amatoria (II, 359 – 372) in cui è vivacemente, maliziosamente, ironicamente narrata e commentata la vicenda di Elena, Menelao e Paride ospite a Sparta nella loro reggia: Menelao da Sparta è andato nell’ isola greca di Creta, lasciando Elena, che non voleva dormire da sola nel letto nuziale (torus), mentre nel palazzo c’era un ospite, Paride, definito con felice litote non rusticus hospes; nell’apostrofe che rivolge a Menelao il poeta sottolinea la sua stoltezza (stupor), gli dice che cogit adulterium (crea l’occasione per l’adulterio, lo predispone) e poi, assumendo la veste di giudice, solennemente proclama di assolvere Elena, che si è solo avvalsa della commoditate humani viri (della accondiscendenza di un marito generoso).

Qui c’è un processo, giudice è il poeta, il verdetto è di assoluzione: Elena non è "una di quelle", è una matrona, l’adulterio c’è stato, e Ovidio può essere, qui, ritenuto maestro di adulterio, o almeno colpevole di apologia di reato.

C’è forse di più: il tono divertito di Ovidio nel narrare questa vicenda forse allude alla situazione, troppo evidentemente parallela, di Giulia maggiore (sola a Roma) con Elena (sola a Sparta), di Menelao (lontano a Creta) con Tiberio (da sette anni lontano a Rodi, altra isola greca), e di Paride con Iullo Antonio.

Ovidio così danneggiava l’immagine di Tiberio, erede designato, anche se non il solo, mentre Livia si prometteva di assicurargli la successione imperiale: il poeta con questo episodio metteva in moto un meccanismo che poteva intralciare i piani di Livia. In seguito il poeta si affiancava all’altra Giulia (la nipote di Augusto): questo fu il suo error, scontato con la relegatio a Tomi.

Nel 14 d. C. Augusto muore, Tiberio prende il potere, muoiono quasi contemporaneamente ben cinque personaggi coinvolti nelle due vicende, tra cui Agrippa Postumo, Sempronio Flacco (ultimo amante di Giulia), un Floro: e Ovidio finirà la sua vita in esilio.

CONFERENZA DELLA DOTT.SSA STEFANIA MONTECALVO, "CONSOLATIO DI FILISCO A CICERONE (CASSIO DIONE, XXXVIII, 18-29)"

Prende quindi la parola la Dott.ssa Stefania Montecalvo, ricercatrice dell’Università degli Studi di Foggia, che parla della "Consolatio di Filisco a Cicerone (Cassio Dione, XXXVIII, 18-29)".

Richiamate le vicende che condussero all’esilio di Cicerone, e il quadro politico in cui si inserivano, con gli effetti della nascita del cosiddetto primo triumvirato, il passaggio di Publio Clodio nelle fila dei popolari, la relatrice sottolinea le azioni tese a smantellare e colpire la politica e la persona di Cicerone: il tribuno Clodio fa votare una legge che svincola la convocazione di assemblee e senato dalla consultazione degli auspici, una legge frumentaria, un’altra De collegiis, che li reintroduceva nella società romana, annullando così la politica di concordia ordinum perseguita da Cicerone, e la lex Clodia sui comitia, nel 59, ai sensi della quale poi persegue Cicerone, reo di non aver concesso a Lentulo, uno dei Catilinari, il diritto alla provocatio ad populum.

Dione Cassio, storico dell’età dei Severi, senatore romano, nella sua Storia Romana scritta in greco parla di questi eventi nel libro XXXVIII, ricorda in termini molto precisi la Legge Clodia sui comizi citata, forse perché da lui consultata negli archivi, che egli frequentava (lo dice nei successivi libri XLV e XLVI in cui dichiara di essersi imbattuto in molti casi di processo per adulterio svoltisi nella età imperiale), e continua la sua narrazione riferendo che Cicerone si consultò con Cesare (che lo consigliò ad allontanarsi da Roma), e con Pompeo (che gli assicurò il suo appoggio e gli consigliò di rimanere); Cicerone decise quindi di andare in esilio volontario per evitare pene più gravi; costretto a rinunciare alla Sicilia, dove voleva recarsi, perché grande vi era ancora il favore nei suoi confronti, si recò, oltre la distanza di 3750 stadi da Roma prevista per gli esiliati, in Macedonia.

Qui Dione fa avvenire l’incontro tra l’esule e un non meglio identificato Filisco, conosciuto da Cicerone nel suo precedente soggiorno ateniese, per il quale, o meglio per le posizioni che sostiene, si è pensato a possibile ricalco dioneo sulla figura di un Filisco presente nell’entourage di Giulia Domna, o a un altro Filisco giudeo (ma la cosa comunque non è rilevante per il presente discorso); durante la conversazione Filisco apprende dell’esilio dell’oratore, ne nota lo scoramento (che Dione ha desunto dalla lettere ad Attico e dalle orazioni di Cicerone: ne deriva l’immagine di un Cicerone lamentoso che tanto scandalizzò il Petrarca alla riscoperta dell’epistolario dell’Arpinate); Dione, come altri scrittori anticiceroniani, insiste su questa differenza tra Cicerone saggio e "filosofo" in pubblico e dimesso e scoraggiato in privato (lo faceva anche Plutarco, ma va ricordato che Cicerone ha dichiarato di essersi dato alla filosofia solo dopo il trionfo di Cesare, tra il 46 e il 45 a.C.). Questa immagine tradizionale di Cicerone querulo avrà indotto Dione a stendere questa vera e propria consolazione: Filisco all’inizio critica Cicerone per non aver ascoltato Cesare, dimostrando qui il filocesarismo di Dione, e quindi passa alla vera e propria consolazione.

Le prime mosse ("Non ti vergogni, Cicerone, a piangere, da donna, tu che sei ritenuto un uomo colto e hai difeso molti?") rimandano all’inizio delle diatribe ciniche. E Cicerone risponde sottolineando quanto sia diverso parlare per gli altri dal parlare per se stessi: nel primo caso si è più distaccati, e quindi più efficaci; nel secondo più coinvolti. La risposta di Cicerone potrebbe risentire dell’anticiceronianesimo di questa pagina dionea, ma è anche in linea con affermazioni di Cicerone nelle Tusculane (libri III e V).

Filisco si dichiara poi pronto a soccorrere Cicerone con le sue parole ("Di’ che ti manca e di cosa hai bisogno"), partendo dalla diagnosi dello stato d’animo della persona da consolare, come era frequente nelle consolazioni: una mossa quasi da psicoanalista. Filisco sottolinea poi che Cicerone è in salute, ha il necessario per vivere (affermazioni che sono parse di marca epicurea, ma non va dimenticato che le consolazioni sono spesso piene di innesti e intrecci eclettici) e passa quindi a indicare le virtù di cui l’animo di Cicerone è fornito: è intelligente, giusto, ha sapienza, ma manca di coraggio: sono quattro virtù che corrispondono ai "beni dell’anima" di Platone e degli stoici, virtù che al tempo di Dione, variamente graduate, servivano per descrivere i personaggi di cui si parlava e che già Cicerone aveva adoperato a tale scopo: anche qui c’è una velata critica di incoerenza mossa da Dione a Cicerone (saggio, ma pavido).

Continuando, Cicerone chiede a Filisco se non consideri gravi mali la perdita dei diritti politici, l’esilio, la privazione della famiglia, degli amici, l’andar vagando senza sicurezza, l’essere deriso: è la tipica descrizione dello stato dell’esule nei trattati antichi sull’esilio, come in Favorino di Arelate (che esamina e discute ogni privazione in modo puntuale e in successione), in Musonio e nel suo trattato "L’esilio non è un male", nella Consolatio ad Helviam matrem del filosofo Seneca, ed era già stato nell’orazione ciceroniana Pro domo sua, cioè in una tradizione consolidata di pensiero.

Filisco risponde che la cosa più importante è la salute del corpo e dell’anima; l’esilio, la privazione dei diritti politici non colpiscono dei beni, sono realtà indifferenti, adiaphora, cosa strana per il senatore, solerte funzionario, buon generale in Pannonia e Dalmazia che Dione era stato. "L’esilio – dice Filisco – è solo un soggiorno all’estero , una apodemia; all’estero ci sono tanti e quindi non è cosa grave, si deve sopportare ciò che viene dalla Tyche". Il consolatore passa quindi in rassegna le benemerenze passate di Cicerone, alludendo alla sua prima Catilinaria e anche all’Apologia platonica di Socrate; Cicerone ha raggiunto il massimo, il consolato, non ha bisogno di altro, gli può bastare, può in futuro vivere da privato; comunque Filisco conclude predicendogli il rientro in patria: un presagio simile è, ambientato a Durazzo dopo un terremoto con tsunami, in Plutarco, Vita di Cicerone. Il ritiro dagli affari è una moda che si diffonde nel III secolo dopo Cristo, e che Dione forse condivide. Tra l’altro consiglia a Cicerone di ritirarsi in una villa in riva al mare e di attendere a lavori di storia: questo, dopo essere stato esautorato del comando per la sua eccessiva severità, lo aveva già fatto Dione in Campania e questo suo libro XXXVIII dimostra la sua padronanza del mestiere di storico, la sua conoscenza della morale e della filosofia, la sua abilità oratoria, ma anche, tramite le vicende ciceroniane, fa emergere le più profonde esigenze e convinzioni di un senatore del tardo Impero e illustra il variare dell’immaginario collettivo sull’esilio dall’età di Cicerone e poi di Ovidio a quella dei Severi.

Conclusi così i lavori, il prof Mele ringrazia l’attento, numeroso, qualificato e resistente pubblico, composto anche da molti studenti, ringrazia i relatori anche per il rispetto dei limiti di tempo dei loro interventi, e si augura che si possa in altra occasione analizzare ancora Ovidio e il suo mondo, alla luce dei recenti dati archeologici romani, a Roma e in Romania.