Giuseppe e Paolo Borsellino

Ringraziamo Benny Calasanzio, nipote di Giuseppe e Paolo Borsellino, che ci ha fornito questo documento e ci ha consentito di pubblicarlo sul sito della nostra Associazione.

 

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino

 

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di Benny Calasanzio

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 Potete trovare ulteriori informazioni all’indirizzo http://www.bennycalasanzio.com/

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La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino attraverso le parole di Antonella Borsellino (figlia di Giuseppe e sorella di Paolo Borsellino)

 

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Io ricordo poco della mafia che ho conosciuto. Per fortuna forse. Ero molto piccolo quando mio zio e mio nonno vennero uccisi. Dell’omicidio di mio zio Paolo, infatti, non ricordo praticamente nulla. Però, dopo solo otto mesi, uccisero mio nonno, e allora fu come svegliarsi di colpo, fu come perdere un’innocenza e una verginità intellettuale incapaci di comprendere tanta spietatezza. Da lì cominciai a ricordare ed ad accumulare immagini, sguardi e silenzi che mi diedero una chiara consapevolezza di cosa fosse realmente la mafia. Un episodio in particolare mi è rimasto bene impresso e che, in una sorta di lucida schizofrenia, ho di fronte quotidianamente; fu la prima volta che ebbi a che fare con quella “cosa nostra” che a sette anni vedevo rappresentata nei disegni come una piovra, con tentacoli ovunque, ma che vedevo saldamente relegata nella carta, nei libri, lontano da me: ero nella sala d’aspetto di un pediatra, ed ero seduto sulla sedia, accanto mia madre, e ricordo che muovevo i piedi, che ancora non toccavano terra, avanti e indietro, come fanno splendidamente i bambini spensierati. Aspettavamo il nostro turno per una visita di routine. Poi sentii il rumore della jeep di mio padre, e vidi lui scendere lo scivolo che portava alla sala d’aspetto con gli occhi gonfi. Mia madre non ebbe bisogno di una parola. Fu lei ad urlare solo “mio padre”. Quella fu la conclusione di un conto rimasto aperto dopo l’omicidio di mio zio Paolo, fratello di mia madre, avvenuto otto mesi prima. In quel momento capii anche che cosa nostra non lasciava mai capitoli aperti. Non ricordavo però quando quel conto era stato aperto, quando Paolo e Giuseppe Borsellino osarono dire no a quella organizzazione criminale che riduce i siciliani in tanti piccoli schiavi di un padre-padrone eternamente senza nome. Ma andiamo con ordine. Negli anni, dei due omicidi in casa quando c’ero io se ne parlò raramente. Il discorso da mia madre non fu mai affrontato direttamente. Ma vedevo quotidianamente i segni che quei lutti provocarono su di lei e su tutta la famiglia. Neanche mio zio me ne parlò mai. In seguito venni a sapere che in quegli anni, mentre io ancora giocavo e disegnavo, loro avevano portato avanti la battaglia che aveva iniziato mio nonno Giuseppe la notte stessa dell’omicidio di mio zio Paolo. Nei loro silenzi protettivi, loro lottavano, andavano alle manifestazioni in giro per la Sicilia, a Rosso e Nero di Michele Santoro, da Tano Grasso, mio zio scriveva all’ On. Violante (che non gli rispose mai). Leggendo requisitorie, fascicoli dell’inchiesta e articoli di giornale ho potuto avere chiara una storia che per tanto tempo è stata giustamente vissuta come tabù in famiglia nei miei confronti, e sulla quale, senza dubbio, le inchieste giudiziarie non hanno fatto abbastanza luce, luce che avrebbe potuto dare una minima speranza di fiducia nella giustizia ma che di fatto ci lascia ancora oggi con l’amaro sapore della doppia beffa in bocca. Credo fermamente che questa sia prima di tutto una storia di martiri di mafia, e come tale vada raccontata, perché emergano alla fine, sì la speranza e la voglia di giustizia come risarcimento morale per me e per la mia famiglia, ma anche le responsabilità di chi non ha protetto la scelta coraggiosa dei miei parenti di affidarsi alla giustizia quando avrebbero potuto cercare altre vie “non ufficiali”. Mi avvarrò nella mia ricostruzione di una lucidissima analisi fatta da mio zio Pasquale, fratello di Paolo e di mia madre Antonella, oggi sposato, con una splendida famiglia e una affermata carriera da psicologo in Veneto.

Per iniziare mi viene in mente il titolo di un articolo apparso tempo fa su Diario “Borsellino? Erano in tre”. Non erano giudici, non avevano deciso di sacrificare la vita per la lotta alla mafia, come aveva fatto il più illustre Paolo. Erano persone normalissime, che lottavano per mantenere una famiglia. Nient’altro. Ma sono diventati eroi quando nella loro normalità e nel loro rifiuto del compromesso hanno saputo dire no ad una logica mafiosa che oggi più che mai si scopre attuale, e che spero possa essere sconfitta dalle nuove generazioni, compresa la mia, che hanno e avranno la fortuna di poter guardare indietro e avere esempi di vita, come Falcone, Borsellino, Impastato, e tanti altri. Tra questi altri, a parer mio, ci sono anche mio nonno e mio zio.

Mio nonno, Giuseppe Borsellino, nasce a Lucca Sicula nel 1936 , in una di quelle famiglie siciliane nelle quali appena nato devi subito fare del tuo per portare il pane a casa perché la fame è tanta. Si sposa giovanissimo con mia nonna Lilla e comincia una lunga sequela di lavori andati più o meno bene che lo portano condurre camion e a fare il trasportatore. Qui la sua vita si intreccia a doppio filo con quella di suo figlio, mio zio Paolo, nato nel 1961 e orientato da sempre verso quel tipo di lavoro “duro”, tutto polvere, camion e cemento che ora era diventato anche quello di suo padre. I due cominciano a dedicarsi completamente a ciò che riguarda il movimento terra e il trasporto di inerti, e con un budget poco al di sopra dello zero iniziano questa attività di cui avrebbero condiviso l’inizio e purtroppo anche la fine. Comprano un piccolo impianto usato per la produzione di calcestruzzo per 39 milioni di lire, rigorosamente rateizzato. Non ci sono soldi neanche per installarlo. I miei parenti non avevano boss che finanziassero per loro, se li avessero avuti probabilmente avrebbero aperto una bella clinica privata a Bagheria, avrebbero amici “importanti” in Regione e soprattutto sarebbero vivi. Ma mio zio e mio nonno erano un altro genere di persone, un altra “razza”. Erano fondamentalmente persone oneste. Umili, in difficoltà finanziarie, a tratti disperate, ma oneste. Siamo alla metà degli anni ottanta, e piano piano l’impresa avvia la sua produzione, fornendo materiali prevalentemente ai privati, visto che, stranamente, a contendersi i lavori pubblici della zona di Lucca sono sempre le stesse tre imprese, due di Agrigento e una di Giuliana, come se esistesse un “patto” tra amministrazione e imprese per la spartizione dei lavori. Ma questo non interessa me e non interessava mio zio e mio nonno che lentamente stavano avviando la loro impresa con grandissimi sacrifici. Ma come le regole implicite della sicilianità più ortodossa insegnano, prima di fare qualcosa sul territorio devi chiedere il permesso, devi essere autorizzato da un ente parastatale a cui ogni tanto devi cedere parte del ricavo se vuoi continuare ad essere “protetto”: il “Ministero dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Non chiedere il permesso ed essere un’alternativa alle imprese “protette” evidentemente non piacque ai vertici e forse fu il primo passo falso. La neonata impresa di calcestruzzi: contava quattro operai, disponeva di un capitale minimo e di certo non ambiva a conquistare nessuna posizione dominante nel panorama imprenditoriale della zona; anzi, furono proprio la situazione economica critica, la scarsità di lavoro filtrata dalle tre imprese preminenti ad essere un segnale per coloro i quali avevano capito da tempo che quella azienda momentaneamente in difficoltà, in quella posizione strategica doveva essere rilevata, e doveva esserlo a qualunque costo. Infatti le offerte non tardarono ad arrivare, e questo, si può dire, fu realmente l’inizio della fine. La prima offerta, 150 milioni, ricevette come risposta da parte di mio zio Paolo una frase beffarda e tagliente: “Con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”. Dopo qualche mese, e dopo evidentemente un’attenta valutazione da parte della cosca di Lucca, giunge ai miei parenti una nuova offerta apparentemente più appetibile: 150 milioni di lire per il 50% dell’impresa da parte di Calogero Sala, imprenditore di Burgio. Non si poteva più rifiutare perché ormai la situazione economica era al collasso, e padre e figlio, di comune accordo decidono di vendere. I nuovi soci dell’impresa si chiamano Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro, Polizzi Paolo. Concretizzato l’acquisto, il gruppo comincia ad investire subito in mezzi e beni per l’impresa, in modo tale da aumentare il capitale sociale e costringere i miei parenti a cedere ulteriori quote, fino a metterli fuori gioco: questo sembrava il tentativo fin dall’inizio, quello di liberarsi dei Borsellino il prima possibile e in qualunque modo. I rapporti, come prevedibile, si deteriorano da subito. Gli alberi dei nostri terreni cominciarono ad essere tagliati, i camion ad essere incendiati, e le minacce si moltiplicavano ogni giorno. Le pressioni per abbandonare l’impresa non erano più tanto implicite, e più volte, anche davanti ad altre persone, mio zio e mio nonno furono minacciati dagli altri soci. Ma la morte è lontana dai pensieri della nostra famiglia. Non potevano arrivare ad uccidere un uomo per un’impresa, al massimo avrebbero provato a spaventarlo. E’ stata questa forse la nostra più grande ingenuità, pensare che se eri onesto non dovevi temere, anche perché avevi la giustizia accanto. E fu questo punto che ebbe inizio un breve piano inclinato, sul quale il primo a rotolare fu mio zio Paolo, che trovò la morte ad aspettarlo alla fine della sua discesa il 21 Aprile del 1992. Viene ritrovato con i piedi fuori dal finestrino, nella sua Panda parcheggiata in uno dei depositi dell’impresa, come se fosse stato ucciso lì. E’ un bluff. Nonostante il pressapochismo delle indagini si può intuire che mio zio sia stato ucciso in un altro luogo, poi portato in quel posto e nuovamente colpito per completare la messa in scena. Mio zio è morto molto lontano da lì, ma questo evidentemente non era importante per il proseguo delle indagini. Quel giorno tornava da Alcamo, con un suo amico e compagno di lavoro da sempre: Giuseppe Maurello. Erano andati a ritirare un pezzo di ricambio per il camion, ma la strada del ritorno si è interrotta prima di arrivare a Lucca. Forse quell’amico che era con lui sapeva fin dall’inizio che mio zio non sarebbe più tornato, forse lungo il tragitto era prevista una tappa che mio zio non conosceva, e che forse conosceva Maurello. Ciò che è certo è che quella fu la sua ultima tappa. Dopo pochi giorni riconsegnarono alla mia famiglia l’auto nella quale fu ritrovato mio zio: c’erano ancora i pallettoni del fucile sotto il sedile, sembrava quasi che non fosse stata neanche esaminata, era come se i rilievi sul posto del ritrovamento e sull’auto fossero stati volutamente fatti superficialmente. Ciò mi porta alla mente le indagini preliminari svolte dopo l’omicidio di Peppino Impastato, ma questa è un’atra storia. Sembra, a nostro parere, che non ci sia mai stata la voglia e la forza di trovare i colpevoli, che non ci siano state indagini svolte seriamente e in maniera ponderata fin dall’inizio, e che non ci sia stata infine una minima apparenza di interesse da parte degli inquirenti ad andare avanti. Mio zio Paolo fu ucciso perché rappresentava l’ultimo baluardo alla conquista dell’impresa e di tutto ciò che ne sarebbe conseguito: nella zona dovevano realizzarsi le canalizzazioni di tre fiumi. Era la prima vera occasione per i neo-soci di entrare nei giri importanti dei lavori pubblici che contavano. E mio zio era l’ultimo problema. Tolto di mezzo Paolo, mio nonno si sarebbe zittito e avrebbe ceduto la propria quota e allora gli affari sarebbero potuti decollare. Mio nonno Giuseppe non era un eroe, e non sarebbe mai voluto diventarlo, proprio come tutti i veri eroi. La sera stessa dell’omicidio, quando i miei genitori ancora dovevano raggiungere Lucca, lui era già in caserma per iniziare a collaborare con la giustizia, con la dott.sa Plazzi, perché sapeva tante cose che se fossero davvero state ascoltate e prese in considerazione, almeno mio nonno sarebbe stato salvato, e qualcun altro sarebbe in galera. Ma, come scrive mio zio Pasquale, “quando in Sicilia uccidono qualcuno si pensa che abbia fatto comunque qualcosa di cattivo, che se la sia cercata la morte”, e questo pensiero sembra aver dato una direzione quantomeno superficiale per non dire criminale alle indagini. Mio nonno si reca in caserma e parla, parla e parla fin quando non ha più nulla da dire, descrive minuziosamente tutte le circostanze, dalle offerte per la cessione dell’impresa, fino alle minacce e ai pedinamenti. Ma mentre lui parla forse non tutto viene ascoltato e scritto. Parla di cosche, delle implicazioni politiche nei malaffari, delle infiltrazioni mafiose della zona nelle istituzioni, e quello che girava intorno agli appalti e soprattutto quello che riguardava il settore del calcestruzzo.. Dice, forse, troppe cose anche per un giudice. Certe cose, si sa, è meglio lasciarle sotto il tappeto, pulire si, ma solo fino ad un certo punto. Lasciamo nell’ombra ciò che nell’ombra deve restare. Chiaramente dopo poco tempo, per un’accidentale fuga di notizie la sua collaborazione è già di dominio pubblico. Anche per lui il piano comincia ad inclinarsi, ma nessuno ci crede, non possono uccidere anche lui. Negli otto mesi trascorsi fino al giorno del suo omicidio mio nonno quasi quotidianamente si trova a parlare con gli inquirenti, non lascia nulla di intentato, chiama la commissione antimafia, si mette in contatto con il Centro Studi Impastato, cerca magistrati, capitani dei carabinieri, associazioni, non si ferma un solo minuto fino a quando il pomeriggio del 17 dicembre del 92 lo fermano altri. Parla anche con Umberto Santino. Egli mi racconta in questi giorni di quella chiamata, mi dice che la ricorda con emozione, e che avevano fissato un appuntamento a Lucca: “purtroppo gli assassini arrivarono prima”. Giorno dopo giorno sente sempre di più la solitudine, non solo da parte di un paese che lo ha completamente lasciato da solo, per paura o per vigliaccheria, ma anche da parte di una magistratura che non lo protegge, che lo lascia circondare dagli sciacalli che di li a poco lo raggiungeranno. “Prendeteli o quelli mi ammazzano” implora gli inquirenti. Fa nomi e cognomi, ricostruisce circostanze, ma nessuno viene arrestato. “Sono un morto che cammina” ebbe modo di sentire mia madre dalla sua bocca. Ormai si era rassegnato: barba lunga, vestiti neri, sprofondato in una vecchia poltrona aspettava quella fine che forse solo lui aveva intuito e alla quale forse andava incontro per porre fine ad un dolore che dall’interno, forse lo avrebbe portato via comunque. La morte di mio nonno fu come nel romanzo di Gabriel Garcia Màrquez la “Storia di una morte annunciata”: le istituzioni quando non sono nutrite dalla vigoria, dalla forza e dai valori di certi uomini diventano scatole vuote non in grado di aiutare più nessuno. La Prefettura rilasciò a mio nonno l’autorizzazione al porto d’armi per una pistola per difesa personale. Uno stato che concede come unico aiuto l’autorizzazione a difendersi con le armi.

Tutte le sue dichiarazioni rese alla giustizia, dopo pochi giorni arrivavano alle orecchie di coloro i quali lo avrebbero ucciso; infatti nel 93 nel corso dell’ operazione antimafia “Avana 2” vengono arrestati un impiegato della Cancelleria di Sciacca e gli agenti di scorta del magistrato cui mio nonno si rivolgeva. Purtroppo mio nonno era già stato ucciso. Il 17 dicembre 92 esce di casa per comprare le sigarette, chiede a mio cugino, piccolo figlio di Paolo, di accompagnarlo, ma quel giorno per pura fortuna mio cugino non ha voglia di uscire. Parcheggia la sua macchina di fronte al tabacchino, compra le sigarette e risale in auto. Mentre sta per fare retromarcia vede dallo specchietto una moto di grossa cilindrata, una enduro, allora si ferma e la lascia passare. La piazza è piena di gente. Gente al bar, gente che passeggia, gente che guarda, gente che ride. I due in moto lo affiancano e scaricano su di lui un caricatore di mitraglietta. La pallina aveva terminato la sua corsa su di un piano che ormai era diventato verticale. Mio nonno sapeva tutto, sapeva chi aveva ucciso mio zio, conosceva mandanti ed esecutori. Poteva prendere una pistola e farsi giustizia da solo. Poteva fregarsene di quella giustizia che lo aveva abbandonato e fare una pazzia. Non lo fece, e la fine è nota a tutti. Mia madre ebbe a dire: “ si potevano toccare i proiettili sotto la pelle, sulla spalla” e lì forse mi feci un’idea reale, materiale di ciò che era successo. Faccio mie a questo punto le tre domande che mio zio affidò ad un foglio che non aveva un destinatario preciso e che spero lo trovi adesso:

1) Mio zio Paolo è stato ucciso. Mio nonno ha fatto nomi e cognomi, ha descritto fedelmente fatti e circostanze fornendo indizi ben precisi; perché non è successo niente? Perché la magistratura non è intervenuta tempestivamente?

2) Se quello che ha detto era tutto falso, perché allora lo hanno ucciso? Alla luce della morte di mio nonno, le sue dichiarazioni non sono mandati di cattura?

3) Di chi è la responsabilità della sua morte?

Queste sono domande alle quali si deve dare una risposta, perché non si può accettare che un uomo si fidi della giustizia, e che quest’ultima, di fatto, lo consegni, pur senza intenzionalità, nelle mani dei suoi killer. La mia famiglia a quell’epoca chiese giustizia, “giustizia subito, non quando questa sembrerà vuota e inutile”. Da quei mesi terribili sono passati quattordici anni, che a me sembrano tantissimi. Poi guardo mia madre, mia nonna e mio zio e capisco che per loro è passato poco più di un attimo. Mentre li guardo penso a quanto poco si sia fatto per evitare che la vita di un’intera famiglia venisse resa un inferno, quasi un’attesa faticosa e quotidiana della pace eterna. E guardo a quel paese, Lucca, che dalle finestre delle case vide prima mio zio già morto depositato su una macchina e teatralmente colpito, e poi mio nonno giustiziato in perfetto stile mafioso in piazza, in pieno giorno. Guardo a quelle persone che con il loro silenzio hanno forse salvato la loro vita, ma che hanno condannato noi ad odiare quel paese, ad odiare quella gente e quell’omertà che uccide più dei pallettoni che noi, e non gli inquirenti, trovammo nell’auto. Se vieni ucciso per mafia in Sicilia rischi di essere ucciso due volte: la prima dai proiettili, la seconda dall’indifferenza.

Poi guardo a quella giustizia così appannata, così provinciale, così pressapochista a cui mio nonno si affidò in quell’epoca per dare un senso a quella vita che gli rimaneva, per potere continuare a vivere sapendo di aver fatto di tutto perché coloro che gli avevano ucciso suo figlio pagassero. Forse fu un terribile sbaglio affidarsi ad un sistema giudiziario frammentario, che di li a poco, nelle tristi occasioni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio mostrò tutte le spaccature e le contraddizioni che vi erano al suo interno. O forse era la cosa giusta da fare, dare tutto e subito prima che i killer tornassero a finire il lavoro, e lasciare nelle mani dei giudici quanto più materiale possibile per fare giustizia e per dare una svolta a quella Sicilia sonnecchiante sotto quel sole che ti spinge a socchiudere gli occhi quando è “giusto” che tu non veda. Quattordici anni sono passati, e la mia famiglia ancora aspetta. Per Paolo ancora non ci sono colpevoli, non ci sono processi e non ci sono imputati. Per mio nonno un killer è in carcere. Può questo bastare a placare il dolore e la rabbia per tutto quello che è successo? Ci si aspetterebbe da noi forse una condanna della giustizia e dei suoi uomini, senza distinzioni, forse sarebbe comprensibile, forse legittima. Ma nonostante tutto, noi come famiglia, da “buoni stupidi idealisti”, non riusciamo ancora a rinnegare quella giustizia che ci ha abbandonati. Non riusciamo a dire che la giustizia non esiste, non siamo mai riusciti anche solamente a pensare di affidarci ad un altro tipo di giustizia. Anzi, paradossalmente questa storia è un appello, un urlo a fare della giustizia e della legalità i pilastri portanti da cui ricostruire una Sicilia in ginocchio. Voglio dire e sottolineare, e a questo tengo più di tutto, che non ci sentiamo affatto sconfitti dalla mafia, che ci sentiamo orgogliosi di aver avuto dei parenti che hanno avuto il coraggio di dire no ad un sistema condiviso e quotidiano che schiaccia i siciliani e li fa sentire paradossalmente protetti, senza spazio e senza aria, ma protetti. Mio zio e mio nonno non sono più accanto a noi, è vero, ma quello che hanno fatto è per noi un percorso di fiume ben segnato, dal quale non si può straripare, dal quale non si può anche solo casualmente deviare: è la via della legalità e dell’antimafia, della lotta a quel cancro che sta corrodendo la Sicilia da anni e che non accenna a mollare la presa, è il rifiuto del puzzo del compromesso mafioso, è la voglia di respirare il profumo di quella primavera nuova che verrà. La mafia non è stata sconfitta, come qualcuno allegramente proclamava. E stando alle indagini è presente ai vertici delle istituzioni regionali. E’ questo che fa più male a chi come noi ha vissuto già una volta sulla propria pelle il significato di “mafia”. Ci fa male vedere un presidente della regione indagato per favoreggiamento alla mafia, fa male vedere i suoi assessori indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, e fa male quando lo stesso presidente dice che “la mafia fa schifo”. Noi, come familiari di vittime innocenti di mafia, chiediamo che queste cose si lascino dire a chi può permetterselo, a chi ha l’onore e la reputazione per farlo; chi se ne è appropriato, francamente, stando alle indagini, è sempre più inadatto a farsi padre di questi proclami.

La strada è ancora lunga, e forse ci siamo mossi poco dal 92. Ma i nuovi che ci sono e quelli che verranno libereranno la Sicilia nel segno di quegli eroi antimafia che formano il più grande patrimonio che la nostra regione può offrire al mondo. Cominciamo a fare tutti qualcosa.

 

 

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