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Dossetti è da studiare, ma possiamo non dirci dossettiani perché manca il liberalismo

Il testo di Roberto Di Giovan Paolo Dossetti, il dovere della politica edito da Nutrimenti (che esce contemporaneamente ad altri due editi dal Mulino, quello di Paolo Pombeni Giuseppe Dossetti e quello di Enrico Galavotti Il professorino) è bello, sia rigoroso sia “militante”. Quelli di Pombeni e Galavotti sono di taglio diverso, simpatetici e non militanti: il primo è una sintesi complessiva efficace e il secondo uno screening approfonditissimo sul periodo 1940-1948.

Credo, però, al contrario del sottotitolo di Roberto, che possiamo benissimo non dirci dossettiani e, per certi versi, dubito che persino lo stesso Dossetti faticherebbe a dirsi oggi dossettiano… Elenco i quattro dissensi specifici che fondano il giudizio.

In primo luogo (pag. 12) era errata la visione liquidatoria dello Stato liberale, dell’eredità del liberalismo politico. Lo spiegò molto bene Paul Ricoeur rispetto a tutto il personalismo cristiano: “Non avevamo ancora letto e meditato Tocqueville” e anche con la Liberazione era proseguita poi la spinta culturale rivoluzionaria che, in connessione alla “lettura economicistica” dell’epoca, aveva svalutato il “liberalismo politico”". Anche il libro di Pombeni ammette che la maggiore debolezza del dossettismo era il suo “radicale antiliberalismo” e a sua volta Galavotti parla sin dalla fase formativa di posizione “radicalmente antiliberale”. Fa parte di questo problema quel concetto sproporzionato di “reformatio della società civile” (pag. 40) che è centrale nel discorso di Dossetti del 1951. Una visione che non può essere condivisa come se si trattasse semplicemente di una delle tante modalità per esprimere cosa sia lo Stato sociale. Lì c’è qualcosa in più, c’è una visione non compatibile con una moderna democrazia pluralista e poliarchica in cui lo Stato finisce per avere una sorta di monopolio del bene comune.

In secondo luogo (pag. 15) l’esigenza di disporre di un partito radicato per contrastare la sfida comunista impediva a Dossetti di cogliere come più moderni anziché come vetero-liberali alcuni aspetti della visione di partito di De Gasperi. Nelle democrazie parlamentari il continuum corpo elettorale-maggioranza parlamentare-Governo fa sì che la legittimazione dei vertici di partito giunti al Governo sulla base di un mandato dell’insieme dell’elettorato sia inevitabilmente superiore a quello degli organi interni legittimati dai soli iscritti.

In terzo luogo se dobbiamo trarre da questi esempi come fa Roberto (pag. 17) l’invito a restare su una politica alta di credenti laici, non bloccata da una certa retorica regressiva dei valori non negoziabili, è vero che, come sottolinea Pombeni, per i dossettiani alla Costituente erano stati prioritari i temi di riforma “economica e sociale” e che De Gasperi e Dossetti condividevano l’opposizione al confessionalismo geddiano, ma è altresì vero che dai retroscena dei lavori della Costituente si ricava come a partire dalla mancata costituzionalizzazione dell’indissolubilità del matrimonio civile le maggiori perplessità fossero venute da De Gasperi, proprio in nome di una visione più limitata e meno invasiva del ruolo dello Stato, e non certo da Dossetti e La Pira. Peraltro ancora negli anni ’90 in materia di cosiddetti “valori non negoziabili” e nello specifico di visione della sessualità Dossetti ha continuato a proporre visioni fortemente tradizionali.

In quarto luogo non credo personalmente che il ritorno del 1994 con i Comitati di difesa della Costituzione (p. 53), al di là delle intenzioni originarie di Dossetti sia stato particolarmente fecondo, come ha motivato puntualmente Marco Olivetti. Quei Comitati hanno imboccato ben presto una deriva conservatrice perchè al di là della preoccupazione fondata per le modalità di metodo e di contenuto con cui il centrodestra affrontò il tema della revisione costituzionale hanno scambiato gli effetti (l’ascesa del berlusconismo) con le cause (la debolezza delle istituzioni, in cui il conflitto di interessi è intervenuto in modo del tutto anomalo a surrogarla). Peraltro il Dossetti di dieci anni prima, nella nota intervista di Scoppola ed Elia a lui e Lazzati, criticava il “garantismo eccessivo” della Seconda Parte della Costituzione, dovuta ai timori reciproci per gli equilibri futuri che sarebbero scaturiti dalle elezioni del 1948. Caso mai è quello il Dossetti da recuperare.

Insomma il dossettismo o, comunque, la sua rivisitazione semplificata in termini di attualità diretta, non porta al Pd il valore aggiunto necessario di un rapporto fecondo con la moderna cultura liberale. Solo in continuità con la visione degasperiana c’è un ruolo fecondo e originale nel Pd, simile a quello giocato dal Christian Socialist Movement con l’elaborazione della Terza Via nel Labour Party. Serve più Tawney e più Bernstein insieme e un’insistenza minore sulle eredità troppo pesanti e poco liberali che pesano ancora sul Pd.

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