26/1/2011 – Italia, regno del cachemire

Morbida, caldissima, resistente: arriva per lo più dalla Cina ma il paese che più la ama è il nostro. Come nasce e quanto costa la fibra che ha cambiato il nostro modo di vestire…

Morbida, caldissima, resistente: arriva per lo più dalla Cina ma il paese che più la ama è il nostro. Come nasce e quanto costa la fibra che ha cambiato il nostro modo di vestire

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«D’inverno non rinuncio al cachemire» (Tosca D’Aquino).

Cachemire, in francese, cashmere, in inglese. Fibra naturale di altissima qualità che si ottiene esclusivamente dal sottovello, o duvet, della capra Hyrcus, originaria del Kashmir (regione nord-occidentale dell’India) e oggi allevata in molti altri Stati come Cina, Mongolia, Iran, Tibet, Pakistan e Afghanistan, Nord America ed Australia. Il più pregiato è quello della Mongolia.

Chili di cachemire prodotti ogni anno nel mondo: cinque milioni.

Il primo produttore mondiale di cachemire è la Cina (dal 60% fino anche al 90% della produzione), seguita da Mongolia, Afghanistan, Iran, India, Pakistan, Iran.

104, i milioni di capre allevate in tutto il mondo (75 milioni solo in Cina).

300 grammi: la quantità di cachemire fornito da una capra in un anno.

L’Europa, con l’80% delle importazioni mondiali, rappresenta il mercato più importante. L’Italia è il primo trasformatore di cachemire (60% dell’import mondiale). Secondo, il Regno Unito (12%).

Sei chilometri e mezzo, la lunghezza del filo necessario per fare una maglia.

Il cachemire più pregiato è il “Two Ply”, il due fili ritorti. Più le fibre sono sottili, 14-15 micron, più sono ricercate.

Un abito da uomo di Kiton può costare anche 30mila euro: fra un completo in cachemire dal filato di 13,5 micron di diametro e uno dal filato di 13 la differenza di prezzo può essere di 10mila euro.

Il colore più richiesto, e il più caro, è il bianco. Seguito dal grigio (light grey) e dal bruno-rossiccio (light brown, dark brown, red e fawn).

Tre, le caprette da cui viene fornita la fibra necessaria per produrre un cappotto di cachemire.

Carlo Cracco, sotto il grembiule, porta golf di cachemire.

Il Baby Cashmere, il massimo del cachemire. Una fibra ottenuta dalla prima e unica tosatura dei cuccioli di capra Hircus. Disponibile in quantità limitatissime (30-40 grammi di fibra utilizzabile per capretta), è più fine (13-13,5 micron) rispetto al cachemire tradizionale (15 micron).

Maglione in cachemire di Zara: 69,95 euro. Cardigan a V di Mango: 59,90 euro. Pullover a V di U.C. of Benetton: 89,90 euro. Dolcevita di Falconeri: 97 euro. A Milano, al mercato di viale Papiniano, golfini in cachemire a 30 euro.

Dal 27 al 29 gennaio nei punti vendita Carrefour cardigan o girocollo misto cachemire, colori e misure assortiti: 12 euro (2.700 pezzi disponibili).

Per la prossima stagione il quotidiano Le Monde ha ipotizzato un aumento del 15-20% dei prezzi del cachemire: «Sarà difficile rivedere pullover per le tasche di tutti, come è accaduto recentemente nella grande distribuzione dove Uniqlo e Zara hanno proposto capi di 40 e 70 euro».

Quest’anno, a causa del gelo che ha infierito sulle caprette Hyrcus del Gobi (Mongolia), la materia subirà un calo del 30% circa. Aumentare il numero dei capi è impensabile. Il settore pastorale in Mongolia ha già raggiunto livelli altissimi, passando dai 15 milioni di capi degli anni ‘80 ai 60 di oggi, e avrebbe provocato, secondo uno studio della Banca Mondiale, la progressiva desertificazione del Gobi.

«Staremo a vedere, anche se i prezzi sono destinati sicuramente a salire. A parte il pesante fatto climatico, il 2010 ha dato segnali timidi ma reali di ripresa nei consumi. Quando questo succede c’è subito una reazione a catena che alza la domanda» (Pier Luigi Loro Piana al Corriere della Sera).

«Probabilmente il mercato mondiale si assesterà su un cachemire a 180-190 euro al chilo contro i 100 dei recenti anni passati. Ricordiamo però che nel 1990 il valore era attorno ai 200 euro: dunque non toccheremo i massimi storici. Tutto il male non viene però per nuocere: sarà una buona occasione per fare un discorso serio sulla qualità. […] Senza offendere nessuno, i pull di cachemire fatti in Cina non sono paragonabili a quelli fatti in Italia» (Brunello Cucinelli al Corriere della Sera).

«Negli anni passati il pregio del cachemire aveva convinto le autorità cinesi a promuovere gli allevamenti, con il duplice effetto di ridimensionare il prezzo della fibra e di accelerare lo sfruttamento dei pascoli. Contro l’avanzata del deserto, il governo cinese è corso ai ripari, eliminando gli incentivi agli allevatori. Ma i prezzi convenienti avevano già innescato un’espansione dei consumi da parte delle aziende tessili locali, la cui richiesta oggi è soddisfatta grazie a incroci di razze capaci di fornire una resa migliore, ma solo quantitativamente. Il cachemire di buona qualità è diventato più raro e quindi ha visto le sue quotazioni aumentare» (Roberto Capezzuoli sul Sole 24 Ore).

Dal 2000, con l’aumento dei capi e la produzione di cachemire cresciuta ovunque, i prezzi hanno iniziato a scendere. Nel 2004 la Cina è arrivata a esportare 14.037.00 maglie (il doppio del 2003) destinate prevalentemente a un mercato medio-basso, contro un milione e 788mila capi esportati dall’Italia per una fascia di mercato alta.

«Il cachemire di lusso continua a essere made in Italy. […] Gli scettici potrebbero pensare che si tratta di un’eccezione dai giorni contati. Tanti altri in passato si sono illusi di avere un monopolio imbattibile, e alla fine hanno dovuto cedere le armi di fronte alla concorrenza asiatica. […] Il caso del cachemire però è diverso. I cinesi partono con un vantaggio notevole: hanno la materia prima in casa, soprattutto in Mongolia. […] Grandi aziende di Pechino, Shanghai e Canton, hanno comprato costosissimi macchinari italiani. Hanno mandato i loro manager a studiare in Italia. Hanno spedito tecnici e operai a formarsi nel nostro paese. Anche qualche produttore biellese – non dirò quale – era stato tentato dalla delocalizzazione, provò a trapiantare esattamente gli stessi metodi di lavorazione in Cina, e ha dovuto rinunciare. Niente da fare. Il cachemire made in China resta modestissimo. […] Com’è possibile che in questo caso la leggendaria capacità di apprendimento cinese sia fallita? Il segreto me lo ha rivelato Ian Borra Cerruti. È un segreto semplice e bellissimo: si chiama acqua. “Per lavorare un metro di cachemire – dice Cerruti – ci vogliono tre litri d’acqua. La morbidezza, la lucidità del tessuto dipendono molto dalla qualità di quell’acqua. A Biella abbiamo un’acqua molto leggera, quella dell’acqua minerale Lauretana. I fiumi Cervo e Valsesia sono rimasti molto puliti. A valle delle fabbriche si può ancora fare il bagno. I controlli sull’acqua che rimettiamo nel fiume sono severi. Se io compro la fibra in Mongolia e la lavoro a Biella, con l’acqua del mio fiume, anche se uso macchinari vecchi ha una morbidezza che nessuno è riuscito a riprodurre in altre zone del mondo”. Tantomeno in Cina: chiunque ha provato a migliorare la qualità del cachemire made in China, pur senza badare a spese […], si è scontrato con un ostacolo insormontabile: il disastro ambientale dei fiumi cinesi. […] Nel nostro futuro la difesa dell’ambiente non andrà mai più scambiata per un costo, una tassa. Al contrario, diventerà l’arma vincente nella competizione» (Federico Rampini sulla Repubblica).

A fine 2010 il prezzo per la materia prima più raffinata è aumentato del 30% e per il 2011 l’andamento al rialzo fa prevedere rincari fra il 15 e il 20% sul prodotto finito.

Brunello Cucinelli, il «principe di Solomeo» che inventò il cachemire colorato, produce in Italia ed esporta il 60% della sua produzione: «La scelta del made in Italy dovrebbe essere molto più che una semplice etichetta. Quasi una filosofia di vita. […] Non bisogna dimenticare infatti che un nostro patrimonio, importante quanto l’etichetta, è l’artigianalità d’alto livello. […] Io non delocalizzo perché quello che faccio in Italia non potrei mai farlo altrove. Ma il valore imprescindibile rimane la cura per il prodotto» (al Corriere Economia).

Anni fa in Transatlantico il furto del cappotto di cachemire di Paolo Bonaiuti fece quasi piangere Silvio Berlusconi.

A Cavaglia Sterna, a pochi chilometri da Varallo Sesia (Vc), Alberto Agnesina, con la moglie Francesca, ha installato a 800 mt di altitudine un allevamento di capre da cachemire: «[…] Le capre cachemire sono molto rustiche e non richiedono molto impegno: una recinzione, acqua e fieno. Poi basta coccolarle e portarle al pascolo. Sono animali che vengono dagli altopiani della Mongolia, a 4500 m di altitudine, dove vivono in condizioni climatiche anche estreme. Proprio perché originarie di luoghi molto freddi, da noi non hanno nessun problema. […] Questa attività è iniziata nel 1995 grazie a leggi e finanziamenti europei che hanno permesso di importare capi dalla Mongolia, dove sono una specie protetta, e incrociarli con capre nostrane per produrre lana cachemire… made in Italy. […] Le capre da cachemire sono rustiche anche nell’alimentazione, mangiano rovi, ortiche, un po’ di tutto e per questo sono ideali per la bonifica e il mantenimento dei terreni sottosviluppati o incolti, soprattutto laddove sia difficile intervenire con mezzi meccanici. […] Al momento siamo ancora nella fase di investimento. Ogni capra costa circa mille euro, ma poi non richiede grandi spese di gestione (circa 200 euro di fieno all’anno per capo)».

Ken Follett, con i soldi ricavati dal suo primo bestseller, si comprò una giacca di cachemire purissimo, vista in una boutique londinese. Quasi tremila sterline di oggi, ed era il 1978.

Più fine del cachemire, c’è solo la vicuña, la “fibra degli dei”, il vello del camelide andino da cui prende il nome. Rara perché l’animale che la produce dona al massimo 250 grammi di pelo ogni due anni rispetto ai 300-350 grammi del cachemire. Lo shatuch è la sola fibra al mondo ancora più sofisticata della vicuña, prodotta da una specie di stambecco sulle alture del Tibet.

Il cachemire non è particolarmente delicato: non va lavato a secco o in lavatrice, ma a mano, possibilmente con un detersivo specifico come “Detergent Wool & Cashmere Shampoo” di The Laundress (36 euro al litro).

Laura Biagiotti, regina del cachemire, ha spiegato che il suo lo lava con lo shampoo per i bimbi, poi lo arrotola in un asciugamano e lo lascia a «dormire» lì finché non è asciutto. Per difenderlo dalle tarme, che ne sono ghiotte, lo cosparge di grani di pepe.

Hand Made Intarsia, le maglie a intarsio con i rombi, che hanno reso celebre il marchio Ballantyne in tutto il mondo. Mediamente, è necessaria una giornata di lavoro per realizzare il disegno, dalle 5 alle 15 ore di lavorazione per una maglia. Prodotti interamente con telai a mano. Prezzo: circa 300 euro.

Hanno indossato Ballantyne: Steve Mc Queen, Jacqueline Kennedy Onassis, Audrey Hepburn, Grace Kelly, la Regina Elisabetta, Nicole Kidman, Keira Knightley, Michael Schumacher, Pierce Brosnam, Daniel Craig ecc.

Fausto Bertinotti, “il comunista con il cachemire”: «Questa storia del cachemire mi ha fatto inviperire per anni. Quando cominciarono a parlarne Fausto ne aveva uno solo, comprato da me al mercato dell’usato di via Sannio, rosso girocollo, 25 mila lire. Lo usavamo tutte e due, ma dopo un po’, poiché ho una certa abbondanza di seno, lui non potè più usarlo. Poi, quasi per prenderlo in giro, alcuni amici, tra i quali Alfonso Gianni e Rina Gagliardi, fecero una colletta e gliene regalarono uno. Beige. Poi gliene regalò uno una magliaia di Milano. Infine, il giorno del suo compleanno, gli amici arrivarono con un cachemire a testa. […] Oggi ha sette maglioni di cachemire. Ma non ha né un vestito né un cappotto di cachemire» (Lella Bertinotti a Claudio Sabelli Fioretti).

Una volta l’ex moglie di Sandro Bondi, presa da un attacco di gelosia, gli tagliuzzò tutti i golf di cachemire. Lui, indifferente, non battè ciglio.

redazione


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