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Corriere della Sera

LA STORIA. I GRANDI PROCESSI Nell' 897 Stefano VI volle un processo per sacrilegio contro il suo predecessore, colpevole di essere filogermanico. Il corpo fu riesumato, ripulito, posto su un trono e condannato

Papa Formoso, un cadavere eccellente in tribunale

LA STORIA I GRANDI PROCESSI La Duchessa Ageltrude, Dio la perdoni, doveva avere davvero un cattivo carattere. Mamma appassionata, per carità: per il suo Lamberto era disposta a tutto. Ma mai si era visto un odio così denso, omicida, cosmico come quello che la spinse a far celebrare il processo più osceno, surreale e macabro della storia. Il processo al corpo in putrefazione di un Papa morto da mesi, fatto estrarre dalla tomba, rivestito, sistemato, fissato con i lacci a una poltrona, accusato, interrogato, condannato a morte, destituito, amputato e dato in pasto alla folla perché lo scaraventasse nel Tevere. Un accanimento giudiziario che manco Cesare Previti, ce lo consenta, ha mai osato denunciare. Ma partiamo dall' inizio. Siamo agli sgoccioli del nono secolo, l' abbozzo di impero europeo di Carlo Magno, già in disfacimento, subisce l' ultimo colpo con la deposizione dell' ultimo dei carolingi, Carlo il Grosso, che abdica in favore di Arnolfo di Carinzia. Il quale, impossibilitato a tenere unito l' impero, riconosce quali re Oddone in Francia, Ludovico il Cieco in Provenza, Rodolfo nel «Regnum Jurense» (a cavallo della Svizzera e del Jura) e Berengario, nipote di Ludovico il Pio per parte di madre, in Italia. Il duca Guido di Spoleto, però, non ci sta. Lui pure viene da una nobile famiglia franca trapiantata nell' Italia centrale ma originaria come Carlo Magno delle rive della Mosella. E il suo casato, approfittando, come spiega lo storico Leon Duchesne, dello «smembramento dell' Italia meridionale e della debolezza del potere centrale in quelle lontane contrade», si sta via via consolidando da decenni attraverso un' accorta politica di matrimoni di potere, ultimo dei quali il suo, con quella Ageltrude di cui dicevamo, figlia del duca Arechi di Benevento che, non meno ambizioso, osò nell' 871 «alzare la mano sulla sacra persona dell' imperatore Ludovico II». Spregiudicato, ha già mostrato di che pasta è fatto nell' 883 quando, arrestato per ordine dell' Imperatore, è riuscito a fuggire, ha radunato una banda di mercenari musulmani, ha resistito alla spedizione punitiva di Berengario e si è ripreso ciò che considerava suo: il potere su Milano, Pavia e tutta la penisola sotto il Po. Il Papa, in quel momento, è Stefano V, che, in grave crisi sotto la pressione dei Saraceni installati alle foci del Garigliano, vicino a Gaeta, non vede altra scelta che invocare l' aiuto di Guido. Il quale piomba sui barbareschi, li batte, marcia sulla Francia sperando di poterne ottenere la corona, rientra precipitosamente, infligge un paio di sconfitte a Berengario, si fa incoronare Re d' Italia a Pavia e arriva infine a Roma per riscuotere dal Pontefice il dovuto: la corona di imperatore. «Una corona di cartapesta», scrive Claudio Rendina nella sua storia dei pontefici. «Come osserva il Gregorovius, il Papa e il neoimperatore sembrava giocassero con una corona più grande di loro». Un gioco che pochi mesi dopo vede entrare come nuovo papa, con l' appoggio del partito filogermanico e, pare, una larga distribuzione di denaro, il vescovo di Portus Formoso che, proprio perché responsabile della diocesi alle foci del Tevere dove sorgeva uno dei grandi porti del Tirreno, non poteva teoricamente (antiche regole) essere eletto. Ambiziosissimo, Formoso rinnova l' incoronazione di Guido e la estende per via ereditaria a suo figlio Lamberto. Ma appena può, manda un' ambasciata ad Arnolfo perché scenda in Italia a togliergli di torno l' ' ingombrante casata spoletina. L' imperatore tedesco accorre, sfonda ovunque senza neppure combattere, viene acclamato imperatore da tutte le città che incontra, si convince che non c' è neanche bisogno di scendere a Roma e se ne torna in Germania. Dove lo raggiungono tre notizie. La prima è che Guido è morto per un' emorragia sul Taro. La seconda che Lamberto è tornato a Roma per reclamare la «sua» corona imperiale. La terza che Formoso, mentre tranquillizzava gli spoletini guadagnando tempo, gli chiede di venire una volta per tutte a Roma a liberarlo da questi «cattivi cristiani». Ageltrude e Lamberto gridano al tradimento, cavalcano la protesta romana antigermanica, si impossessano della città e rinchiudono il Papa a Castel sant' Angelo preparandosi a resistere. Ma Arnolfo è troppo forte. Accorre, sfonda, libera Formoso, si fa incoronare lui imperatore d' Italia e marcia su Spoleto per spazzar via la dinastia nemica. Non ci arriverà mai: colpito da una paralisi, deve rientrare in Germania. Roma è nel caos: rivolte, tumulti, scontri tra le fazioni. Finché Formoso, incapace di riprendere la città in pugno, muore (avvelenato, pare) lasciando il posto a Bonifacio VI, che sarà ricordato solo perché il suo sarà il pontificato più breve della storia: dieci giorni. Lo stato ecclesiastico, scrive Ferdinand Gregorovius, «cadde in preda a migliaia di mani rapaci e persino il prestigio spirituale dei Papi non fu più che una vuota forma». Fu dentro quella catastrofe politica e morale che Lamberto e sua madre, fatto Papa il «loro» Stefano VI, già vescovo di Anagni, tornarono a Roma e imposero ciò che secondo Rendina è «una delle azioni più infami nella storia del papato». Lasciamolo raccontare a Gregorovius: «Il cadavere del Pontefice strappato al sepolcro in cui riposava già da diversi mesi, fu abbigliato con i paramenti papali e messo a sedere su un trono nella sala del Concilio. L' avvocato di papa Stefano si alzò in piedi e rivolgendosi a quella mummia orrenda, al cui fianco se ne stava tutto tremante un diacono che fungeva da difensore, le notificò i capi d' accusa. Allora il papa vivente chiese al morto con furia dissennata: "Come hai potuto, per la tua folle ambizione, usurpare il seggio apostolico, tu che pure eri già vescovo di Portus?" L' avvocato di Formoso addusse qualcosa in sua difesa, sempre che l' orrore gli abbia permesso di parlare; il cadavere fu riconosciuto colpevole e condannato. Il sinodo sottoscrisse l' atto di deposizione, dannò il papa in eterno e decretò che tutti coloro ai quali egli aveva conferito gli ordini sacerdotali, dovessero essere ordinati di nuovo». Ma non bastava ancora, a dissetare l' odio di Ageltrude e di suo figlio: «I paramenti furono strappati di dosso alla mummia; le tre dita della mano destra, con cui i Latini impartiscono la benedizione, furono recise e con urla selvagge il cadavere fu trascinato via dalla sala, attraverso le strade di Roma e gettato infine nel Tevere tra le grida di una folla immensa». Era il febbraio dell' 897. Dio Padre Onnipotente, però, dovette prenderla male. Al punto che di lì a poco la Basilica Lateranense, che aveva ospitato il processo infame, crollò. Quanto ai protagonisti, fecero tutti una brutta fine. Tutti meno il defunto Formoso. Il quale, miracolosamente recuperato nelle spoglie mortali da un monaco («Mi apparve e disse: il mio corpo è lì!») sulla sponda del Tevere venti chilometri a valle, venne l' anno dopo restituito alla tomba da cui era stato tolto e riabilitato fin quasi alla beatificazione. A restituirgli la dignità postuma dopo la postuma infamia fu papa Teodoro II. Successore nel giro di poche settimane di Stefano VI e di Romano, vissuto solo 20 giorni. Era alta la mortalità, sul seggio di Pietro... * La vicenda Nell' 897 Papa Stefano VI ordinò un processo per sacrilegio contro il cadavere del suo predecessore Formoso (891-896), colpevole di essere salito al soglio pontificio grazie all' appoggio del partito filogermanico La mummia di Formoso venne riesumata dal sepolcro, abbigliata con i paramenti pontifici, collocata su un trono e poi portata davanti alla corte dove un diacono rispondeva al posto del cadavere Il processo si concluse con la condanna del cadavere al quale furono strappati i paramenti e tagliate le tre dita con cui si impartiscono le benedizioni Dopo essere stato trascinato per le vie di Roma, il cadavere fu gettato nel Tevere Il cadavere di Papa Formoso venne rinvenuto da un monaco molti mesi dopo. Secondo la leggenda sarà Papa Teodoro II a decidere la sepoltura dei resti di Formoso a San Pietro

Stella Gian Antonio

Pagina 21
(5 agosto 2002) - Corriere della Sera

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