Non di sola ideologia: Vittorini e la stagione del "Politecnico"

Manifestazione a Roma, nel 1947, per l'attuazione della Riforma Agraria, dal sito www.comune.pomezia.rm.it

di Roberto Carnero*

Fondato a Milano da Elio Vittorini (1908-1966), "Il Politecnico" è una delle riviste più importanti del secondo dopoguerra. Uscì tra il settembre del 1945 e il dicembre del 1947, in due serie diverse, caratterizzate da una differente periodicità. La prima serie (ventotto numeri, il primo dei quali uscito il 29 settembre 1945) fu infatti settimanale, mentre la seconda (iniziata con il numero 29, uscito nel maggio del 1946) ebbe cadenza mensile.

Per una cultura 'nuova'
Nata nel clima culturale dell'immediato dopoguerra, la rivista rifletteva l'entusiasmo per la recuperata libertà di espressione (dopo il ventennio della dittatura fascista con tutte le censure che essa aveva comportato in ambito culturale) e si proponeva di contribuire a creare una nuova cultura.
Una cultura orientata 'a sinistra', ma attenta a dialogare anche con le altre componenti della vita intellettuale del Paese. Scriveva Vittorini nel primo numero della rivista, a mo' di programma: "La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell'impotenza o un astratto furore. [...] Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali italiani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell'idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze?".
Tale apertura prevedeva anche un tentativo di superare, sulla scorta delle indicazioni gramsciane, la matrice astrattamente umanistica di una cultura concepita come hortus conclusus rispetto alla società e alla storia. Da qui l'interesse per il pensiero scientifico e per la tecnologia, oltre che per la letteratura e la filosofia. Il tutto all'insegna di una tensione divulgativa che cercava di evitare ogni chiusura in un vacuo specialismo.

La polemica Vittorini-Togliatti
Tuttavia, una certa autonomia di Vittorini rispetto all'impostazione ufficiale della politica culturale del Pci (a cui Vittorini era iscritto e di cui rappresentava in quegli anni l'intellettuale di punta) finì con il riuscire indigesta ai vertici del Partito.
È nota la polemica che oppose Vittorini al segretario del Partito Palmiro Togliatti. Quest'ultimo scriveva sul "Politecnico", nel n. 33-34 del 1946: "Quando il 'Politecnico' è sorto, l'abbiamo tutti salutato con gioia. Il suo programma ci sembrava adeguato a quella necessità di rinnovamento della cultura italiana che sentiamo in modo così vivo. [...] Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L'indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da qualcosa di diverso, da una strana tendenza a una specie di 'cultura' enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell'indagine coerenti con un obiettivo, e la notizia, l'informazione (volevo dire, con brutto termine giornalistico, la 'varietà') sopraffaceva il pensiero. [...] Seguendo la strada per la quale il 'Politecnico' tendeva a mettersi, ci sembrava infatti si potesse arrivare, non solo alla superficialità, ma anche a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico".
Alla dura reprimenda di Togliatti, Vittorini non tarda a rispondere, nel numero successivo della rivista (n. 37/1947), rivendicando l'autonomia dell'intellettuale, dello scrittore, dell'uomo di cultura, da quelli che sono gli orientamenti della politica: "Che cosa significa per uno scrittore, essere 'rivoluzionario'? Nella mia dimestichezza con taluni compagni politici ho potuto notare ch'essi inclinano a riconoscerci la qualità di 'rivoluzionari' nella misura in cui noi 'suoniamo il piffero' intorno ai problemi rivoluzionari posti dalla politica; cioè nella misura in cui prendiamo problemi dalla politica e li traduciamo in 'bel canto': con parole, con immagini, con figure. Ma questo, a mio giudizio, è tutt'altro che rivoluzionario, anzi è un modo arcadico d'essere scrittore".

Il bilancio dell'attività della rivista
Al di là delle polemiche che opposero due diverse concezioni della cultura e dei suoi rapporti con la politica e con la 'conformità ideologica', come dobbiamo valutare l'esperienza del "Politecnico"?
Ha scritto Anna Nozzoli: "Pur nelle difficoltà e negli equivoci in cui venne spesso a trovarsi, la rivista condusse un'importante battaglia culturale, impegnandosi su tutti i fronti della realtà contemporanea, pubblicando importanti documenti letterari e politici (traduzioni da Wright, Michaux, Pasternak, Brecht, ecc.) insieme a voci sino allora inedite in Italia (le prime lettere dal carcere di Gramsci, le prime traduzioni di Lukács, i contributi di Sartre e di S. De Beauvoir)" (in Dizionario critico della letteratura italiana del Novecento, a cura di Enrico Ghidetti e Giorgio Luti, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 648).

In altre parole, "Il Politecnico" segnò un'importante tappa nella direzione dell'aggiornamento della cultura e della produzione letteraria nel nostro Paese, affinché fossero finalmente superate le censure e gli ostracismi che l'ufficialità marxista prevedeva per gran parte delle espressioni letterarie non aderenti al cosiddetto 'realismo socialista'.
La rivista fu infatti promotrice di un avvicinamento meno prevenuto a quella cultura 'decadente' o 'della crisi' che era quanto di più innovativo il primo Novecento avesse offerto in campo filosofico e letterario ma che, dopo le diffidenze idealistiche e fasciste, rischiava, nel secondo dopoguerra, di essere fatta oggetto di nuove censure e di nuove esclusioni, seppure di segno opposto dal punto di vista ideologico.

*Docente di Letteratura italiana contemporanea presso l'Università degli Studi di Milano

Pubblicato il 18/12/2007

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