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ArchivioUna fogliata di libri

"L’Europa in pericolo. La crisi dell’Euro" di Giorgio La Malfa

Passigli, 172 pp., 20 euro

Europeismo è pragmatismo. E’ questa, alla luce dell’attuale crisi dei debiti sovrani, la prima equazione che viene in mente leggendo questo saggio di Giorgio La Malfa a dodici anni di distanza dalla sua prima pubblicazione. Il libro è aggiornato nel titolo (dal profetico “L’Europa legata. I rischi dell’euro” al più cronachistico “L’Europa in pericolo. La crisi dell’euro”), arricchito da una prefazione di Paolo Savona e da un nuovo saggio introduttivo dell’autore, ma restano immutate le tesi e le ragioni di chi condivide il “valore ideale” dell’Europa unita e allo stesso tempo mostra “perplessità sulle regole di funzionamento dell’Unione monetaria europea (Ume)”. Perplessità dovute al fatto che sin dall’inizio, “mentre era chiara l’attribuzione delle responsabilità in materia di prevenzione dell’inflazione, nell’assetto complessivo dato all’Unione monetaria mancava totalmente un centro propulsore della crescita economica”. Nel volume si ricordano le ragioni eminentemente economiche dell’evoluzione dello Sme (Sistema monetario europeo) in Ume nel 1992: a un certo punto si riconobbe infatti “che il mantenimento nel tempo di un regime di cambi fissi, in presenza della libertà di movimento dei capitali, comporta la rinuncia all’autonomia delle politiche monetarie nazionali e quindi la necessità della loro sostanziale unificazione”. La strada da percorrere però non era obbligata: la direzione poteva essere quella suggerita dall’italiano Altiero Spinelli o quella proposta dal francese Jean Monnet, ovvero quella europeista-federalista (l’unione monetaria può venire soltanto dopo l’unione politica) o quella europeista-minimalista (l’unione monetaria costringerà in futuro all’unione politica).

Dalla presentazione del rapporto del Comitato Delors nel 1989 al Consiglio di Amsterdam che nel 1997 approva il Patto di stabilità, passando per il trattato di Maastricht del 1992, è evidente la scelta della seconda strada. Ma per essere davvero pragmatici sarebbe stato meglio sposare subito le tesi europeiste e imboccare la prima. Gli stati membri preferirono definire sulla carta – tra trattato di Maastricht e Statuto della Bce – dettagliatissimi obiettivi e regole su conti pubblici e moneta, privandosi invece di strumenti comunitari robusti per affrontare choc economici come quello che attraversiamo. Non è un caso, per esempio, che La Malfa già nel 2000 sottolineasse la mancanza di una Banca centrale europea che, in stile Fed o Bank of England, potesse intervenire come “prestatore di ultima istanza” a sostegno dei bond statali in caso di crisi di liquidità. Per volontà e timori innanzitutto tedeschi, mantenere “la stabilità dei prezzi” divenne invece l’unica missione della Bce, poi declinata nell’obiettivo di un’inflazione che non superasse mai il 2 per cento. Risultato: il mandato previsto per l’Istituto oggi presieduto da Mario Draghi è addirittura “più vincolante” di quello della Bundesbank tedesca, che dal 1957 deve “salvaguardare la moneta” e “sostenere la politica economica generale del governo”; per non parlare della Fed americana alla quale la legge attribuisce la missione di garantire “massima occupazione”, “stabilità dei prezzi” e “livelli contenuti dei tassi di interesse a lungo termine”.

L’errore fondamentale, secondo La Malfa, è quello di avere “ritenuto che, dando al potere monetario un carattere tecnocratico e non politico, la moneta avrebbe acquisito prestigio. Non si è compreso che il prestigio di una moneta è nella forza complessiva che sprigiona l’entità statale che essa rappresenta, non nello status di chi l’amministra”, e oggi “dietro l’euro non c’è nulla”. Tutto ciò è stato scritto nel 2000 ma – profeticamente? – vale allo stesso modo per l’oggi.   

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