Il Memoriale di Yalta, l'ultima battaglia

di Adriano Guerra

«Quanti sono i Togliatti?» si è chiesto una volta Bruno Bongiovanni su queste colonne. Per individuare le ragioni che dovrebbero impedire, a proposito del suo atteggiamento nei confronti dell'Unione sovietica, di ricorrere - come spesso si fa - alle formule semplificatrici del suo «stalinismo» o del suo «antistalinismo», può essere utile mettere a confronto due documenti, entrambi di mano del segretario del Pci ma di segno opposto, seppure separati soltanto da poco più di tre anni. Il primo è un documento poco, anzi pochissimo noto, un vero e proprio «rapporto segreto» di Togliatti. Si tratta del testo, conservato presso l'Istituto Gramsci e pubblicato nel giugno del 2000 da Renzo Martinelli su Italia contemporanea, del discorso pronunciato dal segretario del Pci l'11 novembre 1961, a conclusione di quella che è stata forse la riunione del Comitato centrale del Pci più tempestosa dal 1945 in poi. (Si veda a questo proposito quel che, prima ancora che diventasse noto il testo di Togliatti, Roberto Roscani aveva scritto dapprima sulla Rivista calabrese di storia contemporanea e poi, nel giugno del 2000, sull'Unità). Il secondo documento è il «Memoriale di Yalta» e cioè l'ultimo scritto di Togliatti. Si tratta in questo caso di un documento assai noto che ha avuto però una sorte particolare. Preparato per fissare sulla carta i punti di discussione alla vigilia di un incontro che Togliatti avrebbe dovuto avere con Chruscev a Yalta, in Crimea, è giunto a noi, in seguito alla improvvisa morte del segretario del Pci, come il «Testamento» di Togliatti. E cioè come qualcosa che si è portati a prendere in considerazione non già per la sua appartenenza alla vita, al «fare», ma all'attesa della morte. Quel che accomuna i due documenti è un tema di fondo: il modo col quale guardare all'esperienza sovietica, e anche ai «limiti» e agli «errori» di quell'esperienza. Il discorso del 1961 ci riporta al secondo - dopo quello del 1956 - dibattito sullo stalinismo che ha attraversato e sconvolto il mondo comunista. Il dibattito cioè che ha avuto luogo allorché, al XXII° Congresso del Pcus, Chruscev tornò improvvisamente e con grande energia sul tema degli errori, e degli orrori, dello stalinismo. Togliatti non salutò come fatto positivo il nuovo attacco di Chruscev a Stalin. Come nel 1956 sino a che gli fu possibile parlò d'altro. Buona parte della sua relazione introduttiva alla riunione del Comitato centrale del novembre 1961, venne così dedicata ad esaltare quel «programma ventennale di passaggio dal socialismo al comunismo» che, presentato solennemente dal segretario del Pcus, doveva precipitare ben presto dal libro dei sogni a quello dell'oblio. Non poté esimersi però dal parlare anche delle critiche a Stalin, ma lo fece dichiarandosi stupito per l'enfasi con la quale Chruscev era tornato sulla questione per poi ripetere, come nel '56, che occorreva «scendere più a fondo», e «giungere all'analisi delle condizioni oggettive di sviluppo della società sovietica». Dopo il XX° congresso, il suo tentativo di minimizzare aveva avuto fine nel momento in cui sulla stampa incominciarono ad essere pubblicate indiscrezioni sul «Rapporto segreto di Chruscev». Togliatti rispose allora alla sfida con l'intervista a Nuovi argomenti che permise di «compattare» il partito facendogli assumere nel contempo una posizione considerata da tutti - non però a Mosca - «originale» ed «avanzata». Ora però, nel 1961, la situazione era diversa e il tentativo di minimizzare e di ripresentare le tesi del '56 si dimostrò subito inesistente di fronte ai pesanti e drammatici interrogativi posti sul tappeto da vari membri del Comitato centrale. Perché coloro che avevano vissuto a Mosca negli anni di Stalin, e che dunque sapevano, avevano taciuto? Si poteva parlare di «corresponsabilità» del Pci? Quante erano state le vittime italiane dello stalinismo? Non era il caso di abbandonare reticenze e diplomazie e di guardare all'Urss con un occhio critico nuovo? Alcuni intervenuti parlarono apertamente, oltre che di «corresponsabilità» (le premesse politiche «che portarono ai delitti di Stalin - ha scritto Amendola su Rinascita riprendendo parti del suo intervento - le avevamo approvate perché le avevamo credute necessarie») di aspetti di «stalinismo» presenti nel Pci: e cioè delle «doppiezze», degli «errori», delle «degenerazioni della vita organizzativa» e anche delle «deviazioni personalistiche, opportunistiche, economicistiche» che erano apparse. Aldo Natoli si spinse sino a proporre un congresso straordinario ponendo così sul tappeto, sia pure in modo indiretto, la stessa permanenza di Togliatti alla testa del partito. Qualcosa di totalmente nuovo stava avvenendo insomma nelle fila dell'organismo dirigente del Pci. La lettura degli atti di quella riunione ci offre l'immagine inedita di Togliatti isolato, costretto a fare contemporaneamente i conti con una crisi del suo rapporto con Mosca e con una vera e propria rivolta dei vertici del suo partito. A frenare i rivoltosi è stata certamente la preoccupazione per le sorti cui poteva andare incontro il partito e l'inesistenza di una reale alternativa a Togliatti. Questi risolse comunque il problema passando all'attacco. E lo fece appunto col discorso rimasto per tanti anni segreto: una risposta fuori dai denti nella quale riassunse il suo pensiero sul modo col quale il Pci avrebbe dovuto continuare a guardare all'Unione sovietica. Così a coloro che avevano parlato delle contraddizioni presenti nel mondo sovietico rispose che l'ottica con la quale guardare all'Urss non poteva prescindere dalla constatazione che «là vi è un processo pratico, un processo oggettivo» attraverso il quale si affrontavano e si risolvevano anche i problemi dell'arretratezza e dei «ritardi». Quanto alla questione «della istituzionalizzazione della democrazia e della libertà… - continuò - noi possiamo anche dire delle cose molto interessanti, che esprimono delle esigenze che noi sentiamo, ma purtroppo noi non siamo ancora arrivati al punto che queste cose le sappiamo tradurre in pratica…. Per esempio, quando senti dei compagni dire: "badate che il metodo come lì sono state poste determinate cose è ancora rozzo"… Mah! Può darsi che sia rozzo, però questo è il metodo di coloro che hanno davanti a sé una realtà e la stanno trasformando». Insomma: non si può criticare l'Urss dal passato (dal capitalismo), perché l'Urss era comunque postcapitalismo, era già il futuro. E questo atteggiamento nei confronti dell'Urss, non poteva che continuare a caratterizzare il Pci che aveva «una fiducia profonda, un legame profondissimo, di omogeneità con quella società e col partito che la dirigeva, pure in mezzo a difficoltà, e pure compiendo (l'Urss) errori, sbagli e, oggi sappiamo, anche violazioni della legalità, delitti che non si possono oggi non denunciare». Questo diceva Togliatti nel 1961. Ed eccoci ora di fronte al «Memoriale» del 1964, a un documento che - come si è detto - non è stato scritto a futura memoria, ma in vista di un incontro con Chruscev che avrebbe potuto concludersi anche con una clamorosa rottura. Vi sono, a questo proposito, testimonianze importanti. Ecco ad esempio quel che ha scritto Alessandro Natta : «C'è in lui (Togliatti, ndr.) un interrogativo, una preoccupazione sugli sviluppi della politica dell'Urss e sui rapporti all'interno del gruppo dirigente del Pcus. Il fatto che dopo gli inviti e le sollecitazioni non incontrerà subito Chruscev… mi sembra che accresca le sue perplessità, quasi avvertisse anche in questo l'indice - non certo di una mancanza, non spiegabile, di riguardo nei suoi confronti - ma di una situazione non chiara, instabile, di un mutamento forse che viene preparandosi e di cui riesce tuttavia difficile valutare la direzione e i tempi». Al centro dei pensieri di Togliatti c'era evidentemente il fatto che su tutte le questioni sul tappeto egli aveva opinioni diverse da quelle del segretario del Pcus. Si guardi infatti alle posizioni espresse nel «Memoriale» incominciando da quelle riguardanti la questione cinese. È innegabile che proporre come faceva Togliatti - nello stesso momento in cui da parte sovietica si puntava a realizzare contro Pechino la massima unità del «campo» per la «scomunica» nei confronti dell'eretico - di «battere le posizioni cinesi» col dialogo e l'iniziativa politica, lasciando «da parte le generiche qualifiche negative», significava proclamare decaduta l'idea stessa di «campo» nei suoi vari aspetti («unità del campo», «disciplina del campo», «appartenenza al campo»). Affermare poi che «ogni partito deve sapersi muovere in modo autonomo» e dunque respingere «ogni proposta di creare di nuovo una organizzazione internazionale centralizzata», giacché l'unità del movimento non avrebbe potuto ormai realizzarsi che «nella diversità di posizioni politiche», significava liquidare di colpo non soltanto il progetto di Chruscev di ricostituzione di una struttura internazionale, ma tutta una serie di principi (quello, prima di tutto, sul ruolo di guida dell'Urss e del Pcus) che avevano sino a quel momento caratterizzato il comunismo mondiale. Sostenere infine la centralità del problema, per quel che riguardava tutti i paesi del socialismo sovietico, del «superamento del regime di limitazioni e soppressione delle libertà democratiche e personali che era stato instaurato da Stalin», significava non solo prendere atto del fallimento della battaglia antistalinista di Chruscev ma individuare nella «questione della democrazia» il tema di fondo per un approccio nuovo all'Urss, alla sua realtà e alla sua storia. Qui sta certamente il punto più importante del «Memoriale». Siamo dunque di fronte, anche pensando ai punti più alti delle elaborazioni del passato, ad un Togliatti del tutto nuovo. Dal momento che l'incontro con Chruscev non avrebbe certamente portato ad un accordo, è legittimo domandarsi verso quali strade Togliatti pensava di condurre il Pci dopo la rottura con Mosca. E anche, ricordando l'importanza dell'atto politico compiuto da Longo con la decisione presa di rendere pubblico il «Memoriale», nonostante la posizione contraria dei sovietici, quale ruolo può aver avuto il «Memoriale» stesso nell'avvio del processo che, seppure con i limiti e i ritardi che sappiamo, ha pur portato allo «strappo». Quel che è certo, è comunque che Togliatti è giunto, a conclusione della sua vita, ad un atteggiamento del tutto nuovo, aperto, vorrei dire pensando ai pesi e ai condizionamenti delle fasi precedenti, libero e liberato, nei confronti dell'Unione sovietica.

20 August 2004 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 35) nella sezione "Cultura"