Volete il Sordi privato? Ve lo racconto io...

di David Grieco

Ho incontrato per la prima volta Alberto Sordi all'inizio degli Anni Settanta grazie all'Unità. Mi trovavo in prima fila alla conferenza stampa del film Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy. Sordi descriveva il calvario del suo disgraziatissimo personaggio nelle patrie galere e io ridevo senza ritegno. Non ce la facevo a trattenermi. Lui mi guardava spazientito. «A' regazzi', questo è un film drammatico, quann'è che la smetti de ride?!...» E scoppiò a ridere anche lui. Il racconto di una vita Da quel giorno, diventammo amici. Andavamo periodicamente a pranzo insieme. A pezzi e bocconi, Alberto mi ha raccontato tutta la sua vita. Non ho mai pensato di farne un libro perché non ho mai saputo come restituire attraverso la scrittura le centinaia di risate che mi sono fatto. E anche adesso che non c'è più, non riesco a smettere di ridere. Probabilmente, continuerò a ridere anche al suo funerale. Ma per fortuna, sono convinto che non sarò il solo. Il funerale di Alberto Sordi me lo immagino tale e quale all'estremo saluto alla bara del capocomico della compagnia di avanspettacolo nell'episodio finale del film I Nuovi Mostri, con Alberto che prima piange il caro estinto e poi lo piglia per i fondelli, facendo scivolare nella fossa i colleghi e le sciantose che si sganasciano dalle risate. Sempre in quei primi Anni Settanta, l'Università di Roma mi chiese di convincerlo a tenere un seminario sul mestiere d'attore. Quando gliene parlai, Alberto rabbrividì. «Ma che sei matto?! Io, all'Università? Ma lo sai che ho preso la licenza media per miracolo?!». Gli risposi che mi trovavo nelle stesse condizioni, e che non mi sembrava una cosa di cui vergognarsi. Col passare delle settimane, lo convinsi. Ma quando varcammo la soglia dell'ateneo, Sordi mi sussurrò in un orecchio: «Me caco sotto». Naturalmente fu un trionfo, un'apoteosi. E da lì nacque quel capolavoro di televisione che fu la Storia di un italiano realizzata da Giancarlo Governi attraverso il montaggio di tutte le sue interpretazioni. Perché Alberto Sordi ha impersonato soprattutto i difetti degli italiani, gli italiani opportunisti, gli italiani vigliacchi, senza mai preoccuparsi del danno che ciò avrebbe potuto arrecare alla sua immagine. La sua capacità di leggere la realtà senza pietà era la sua più grande virtù, e lui lo sapeva. Infatti, Sordi rimproverava spesso ai giovani attori comici emergenti una mancanza di coraggio. «Questi se guardano allo specchio, so' preoccupati de come verranno sullo schermo. Vonno sembra' sempre, boni, belli e bravi. Io me so' sempre imbruttito, incarognito, incialtronito. Perché quello sullo schermo nun sei te, è er personaggio». Quando, agli albori della carriera, Sordi interpretò il «compagnuccio della parrocchietta» nel film Mamma mia che impressione scritto da Zavattini e diretto da De Sica, lo convocarono in Vaticano. Un alto prelato lo rimproverò severamente per aver rappresentato in modo troppo caricaturale i ragazzi dell'oratorio. Alberto era intimidito, non sapeva come giustificarsi. Ma in quel momento, per sua fortuna, entrò nella stanza un giuggiolone alto alto, pieno di foruncoli, con i calzoncini corti. Sordi prese la palla al balzo e lo indicò al prelato. «Ma non lo vede, reverendo? Nun so' mica io, so' loro che so' così!». Sempre a proposito dei colleghi, bisogna dire che Alberto era sempre sinceramente ostile verso la concorrenza. Diceva che Tognazzi cucinava male, Gassmann era trombone, e Manfredi terribilmente tirchio, molto, ma molto più tirchio di lui. Salvava solo Mastroianni. Secondo Alberto, Marcello non era abbastanza bravo perché era troppo bello, e non era certo colpa sua. Una volta, a Nizza, Roberto Benigni mi chiese di presentarglielo. Benigni aveva appena interpretato Il Pap'occhio di Renzo Arbore e assalì subito Sordi con la sua innata allegria. «Sa, abbiamo fatto questo film e ci siamo divertiti un mondo!». Alberto lo guardò con sospetto e lo pugnalò all'istante. «Sai caro, quando noi se divertimo troppo, finisce che er pubblico nun se diverte pe' gnente». Detto ciò, si incamminò verso la sua stanza insieme a una bella giornalista francese che sembrava ipnotizzata dal suo sorriso panoramico. Che successo con le donne Con le donne, Alberto aveva un successo travolgente. A dimostrazione del fatto che, negli uomini, la simpatia seduce di gran lunga più della bellezza. Infatti, alcune delle attrici più affascinanti del mondo si sono innamorate di lui e gli hanno chiesto invano la sua mano. Faccio un nome per tutte. Shirley Mac Laine. Lei e Alberto si incontravano in segreto a Londra, di tanto in tanto. E si facevano anche un sacco di risate. Alberto viveva in perenne contraddizione e questa era la sua forza. Incarnava sullo schermo, senza alcun timore, tutti i peccati capitali. Prendete l'orrendo trafficante di ragazzini del Giudizio Universale. Ma in cuor suo aveva paura di finire all'Inferno. Una volta scrissi una parte apposta per lui nella sceneggiatura del film Mortacci di Sergio Citti. Doveva interpretare il guardiano del cimitero. Lui prima accettò, ma improvvisamente, all'ultimo momento, si tirò indietro. Si giustificò dicendomi con voce incrinata: «Tu sei giovane, ma io a certe cose ce devo pensa'. Quando arrivo lassù e me presento a San Pietro, se quello me chiede "Ma tu non sei quello che ha fatto Mortacci?" io che gli rispondo? Se gli dico di sì, quello me manna subito de sotto, che te credi?» Nei primi Anni Ottanta, non appena la sua vertiginosa carriera subì una lievissima battuta d'arresto, Sordi cominciò a rimuginare su come uscire di scena. «Per un attore, non c'è niente di peggio di non accorgersi che è finita. Quando non farò più ridere, sta tranquillo, me ne accorgerò prima di chiunque altro. Allora me ne andrò a vivere a Montecarlo, mi comprerò un bastone con un bel pomello d'avorio, e al primo che mi incontra per strada e mi fa "Albertone, facce ride!" gli darò una mazzata in testa che ce lo lascio secco». Sotto i riflettori, sempre Invece, non è andata esattamente così. Alberto è rimasto sotto i riflettori fino all'ultimo, e a volte ha finito per smarrire il suo straordinario senso della realtà. Ha alternato interpretazioni memorabili, come nel Romanzo di un giovane povero di Scola (1995), ad altre un po' ingrate. Penso al vetturino di Nestore l'ultima corsa (1994) dove Alberto Sordi, nonostante avesse abbondantemente passato i 70 anni, si faceva truccare da vecchio. E penso anche a Incontri proibiti (1998), dove il copione dava ad intendere che Valeria Marini si era innamorata perdutamente dell'ottantenne da lui interpretato. Però, c'è un errore, il più importante, che Alberto Sordi non ha mai commesso. Non ha mai voluto fare la pubblicità («Se fai la pubblicità te sputtani, perché il pubblico poi nun te crede più») e ha tenuto duro fino all'ultimo, nonostante continuassero ad offrirgli somme iperboliche. Anche nella vita privata, Sordi aveva una filosofia tutta sua. Come detto, non si è mai voluto sposare (celebre la battuta: «E che, me metto un'estranea dentro casa?») ma aveva adottato a distanza, e in segreto, centinaia di bambini in tutto il mondo. In politica, Sordi nutriva un sacro rispetto per i comunisti ma votava sempre per la Democrazia Cristiana. Nella buona e nella cattiva sorte, Alberto è rimasto fino all'ultimo amico di Andreotti. I nuovi politici li guardava con il classico disincanto romanesco. Quando un giorno gli chiesi cosa pensava di Berlusconi, mi rispose: «È un burino. Che voi fa? È cominciata l'epoca dei burini».

26 February 2003 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 12) nella sezione "Spettacoli"