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Flavio Favelli
Maria Rosa Sossai

Lo studio di Flavio Favelli è un capannone nella zona industriale del paese di Savigno, nella campagna bolognese, stipato di vestiti vintage, cappelli Borsalino, vecchie casse, bottiglie di Martini, vasi di amarena Fabbri, armadi, sedie, vetrine, macchinari. La conversazione si svolge tra lo studio e la casa vicino al cimitero di Savigno, dove l’artista vive da cinque anni.
 
Maria Rosa Sossai: Nella mia precedente intervista a Cesare Pietroiusti segnalavo la nascita di una nuova tipologia di studio immateriale e mobile che risponde alle mutate condizioni di produzione dell’opera d’arte e all’esigenza di molti artisti di spostarsi frequentemente. Mi sembra che la tua ricerca artistica, radicata così fortemente in questo territorio, sia distante dal modello appena citato. Quali sono gli aspetti positivi di un luogo così appartato?

Flavio Favelli: Il fatto di essere isolato, soprattutto in inverno. Quando cala la nebbia, i primi alberi vengono oscurati, tutto allora appare sospeso e la sensazione è di guardare il mondo dal finestrino di un aereo. Io che sono freddoloso, mi sono adattato al riscaldamento alimentato da una stufa.

 

Studio di Flavio Favelli, Savigno (BO), maggio 2009.

 

MRS: Vivi da solo o con qualcuno?
FF: Da solo, è capitato solo qualche weekend che ospitassi delle persone.
 
MRS: È una scelta?

FF: Sì, non riuscirei a fare diversamente, soprattutto quando si avvicinano le mostre. Mi sembra di non avere mai abbastanza spazio, che evidentemente non voglio condividere.
 
MRS: Sebbene la casa, come lo studio, sia arredata con una incredibile quantità di mobili, la percezione è che ogni oggetto abbia una storia pregressa, una ragione precisa per essere lì dove si trova e che qualsiasi cambiamento sarebbe una profanazione. Mi sembra che la decisione di fare l’artista e di utilizzare suppellettili che si ricollegano al tuo passato sia un modo di rielaborare il tuo vissuto, un po’ come tornare tutta la vita sul luogo del delitto. Non credi che il fatto di essere stanziale, considerando il modo in cui oggi funziona il sistema dell’arte, possa penalizzarti?

FF: Forse sì. D’altra parte, come hai visto, ho uno studio pieno di oggetti e di macchinari che mi rendono autonomo nella fase della realizzazione delle opere, per cui posso fare qualsiasi cosa in poco tempo. Se abitassi altrove sarebbe un problema, dato che seguo anche i lavori realizzati dagli artigiani.

 

Studio di Flavio Favelli, Savigno (BO), maggio 2009.

 

MRS: Il tuo radicamento dipende quindi dal tipo di ricerca, strettamente connessa con i materiali che puoi trovare solo qui?

FF: È una questione più complessa. Nel suo libro Lo potevo fare anche io, Francesco Bonami ha scritto che quello che conta in un’opera d’arte è l’idea. Non penso sia del tutto vero, almeno per me che sono in particolar modo interessato agli oggetti che non si producono più. Quando Bonami mi ha invitato alla mostra Italics a Palazzo Grassi, ha scelto un vecchio pavimento di piastrelle bianche e nere di graniglia. È chiaro che se fossero state nuove, sarebbe cambiato il senso del lavoro. Ho già fatto in passato l’esperienza di lavorare in un posto lontano ma ho capito che per me era penalizzante.
 
MRS: Nel senso che per te altri luoghi non sono una fonte di ispirazione, al contrario di altri artisti che di volta in volta si ispirano agli spazi dove sono in residenza.

FF: In realtà i materiali con i quali lavoro appartengono al mio immaginario e li potrei trovare ovunque. Per esempio l’ultima scultura esposta alla galleria S.A.L.E.S è un servizio di stoviglie tipicamente inglese dal nome Old Willow, che imita i tradizionali disegni blu dei piatti cinesi. La mia fascinazione per l’Inghilterra e la Cina proviene da mio nonno, che li considerava due posti esotici, il primo perché espressione del classico potere dell’impero, il secondo perché testimonianza di un certo esotismo. Il suo interesse per questi paesi si limitava però alla ceramica e a certi piccoli oggetti, mentre altri aspetti di quelle culture lontane erano ai suoi occhi privi di interesse. Questo è un elemento rilevante della storia della mia famiglia, da cui difficilmente riuscirei a distaccarmi.

 

Studio di Flavio Favelli, Savigno (BO), maggio 2009.

 

MRS: Dove acquistava tuo nonno?

FF: Nei negozi di antiquariato. Dopo avere fatto la campagna di Russia, forse anche per esorcizzare la drammaticità delle esperienze vissute, aveva cominciato ad accumulare oggetti coloniali che, oltre a essere espressione di potere, incarnavano il clichè dell’immaginario borghese che in quel momento faceva rima con benessere e rappresentavano il nostro sguardo di dominio su altri paesi. Sono cresciuto accanto ai barattoli di ceramica dell’amarena Fabbri, un’azienda che, come la Martini, è stata una delle prime fabbriche al mondo a fare un progetto di marketing sui contenitori, con una specifica ricerca sul design; il logo della Fabbri a disegni blu, concepiti dai famosi ceramisti di Faenza della bottega Gatti, si ispirano a un disegno cinese. Uso quindi preferibilmente oggetti che appartengono all’immaginario esotico della mia infanzia borghese, di cui per altro non ci siamo ancora liberati, come confermano gli ultimi avvenimenti. Il problema dell’Islam oggi non è altro che una fortissima rivalità dei paesi islamici nei confronti dei loro ex dominatori.
 
MRS: Pensi che il loro atteggiamento sia una rivalsa nei nostri confronti?

FF: In qualche modo è come se si sentissero defraudati di qualcosa. Ho letto recentemente su Repubblica un articolo su un noto miliardario indiano che in occasione di un premio assegnatogli, ha dichiarato che ormai l’Occidente è al tramonto, un declino a mio avviso iniziato con la rivoluzione francese. La cosa buffa però era che nella foto quest’uomo distinto era vestito in tight e non con un abito tradizionale indiano, per cui non era chiaro se il suo abito esprimesse la sua appartenenza ai vincitori o ai vinti.

 

Casa di Flavio Favelli, Savigno (BO), maggio 2009.

 

MRS: Anche in Italia negli anni Sessanta è stata fatta un’opera di cancellazione della nostra tradizione, quando abbiamo cambiato l’arredamento con i mobili in tek svedese. È un passaggio forse inevitabile per dei popoli che passano da una condizione di povertà a una di benessere. Hai mai utilizzato dei mobili appartenuti alla casa dei tuoi nonni?

FF: Sì. Prima che fosse venduta, ho realizzato molte opere con il pavimento in marmo della cucina, in particolare ricordo una scultura esposta alla fiera Liste dalla galleria Sadie Coles HQ.
Poi ho usato dei mobili della casa di Pavana, un villino degli anni Quaranta che si trova sull’Appennino, vicino Pistoia, a sessanta chilometri da qui, circondato da castagni e querce, dove io e i miei nonni andavamo tre mesi l’anno d’estate, quando ero bambino. Anche l’opera realizzata a Cinecittà 2, dal titolo La terza camera, appartiene a quella casa. Il prossimo ottobre voglio costruirci attorno una cassa di legno, una specie di casa dentro la casa, dipingere un decoro sulle pareti esterne e celebrare una specie di funerale. Sarà una copertura temporanea, che fotograferò e di cui farò magari una mostra da qualche parte. Vorrei dare alla casa un aspetto differente da quello immutato nel tempo che ha oggi. Questa è una foto scattata durante il primo viaggio di me e mia madre a Ravenna e questo sono io con mio padre nella casa di Pavana. Apparentemente da lì non mi sono più mosso.
 
MRS: A parte tuo nonno, qualcuno a casa tua colleziona o fa l’artista?

FF: No. Mio padre scriveva poesie, però poi ha smesso quando mia madre ha ottenuto il divorzio. A tanti anni di distanza ho capito che per lui l’arte ha avuto la funzione di arginare il suo malessere. Non avendo mai avuto successo, è stato così male da sviluppare la sindrome del complotto, sentiva il mondo contro di lui,  addirittura da pensare che mia madre, il grande amore della sua vita, a cui aveva dedicato la maggior parte delle poesie, fosse diventata il burattino dei potenti. Quando compì degli atti gravi nei suoi confronti, evidentemente non agiva contro sua moglie ma contro il potere che secondo lui gli stava mettendo il bastone tra le ruote. Il connubio tra arte e follia su cui si sono scritti tanti libri e che per molti è un tema di grande fascino, per me, che l’ho vissuto nella vita di tutti i giorni, ha significato assistere a un quotidiano pieno di sofferenze. In questo senso l’arte è in grado di scatenare desideri violenti. Una volta Gianfranco Funari, uno degli uomini più brillanti che abbiano fatto televisione per un certo periodo nel nostro Paese, disse che la televisione è come la merda, si fa e non si guarda. Penso che la stessa cosa si possa dire per l’arte, sistema per niente semplice perché o la pratichi, ci lavori, ci scrivi, la vendi, oppure se sei all’esterno è un po’ come la televisione e la subisci. Spesso mi interrogo sulle scelte dei collezionisti, per capire luci e ombre dei loro desideri.
Dopo il diploma iniziai a studiare Storia Orientale, sulla scia dei viaggi fatti con mia madre, ma anche per allontanami dalla mia condizione esistenziale di bambino un po’ introverso e aiutato dagli psicologi. E quando dissi a mia madre, insegnante di Lettere che sperava io continuassi a studiare all’università, che avrei abbandonato gli studi per fare l’artista, rispose che di artisti in casa ne avevamo già uno. Evidentemente, come dici tu, si torna sempre nel luogo del delitto. 

 

Casa di Flavio Favelli, Savigno (BO), maggio 2009.

 

MRS: Per te lo studio è quindi l’accumulo e la stratificazione delle suppellettili raccolte nel tempo?
FF: Tra i tanti libri che da bambino mia madre mi faceva leggere d’estate, ricordo il racconto La roba di Giovanni Verga, e in particolare il personaggio di Mazzarò, un latifondista molto cattivo, che raccoglieva tutto. In punto di morte, uscì nell’aia e ossessionato dall’idea di doversi separare dai suoi beni, si mise a urlare “Roba mia, roba mia, vieni via con me”, una rabbia del tutto inutile dato che nell’aldilà non possiamo portare niente, ammesso che ci sia un aldilà. Per rispondere in altro modo, a differenza dei miei compagni di Storia Orientale che scelsero di studiare l’Estremo Oriente, io preferii invece occuparmi del Vicino Oriente. Della cultura degli Egizi mi ha sempre colpito il fatto che le tombe contenessero tutti gli oggetti quotidiani appartenuti ai faraoni, perché pensavano che potessero servire nell’oltretomba. Allora ho deciso che il mio studio e la mia casa sarebbero stati come le tombe dei faraoni, non destinate ai morti bensì ai vivi. Ho pensato che in barba al pensiero sapienziale delle religioni monoteiste, dal Cristianesimo all’Ebraismo, che tentano di liberarsi dagli oggetti e mettono in guardia dall’accumulo, come fosse un grande peccato — forse il più proibito perchè il più piacevole — avrei posseduto solo cose di poco valore, cambiando solo dei dettagli, come per esempio le maniglie o i vetri, e non in vista di un potere terreno, ma per preservarli dall’oblio e mettere a fuoco il loro valore immaginale, evocativo, sentimentale. Mi ricordo che quando da piccolo frequentavo la parrocchia e assistevo ai funerali, le frasi del sacerdote sul fatto che non rimane niente e che assisteremo alla resurrezione dei morti mi sembravano bizzarre e mi ricordavano  i film sugli zombie. Quindi l’idea di dovere abbandonare tutto mi sembra un tranello.

 

MRS: E quindi come reazione, tu ti circondi di cose.

FF: Sì, perché credo che il vero valore non sia insito nelle cose stesse ma sia una loro espansione. Il tavolo déco della cucina non è firmato da un famoso designer ma costruito da un artigiano e se ti dovessi dire cosa provo, risponderei che non ha alcun valore economico ma un potere evocativo. Riempire la casa e lo studio di oggetti è anche una risposta alla natura che può apparire minacciosa. Non è un caso che uno degli elementi caratterizzanti le grandi civiltà del passato sia il fatto di essere nate in risposta alla minaccia rappresentata dai tre grandi fiumi Indo, Tigri e Eufrate, le cui esondazioni davano ricchezza ma procuravano anche catastrofi naturali. Amo la natura, ma se chiudi gli occhi, potresti avere l’impressione di essere in città.
La prossima mostra in occasione di Pitti Immagine Uomo, presso il Museo Marino Marini, si intitola abito vs habitat, perché l’abito non è altro che un coprirsi e un modo di difendersi con gli oggetti; da questo punto di vista sono un occidentale e provo un senso di grande rivolta contro il tempo che scorre; penso che la vecchiaia sia una gran brutta roba, così come la morte e la memoria di tutte quelle persone che ci hanno lasciato in eredità i loro oggetti. Ho sempre abitato in case appartenute ai miei avi, piene di ricordi, in cui non si buttava via mai niente; da quando vivo vicino al piccolo cimitero di Savigno, i funerali passano di fronte a casa, mentre in città li vedi solo se ci vai di proposito. Tutto così è molto più presente, i cimeli parlano di cose che non ci sono più e che non si fanno più. Sono andato recentemente nell’azienda della Alessi, perché realizzerò per loro un progetto. Facendo un giro della fabbrica, ho incontrato gli operai anziani che ora riparano gli oggetti difettati, mentre in passato li costruivano interamente a mano da una lastra di acciaio.
 
MRS: L’importanza del lavoro manuale nella tua opera ha comunque una funzione concettuale, nel senso che la tua ricerca consiste proprio nell’utilizzo di oggetti usati che cerchi e  collezioni. Cosa ti affascina della manualità?

FF: Quello che comporta e che si è perso per sempre con la produzione in serie. Gli splendidi artigiani della Alessi sono diventati dei “rattoppatori”, è terribile, ma d’altra parte non si può nemmeno essere nostalgici. Anch’io ho comprato l’ultimo modello di Mac perché è più funzionale.


Flavio Favelli è nato a Firenze nel 1967. Vive e lavora a Savigno (BO).

 
 

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