Facebook, il giornalismo

e le notizie a due velocità

di Valerio Bassan

A dicembre 2014 il CEO di BuzzFeed Jonah Peretti, intervistato da Nilay Patel di The Verge, lo aveva detto chiaramente:

- Jonah Peretti, 41 anni -
«La chiave per noi è pubblicare ovunque i consumatori abbiano intenzione di interagire con il nostro contenuto — ma come possiamo ottenere in cambio dati e conoscenza affinché possiamo realmente imparare e migliorarci? Allo stesso modo, dovremmo ricevere in cambio un guadagno, che ci permetta di finanziare più esperimenti di questo tipo. Se riusciamo ad ottenerlo, non importa più dove il contenuto vive, conta invece se noi siamo in grado di ottenere conoscenza ed imparare da esso».

La content distribution, la distribuzione del contenuto al di fuori dei confini canonici di un sito internet, non è una novità. Non lo è certamente per Al Jazeera, che ha creato una app che si declina (e cresce) direttamente sui social network, AJ+, con contenuti come questo. Non lo è per BuzzFeed, che da anni sta sperimentando in questo senso. Su YouTube, grazie ad un team basato a Los Angeles che produce video nativi per la piattaforma, ma anche su Facebook, dove fotografie virali, card emozionali e snap video costituiscono una potentissima arma di traino per milioni di utenti che si interessano alla voce del sito fondato da Peretti.

Solo un elemento rimane ancora trincerato, oggi, all’interno dei siti di notizie: gli articoli. Cosa succederebbe se gli utenti potessero leggere gli articoli di BuzzFeed (o del Washington Post, o del Corriere della Sera) direttamente su Facebook, e non più sui siti web di queste testate? È quanto si sta chiedendo la piattaforma fondata da Mark Zuckerberg, che da anni sta corteggiando redazioni e publisher affinché decidano di importare alcuni dei loro contenuti all’interno delle quattro mura virtuali del social network. Secondo quanto riportato nelle ultime ore dal New York Times, il momento è quasi arrivato: Facebook sarebbe vicino a chiudere un accordo con BuzzFeed, ma anche con lo stesso Times e National Geographic, per ospitare una selezione dei loro contenuti sui propri server.

Così, tra qualche mese (settimana?) potremmo leggere i primi articoli senza uscire dai confini di Facebook. Una rivoluzione che trasformerebbe una parte della piattaforma in un prodotto editoriale puro, benché realizzato in outsourcing. È quello che si augura Chris Cox, vicepresidente dello sviluppo del prodotto, che vorrebbe portare i giornali ai lettori, anziché il contrario. Una prosecuzione naturale dell’esperienza di Paper, l’applicazione lanciata da Facebook nel 2014 che impagina una sorta di “magazine” su misura dell’utente a partire dai contenuti pubblicati dagli amici nel nostro news feed.

Questo potrebbe portare dei benefici? Quando gli ho posto questa domanda, il direttore della versione inglese di BuzzFeed Luke Lewis non ha avuto dubbi:

Sorge una domanda: se un giornale “regala” i suoi articoli ad un social network, e se questi articoli non portano un traffico diretto al sito della testata, che cosa ci guadagna? Facebook, come scriveva il compianto David Carr sul Times nell’ottobre 2014, è convinto di avere una soluzione al dilemma: condividere gli introiti derivanti dai box pubblicitari abbinati ai singoli contenuti con chi li ha prodotti, ovvero i giornali. E, di riflesso, con i giornalisti che ci lavorano.

Gli articoli saranno messi a disposizione di Facebook con un meccanismo simile a quello di un prodotto proposto in conto vendita: se l’articolo genera revenues, queste revenues vanno ad ingrossare le casse di entrambi, piattaforma ospitante e creatori. Tuttavia, la prospettiva di un guadagno — per quanto potenzialmente corposo — potrebbe non essere abbastanza. I giornali, non senza valide ragioni, sono ancora restii a vedere i propri contenuti all’esterno.

Così, Facebook potrebbe fare leva su un meccanismo molto più sottile: la velocità di caricamento degli articoli. Quante volte, cercando di aprire un articolo interessante dal nostro smartphone collegato in 3G, abbiamo desistito? Oggi consumiamo le notizie con fretta vorace, come bit di informazione, e la nostra soglia di pazienza è scesa drasticamente. Se la pagina di un quotidiano non si carica in pochi secondi, e questo avviene soprattutto su mobile, rinunciamo alla lettura. Se l’attenzione media che dedichiamo alla lettura di un contenuto si limita a 15 secondi, la soglia di attesa per il suo caricamento è drasticamente più bassa. Ogni miglioramento in termini di velocità, per quanto piccolo, può quindi fare la differenza.

Non c’è dubbio che un articolo pubblicato sui server di Facebook si caricherà più rapidamente rispetto allo stesso articolo ospitato su una piattaforma esterna. È, in primo luogo, una questione tecnologica. Ma è anche una scelta editoriale: Facebook potrà decidere di agevolare determinati contenuti, proponendo come “moneta di scambio” una sorta di canale privilegiato per quegli editori che accetteranno di fare parte del progetto di content distribution oggi in fase di studio. E, forse, penalizzare chi deciderà di restare fuori?

Si tratta di supposizioni, certo. Eppure Facebook ha già avviato qualche esperimento in questo senso. Pensiamo ai video caricati in modo nativo su Facebook, che oggi si riproducono in autoplay all’interno del news feed degli utenti. Una opzione, quella dell’autoplay, che non è invece disponibile per i contenuti video derivanti da piattaforme esterne come YouTube e Vimeo, che quindi necessitano di un click in più per essere visualizzati. Similmente a quanto accade oggi con i video “nativi”, gli articoli ospitati da Facebook si visualizzeranno probabilmente in modo totalmente seamless, senza ostacoli né interruzioni.

Per altro, dalle parti di Menlo Park non sono nuovi a scelte editoriali tranchant a livello di algoritmo: dalla metà del 2014, i post che fanno uso sistematico del clickbait chiedendo like e share agli utenti vengono penalizzati dall’EdgeRank.

Se la trasformazione di Facebook in un publisher si compirà — le fonti anonime citate dal New York Times parlano di un «accordo molto vicino» — potremmo dunque assistere alla creazione di un social newspaper “a due velocità”, dove i contenuti dei partner saranno agevolati rispetto al resto del web? È quello che temono alcuni degli editori contattati da Facebook, che tenderebbero a rifiutare la partnership proposta dal social network ma allo stesso tempo non vorrebbero perdere un’opportunità di visibilità così importante per i propri articoli.

Oggi, gli algoritmi stanno diventando i nuovi editori del web: selezionano, curano, decidono cosa mostrare, a chi, e quando. Attraverso processi guidati da intelligenze artificiali, invisibili agli occhi degli utenti, poco trasparenti anche per le redazioni dei giornali. Basandosi sulle nostre interazioni con il contenuto, sui nostri interessi, sui gusti dei nostri amici e su altri parametri che probabilmente non scopriremo mai.

Emily Bell, la direttrice del Tow Centre for Digital Journalism della Columbia Journalism School, ha brillantemente spiegato al Reuters Institute for the Study of Journalism come questa situazione abbia conseguenze importanti non solo per i giornalisti, ma anche per i cittadini e le democrazie:

- Emily Bell, 49 anni -
«Oggi, quasi ogni contenuto viene pubblicato o condiviso ad un certo punto su una piattaforma social. […] Ogni algoritmo contiene decisioni editoriali, ogni pezzettino di scrittura di un software porta in sé implicazioni sociali. È eccitante e dà potere, è terrificante e minaccioso. […] Se c’è una stampa libera, i giornalisti non ne detengono più il controllo. Ingegneri che raramente pensano al giornalismo o all’impatto culturale o alla responsabilità democratica (che ne deriva), ogni giorno prendono decisioni che danno forma al modo in cui le notizie vengono create e diffuse. Nel creare questi strumenti straordinariamente facili da utilizzare, nell’incoraggiare il mondo a pubblicare, le piattaforme tecnologiche hanno ora uno scopo sociale ed una responsabilità che trascende di molto il loro intento originario. I media tradizionali non hanno capito che cosa stavano perdendo, la Silicon Valley non ha capisco che cosa stava creando».

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