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Gli inizi: " La Smorfia"

  

                                    I testi dei mini atti più celebri                                      

  

San Gennaro                 La natività (Annunciazione!, Annunciazione!)               La fine del mondo

  

Ottobre 1969: nel teatrino della parrocchia di Sant'Anna a San Giorgio a Cremano un gruppo di giovani metteva in scena alcune farse della tradizione partenopea. Un giorno, un attore diede forfait e per sostituirlo qualcuno fece il nome di un ragazzo che frequentava l'istituto per geometri e che era noto a molti coetanei perché divertiva tutti: quel ragazzo era Massimo Troisi (nato a San Giorgio a Cremano nel 1953).
Di lì a poco Massimo entrò a far parte definitivamente della compagnia ma nel 1976 fu costretto ad allontanarsi per andare in America a subire un delicato intervento al cuore. Fu necessaria la sostituzione della valvola aortica. L'intervento fu possibile grazie a una colletta ad opera di tutta San Giorgio a Cremano
(lui dirà in un'intervista: "Quando mi servivano tanti milioni per farmi l'operazione al cuore, i miei amici li hanno trovati in due settimane).
Al suo ritorno formò un nuovo gruppo solo con Lello Arena (Napoli, 1953) ed Enzo Purcaro (Portici, 1958): "I Saraceni" che presto cambiò in "La Smorfia". Sul nuovo nome Arena dice che indica l'idea dello sforzo dell'attore nel dover recitare e rende palese la derivazione partenopea. E' inoltre un riferimento, tipicamente napoletano, a un certo modo di risolvere i propri guai: giocando al lotto e sperando in un terno secco. Bruno Voglino rimase entusiasmato dal gruppo e lo portò a Torino per il debutto televisivo a "Non Stop"(1978). Poi la partecipazione anche a "Luna Park" di Pippo Baudo ed esibizioni in teatri di tutta Italia con il "tutto esaurito" ovunque (solo a Roma, nel 1979, 220 mila spettatori). "La Smorfia" incide anche alcuni Lp tra cui La Smorfia (1978, Polaris LP/IT ps) e Nun te preoccupà, nun te preoccupà / Rondò (1979, Polaris   7''  IT\ps).
Massimo Troisi, Lello Arena e Enzo Decaro (Purcaro il vero cognome) incarnano un modo di essere e un linguaggio davvero nuovi, profondamente radicati nell'animo e nella cultura di Napoli: la povertà, la mancanza di lavoro, San Gennaro sono i temi di sempre, nei quali la Smorfia fa vibrare una disperazione, una solitudine, una fragilità prima non sentite.
Il primo segreto de "La Smorfia" è l'assortimento: 3 prototipi di persone che possono rappresentare l'umanità intera. Infatti troviamo "il bello" (Enzo Decaro), "il buono e puro" (Massimo Troisi) e il brutto, cattivo e nervoso (Lello Arena). Sono 3 prototipi che offrono una gamma infinita di occasioni comiche.
Il secondo segreto è rappresentato dal giusto mix tra la tradizione partenopea classica e il cabaret che costituisce la modernità. La freschezza dei loro atti unici rimane intatta ancora oggi, anche per chi vi si avvicina per la prima volta: volendo proprio fare un appunto, si potrebbe dire che forse le piccole e divertenti storielle di questo trio si stoppavano all'improvviso senza un finale adeguato ed all'altezza del resto del lavoro.

 

"Massimo Troisi dev'essere nato con il palcoscenico incollato alle piante dei piedi". (Osvaldo Perelli, La notte del 24/10/1979)

"In realtà non riuscivamo a trovare un lavoro, come succede a tanti ragazzi a Napoli". 

"Lello, Enzo ed io stiamo insieme, artisticamente parlando, da un paio d'anni. Ad unire tre tipi come noi è stata la constatazione che non esisteva un cabaret propriamente napoletano. Ma recitiamo da sempre, da napoletani veraci. Si, abbiamo sempre fatto spettacolo, non solo in scena, ma anche a scuola, per la via, nella vita spicciola di ogni giorno. Lello ed io ci conosciamo fin da ragazzini. E insieme, qualche anno fa abbiamo cominciato a fare teatro.Teatro sperimentale, mescolando Eduardo e Fo, Viviani e gli attori d'avanguardia.Un bel minestrone, ma ci è stato utilissimo per farci le ossa. Enzo invece viene da esperienze artistiche diverse. Suona molto bene la chitarra, canta altrettanto bene...così ci siamo detti: visto che non esiste un cabaret propriamente napoletano, perché non ci mettiamo alla prova? Così abbiamo preparato una serie di numeri, di sketch, in chiave cabarettistica, ma senza mai perdere di vista la realtà, troppo spesso cruda, amara, di una città come la nostra."
(Massimo Troisi)

"...ribaltiamo il valore comunemente attribuito a oggetti, frasi, situazioni e mettiamo in ridicolo certi stereotipi verbali e di comportamento di cui ognuno di noi si serve criticamente.Insomma inducendo il pubblico a ridere sul capovolgimento di certi canoni logici, lo costringiamo contemporaneamente a ridere di se stesso, per meglio analizzarsi e conoscersi. Era sempre un lavoro di gruppo, nella preparazione e durante gli spettacoli.Quando ci riunivamo per scrivere, il posto dove si scriveva era il letto di Massimo, perché lui non si alzava mai ed infatti sul letto stazionavano fogli, macchine per scrivere...insomma tutto l'occorrente. Tutto era stanziale, nel senso che stavamo tutti nella camera da letto di Massimo, qualche appunto, cartacce dappertutto e lunghi silenzi, potevamo stare zitti anche per tre ore. Insomma in questi 20 anni dev'essere successo qualcosa se adesso i poveri costumi che compravamo a Forcella a 1000 lire oggi ce li chiedono per le mostre. A Napoli c' è pure un gruppo che sono i cloni nostri, fanno le cose nostre, e quello che mi preoccupa è che fanno ridere comunque"
(Lello Arena)

 

"Ciascuno pensava per conto suo e non voleva dire per primo quello che aveva pensato, aspettava che fosse un altro a parlare. Poi si lavorava, si confrontava, si sceglieva il meglio prima di arrivare a un canovaccio da provare in scena. Solo dopo l' esito con il pubblico si arrivava allo sketch definitivo. E gli spunti potevano venire da qualunque cosa. Una volta a Natale, proprio alla Rai, vidi un presepe con due buoi. Chiesi al custode e lui senza turbarsi mi disse: 'Questo abbiamo trovato' . Da lì venne lo sketch della Natività. Un' altra volta Lello arrivò tutto agitato, aveva sognato che dal Vesuvio non usciva più lava, ma purea di patate, una splendida soluzione al problema della fame. Poi le improvvisazioni, che qualche volta Massimo ci faceva per dispetto. Una volta gli si aprì in scena la tuta nera che portava sempre. Cercavo di fargli capire a segni che aveva il petto nudo, lui faceva finta di niente poi disse 'Non hai mai visto una scollatura Saint Tropez?'. Il pubblico rise e diventò una battuta dello spettacolo. E' durata cinque, sei anni, poi gli impegni diversi, il cinema e quindi la separazione, dolorosa come tutte le separazioni, ma inevitabile, e al momento giusto, nel pieno del successo, senza il tempo di scivolare nelle ripetizioni. Abbiamo avuto la fortuna di dire, attraverso il teatro, quello che ci sentivamo di comunicare, senza compromessi. Non siamo stati caposcuola, ma pionieri sì, abbiamo scardinato gli schemi della comicità. Non abbiamo "eredi" oggi, ma i Guzzanti, gli Aldo, Giovanni e Giacomo forse devono a noi l'aver fatto da breccia in un nuovo umorismo»" (Enzo Decaro)

LELLO RICORDA QUEGLI ANNI...

Eravamo tre ragazzi allegri, io come maestro elementare, Massimo come geometra, Enzo con la maturità classica in tasca. Sui palcoscenici della "Smorfia" ricordavamo a tutti che il lavoro a Napoli non è mai solo, ma sempre accompagnato da un aggettivo: minorile, nero. Era l'allegria che gli faceva dire, quando ci sedevamo al tavolo a scrivere e a studiare nuove battute: "Ve lo spiego in due risate". Sembra davvero ieri il giorno in cui decidemmo di chiamare il nostro gruppo "La Smorfia" perché ci ricordava le maschere e il libro dei sogni. Poi, dopo, quando le nostre strade si erano allontanate, Massimo mi prendeva in giro, diceva che ero diventato "un esponente della nouvelle vague" del cinema comico. Noi lavoravamo duro per costruire i nostri spettacoli, che facevano il verso alla sceneggiata. Poi, quando cominciammo a fare cinema, continuavamo, come ragazzi diventati "vecchi", ad accarezzare il nostro desiderio: poter raccontare sullo schermo, come si fa a teatro, idee e battute improvvisate pochi minuti prima. Massimo era l'angolo acuto del nostro triangolo, era ed è sempre stato il Pulcinella che discendeva da un pulcino e non da un uccello rapace. Mi ricordo quando, magrissimo, con la calzamaglia nera, entrava in scena. "Nella nostra vita", mi diceva, "non avremmo potuto fare nient'altro che gli attori". Ci univa un'infanzia con le radici affondate nella stessa "cultura". La nostra complicità era diventata forte anche perché si era nutrita di tournée in cui , come la prima volta a Torino, al Centrale, in platea avevamo contato sedici persone. E, poi, qualche tempo dopo, ci eravamo ritrovati con i teatri affollati. Non si può raccontare un'amicizia come è stata la nostra: fatta di giornate chini a scrivere, a inventare, a scherzare. E di passeggiate per Napoli, con Massimo che inventava quelli che chiamava i suoi "elogi del paradosso". Se dovessi scegliere una frase che mi lega a Massimo, ne direi una soltanto, che spesso ripeteva sorridendo, alla fine del nostro lavoro: "Lello, vai a casa contento; qua, con noi, nessuno è senza famiglia".

 

Fine della Smorfia - "Dopo tre anni di Smorfia, rischiavamo di ripeterci, e ho sentito l'esigenza di cambiare. Volevo scrivere una storia di respiro più ampio con molti personaggi. Dapprima pensavo di scrivere una commedia, di fare teatro". (Massimo Troisi)

 

Rapporti umani - "Mentirei se dicessi che l'intesa è venuta meno solo sul piano artistico. In effetti si erano create anche delle divergenze sul piano dei rapporti umani, specialmente tra me e Decaro. Siamo fatti diversamente, non so chi abbia ragione, ma al punto in cui eravamo occorreva un out definitivo. Poi c'è stato anche il fatto che non riuscivo più a scrivere mini atti per tre. Diciamo la verità: La Smorfia mi limitava. Per me che intendo dire tante cose, era come muovermi in un cerchio chiuso. Avrei potuto adagiarmi, tirare avanti per altri 4-5 anni e fare un sacco di soldi". (Massimo Troisi)

 

La EINAUDI nel 1997 ha pubblicato un volume con tutti i testi del repertorio de "La Smorfia" accompagnato da una videocassetta con i 17 mini atti unici.

     

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