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La perdita di credibilità del giornalismo italiano
Intervista a Marica Spalletta - autrice del libro “Gli (in)credibili, i giornalisti italiani e il problema della credibilità” (Editore Rubbettino, 2011, pagg 234) - sui problemi e le carenze dei mass media nel nostro Paese. Di Paola De Rosa
Lo stato di salute del giornalismo italiano non è dei migliori: sono in crisi le sue regole, i suoi valori e l’informazione televisiva, in particolare, ha portato all’esasperazione la spettacolarizzazione della notizia e la sua drammatizzazione. Nel testo “Gli (in)credibili, i giornalisti italiani e il problema della credibilità” Marica Spalletta, Dottore di ricerca in Culture della comunicazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha messo in luce i difetti e le carenze dell’informazione e del giornalismo.
Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice, per approfondire le questioni su cui questo libro si sofferma: l’assetto del sistema dell’informazione, il ruolo degli operatori della comunicazione e il loro rapporto con le fonti e con il messaggio che trasmettono.

Come nasce l’idea di un libro dedicato alla credibilità del giornalismo?
Nasce da due diverse esigenze. In primo luogo la consapevolezza di avere a che fare con un tema centrale nel dibattito pubblico sul giornalismo e che, come tale, necessita di essere approfondito. In secondo luogo la sensazione di un problema certamente percepito, ma perlopiù soltanto nella sua componente “negativa”: di credibilità si parla molto, ma soprattutto in tutti quei casi in cui occorre “definire” lo stato di crisi in cui versa il giornalismo italiano.

Quali sono le cause della crisi di credibilità del giornalismo italiano? Quando, al contrario, un sistema giornalistico è credibile?
Il giornalismo italiano non è credibile per una molteplicità di motivi che, stando a quanto emerge in letteratura, sono tra loro diversissimi. Io ho provato a metterli in ordine, raggruppandoli in sette macrocategorie. Una prima causa di scarsa credibilità si lega al ruolo sociale: il giornalismo italiano non è, infatti, mai riuscito a porsi come interprete credibile del proprio ruolo e la stessa democrazia, in Italia, è nata e si è sviluppata senza quell’apporto determinante del giornalismo che invece si è registrato in altri Paesi. C’è poi un secondo livello di scarsa credibilità che opera a livello del sistema, e che si lega strettamente a fenomeni quali il conflitto di interessi, l’editoria impura e, soprattutto, quella prassi consolidata in virtù della quale anche i pochi editori puri presenti in Italia tendono a comportarsi come editori impuri. La terza causa di scarsa credibilità opera a livello degli operatori perché – come scriveva giustamente Massimo Baldini – “i giornalisti italiani tra Ottone e Scalfari hanno sempre preferito Scalfari”, cioè hanno sempre preferito un atteggiamento fazioso piuttosto che un atteggiamento parziale. C’è poi un problema in relazione alle fonti, ovvero alla patologica dipendenza dalle fonti primarie; problema che diventa ancor più grave quando, a essere inquinate, sono proprio queste fonti: pensiamo, per esempio, ai casi di evidente commistione tra comunicazione politica e comunicazione istituzionale. Una quinta causa di scarsa credibilità emerge con riferimento al messaggio, ossia nei processi selezione, gerarchizzazione e interpretazione dei fatti: l’accanimento con cui è stato trattato il naufragio della Costa Concordia, da questo punto di vista, è emblematico di un giornalismo che si ostina a cercare una notizia anche quando questa non c’è (o non c’è più). Questo giornalismo, così povero dal punto di vista dei contenuti – qui vengo al sesto indice di scarsa credibilità – è un giornalismo in cui spiccano ancora di più tutti gli errori che emergono sul versante della forma, a cominciare dai semplici, banali errori di ortografia fino alle fastidiose inesattezze. Ultimo punto: il nostro è un giornalismo scarsamente credibile perché a essere in crisi sono le sue regole e i suoi valori; per non dire dell’evidente crisi in cui versa la deontologia professionale, in balia di codici che appaiono essere troppi, non ben scritti e poco applicati.

Il titolo “Gli (in)credibili” non è casuale. Qual è la duplice interpretazione che ha voluto associargli?
“Gli (in)credibili” sta a indicare un doppio livello di incredibilità del giornalismo italiano. Il giornalismo italiano è infatti incredibile nel senso che non è credibile. Ed è altrettanto incredibile perché a essere incredibile è l’atteggiamento incredulo con cui molti giornalisti italiani reagiscono quando qualcuno chiede loro se sono consapevoli di avere un problema di credibilità. Questo è il senso del titolo: i giornalisti italiani sono “non credibili” e “increduli”.

Quali sono gli elementi che identificano, nello specifico, la scarsa credibilità del giornalismo televisivo italiano?
In linea di massima sono le stesse che valgono per il giornalismo tout court, solo che – quando si parla di giornalismo televisivo – esse sono amplificate dal fatto di avere a che fare con un medium, la tv appunto, che nel nostro Paese ha una forza di penetrazione superiore a tutti gli altri. Il giornalismo televisivo ha portato all’esasperazione la spettacolarizzazione della notizia, la sua drammatizzazione, come appare evidente soprattutto nel racconto della cronaca, e della cronaca nera in particolare (Avetrana, Brembate, il delitto di Melania Rea, la scomparsa delle due gemelline svizzere, solo per citare i casi più recenti).

Quali sono le “cure” possibili?

Le cure possibili sono le stesse per tutti i giornalisti. Finché i giornalisti non riacquisiranno la coscienza del loro ruolo sociale e la coscienza di quelli che sono i valori cui dovrebbe ispirarsi la loro attività, il giornalismo italiano non recupererà mai la propria credibilità e i giornalisti italiani continueranno a rispondere con incredulità alle domande relative alla loro consapevolezza di essere poco credibili. Questo perché la credibilità, più di ogni altra cosa, ha a che fare con la consapevolezza del proprio ruolo sociale e dei propri valori, personali e professionali.

Che ruolo gioca, a suo avviso, il pubblico degli spettatori nel suo rapporto con un’informazione poco credibile?
Il pubblico ha un ruolo fondamentale perché, come ci insegnano gli studi sulla sociologia relazionale, la credibilità è una relazione. Sebbene infatti vi siano determinate caratteristiche personali (la formazione, il patrimonio culturale, la chiarezza d’espressione, il metodo di lavoro, la professionalità) che certamente influiscono sulla credibilità, queste stesse qualità da sole servono a poco, poiché un giornalismo è credibile nel momento in cui qualcuno lo percepisce come tale. Il problema è che la credibilità del giornalista non può ridursi all’essere creduto: un giornalista non è credibile perché qualcuno gli crede. Un giornalista è credibile allorquando un pubblico gli concede la propria fiducia a seguito di una valutazione della sua competenza, della sua capacità di ricercare prima e raccontare poi la verità. Come appare evidente, alla base di questi modelli di giornalismo (che sono chiaramente quelli che meglio incarnano la mitologia del giornalismo stesso) c’è un apporto determinante da parte del pubblico, apporto che si declina a mio avviso in termini di responsabilità. E qui mi viene in mente quella bellissima metafora che propone Roger Silverstone quando afferma che nella mediapolis la responsabilità è un fenomeno condiviso. Chiudo con un’ultima considerazione, relativa al citizen journalism. È vero, siamo in un’epoca in cui l’attività giornalistica è sempre più appannaggio della collettività. Ma, proprio per questa straordinaria facilità di accesso alla produzione e alla diffusione delle informazioni che caratterizza la nostra epoca, proprio per questo io penso che, tutti noi, abbiamo ancor più bisogno di giornalisti seri, responsabili e credibili.
 
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